Luoghi e Storia

Questa sezione riporta una breve descrizione di alcuni luoghi inerenti alle acque e ai sotterranei cittadini. L’elenco è in aggiornamento, e prevede l’inserimento di un più ampio e dettagliato indice comprendente anche ville e rifugi antiaerei. Le notizie ivi racchiuse, sono solo un breve compendio.

Per maggiori informazioni storiche, contattare l’indirizzo di posta elettronica della segreteria

ACQUEDOTTO DI VILLA ALDINI

Realizzato nel 1916 con successiva espansione sino al 1934, alimentò e alimenta ancora, la villa omonima, l’ospedale Rizzoli e il Seminario Arcivescovile. Molte le parti sotterranee ancora visitabili e transitabili tra le due colline. Per maggiori informazioni la sezione tecnica dell’Associazione resta a disposizione.

ACQUEDOTTO ROMANO

Il cunicolo inizia il suo lungo tragitto a 850 metri sul livello del mare, corrispondenza della confluenza del Setta nel Reno, costeggia sulla riva destra la valle del Reno fino al rio della Fossaccia, punto in cui devia entrando nella valle del torrente Ravone.

Nel XVIII secolo fu scoperta una scala vicino a Villa Ghigi che portava al cunicolo a 65 metri di profondità. Scala di ben 327 gradini.

Proseguiva poi fino al rio Paradisi, per portarsi all’interno della val d’Aposa e concludere il proprio cammino nella centrale sita in viale Aldini.

Fuori porta San Mamolo sull’acquedotto più antico s’immettono le strutture idrauliche rinascimentali di Valverde e della Remonda.

I resti dell’acquedotto che possiamo vedere ancora oggi, sono il frutto di una vicenda assai complessa con più di duemila anni di storia. Il vecchio cunicolo non rappresenta più da anni il fulcro dell’approvvigionamento idrico della città. È comunque ancora in grado di apportare circa il venti per cento dell’acqua di Bologna; è un’opera archeologica viva e funzionante grazie alla genialità dei romani, ma anche dell’Ing. Zannoni, alle sue intuizioni, alla sua testardaggine e alla sua preparazione multidisciplinare, alla sua capacità di circondarsi di amicizie importanti.

Ricordiamo che Zannoni recuperò dall’oblio il lungo cunicolo caduto in disuso dopo la disfatta dell’Impero romano, e che lo riattivò prima, a partire dal 1864, e inaugurò poi, il 7 giugno 1881.

In questi anni molti studi sono stati fatti per conoscere meglio la storia e la consistenza del manufatto. Dal 2005, e per diversi anni, il condotto è stato esplorato e mappato a cura del Gruppo Speleologico Bolognese e dall’Unione Speleologica Bolognese che con un’eccellente lavoro hanno permesso il rilievo e lo studio di buona parte del percorso e di tratti che si credevano perduti.

Durante il percorso, lungo ben 18 Km, si aprono pozzi di aerazione, scale e vasche di decantazione. La ciclopica opera sarebbe stata realizzata intorno all’anno 27 a.C ed avrebbe richiesto 12 anni di lavoro. In latino si chiamavano “saepta” le chiuse, ovvero gli sbarramenti fluviali che servivano a orientare le acque verso un condotto.

Il testo è tratto da “Antonio Zannoni, nel 150° dell’Unità d’Italia” a cura di Paola Furlan.

Per saperne di più i vari scritti di Francisco Giordano contenuti nella nostra biblioteca e il volume Acquedotto 2000.

APPARTAMENTO DELL'INQUISITORE

L’appartamento dell’Inquisitore nel convento di San Domenico fu realizzato dall’architetto Antonio Morandi detto il Terribilia nel XVI secolo. Al primo piano, sul lungo corridoio decorato con ritratti ad affresco di padri inquisitori si affaccia l’alloggio dell’Inquisitore, oggi riservato alle personalità illustri in visita al convento, mentre in fondo ad esso si colloca l’ala un tempo adibita agli uffici della Santa Inquisizione, con l’accesso alle prigioni, collocate nel sotterraneo.  Al secondo piano è ancora conservata la sala della Consulta, il luogo in cui si svolgevano i processi, con l’annessa cappella, dove si celebrava messa prima dell’emissione del giudizio. L’aula processuale presenta un soffitto decorato a quadratura da Girolamo Alboresi nel 1663 e una scena allegorica allusiva della retta giustizia dipinta come sopracamino da Girolamo Bonino da Ancona. La cappelletta è caratterizzata da un piccolo lanternino nella volta e presenta sulla parete una suggestiva rappresentazione di San Tommaso cinto dagli angeli, dovuta all’artista seicentesco Carlo Cignani.

Testo tratto dal sito del Convento Patriarcale di San Domenico.

BAGNI DI MARIO

Nome erroneamente dato alla Cisterna di Valverde. Di epoca rinascimentale (1563) eseguita da Tommaso Laureti, architetto palermitano. Fu realizzata per alimentare la Fontana del Nettuno e non ha nessuna attinenza all’uso termale.
La costruzione è formata da una vasca principale di forma ottagonale, da quattro condotti ciechi che si inoltrano nella collina e da alcune conserve di raccolta collegate fra di loro.
Di notevole bellezza un altissimo camino completamente ricoperto da incrostazioni calcaree secolari.
Il condotto situato al secondo livello inferiore (non visitabile) che sottopassa la vasca centrale oggi non permette più di proseguire verso la città.

BAGNI PUBBLICI, LATRINE, ORINATOI

Superata la metà del 1800 la situazione igienica a Bologna si era fatta davvero insopportabile. L’ultima pestilenza di colera (1864) aveva mietuto migliaia di vittime e il problema idrico era particolarmente sentito. L’acqua per gli usi alimentari era fondamentalmente ancora ricavata dai pozzi che però risultavano per la maggior parte inquinati dai liquami che venivano dispersi nel terreno e che, una volta assorbiti dalla terra, erano captati  dalle falde. In pratica si beveva ciò che si “produceva”.

Con la riattivazione dell’acquedotto romano da parte dell’Ing. Zannoni, si diede il via a un rinnovamento sanitario generale, partendo proprio dall’acqua pulita e dalla costruzione di Bagni Pubblici che, negli anni successivi al 1865, divennero sempre più numerosi.

Si procedette anche a realizzare nuovi e capaci impianti fognari onde evitare che i putridumi ristagnassero negli angoli dei cortili, dei palazzi o lungo le strade.

L’argomento verrà trattato in modo più approfondito in uno dei prossimi libri della Collana Bologna sotterranea.

CAMPANILE DI SAN GIACOMO

In breve dalla Tesi del Dott. Valentino Claudio Malcangio.

Studio del comportamento strutturale di torri medievali: il caso del campanile di San Giacomo Maggiore in Bologna.

La Torre Campanaria oggetto di studio fu iniziata nel 1336, circa due decenni dopo il termine della costruzione della chiesa. I lavori di costruzione sono stati terminati nel 1349, ma la torre al termine della costruzione non si presentava nella forma in cui la vediamo noi oggi. Nel 1469 infatti si cominciò ad accrescere il Campanile a partire dalle seconde file di finestre per raggiungere l’altezza in cui si presenta oggi la torre. La Torre Campanaria presenta oggi a prima vista alcuni segni di affaticamento statico che, se non destano immediata preoccupazione, certamente necessitano di un monitoraggio e di uno studio approfondito, seguendo i criteri e le tecniche che il Prof. Ceccoli e il suo studio (per altro membro del Comitato scientifico dello Stesso Centro Studi) hanno adottato per procedere al monitoraggio e al restauro delle ben note torri Asinelli e Garisenda. La torre di San Giacomo, non distante dalle precedentemente citate, è tra le “vette” della città, e il fatto che alla sua sommità si suonino ancora le campane, incide sulla struttura producendo una oscillazione non banale, rispetto alla quale una indagine specialistica ci pare inderogabile. Il campanile infatti non si erge su di una base chiusa e perimetrata, ma quasi si smaterializza all’attacco con il suolo, ergendosi sopra le volte a crociera del peribolo della Chiesa che, per antica denominazione, ancora si chiama “Tempio” di San Giacomo Maggiore. Gli archivi storici del Ghirardacci, di cui il Centro Studi porta il nome, riportano la testimonianza di due forti eventi sismici avvenuti negli anni 1493 e 1505, nonché della caduta di un fulmine nel 1562 che rovinò un pezzo del Campanile e atterrò la cupola sopra l’altare maggiore, adiacente al campanile stesso.

Il concerto del campanile della Chiesa di San Giacomo suona in mi minore ed è considerato tra i più belli della città.

Per raggiungerlo bisogna attraversare dei lunghi pertugi e delle scale che salgono lungo la torre, fino a culminare nella cella campanaria.

CANALE CAVATICCIO

Le notizie riguardo al canale detto “il Cavaticcio” sono frammentarie dato che la sua funzione a differenza del canale Reno e delle Moline, è stata quella di scolmatore delle acque del canale stesso e delle reflue e solo di supporto alla manifattura bolognese.

La prima notizia risale al 1208 dove nella Raccolta delle Leggi e attrverso dei contratti stipulati nel 1121 si evince che uno dei due canali che arrivavano nelle vicinanze della Grada, quello costruito dal comune di Bologna, confluiva nel Cavaticcio; mentre l’altro, dei Ramisiani, si immetteva nel vecchio alveo dell’Aposa lungo via Avesella e successivamente a valle nel Cavaticcio.

Anticamente si è ipotizzato che codesto canale fosse in origine l’alveo del rio Vallescura e non è da escludere che già gli antichi Romani lo utilizzavano per scopi igenici o difensive.

Inoltre è utile ricordare che esso confluisce come il canale Reno, l’Aposa ed il Savena nel Navile in via della Bova e che la sua portata può arrivare a superare i 18 metri cubi al secondo.

Fondamentale per la corretta gestione dello smaltimento delle acque in eccesso esso è servito per l’alimentazione della centrale elettrica del Cavaticcio (situata in via Largo Caduti del Lavoro) sfruttatando un salto di 14,50 mt. sin dal 1996.

Il suo percorso, in massima parte tombato, (la sua copertura è avvenuta prima dell’inizio della seconda guerra mondiale) è visibile solo agli adetti del consorzio che ne cura la gestione, anche se eccezionalmente durante la secca dei canali per la loro manutenzione è previa autorizzazione possibile eseguire visite guidate per alcuni tratti.

Possiamo affermare che l’inizio del Cavaticcio è all’altezza di via Riva di Reno dove è istallato uno sgrigliatore per i rifiuti che galleggiano sul canale di Reno ed è visibile dalla strada, Successivamente si arriva all’lincrocio con via Marconi si volta a sinistra verso Largo Caduti del Lavoro proseguendo per via Azzogardino.

Da questa via si imbocca il primo stradello pedonale destra ,si passa sopra il canale e si prosegue per via Fratelli Rosselli.

All’incrocio con via Don Minzoni si volta a sinistra passando di fianco alla Salara e si arriva sul viale Pietramellara si volta a destra e si prende la prima a sinistra che si chiama via Cipriani poi la prima a destra che è via della Bova, arrivati su via Bovi e Campeggi sulla sinistra si nota un ponte dove sotto rispunta ora visibile il Cavaticcio che qui si runisce alle Moline e all’Aposa.

In questo punto possiamo dire che inizia il Navile un lunghissimo canale che si immette a Passo Segni nel fiume Reno la cui funzione è stata per secoli di via d’acqua per il trasporto delle merci verso il Nord Est.

Le dimensioni del Cavaticcio sono di 4,00 mt. per l’altezza e di 3,20 mt. per la larghezza.

CANALE DI RENO

Oltre ad alimentare conserve d’acqua, tintorie, peschiere, maceri, cartiere, concerie, canapifici e altre eterogenee lavorazioni, le acque del canale di Reno, derivate a Casalecchio, azionavano diversi ordegni come filande, gualchiere, mulini, macine, magli, mangani, trafile e segherie. Pur con scopi diversi da quelli per cui furono realizzati, la chiusa di Casalecchio e il canale di Reno, attualmente usato come scolmatore delle acque reflue di Bologna e per usi irrigui nella bassa pianura bolognese, sono tuttora in attività e uno dei più antichi consorzi d’Italia, costituito nella seconda metà del XVI secolo, cura il loro funzionamento e le manutenzioni.

Le origini di questi manufatti sono antichi. Secondo un documento ottocentesco, verosimilmente già nell’XI secolo l’alveo del fiume Reno era sbarrato a Casalecchio con una traversa lignea da cui derivava acqua un canale che giungeva fino a Bologna e alimentava anche un canale navigabile. Ma le prime notizie documentate riguardano alcuni cittadini– detti Ramisani –, che nel 1191 realizzarono una pescaia o steccaia,una sorta di palizzata lignea attraverso il corso fluviale renano, e da questa scavarono un canale fino a Bologna per il funzionamento di alcuni mulini in città. Successivamente all’accordo con i Ramisani, risalente al 1208, il Comune di Bologna fece edificare una nuova chiusa e un nuovo canale introdotto in città alla Grada(nell’attuale viale Vicini). Nel 1250 il Comune ordinò la realizzazione di un’altra chiusa de lapidibus, cioè in muratura. Non è però chiaro se questi lavori siano stati eseguiti o se il manufatto, appena costruito, venisse danneggiato, totalmente o parzialmente, nonostante la sua maggiore solidità. Infatti due anni dopo gli Statuti riportavano nuovamente l’intenzione di costruire una chiusa di pietre affidando i lavori a una commissione composta dall’inzignerius Alberto e dai maestri Johannes de Brixia, Michael Delamusca e Michael Lamandine. Il programma comprendeva anche l’escavazione di una canalizzazione fra la chiusa e il canale esistente, chiamato ramus vetus (ramo vecchio) – che iniziava dalla Canonica –, la conduzione delle acque da questa località al serraglio di Saragozza per alimentare i fossati della seconda cerchia muraria e la costruzione di ponti dove era necessario. Il nuovo manufatto, secondo Ghirardacci ultimato nel 1278, era soggetto a frequenti danneggiamenti provocati dalle piene del fiume Reno e dall’erosione delle acque. Alle periodiche, costanti manutenzioni si alternavano vistosi rifacimenti interessanti, spesso, anche il canale. In particolare nell’ultima decade del XIII secolo la chiusa dovette essere sottoposta a diversi lavori straordinari, fra cui quelli attuati nel 1288, nel 1289, nel 1294, con interventi su questa e sul canale, nel 1295 e nel 1298. Per quanto riguarda gli interventi del 1295, ventuno ingegneri e alcuni maestri effettuarono un sopralluogo alla chiusa e al canale di Reno per definire il progetto e le opere necessarie per condurre una maggior quantità di acqua a Bologna.

Fra il XIII secolo e gli inizi del successivo seguì la realizzazione di un’altra chiusa lapidea poco più a monte. Riparato nel 1317, nel 1324 e nel 1327 sotto il Cardinale Legato Bertrand du Pouget, fra il 1361 e il 1363 il manufatto venne fatto sistemare dal Legato Pontificio Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, che fece anche modificare il nuovo canale, prodotto dall’unione del ramo dei Ramisani con quello del Comune.

Negli ultimi giorni di settembre del 1893 una piena eccezionale, provocata da un violentissimo nubifragio abbattutosi sull’alta valle del Reno, scalzò e a demolì la spalla sinistra dello sbarramento e 250 metri del muraglione del canale. Grazie all’interessamento di Giuseppe Bacchelli vennero avviate con celerità gli interventi necessari. L’eccezionale spiegamento di ben seicento operai al giorno consentì di terminare i lavori nei primi giorni di febbraio dell’anno successivo. Nell’occasione si provvide anche a realizzare lo sfioratore a sinistra, che costituiva un prolungamento della chiusa. Di conseguenza, la larghezza complessiva della traversa principale, dello spartiacque e dello sfioratore è attualmente di metri 264,60. Nel contempo venne avviata la sostituzione del palancato ligneo che rivestiva lo scivolo della chiusa con lastre di granito bianco. Il lavoro, eseguito a lotti, fu completato, fra il 1945 ed il 1946, rivestendo con lastre di trachite la parte ricostruita dopo i danni riportati nel corso di un bombardamento aereo.

Di fianco alla chiusa inizia il canale di Reno il cui incile, fornito di paratoia, è chiamato boccaccio. Fra la chiusa e la casa del custode, edificata attorno alla metà del XIX secolo su progetto dell’architetto Giordani inglobando strutture più antiche, la riva sinistra del canale, corrente a una quota più alta rispetto a quella del fiume, è costituita da un muraglione di mattoni. Il manufatto, percorribile, è dotato di due paraporti con paratoie – uno chiamato di mezzo o Stanza e l’altro, di fianco alla casa del custode, di Prà Piccolo – che, detti anche scaricatori di fondo, servono per la regolazione idraulica e per l’eliminazione della ghiaia e dei materiali che si depositano nell’alveo. Due serie di quattro sfioratori di colmata ad arco, aperti nel muraglione, servono per scaricare nell’alveo del fiume Reno le acque eccedenti.

In seguito ai danni provocati nel 1617 da una «fiumana grande» del Reno, la chiusa, il primo tratto del muraglione e un paraporto vennero sottoposti a impegnativi lavori di restauro, progettati e diretti da Pietro Fiorini, eseguiti in un anno e mezzo. Costeggiando la strada di accesso alla casa del custode della chiusa, il canale raggiunge via Porrettana, che sottopassa; prosegue quindi di fianco a via Canale fino al paraporto Scaletta dove, in passato, nella stagione invernale alcuni addetti frantumavano e smaltivano il ghiaccio che ostacolava il deflusso delle acque. Fra questo punto e la Croce di Casalecchio, verso il fiume l’alveo è contenuto da un ulteriore tratto di muraglione fornito di due paraporti (della Macelleria– attualmente chiamato di San Luca– e del Verruchio o Verocchio). Dove termina il muraglione era attivo un ulteriore paraporto detto Pelizone, in seguito smantellato. Più in alto, parallelamente al canale, corre la pista ciclopedonale realizzata riutilizzando il vecchio tracciato della linea tranviaria che anni addietro collegava Bologna e Casalecchio.

Alla Croce di Casalecchio il canale di Reno sottopassa via Bastia, nome riferito alla fortificazione fatta erigere dal Cardinale Legato Albornoz nel luogo occupato un anno prima (1359) dal campo trincerato realizzato dal marchese Francesco d’Este, da Andrea, figlio di Giovanni Pepoli, e da Obizo, figlio di Giacomo Pepoli. Proseguendo dietro le case prospicienti via Canonica, il canale raggiunge l’omonima località, già sede del monastero dei Canonici Renani cui appartenevano, nel XII secolo, i diritti sul ponte di Casalecchio, dove è attivo l’ultimo paraporto. In questo luogo, dove dal 1856 operava il canapificio Canonica, che produceva tele grezze e cordami lavorando materie prime provenienti dal territorio bolognese, entrerà in funzione una centrale idroelettrica.

Poco oltre, il canale si sposta sul lato opposto di via Canonica entrando, sottopassato l’asse viario formato dalle vie Simone de’ Crocefissi e Caravaggio, nel territorio del Comune di Bologna. Prosegue quindi di fianco alla pista ciclopedonale del parco pubblico Zanardi fino al ponte del Ghisello, nome riferito alla famiglia Ghiselli proprietaria in passato di diversi terreni nella zona circostante. Superato il ponte del Ghisello, il canale, il cui percorso è rimasto pressoché invariato rispetto alle modifiche apportate sotto la legazione pontificia del Cardinale Albornoz, costeggia la pista ciclopedonale che rasenta il muro di cinta dell’ex complesso conventuale dei Certosini, edificato a partire dal 1334 su terreni donati dal giurenconsulto Giovanni d’Andrea, soppresso nel 1796 e adibito a cimitero pubblico nel 1801 in seguito alle disposizioni napoleoniche. All’incrocio con via della Certosa il canale sottopassa il ponte porticato edificato nel 1833-1834 secondo le modifiche dell’architetto Luigi Marchesini, subentrato all’ingegner Ercole Gasperini, deceduto nel 1829, cui nel 1811 era stato affidato il progetto del portico fra il Meloncello e la Certosa.

Al di là di via della Certosa, dopo un breve tratto a cielo aperto fornito di uno sgrigliatore per fermare e rimuovere le immondizie trasportate dalla corrente, la canalizzazione prosegue, interrata, lungo via delle Tofane, raggiunge quindi via Sabotino che percorre fino a viale Vicini. Poco a monte di questo viale, nella prima metà del XV secolo dal canale di Reno venne derivata la canaletta della Ghisiliera, scavata nei terreni che appartenevano alla famiglia Ghisilieri. Come ai nostri giorni, la canaletta giungeva a Trebbo di Reno dove azionava il mulino per grano del Borgognino, già nominato nella prima metà del Cinquecento. Più a valle rispetto alla derivazione della canaletta, il torrente Ravone supera il canale di Reno scorrendo su un ponte canale in passato chiamato degli Stecchi per le ramaglie che si fermavano contro.

Sottopassato viale Vicini, il canale entra in città attraverso il passaggio della Gradaricavato in questo breve tratto della terza cerchia muraria scampata alle demolizioni attuate fra il 1901 e il 1902. Il nome Grada è dovuto alle due grate di ferro, tuttora conservate, usate per fermare i rami e le frasche trasportate dalla corrente e per impedire introduzioni clandestine di merci e di persone all’interno della cinta muraria. Dopo la Grada il canale renano sottopassa longitudinalmente l’ex omonimo opificio, eretto fra il 1691 e il 1693, adibito nel tempo a uso di pellacaneria (concia di pelli) e di gualchiera (per pestare e sodare i panni e i feltri), attualmente sede del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno e di quello della Chiusa di San Ruffillo e del Canale di Savena. A cavallo fra il XIX e il XX secolo nell’edificio venne installata una delle prime dinamo che, collegata a una ruota azionata dalla corrente del canale, produceva energia elettrica per l’Istituto Ortopedico Rizzoli, fornita tramite una linea aerea elettrificata su pali installata lungo i viali di circonvallazione. A scopo didattico alcuni anni addietro all’interno del fabbricato è stata installata un’altra ruota connessa a una dinamo che produce 16 chilowatt di energia elettrica.

Superato l’opificio della Grada, il canale seguiva, scoperto, l’omonima strada fino a via San Felice, che oltrepassava scorrendo sotto il ponte della Carità, realizzato in muratura nel 1289 a sostituzione di quello ligneo distrutto dalle acque. Prima della copertura del canale, attuata nel 1957, la riva sinistra in via della Grada era attrezzata con lavatoi pubblici per il lavaggio di panni e biancheria.

Oltre il ponte il canale correva a cielo aperto lungo la mezzeria della strada chiamata, a partire da via San Felice, Riva di Reno. Fra il ponte dell’Abbadia (di fronte all’omonima strada) e la chiesa della Madonna del Ponte, costruita dopo la peste del 1527 sul prolungamento del trecentesco ponte delle Lame, la riva sinistra era fornita di lavatoi pubblici a trincea disposti su due piani a gradinata.

Fin dal Medioevo dal tratto di canale di via Riva di Reno, coperto nel 1957, si diramava una complessa rete sotterranea di condotti per la distribuzione di acqua a eterogenee attività produttive, diverse della quali ancora attive nei primi anni del XX secolo. I filatoi per seta, in gran parte distribuiti nella zona fra le vie San Felice e San Giorgio di Poggiale (attuale Nazario Sauro), costituivano le attività di maggior rilevanza economica, ma dalla fine del XVIII secolo la crisi del mercato serico portò a una loro consistente diminuzione.

Dopo le soppressioni, nelle aree occupate dai conventi delle Convertite, all’angolo fra le vie delle Lame e Borgo Rondone, e di Santa Maria Nuova in via Riva di Reno, attraversate da condotte per il funzionamento dei filatoi per seta e per l’irrigazione degli orti, furono impiantate attività che abbisognavano di acqua. In particolare nel complesso delle Convertite fu attivata la trafila della zecca e nel convento di Santa Maria Nuova venne realizzata la Manifattura Tabacchi (1801), attualmente sede della Cineteca Comunale. Fra via Marconi, che sottopassa, e palazzo Gnudi, edificato su disegno di Francesco Tadolini nel 1796, il fondo dell’alveo è in contropendenza  rispetto alla direzione della  corrente11, particolarità che induce a pensare a un riutilizzo di un condotto romano usato, a suo tempo, per smaltire parte delle acque fognarie cittadine nel Cavaticcio, probabile antico alveo del Rio Vallescura, scaturente dai rilievi collinari fra le porte San Mamolo e Saragozza, attualmente ricordato dal toponimo della via che si immette in viale Aldini.

Un brevissimo tratto sotto il portico del civico 25 di via Galliera, con sezione triangolare, potrebbe essere un’opera d’epoca romana rinforzata nell’alto Medioevo con sottomurazioni in laterizi. Da qui fino a via dell’Indipendenza, che sottopassa, l’alveo prosegue incuneato fra le case prospicienti via de’ Falegnami.

Ancora nei primi anni del secolo scorso gli edifici prospettanti il canale fra le vie Malcontenti e Oberdan, scampato alle coperture attuate fra gli anni Trenta e Cinquanta del XX secolo, già fungente da fossato difensivo della seconda cerchia muraria edificata nell’XI secolo, erano provvisti di lavatoi a ponte levatoio, costituiti da tavolati di legno sospesi sul livello dell’acqua, e di botti e vasche in cui si calavano le lavandaie per lavare i panni.

Lo scivolo con accesso dall’inizio dell’attuale via Augusto Righi era usato per scendere al guazzatoio, realizzato nell’alveo nel 1219 contemporaneamente all’apertura della piazza del Mercato (attuale piazza VIII Agosto), che serviva per l’abbeveraggio e il lavaggio degli equini e dei bovini. Dopo aver sottopassato il ponte di via Malcontenti (detto dei Preti), su cui transitavano i condannati alla pena capitale condotti alla piazza del Mercato per essere giustiziati, e quelli delle vie Piella – dove è conservato uno dei torresotti della seconda cinta muraria – e Guglielmo Oberdan – chiamata in passato Case Nuove di San Martino –, il canale di Reno svolta decisamente a sinistra in un pozzo luce interno della casa al civico 45 di via Oberdan. L’edificio fu costruito nel 1909 dove sorgeva un oratorio, cui si accedeva da via delle Moline, sostituito alla fine del XIV secolo da una chiesetta – detta Santa Maria delle Sette Allegrezze o degli Annegati – in cui venivano esposti i corpi degli annegati per essere riconosciuti. In seguito alle soppressioni, nel 1808 la chiesetta, affidata nel 1605 alla Confraternita di Santa Maria del Carmelo, venne chiusa.

Da questo punto il canale veniva chiamato delle Moline per i mulini per grano distribuiti lungo il corso interposto fra le case con gli affacci sulle vie Capo di Lucca e Alessandrini. Il corso del Canale delle Moline – visibile in fondo allo scivolo fra i civici 2 e 4 di via Capo di Lucca – era caratterizzato da numerose paratoie trasversali all’alveo utilizzate per regolare le portate idrauliche e per indirizzare l’acqua verso i mulini e le lavorazioni secondo i turni stabiliti. Fino al XIX secolo lungo le rive erano distribuite anche alcune baracche ad uso bagni privati montate su pontili di legno. Dietro la costruzione al civico 15 di via delle Moline nel 1897 venne installata una dinamo, collegata a una ruota idraulica azionata dalla corrente del canale, che produceva energia elettrica per l’illuminazione delle abitazioni delle vie Repubblicana (attuale via Augusto Righi) e dell’Indipendenza fino al civico 28.

Le case fra gli attuale civici 9 e 25 di via Capo di Lucca, dietro cui scorre il torrente Aposa, costruite a partire dal 1516 dall’Università delle Moline e delle Moliture, ospitavano i mugnai addetti alle macine per grano distribuite lungo il canale delle Moline retrostante gli edifici di fronte. Parzialmente danneggiate da un bombardamento aereo nel 1944, fra il 1948 e il 1949 furono restaurate a cura della Soprintendenza ai Monumenti.

Oltre via Irnerio il canale delle Moline, proseguendo dietro gli edifici che si affacciano sul lato orientale di via del Pallone – strada in cui fino al dopoguerra era attivo un mulino per grano – , raggiunge il piazzale interno dell’autostazione (fiancheggiante viale Masini), costruita nel 1966 su progetto dell’ingegner Alessandro Lollini. Sotto il piazzale il canale delle Moline e il torrente Aposa, fino al Settecento confluente nella canalizzazione dopo porta Galliera, si uniscono.

Davanti a Porta Galliera il canale delle Moline fungeva da fossato difensivo della terza e ultima cerchia muraria, realizzata fra il 1226 ca. e il 1390. In via dell’Indipendenza, di fianco alle scalee della Montagnola – sistemata alla fine del XIX secolo su progetto dell’architetto Tito Azzolini e dell’ingegner Attilio Muggia –, sono visibili i resti del forte di Galliera, costruito e distrutto cinque volte fra il XIV e il XVI secolo. In occasione dell’ultima ricostruzione, attuata nel 1507 sotto papa Giulio II, il corso d’acqua venne deviato all’interno della cittadella di pertinenza della fortificazione per azionare alcuni mulini per grano.

Attraversata piazza XX Settembre, il corso d’acqua formato dal canale delle Moline e dal torrente Aposa corre parallelamente a via Boldrini, dove è conservato uno dei pochi tratti della terza cerchia muraria scampati alle demolizioni del 1901-1902. A partire grosso modo dall’incrocio con viale Silvani, il corso d’acqua raggiunge il sostegno della Bova – nell’attuale via Bovi Campeggi –, sede nel Medioevo del porto del Maccagnano.

CANALE DI SAVENA

Per avere maggiori portate idriche e per servire una zona più vasta della città, nel 1221 il vecchio sbarramento sul Savena, realizzato nel 1176 più a valle nell’alveo in cui scorreva il torrente prima della deviazione attuata nel 1776, venne sostituito dalla chiusa di San Ruffillo17. Minata nel corso del secondo conflitto mondiale, il manufatto fu restaurato e modificato fra il 1945 e il 1948 (fig. 8). Dalla chiusa inizia il corso del canale di Savena che, prima di entrare in città a porta Castiglione, azionava quattro mulini (Foscherari, trasformato in cartiera, Parisio, Frino e Castiglione (detto anche della Misericordia) e tramite diverse chiaviche forniva acqua per l’irrigazione degli orti e per il riempimento dei maceri. In città serviva svariate attività fra cui, in particolare, quelle dei tintori di seta e dei panni di grana, dei pellacani e dei cartolari. Superati i ponti di via Toscana e della linea ferroviaria Bologna-Firenze, da via del Pozzo il canale svoltando a sinistra raggiunge il parco fiancheggiante via Corelli, che percorre longitudinalmente dirigendosi verso il mulino Parisio in via Toscana. Di fianco al supermercato della “Coop” in via Corelli, in prossimità del luogo dove era in attività la Bugaderia Panigata, a scopo didattico venne installata una ruota idraulica che, azionando una dinamo, produceva energia elettrica per l’accensione di alcune lampadine, attualmente purtroppo non funzionante.

Dopo aver attraversate le vie Toscana e Murri, il canale prosegue, coperto, dietro la vecchia chiesa di San Silverio e lungo i terreni ex Hercolani, attualmente edificati, fino al Chiusone Belpoggio, fra le attuali vie Varthema e Marchetti. Poco oltre via Siepelunga il canale di Savena era fornito di due paraporti con paratoie per la regolazione idraulica e per l’eliminazione periodica della ghiaia e dei materiali che si depositavano nell’alveo. Uno era nella sponda destra del ponte canale del rio Santa Barbara e l’altro, distante circa 350 metri, nella sponda sinistra del ponte canale di Fossa Cavallina. Oltrepassata via di Frino – nome riferito all’antico mulino, attualmente adibito a civile abitazione –, il canale attraversava i Giardini Margherita formando il laghetto. Iniziati nel 1875 su progetto del conte Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, i giardini chiamati Passeggio Regina Margherita in omaggio alla moglie di Umberto I, furono inaugurati nel 1879. Nel corso dei lavori per la realizzazione del parco vennero alla luce alcune sepolture etrusche.

Uscendo dai Giardini, il canale sottopassava longitudinalmente la chiesa di Santa Maria della Misericordia fin dal XII secolo appartenente, con l’annesso convento, alle monache Cistercensi Orsoline. A queste subentrarono gli Olivetani che nel 1432, ricostruendo e ampliando l’edificio religioso, ne modificarono l’originaria impostazione romanica. Prima della copertura del canale, attuata nel secondo decennio del secolo scorso, il tratto antistante la chiesa era fornito di lavatoi pubblici per il lavaggio dei panni; poco oltre, il salto del canale, realizzato per sottopassare il fossato difensivo della terza cerchia muraria in corrispondenza di porta Castiglione, azionava il mulino della Misericordia, attivato nel 1286 e ancora in funzione fino al secondo dopoguerra.

Nonostante le modeste sezioni del canale di Savena, le sue acque, distribuite tramite un’articolata rete di chiaviche e condotti, servivano il settore orientale cittadino compreso fra il torrente Aposa e la cinta muraria18. Inoltre, grazie a un sistema di apertura e chiusura di paratoie, vari rami venivano utilizzati per pulire ed espurgare periodicamente le androne e le fogne e per lavare le strade della zona est e del quartiere San Procolo.

Fin dal XIII secolo un ramo, derivato dal canale di Savena a porta Castiglione, dopo aver superato su un ponte canale il torrente Aposa a porta San Mamolo, forniva acqua a condotti che raggiungevano i conventi di San Nicolò, San Procolo, Sant’Agnese e San Francesco.

Entrato in città, alla confluenza fra le vie Castiglione e Orfeo il canale si biforcava: un ramo proseguiva lungo via Castiglione, l’altro, chiamato Fiaccacollo per la notevole pendenza, imboccava la via Rialto, in passato identificata con lo stesso nome del canale, coperto nel 1840. Alla confluenza con via Castellata, nel 1341 sul Fiaccacollo fu edificato il primo filatoio idraulico per seta. Da questo ramo partivano ulteriori due diramazioni. Una raggiungeva gli Orti della Viola (nome riferito alla palazzina fatta edificare verso la fine del XV secolo da Annibale Bentivoglio), compresi fra l’attuale via Irnerio, aperta fra il 1907 e il 1912, e la terza cerchia muraria fra le Porte San Donato e Mascarella. Dopo aver attraversato gli Orti suddiviso fra tre canalette, usciva dalla cinta muraria a Porta Mascarella. L’altra formava il fossato difensivo della seconda cerchia muraria – realizzata nell’XI secolo lungo le attuali vie Guerrazzi, piazza Aldrovandi (già Seliciata di Strada Maggiore), via Giuseppe Petroni (già detta dei Pelacani per le lavorazioni e la concia delle pelli, comprese quelle dei cani e dei gatti, qui attive), Largo Respighi e via delle Moline –, confluente nel torrente Aposa. Altre due derivazioni del canale di Savena entravano in città a porta Santo Stefano. Il ramo di Santa Chiara seguiva la direttrice sotto le case prospicienti il lato est dell’omonima via, l’altro, dopo aver sottopassato la canonica della chiesa di San Giuliano, proseguiva sotto le costruzioni lungo il lato opposto. In prossimità di Strada Maggiore le due ramificazioni affluivano in un unico ramo che, con un tragitto pressoché rasente la terza cerchia muraria, raggiungeva porta Mascarella dove si univa alle canalette provenienti dagli Orti della Viola. Questa confluenza originava la canaletta della Mascarella che alimentava il mulino del Gomito operante nella località Dozza.

CANALE NAVILE

All’incrocio fra le vie Guglielmo Marconi e Riva di Reno dal canale di Reno si dirama il Cavaticcio corrente, verosimilmente, nell’antico alveo del Rio Vallescura che scaturiva dai rilievi collinari fra le porte San Mamolo e Saragozza. Lungo il tratto iniziale di questa canalizzazione che raggiunge Largo Caduti del Lavoro, caratterizzata da una notevole pendenza, erano distribuite alcune cartiere e segherie per legname, la prima delle quali fu edificata nel 1347.

Dal 1994 in Largo Caduti del Lavoro funziona una centrale idroelettrica – realizzata su progetto dell’Ufficio Tecnico del Comune, preceduto da quelli degli ingegneri Francesco Bassi (1911) e Giovanni Chierici (1955-1956) –, che sfruttando il salto d’acqua del Cavaticcio (14,5 metri) produce 2 megawatt. Contestualmente alla costruzione della centrale idroelettrica, in via Riva di Reno, in prossimità di via Azzogardino, il canale è stato fornito di uno sgrigliatore per fermare e rimuovere le immondizie trasportate dalla corrente.
Impinguato a valle dalle acque del canale delle Moline e del torrente Aposa, il Cavaticcio alimentava il canale navigabile (Navile) col porto attivo in prossimità di porta Lame dalla metà del XVI secolo. A quanto pare, già nell’XI secolo era in funzione un canale navigabile che partiva dalla Posta del Maccagnano (Bova, nell’attuale via Bovi Campeggi)14. Interrotta causa gli interramenti, la navigazione verso il Po venne ripristinata agli inizi del XIII secolo partendo da Galliera, fornita di un porto, di una torre, di un posto di guardia e difesa da fossati e da palizzate. Ma anche questa località dovette essere abbandonata in quanto, nel secolo successivo, il collegamento del canale navigabile con il fiume Po non era più agibile causa il suo impaludamento. In seguito agli accordi del 1208 con i Ramisani, fu intrapresa l’escavazione di un nuovo canale navigabile il cui tracciato, impostato nel 1221, venne ricalcato dal Navile progettato dal Vignola circa tre secoli dopo. Il canale, col porto a Corticella, sfociava negli acquitrini della Padusa Palude da cui erano raggiungibili Ferrara e Venezia. Attorno al 1280 la navigazione fu nuovamente prolungata fino all’antico porto del Maccagnano, a ridosso della cerchia cittadina, ma tredici anni dopo non era più utilizzabile causa gli interramenti. Su commissione di Giovanni II Bentivoglio e sotto la direzione di Pietro Brambilla da Carminate, architetto del duca di Milano, nel 1491 iniziarono i lavori per riportare la navigazione fino alla città. I lavori per la realizzazione del nuovo canale navigabile, che prevedeva uno scalo all’esterno delle mura in prossimità di porta Galliera, due rudimentali sostegni con chiuse lignee, Battiferro e Grassi, e più a valle quello di Malalbergo16, furono completati in soli tre anni. L’opera, finanziata dai drappieri, venne solennemente inaugurata il 10 gennaio 1494, ma considerati i frequenti interramenti e le gravose spese occorrenti per il suo mantenimento, già attorno al 1515 il tratto fra Bologna e Corticella dovette essere abbandonato costringendo a riportare nuovamente lo scalo in quest’ultima località.

Intenzionati ad attestare la navigazione all’interno della cerchia muraria, nel 1547 le autorità cittadine affidarono i lavori a Iacopo Barozzi detto il Vignola. Oltre alla sistemazione dell’alveo, il progetto prevedeva la costruzione di tre nuovi sostegni, l’ammodernamento di quelli esistenti – costruiti sotto Giovanni II Bentivoglio – e la realizzazione di una nuova darsena in prossimità di porta Lame (nell’attuale via Don Minzoni, di fianco al MAMbo. Il nuovo Navile, realizzato utilizzando con probabilità alcuni tratti del vecchio alveo abbandonato del torrente Savena, consentiva di navigare fino a Ferrara e Venezia.

Per ottimizzare la funzionalità del porto, fra il 1580 e il 1583 la Gabella Grossa fece realizzare un piazzale per la movimentazione dei carri, un riparo per le merci, un deposito per il sale, l’edificio della dogana, la casa del custode del porto, la stalla per i cavalli utilizzati per il traino delle imbarcazioni controcorrente provvedendo nel contempo a riorganizzare il sistema viario interessante lo scalo. Nel secolo successivo fu edificata anche una chiesa. Dedicata al SS. Crocefisso, la chiesa – detta anche Santa Maria dei Defunti – era retta dall’omonima confraternita.

Nel Settecento seguì la realizzazione di ulteriori attrezzature e servizi di pubblica utilità, fra cui gli alloggi per i soldati che scortavano i corrieri, una nuova abitazione per il custode del porto, le banchine, i locali per il deposito delle merci, un nuovo magazzino per il sale – la Salara (tuttora conservata) – e uno per il grano.

Nel XIX secolo i trasporti ferroviari portarono all’abbandono di quelli via acqua, più economici, ma indubbiamente più lenti. Seguendo questa politica, il piano regolatore cittadino del 1889 prevedeva la chiusura del porto anche se la struttura continuò a essere utilizzata fino al 1934, anno in cui venne avviato il suo definitivo smantellamento. Fortunatamente l’altorilievo di Camillo Mazza, raffigurante la Madonna col Bambino e Angeli, scampò alle opere demolitrici. Tolto dalla facciata dell’edificio della Dogana, su cui era alloggiato fin dal 1667, venne murato al secondo piano del Palazzo Comunale, dove è tuttora conservato. In tempi recenti è stato riaperto il tratto di canale portuale, parallelo a via Don Minzoni, di fianco al MAMbo.

Poco oltre la terza cerchia muraria, il canale arrivava alla Bova – nell’attuale via Bovi Campeggi –, antico porto del Maccagnano, nel 1594 adattato alla funzione di sostegno in seguito all’attivazione del nuovo porto del Vignola. Progettato dall’architetto Floriano Ambrosini, il complesso venne successivamente ammodernato. Di fianco al sostegno sfocia il corso d’acqua formato, a partire dal piazzale interno dell’autostazione, dalla confluenza sotterranea del canale delle Moline e del torrente Aposa.

Dalla Bova il Navile raggiunge via de’ Carracci, che sottopassa, quindi seguendo un percorso interposto fra le vie dell’Arcoveggio e della Beverara arriva a Corticella dove fino agli anni Trenta del secolo scorso attraccavano ancora le barche. In prossimità di questa località funzionava uno dei più antichi mulini edificati lungo il canale navigabile. Per superare i dislivelli con i natanti mediante l’abbassamento o l’innalzamento dell’acqua, fra Bologna e Corticella il canale Navile era fornito di sei sostegni, detti anche conche, (Bova, Battiferro, Torreggiani, Landi, Grassi, Corticella). I manufatti erano forniti di una casa di manovra per l’apertura e la chiusura dei portoni e di un tornacanale – una sorta di by pass laterale con paratoia – che alimentava il tratto del canale a valle. Per ottenere una migliore tenuta, gradualmente le saracinesche a ghigliottina dei primisostegni furono sostituite con le cosiddette porte vinciane, costituite da battenti ad angolo rivolto controcorrente.

Al fine di dare continuità al passaggio dei cavalli che dal sentiero sull’argine del canale, chiamato restara, trainavano controcorrente le imbarcazioni, alla fine del 1686 nel punto di ricongiunzione dei due rami in cui, poco oltre il sostegno Grassi, era stato diviso il Navile alla fine del XV secolo, sul Canalazzo, non navigabile, venne costruito il cosiddetto Ponte Nuovo. Progettato da Giovanni Battista Torri, il manufatto, in seguito chiamato popolarmente Ponte della Bionda, è stato restaurato fra il 2003 e il 2004 su progetto dell’architetto Francisco Giordano.

Dal Ponte Nuovo il Navile raggiunge il sostegno di Corticella e, poco più a valle, la Chiusetta, ultimo sostegno nel territorio di Bologna. Provvisto di una decina di sostegni distribuiti lungo il percorso (compresi quelli fra Bologna e Corticella), il Navile raggiungeva, come oggi, Bentivoglio dove attorno al 1480 Giovanni II Bentivoglio aveva fatto edificare un castello residenziale adiacente alla preesistente rocca del Ponte Poledrano. Restaurato alla fine del XIX secolo da Alfonso Rubbiani, attualmente ospita i laboratori per le ricerche oncologiche dell’Istituto Ramazzini.

Da Bentivoglio il Navile raggiungeva Malalbergo da cui, in seguito alla costruzione dell’ultimo tratto fra questa località e Pegola, realizzato fra il 1292 e il 1314, la navigazione superiore si innestava nel Canal Morto, inizio della navigazione inferiore. Per unire le due navigazioni – superiore e inferiore – nel 1699 venne realizzato un sostegno nel porto di Malalbergo, sede della Gabella Grossa di Bologna. Attualmente le acque del Navile affluiscono nel fiume Reno fra Malalbergo e Gallo.

CENTRALE IDROTERMOELETTRICA DEL BATTIFERRO

La storia del luogo del Battiferro, detto anche “basse della Beverara”, è talmente articolata che per essere raccontata con precisione bisognerebbe scrivere tantissimo.
Lasciamo ai volenterosi visitatori la voglia della ricerca…
In breve:
le vecchie cronache enunciano che il Sostegno del Battiferro e gli altri situati lungo il corso del Navile fossero presi a modello dal celebre ingegnere francese Riquet che costruì il meraviglioso canale della Linguadoca; ma come si sa molte volte la cronaca sconfina nella leggenda e viceversa…
Infatti la storia locale viene riportata con fatti differenti.
Il nome “Battiferro” derivò sicuramente dall’impianto di un’officina per la lavorazione del ferro e di altri metalli per mezzo di pesanti magli mossi dalla corrente del Canale.
Fin da tempi antichi si producevano lamine e barre del pesante metallo, poi si impiantò una “Magona”, ovvero una fabbrica dove, sempre con magli, si forgiavano vasi di rame.
Fino al 1794 abitarono nella zona un gruppo di frati Cappuccini che nel loro opificio lavoravano un grosso panno a spina, a forma degli antichi bigelli, tantochè si formò l’arte dei Bigellieri, da non confondersi con quella dei Drappieri.
I fabbricati vennero acquistati nell’800 dal marchese Mazzacorati che destinò ad uso di mulino i vari locali.
Successivamente la “Società dello Sviluppo” comprò i molini e le pile dal marchese, costruì il primo nucleo della centrale e aumentò il salto del Canale scavando sul fianco e a valle della caduta un condotto di derivazione per portare acqua ad una turbina.
In un grande locale all’interno della centrale vi erano tre alternatori, uno azionato dalla turbina e gli altri due da quattro caldaie generatrici di vapore.
In seguito, dopo molti decenni, tutto l’impianto venne ceduto all’ENEL.
Dismessa da oltre quarant’anni è in condizioni precarie e fatiscenti; ultimamente un incendio ha fatto si che un’ala dovesse essere persino abbattuta.
Di tutti i macchinari sopravvive soltanto l’enorme turbina, sepolta da montagne di rifiuti.
Si rimane meravigliati dal numero impressionante di condotti, derivazioni, scoli, salti, punti di regolazione che fanno capire la complessità della struttura; lunghissimi e ampi i percorsi sotterranei, molti in volta.

CENTRALE IDROELETTRICA DELLA CANONICA

La centrale, posta nell’alveo del canale, altro non farà che trasformare in energia elettrica il flusso che comunque percorre i canali senza consumare acqua e fornendo alla comunità casalecchiese energia pulita senza aggravi di costi. Il canale e il Consorzio di conseguenza potranno tornare alla vocazione storica assicurando il funzionamento ormai ventennale alla centrale del Cavaticcio e al nuovo impianto della Canonica. A beneficiarne sarà anche, oltre al canale di Reno, tutto il reticolo sotteso, infatti, un elevato flusso garantirà la presenza di acqua imprescindibile per l’igiene ambientale del suolo e del sottosuolo cittadino e, a nord di Bologna, anche per l’agricoltura. Il cittadino potrà godere della presenza nel canale del maggior quantitativo d’acqua possibile in una città che tornerà ad essere, pur lontana da un fiume e dal mare, una città d’acqua (dichiarazione di Carlo de Angelis, presidente del Consorzio della Chiusa di Casalechio e del canale di Reno). Nel 2011 il Comune di Casalecchio di Reno ha approvato il Piano energetico comunale, con il quale ha scelto di condividere appieno l’obiettivo di risparmio energetico formulato dalla Direttiva Europea 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili), impegnandosi per reindirizzare i consumi energetici del territorio comunale verso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Per raggiungere questo risultato sono già state realizzate piattaforme solari di quartiere sugli edifici di proprietà comunale che contribuiranno alla nascita della prima Comunità Solare di cittadini. La centrale idroelettrica della Canonica, che sorge in un sito storico per i Casalecchiesi dove si trovava l’antico Mulino, è un ulteriore tassello nella direzione delle energie rinnovabili. Siamo lieti di aver collaborato con il Consorzio alla realizzazione di quest’opera che sarà oggetto anche di visite didattiche da parte delle scuole. Casalecchio di Reno si pone così tra i comuni della Provincia di Bologna più attivi nell’uso e nella promozione delle fonti alternative di energia grazie agli interventi messi in campo da soggetti pubblici e privati (dichiarazione di Simone Gamberini, Sindaco di Casalecchio di Reno). L’avvio della Centrale Idroelettrica della Canonica è per SIME Energia motivo di grande soddisfazione. Il percorso, iniziato già nel 2007 con l’interessamento del Comune di Casalecchio e del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno ha finalmente avuto il suo compimento. SIME Energia, da sempre impegnata nell’utilizzo razionale dell’energia, è il soggetto privato che ha realizzato l’impianto, investendo le proprie risorse umane e finanziarie per ottenere il risultato prestigioso di ripristinare un utilizzo storico dell’acqua che da secoli percorre il Canale di Reno presso l’antico salto del Mulino della Canonica. La produzione di energia elettrica da una fonte totalmente rinnovabile e pulita per una quantità di circa 2,5 GWh all’anno – corrispondente al consumo di circa 1000 famiglie – consente la riduzione di emissioni di anidride carbonica di almeno 1250 t/anno. L’acqua, che nuovamente scorre in modo abbondante nel Canale di Reno, dà una nuova vita a quella parte di Città che lo costeggia (dichiarazione di Gian Carlo Picotti, Sime Energia).

CENTRALE IDROELETTRICA DEL CAVATICCIO

Inserimento della nuova centrale nel sistema dei canali

La via principale percorsa dalle acque bolognesi è quella che porta in città parte del Fiume Reno e poi le allontana verso la pianura (secondo il percorso dei Canali di Reno, Cavaticcio, Navile); accanto a questi vi sono una serie di rii collinari dei quali i minori si immettono direttamente nel Canale di Reno, il Ravone lo sovrappassa ma è munito di uno sfioratore che vi versa le acque in piena, l’Aposa versa direttamente nel Navile unito ad un tratto Canale di Reno stesso. Inoltre, nel primo tratto del Canale di Reno, finché esso è vicino al fiume, sono presenti anche diversi scaricatori di fondo e di superficie fra cui il maggiore (Canonica) posto immediatamente a valle di un primo salto del Canale sfruttato da un piccolo impianto idroelettrico privato. Più a valle, dal Canale di Reno partono altre canalette (Ghisiliera, Lame, Moline) che, come il Canale Navile, ne distribuiscono l’acqua verso la pianura bolognese, ove viene utilizzata soprattutto per irrigazione. In città, o meglio nel suo sottosuolo, vi è anche il complesso reticolo delle fognature urbane: è un sistema misto (acque di scarico e piovane) i cui sfioratori versano in gran parte nel Navile che è anche il recapito degli scarichi dell’impianto di depurazione, posto a Corticella, che tratta le portate di magra del sistema fognario. Con l’entrata in unzione della nuova centrale idroelettrica del Cavaticcio questo complicato sistema idraulico nascosto vede enormemente aumentate le utilizzazioni idroelettriche e pertanto mutati gli obiettivi per la sua gestione; il Canale di Reno dovrebbe normalmente prelevare dal fiume la massima portata possibile per alimentare le utilizzazioni idroelettriche proprie e scaricare nei canali di valle acqua pulita per i successivi usi irrigui e per diluire gli scarichi del depuratore; nello stesso tempo, durante gli acquazzoni sulla città e sulle colline, il prelievo va ridotto o annullato per non aggravare ulteriormente la sicurezza idraulica del sistema scolante: in effetti, lo sviluppo urbanistico ha finito per incrementare notevolmente l’impermeabilizzazione dei suoli e quindi le portate di piena che fognature e rii collinari riversano nel Canale di Reno e Navile, e nello stesso tempo ha reso meno tollerabili eventuali fenomeni di esondazione dai canali e di rifiuto dalle fognature. Per una buona gestione del sistema suddetto è necessario poter arrestare con gran rapidità la portata di Reno che alimenta il Canale omonimo, in modo da garantire la sicurezza sul Canale stesso ed anche sul Canale Navile; a questo scopo contemporaneamente alla messa in funzione della Centrale del Cavaticcio si è preferito prevedere il rifacimento dello scaricatore della Canonica, che era stato distrutto dai bombardamenti bellici e non più ripristinato; in questo modo si rende anche possibile il funzionamento del primo tronco del Canale (dalla Chiusa al salto della Canonica compreso) quando il secondo non volesse ricevere acqua, per sicurezza o manutenzione.  Il nuovo scaricatore della Canonica è chiuso nel suo estremo superiore da una paratoia a settore, aprendo la quale è possibile immettere tutta l’acqua proveniente da monte (ed anche un po’ di quella che era già proseguita verso il centro cittadino) nella canaletta di scarico larga 5 metri che la riversa in Reno con una serie di salti finali. Sempre per migliorare la gestione, sono state completamente rinnovate le paratoie di regolazione poste nell’ex Mulino della Grada; anzi, si è preferito lasciare invariate quelle vecchie esistenti a monte del Mulino e costruirne delle nuove (due in parallelo, in acciaio, piane a scivolamento verticale) immediatamente a valle del Mulino stesso, sotto Via della Grada. In un breve tratto di Via Riva di Reno in Canale è stato scoperto per inserirvi le nuove griglie allo scopo di impedire al materiale grossolano (foglie e bottiglie di plastica e di vetro, ma anche lavatrici, scooters, vecchi materassi) di proseguire e che potrebbe rovinare le pale della turbina. La griglia è costituita da profilati in acciaio disposti in verticale “a rastrello” e trascinati meccanicamente; così facendo si ha una raschiatura dal basso verso l’alto, scaricando il materiale trascinato su un nastro trasportatore che, sottopassando la Via, lo porta in un locale di servizio (all’interno della ex Manifattura Tabacchi) ove viene scaricato entro normali cassonetti per i rifiuti.

Il funzionamento idraulico della Centrale

La centrale del Cavaticcio è costituita da tre circuiti idraulici in parallelo, in cui l’acqua “salta” dal Cavaticcio alto a quello basso:

1) l’unico circuito preesistente era lo scivolo a due canne che immette nella vasca di dissipazione; per permettere la chiusura parziale o totale di questa via, al suo estremo di monte ora è stata montata una paratoia a clapet (paratoia piana ruotante su asse orizzontale alto); dallo scivolo può passare una portata fino a 30 metri cubi/s

2) la turbina, ovvero la nuova via percorrendo la quale la potenza della corrente idraulica viene trasformata in potenza elettrica; lungo questa via l’acqua passa attraverso una valvola a farfalla poi attraverso le palette del distributore che deviano la corrente in modo da costringere l’acqua ad acquisire una forte velocità rotatoria; seguono le pale mobili dell’elica che ridevano la corrente in modo da annullare il moto rotatorio indotto dal distributore, e nel fare ciò trasmettono una grande coppia all’albero motore; segue infine un “diffusore” in cui la velocità dell’acqua viene progressivamente ridotta a valori normali per scaricarla nel Cavaticcio a valle; la portata che può passare dal circuito turbina varia da 5 a 15 metri cubi/s

3) un altro scarico dissipatore, per portate fino a 5 metri cubi/s, dotato di una valvola a getto conico, dal funzionamento più regolare e meno rumoroso rispetto allo scivolo

Nel funzionamento normale della centrale, la portata passa esclusivamente attraverso la turbina, per massimizzare la produzione di energia elettrica. Quando la portata è troppo modesta, la turbina viene chiusa ed aperto al suo posto il piccolo scarico dissipatore; quest’ultimo verrà anche aperto insieme alla turbina quando la portata fosse leggermente superiore al livello massimo; il clapet viene invece aperto quando la centrale va fuori servizio; per non provocare nel Canale di Reno livelli eccessivi, si lascia che il clapet si spalanchi sotto la spinta dell’acqua stessa. Inoltre la centrale lascerà passare la portata necessaria per far sì che il livello dell’acqua nella sezione terminale del Canale di Reno rimanga sempre ottimale; non troppo basso per alimentare il Canale delle Moline e affinché non entri aria nel Cavaticcio, non troppo alto affinché l’acqua non tocchi le travi di copertura. L’altezza del salto è di 14,3 metri che consente di produrre una potenza massima di 1890 kW; l’albero della turbina gira con una velocità ridotta e pertanto per non avere un alternatore altrettanto lento, si è interposto un moltiplicatore di giri meccanico; l’alternatore, sincrono a 4 coppie di poli, produce energia elettrica a bassa tensione, che poi per facilitarne il trasporto viene elevata da un trasformatore prima di essere immessa nella rete ENEL. L’energia elettrica immessa verrà scontata da quella che il Comune preleva dalla rete stessa. La quantità di energia che l’impianto è in grado di produrre dipende essenzialmente dalla quantità di acqua disponibile; mediamente il sistema funzionerà per circa 4 mesi a portata massima, per altri 4 a portata variabile tra la massima e la minima ed infine per 4 mesi, concentrati nella stagione estiva, la produzione si azzera. Complessivamente le stime portano a valutare una produzione annua attorno a 8 milioni di kWh, equivalenti al consumo domestico di 8000 persone.

Caratteristiche civili ed impiantistiche della Centrale

La centrale è stata ovviamente costruita nei pressi del salto che il canale Cavaticcio compie attraversando interrato il Largo Caduti del Lavoro a Bologna (o Piazzetta). Questo salto corrisponde alla differenza di quota tra il Canale di Reno ed il vecchio Porto, che costituiva il punto di arrivo verso monte del Canale Navile. Rispetto al livello medio della Piazzetta il fondo della turbina è ad una profondità di 19 metri. Per poter effettuare in sicurezza tutti i lavori e non creare danni ai notevoli edifici circostanti, si è creata una scatola rettangolare in calcestruzzo gettato in una fossa piena di fanghi bentonitici (il fango bentonitico, altro non è che acqua miscelata a bentonite, minerale argilloso che trova impiego anche nell’edilizia, come impermeabilizzante, si tratta di un’argilla con elevate caratteristiche colloidali. La sua peculiarità è quella di gonfiarsi a contatto con acqua, fino ad arrivare ad occupare un volume di molte volte superiore rispetto il minerale a secco. È in grado di sviluppare tixotropìa anche con minime quantità di acqua spinti fino alla profondità di 24 metri). Tale scatola viene a costituire il perimetro dell’edificio della Centrale. La Centrale risulta in definitiva composta da due vani: vano turbina e vano servizi; il primo vano, a forma di “L” è costituito dal pozzo turbina dove è stato calato il macchinario più pesante e ingombrante e da un locale adibito alla manovra e allo stoccaggio dei panconi di chiusura valle; il secondo è occupato dalle tre sale quadri, sovrapposte per tenere appositamente separati i circuiti di controllo, i circuiti di potenza e le linee acqua ed olio, secondo la seguente disposizione:

I piano: locale di scambio con l’ENEL, sala quadri di controllo e comando (con annessi locali clapet e toilette)

II piano: sala trasformatori, sala quadri di potenza (6 kV, 15 kV)

III piano: sala centraline olio, acqua, filtri e idrociclone

Ventilazione della struttura

Le necessità di ricambio d’aria di una centrale interrata derivano da tre fattori: deumidificazione dei locali per assicurare il corretto funzionamento e mantenimento degli equipaggiamenti, aria fresca per la salute degli operatori, asportazione del calore dissipato dai vari elementi impiantistici. Per i primi due aspetti si è individuata una portata di aria necessaria variabile tra 2000 e 5000 metri cubi/h più un flusso di emergenza di altri 5000 metri cubi/h, dimensionando le varie apparecchiature e i passaggi d’aria per 10000 metri cubi/h. L’aria fresca viene aspirata all’altezza di 3 metri dal piano della Piazza tramite una torretta contenente un silenziatore, a valle della quale sono ubicati due ventilatori uguali da 5000 + 5000 metri cubi/h. Transitando in tre serrande tagliafuoco ad azionamento automatico l’aria viene immessa separatamente nelle tre sale quadri attraverso 12 bocchette regolabili. Altre 12 bocchette di espulsione consentono di riprendere l’aria ancora non troppo calda e di farla penetrare, per mezzo di altri due ventilatori da 5000 + 5000 metri cubi/h nel box dei trasformatori, che è il locale più caldo della Centrale. L’aria che esce dalla sala trasformatori viene deviata nell’ampio volume della sala macchine per il necessario ricambio d’aria e l’asportazione del poco calore emesso dal moltiplicatore. In coda all’impianto altri due ventilatori, sempre da 5000 + 5000 metri cubi/h, provvedono all’espulsione dell’aria attraverso un silenziatore.

Impianto antincendio

La particolare collocazione urbana, unita alla gestione non presidiata, ha consigliato l’adozione di un efficiente sistema di rilevazione d’incendio e di spegnimento automatico. Il sistema è costituito da 14 rilevatori ottici di fumo, disposti nei punti più significativi dell’impianto e da una centrale di rilevazione a microprocessore con alimentazione in corrente continua separata. L’impianto di spegnimento automatico è costituito da 3 bombole ad alta pressione in grado di scaricare in 10 secondi separatamente nelle tre sale quadri una quantità di Halon sufficiente a raggiungere una concentrazione del 5% a 20 °C.

Durante la Seconda Guerra Mondiale un tratto sotterraneo del canale venne utilizzato come rifugio antiaereo di fortuna, non rientrando in nessuna delle classificazioni ufficiali. Fu centrato per ben due volte da ordigni sganciati da veivoli Alleati il 25.9.1943 e il 22.3.1944; a ricordo del tragico evento una grande lapide fu murata in una laterale di Via Marconi, poi rimossa e sostituita dall’attuale visibile in Via Leopardi. Per la seconda incursione, quella più devastante, vi sono le relazioni tecniche rilasciate dall’allora geometra del Comune di Bologna accorso subito dopo il tragico evento.

CENTRALE IDROVORA DI SAIARINO

  • Gli albori e l’etá romana

  • Il Fiume Po (Padus) era conosciuto nell’antichitá col nome di Eridano. In epoca romana il corso superiore del Padus non era molto diverso da quello attuale: a Bondeno si incrociava con lo Scultenna (odierno Panaro), avanzando infine fino all’altezza di Ferraria. Qui cominciava il delta vero e proprio.
  • Il greco Polibio descrive il delta del Po formato da tre rami, che si separano in una localita’ detta “Trigaboli”: il primo detto “Olana” (Po di Volano),ed il secondo a Sud, chiamato “Padoa” (Po antico).
  • Il terzo ramo, di cui Polibio non cita il nome e’probabilmente quello passante per Copparo.
  • In posizione arretrata rispetto a Trigaboli vi era un quarto ramo, che assumera’ importanza solo a partire dall’ottavo secolo, col nome di Primarius (l’attuale Po di Primaro).
  • La grande pianura solcata dal Reno era ricca di foreste e specchi d’acqua circondati da terreni fertili; i romani erano usi assegnare questi territori alle famiglie dei veterani, applicando il metodo della centuriazione. La prima operazione consisteva nel dividere l’area con due linee principali: il decumanus ed il cardo, tra loro perpendicolari. In seguito venivano tracciati i decumani e cardini secondari, paralleli ai primi. Ne risultava un reticolo ad area quadrata che veniva ancora suddiviso in 100 areole, chiamate heredium.
    A sua volta, l’heredium poteva ancora essere diviso a metá, formando due campi rettangolari, con il lato minore di 35,5 m., dimensione che ancor oggi si riscontra negli appezzamenti di pianura.L’agro centuriato si estese per tutta la fascia pianeggiante: oltre ad una fitta rete scolante, i romani realizzarono grandi opere come l’acquedotto di Bononia, costruito in galleria e che ancor oggi alimenta la cittá.
  • Molti itinerari – che si possono ricostruire leggendo la Tavola Peutingeriana – seguivano il corso di fiumi o canali, come la via “per Padum”, la via Aemilia Minor, il canale della Fossa Augusta
    • L’etá medievale

    • Le invasioni barbariche, la crisi dell’agricoltura e gli eventi climatici di carattere straordinario, provocarono notevoli variazioni del territorio: scomparirono importanti centri abitati, vennero cancellati interi tracciati delle strade consiliari romane. Nell’alto Medioevo, si verificó un ulteriore avanzamento della linea di costa, che compromise anche la funzionalitá del porto di Ravenna.
    • Intorno al VI secolo ebbe origine il secondo grande dosso fluviale del Reno, vicino all’odierna Bertalia. Nello stesso periodo, sono deducibili eventi alluvionali di notevoli proporzioni, tanto é vero che il piano viabile romano della via Emilia a Bologna é oggi interrato di quasi 2,5 m. L’attivitá del nuovo Reno, si sviluppó in direzione di Trebbo, Casadio, Malacappa e Castel d’Argile, passando immediatamente a destra di Pieve di Cento.
      Nel territorio della Bassa Padana, i primi a realizzare interventi di bonifica e di difesa idraulica furono i Benedettini, che, con modeste arginature e rudimentali opere di regolazione, iniziarono nel X secolo la bonifica dell’”Isola Pompos” (territorio fra Goro, Volano ed il mare).I lavori erano affidati alle popolazioni, con le quali i Benedettini stipulavano contratti di enfiteusi dalla durata lunghissima ed anche ereditaria, ma con l’obbligo di manutenere i canali e le opere realizzate. Altri contratti erano il “patto agrario”, con durata tra i 50 e i 70 anni, ed il “terratico”, con beni in natura o in denaro.
    • Delle opere dei Benedettini resta segno nelle pievi, che ancora sorgono sul territorio bonificato (come Argenta, Nonantola…).
    • Si puó in generale affermare che, nel periodo dopo la rotta di Ficarolo, le valli della bassa pianura, naturale recapito dei torrenti appenninici, subirono un processo di progressivo ampliamento che sarebbe durato fino alla fine del ’700.
    • L’attivitá agricola del territorio di Pomposa é documentata negli “Statuti Pomposiani”, nei quali si trovano norme per il disboscamento, pratica che ebbe un enorme sviluppo attorno all’anno 1000 e che veniva svolta, non solo per portare a coltivazione nuove terre, ma per disporre del legname da riscaldamento e da costruzione ed anche per diradare le boscaglie allo scopo di difendersi dai lupi e dai banditi che le infestavano.
    • Anche a Nonantola i Benedettini svolsero un’intensa attivitá bonificatoria fin dal 749, anno in cui Astolfo, re dei Longobardi, donó ad Anselmo, Abate di Nonantola, il territorio compreso tra Crevalcore e Cento, esteso poi nel XII secolo fino a Bondeno.
    • Nell’Alto Medio Evo era dominante un rapporto pattizio tra l’Autoritá costituita, che aveva realizzato le opere principali, e il singolo privato. E’ probabile che anche nel territorio di Bologna fossero diffuse le stesse consuetudini di cui esiste documentazione nei territori di Nonantola e Pomposa, dove le abbazie benedettine davano i terreni bonificati in uso ai privati, con contratti di “enfiteusi” o di “livello”, nei quali era espresso l’obbligo del concessionario di mantenere i canali e i manufatti di regolazione delle acque e, quasi sempre, di migliorare i terreni con opere di sistemazione.
    • Cenni in proposito si trovano negli Statuti Bolognesi del XIII secolo e nello Statuto Ferrarese di Obizzo d’Este, dello stesso periodo. Piú avanti, col costituirsi di nuove forme di Autoritá politica, in particolare le Signorie, i rapporti pattizi furono superati e il costo delle opere di bonifica fu trasformato in un contributo fiscale o parafiscale.
    • L’equilibrio del sistema idraulico della pianura fu sconvolto dalle grandi rotte del Po a Ficarolo, nel 1152 e nel 1192. Il Po si aprí un nuovo alveo, chiamato Po Grande e Po di Venezia, con un corso piú ampio, piú breve e piú veloce (perchè con maggiore pendenza) verso il mare. Le acque confluenti nel ramo che poi si divideva in Volano e Primaro diminuirono fortemente e si ebbe, come conseguenza, un calo delle acque paludose in destra del Primaro e la riduzione della Padusa. I corsi d’acqua appenninici si avvicinarono sempre piú al Primaro.
    • L’economia fluviale di importanti centri come Argenta si trasformó in economia rurale e valliva.
    • Dopo la rotta di Ficarolo, i bolognesi costruirono uno sbarramento ed un canale di derivazione dal fiume Reno (canale di Reno) per creare forza motrice per molini ed opifici ed alimentare vie navigabili a valle. Nel 1208 venne costruita, a spese del comune di Bologna, la prima chiusa stabile in legno a Casalecchio.
      Grande portata ebbe poi l’accordo con cui il Comune acquistó dai Ramisani (proprietari di rami di fiume e mulini) il diritto di derivare una grande portata d’acqua per alimentare il reticolo cittadino. Giá nel 1221 si aveva notizia dell’inizio della costruzione del canale Naviglio (Navile); e nel 1250, gli statuti bolognesi davano notizia dell’intervento di costruzione del suo ultimo tratto, che dal “… flumine Rheni…” giunge fino “… ad caput fluminis Idicis” (S. Pietro Capofiume).
    • Nel 1224, intanto, era stata realizzata una derivazione dal Savena a S. Ruffillo. Nel 1271 era addirittura possibile la navigazione interna diretta fra Bologna e Venezia.
    • Altri eventi traumatici che coinvolgevano il corso del Reno sconvolsero la vita della pianura: la Rotta di Voltareno, attorno alla metá del 1000, l’alluvione di Argelato nel 1220, la diversione che nel 1240 condusse il Reno fino all’immissione nel Panaro. Alla fine del ’200, una grande alluvione causó la distruzione del ponte di Casalecchio, con rotte di argini e allagamento di campagne.
    • Dopo la rotta di Ficarolo il delta si sviluppó solo a Nord, sospinto dalle torbide del Po Grande. Ció indusse la cittá di Bologna ad arginare i fiumi e ad immetterli nel Po di Primaro, liberando dalle acque vaste zone nella bassa.
    • Nel XV secolo furono inalveati Santerno, Lamone, Senio, Sillaro, Quaderna, Gaiana e Savena. Nel 1522 il Reno fu immesso a monte della cittá di Ferrara: ció portó gravi conseguenze per la cittá. Le acque del Reno provocarono l’interrimento del Po di Primaro.
    • Gli sforzi di escavazione dell’alveo, gli Estensi prima e il governo Pontificio poi (la Grande Escavazione Clementina), non ristabilirono l’equilibrio perduto. Tant’é che alla fine del secolo XVI, i fiumi e torrenti appenninici immessi nel Primaro furono disalveati, e la palude occupó di nuovo le aree che erano state messe a coltura.
    • Questa volta il danno economico colpí il territorio bolognese e comportó, fra l’altro, l’interruzione della navigazione diretta tra Bologna e Ferrara, attraverso il Canale Navile.
    • Tra il 1400 e il 1700

    • Le istituzioni avevano sempre chiesto per le bonifiche il contributo diretto degli “Interessati” che godendo dei benefici delle opere, erano tenuti a contribuire alla costruzione ed alla conservazione delle opere in proporzione al valore dei loro immobili.
    • Nel 1580 gli Este a Ferrara istituirono la “Conservatoria della Bonificazione”, un inventario delle proprietá dei terreni bonificati, ai quali era attribuito un certo estimo, ovvero un reddito in diretta connessione col valore degli stessi. Nella zona del Polesine di Ferrara, esisteva un Libro dell’Estimo, da cui si desumevano i contributi pagati dai proprietari per l’esercizio e il mantenimento della ricca rete di canali.
    • Per lo stesso motivo furono istituite dallo Stato Pontificio le Congregazioni di Scolo, che provvedevano alla manutenzione dei corsi d’acqua ed al riparto delle spese fra i possidenti.
    • Le varie Congregazioni dei diversi i corsi d’acqua del territorio bolognese – che provvedevano alla gestione delle acque, definivano le spese e le ripartivano tra i possidenti dei terreni – facevano capo all’autoritá dell’Assunteria dei Confini e delle Acque.
    • Nel 1599, i Veneziani imposero al Papa subentrato agli Este il taglio del Po Grande a Porto Viro, per impedire che le torbide del fiume provocassero l’interrimento della laguna. A causa di questo intervento, si formó il nuovo alveo con foce nella sacca di Goro.
    • Eseguiti i lavori, fu istituita la “Conservatoria della Bonificazione”, presso la quale era conservato il Catasto dei possidenti.
    • l primo grande intervento di bonifica in senso moderno, con scavo di canali e costruzione di strade, fu la bonifica del Polesine di Casaglia, voluta da Borso d’Este nel 1460; tra il 1471 ed il 1505 Ercole I d’Este terminó la bonifica della valle Sanmartina.Verso il 1500, Giovanni II Bentivoglio promosse l’escavazione del Cavamento Palata, un collettore di acque dei terreni bassi di S. Agata, Crevalcore e S. Giovanni in Persiceto.
    • Molte zone paludose, in sinistra di Reno, furono bonificate dalle Partecipanze, particolare forma di proprietá collettiva, nata nel XIV secolo, che prevedeva la suddivisione periodica degli appezzamenti di terreno fra gli aventi diritto, cioè i primogeniti maschi.
      Nel 1559, Ercole II d’Este inizió la bonifica del Polesine di Ferrara o di S. Giovanni, che, tra l’altro, prevedeva la realizzazione di 33 km di canali, 42 ponti in muratura, strade e chiaviche a porte vinciane.
    • Nel 1570 Emilio Zambeccari e i Pepoli si associarono per 30 anni, al solo scopo di bonificare e coltivare i terreni della comunitá di S. Giovanni in Persiceto.
    • La prima bonifica impostata sul moderno criterio di ripartizione delle spese fu quella voluta da Papa Gregorio XIII per il territorio fra il Lamone, il Po di Primaro, il mare e la via Faentina, nel 1578.
    • L’approvvigionamento idrico e le fonti energetiche di Bologna furono assicurate dal collegamento tra la chiusa sul Reno a Casalecchio e quella sul Savena a S.Ruffillo, attraverso una fitta rete di canali cittadini.
    • La chiusa di Casalecchio, con la sua traversa fluviale in mattoni bolognesi, collegata alla chiavica con paratoia ed al relativo canale di derivazione, il Canale di Reno, fu ricostruita nel 1367 dal Cardinal Legato Albornoz.
    • Il canale di Reno entrava in cittá alla chiesa della Grada, e lungo il suo percorso, serviva per i maceri, per alimentare impianti produttivi, molini da grano, torchi, macine e filatoi.
    • Per utilizzare la forza cinetica, nel tratto di canale delle Moline erano poste grandi ruote al livello dell’acqua. Sulle sponde dei canali erano collocate chiaviche private, delle famiglie piú facoltose di Bologna, e chiaviche pubbliche, utili per alimentare i lavatoi o per diluire le acque luride delle latrine.
    • Il Canale di Savena dalla chiusa di S.Ruffillo scendeva fino alle porte della cittá, alimentando lungo il percorso diversi molini da grano ed irrigando orti e prati.
    • Da porta Castiglione si divideva in due rami, il primo per via Castiglione ed il secondo per via Fiaccacollo (via Rialto), fino ad incontrare il T. Aposa fra via Belle Arti e via Oberdan. Il reticolo idraulico si estese anche oltre le mura, per sostenere le attivitá della seta e dei molini: a metá del sec. XVI Bologna era una delle cittá piú popolate d’Europa, e gran parte dei suoi 60.000 abitanti viveva appunto sull’industria molitoria e della seta. In caso di siccitá del Reno erano grandi i problemi per la produzione industriale e quella agro-alimentare, basate sull’energia meccanica ottenuta dalle ruote idrauliche.
      La storia del Navile inizió quando, nel 1490, Giovanni II Bentivoglio decise di realizzare un Porto per la cittá di Bologna.
    • Il progetto Brambilla prevedeva la costruzione di due sostegni – manufatti che permettevano ai natanti di risalire la corrente – , “Battiferro” e “Grassi”, ricavati su un canale parallelo al Navile detto “i Fossetti”.
    • L’inaugurazione del Navile avvenne il 10 gennaio 1494, con un corteo di barche dei Bentivoglio e della nobiltá bolognese. Nonostante la ristrutturazione, il Navile risentí dei problemi di interrimento e di scarso afflusso d’acqua che lo avevano sempre condizionato; inoltre i sostegni, costruiti con palificate di legno, erano infissi su terreno poco resistente, e quindi destinati ad un rapido degrado.
    • Nel 1515 fu ricostruito il porto di Corticella sul Navile e nel 1540 furono realizzati tre nuovi sostegni sul Navile – Corticella, Grassi, Battiferro-, e definitivamente sistemato il Porto di Bologna.
      A testimonianza dell’efficienza delle vie di navigazione venne istituito nel 1554 il “Corriere” Venezia-Bologna con viaggi due volte la settimana (Martedí e Sabato) e percorso Navile, Valli di Masi, ad est di Malalbergo, Po di Primaro, Mare.
    • Nel 1560 furono costruiti altri due sostegni, Torregiani e Landi, e nel 1594 quello della Bova.
    • Nel 1622 il Cardinal Capponi, sovrintendente generale della Bonifica, per risolvere il problema del Reno pensó di far immettere lo stesso e il Panaro, lungo il vecchio alveo di quest’ultimo, in Po alla Stellata. Nel 1678 Camillo Sacenti compiló una carta con la “geografia de territorio”.
    • Nel 1693, durante un convegno di studi a Bologna, furono proposte diverse soluzioni, tra le quali:
      • la linea “di valle in valle”, di G. B. Aleotti
      • il collegamento da Pieve di Cento a S. Giorgio di Ferrara, di Corsini
      • il collegamento diretto dal Trebbo fino alla foce del Savio, del matematico Corradi
      • collegamento da Trebbo alla Riccardina nell’Idice e da qui nel Primaro
    • Sembró imporsi la soluzione Guglielmini, che collegava il Reno dalla Botte di Cuccagna al Po di Lombardia a Bondeno, e successivamente la sua variante proposta dal Cassini, ma nessuna soluzione fu mai applicata.
    • Nel 1740 salí al soglio pontificio il bolognese Prospero Lambertini, col nome di Benedetto XIV.
    • Benedetto XIV, che conosceva bene la grave situazione della bassa bolognese, anche perché la sua famiglia possedeva delle tenute al Poggio, decise di costruire un canale per scolare le acque delle valli del Poggio e di Malalbergo nel Primaro, raccogliendo anche le acque dell’Idice.
    • L’ordine, dato al Card. Alberoni, fu eseguito dal 1745 al 1749 dal Cardinal Doria. Il canale fu detto “Cavo Benedettino”.
    • Per la realizzazione del Cavo Benedettino fu istituita una apposita Congregazione, con il compito di amministrare il fondo di 68000 scudi messo a disposizione della Camera Apostolica, fondo detenuto nel” Monte Giulio III”, istituito nel 1551, nonché di provvedere al riparto delle spese eccedenti le disponibilitá.
    • Con la Congregazione Benedettina i problemi delle acque, gestiti fino a quel momento con criteri del tutto privatistici, vennero affrontati in modo nuovo.
    • La Congregazione Benedettina estese il proprio interesse a tutte le acque della Legazione Bolognese, assumendo il nome di “Sacra Congregazione delle Acque”, con compiti operativi e di riparto delle spese di costruzione e manutenzione in materia d’acque.
    • Il potere temporale del Papa nel Bolognese si basava su alcune istituzioni politiche: il Senato, per gli affari politici, l’Assunteria della Gabella Grossa – Ente esattore delle tasse e dei dazi per conto del Senato cittadino – che esercitava il controllo attraverso l’Assunteria di Gabella. La manutenzione delle strutture principali era effettuata con il danaro versato alla Gabella Grossa.
    • Per le questioni finanziarie e fiscali,Il potere si basava sull’Assunteria dei Confini e Acque, braccio piú tecnico che si occupava della regolazione delle acque e del controllo politico sulle diverse Congregazioni.
    • L’Assunteria dei Confini e Acque fu operativa dal 1589 al 1716 data in cui il Senato Bolognese decretó la separazione degli affari d’Acqua da quelli dei Confini.
    • Le ingenti spese sostenute e l’elevato debito pubblico contratto con il Monte Sussidio d’Acque, che si sommava a quello non ancora estinto con il Monte Benedettino, spinsero il Boncompagni, Cardinale Legato a Bologna, ad attivare nel 1752 il Catasto degli immobili, con l’intendimento di tassare tutte le categorie di possidenti, nobili compresi ,fino ad allora esenti da pesi fiscali.
    • Il Cavo Benedettino fu una soluzione di breve periodo: nel 1750, la rotta del Reno interró il cavo.
    • Nel 1760, Clemente XIII nominó una nuova commissione, che rilevó altre tre possibili linee:
      • collegamento dalla rotta Panfilia al Cavo Benedettino, e da qui nel Primaro, proposta da G. Manfredi
      • collegamento dalla volta Sampieri per Minerbio, Durazzo e S. Alberto, proposta dal Bertaglia
      • la cosiddetta “linea superiore”, da Malacappa per Ca’ de Fabbri, Selva, Portonovo e S. Alberto, proposta da Fantoni e Santini.
    • Rovine e liti continuarono fino a che non si nominó una Commissione Pontificia, di cui l’abate Lecchi divenne Direttore. Il progetto Lecchi-Boncompagni prevedeva:
      • l’inalveamento del Reno dalla Panfilia al Cavo Benedettino
      • la riescavazione del Cavo Benedettino
      • la realizzazione del Drizzagno Martelli
      • l’immissione del Navile in Reno a Passo Segni
    • Nella seconda metá del XVIII secolo i lavori di regimazione delle acque condotti secondo il progetto Lecchi-Boncompagni, portarono ad un nuovo assetto idraulico della pianura bolognese.
    • L’etá napoleonica

    • Il periodo napoleonico fu molto importante, perché avvió la riorganizzazione indispensabile per la soluzione dei problemi idraulici del territorio.
    • In primo luogo, le legazioni pontificie furono soppresse e furono create le province. Bologna, insieme a Ferrara e Ravenna divennero province.
    • La Sacra Congregazione delle Acque veniva sostituita dal Magistrato delle Acque che assumeva in proprio l’onere della costruzione e manutenzione dei fiumi e torrenti arginati. La provincia di Bologna veniva suddivisa in 6 “Circondari Idraulici” e precisamente:
      • 1. Circondario- Cavamento Palata – fra il confine occidentale della provincia di Bologna ed il T.Samoggia
      • 2. Circondario- Dosolo – fra il T.Samoggia ed il F.Reno
      • 3. Circondario – Riolo e Calcarata – fra il F.Reno ed il Canale Navile
      • 4. Circondario- Canale della Botte – fra il Canale Navile, il vecchio alveo dell’Idice
      • 5. Circondario- Saiarino e area compresa fra Idice e Quaderna
      • 6. Circondario- Garda e Menata, fra il Quaderna ed il Sillaro
    • In ogni Circondario era istituito il “Consorzio” dei proprietari degli immobili che aveva il compito di manutenzione del reticolo idraulico minore e di riparto delle spese sostenute tra gli stessi proprietari. Ogni consorzio esprimeva una propria rappresentanza politica nella Delegazione.
    • L’Italia preunitaria

    • L’organizzazione territoriale stabilita nella breve epoca napoleonica diede ottimi risultati, tant’é che fu mantenuta quando lo Stato pontificio si riapproprió del territorio di Bologna.
    • Nel “Regolamento dei Lavori pubblici di Acque e Strade”, emanato nel 1817, i Circondari di scolo vennero mantenuti, mentre si cambió semplicemente nome al Magistrato delle Acque, che divenne Sacra Congregazione delle Acque, con Congregazioni minori per ogni Circondario, al posto dei consorzi.
    • La Sacra Congregazione aggiunse ai 6 Circondari “napoleonici” un settimo, dovuto alla suddivisione in due parti del Quinto Circondario a causa della deviazione dell’Idice avvenuta nel 1816.
    • Il territorio dei Circondari restó delimitato a Sud-Ovest dalla Via Emilia., concorrendo tutti i possidenti di tale area alle spese di manutenzione e di esercizio necessarie alla regimazione delle acque.
    • Il decreto giá ricordato dal Cardinale Albani nel 1825, regolamentó la gestione dei sette Circondari, allo scopo di evitare le controversie che continuamente nascevano (ogni Congregazione cercava di liberare il proprio territorio dalle acque scaricandole su quello vicino).
    • Le acque delle terre alte dilagavano verso valle, ristagnando su oltre 40.000 ettari di terre piú basse, trasformandole cosí in lande paludose. A ció si aggiunga che la situazione idraulica del territorio in sinistra dell’Idice era aggravata dal fatto che le acque torrentizie del Savena Abbandonato e del Canale Navile, sfocianti in Reno con insufficienti arginature, durante le stagioni piovose straripavano anch’esse, aumentando il disagio delle campagne sottostanti.
    • L’Italia unitaria

    • Con l’annessione delle Legazioni Pontificie al Regno d’Italia, le Congregazioni circondariali presero di nuovo il nome di Consorzi,
    • Infatti, con l’avvento dello Stato unitario la bonifica idraulica dei terreni paludosi nasce come primaria esigenza igienica ed ambientale, ancor prima che economica. La prima legge che prevede la riunione obbligatoria dei proprietari di immobili in Consorzi é il Testo unico sulla bonifica, del 22 marzo 1900.
    • Il territorio della bassa pianura bolognese in destra Reno era afflitto da due problemi: il definitivo prosciugamento delle paludi malariche e l’insufficiente scolo naturale dei terreni.
      Alla fine dell’800 infatti il Reno, divenuto pensile in piú punti, aveva reso sempre piú problematico lo scolo delle acque di pianura, consentendo nelle zone basse un’agricoltura basata prevalentemente sulle colture umide. Prima della bonifica oltre 25mila ettari erano sommersi da stagni e paludi e 17mila ettari coltivati a risaia (15mila) o a prato stabile/pascolo (2mila).
    • Nel 1885, a distanza di tre anni dalla promulgazione della legge Baccarini, le opere di bonifica della bassa pianura bolognese e ravennate furono classificate di prima categoria (D.R. 11.10.1885), con contributo dello Stato fino al 75%.
    • Successivamente, la legge 22 marzo 1900, n. 195, istituí i Consorzi speciali per la bonifica delle terre paludose, prevedendo l’affidamento delle opere in concessione ai Consorzi stessi.
    • La rivoluzione della “bonifica meccanica” giunge con la messa a punto di macchine idrauliche per il sollevamento delle acque, dotate di motori elettrici e quindi capaci di rendimenti molto superiori a quelli a vapore e a scoppio.
    • Da quel momento, la situazione delle terre altimetricamente depresse muta radicalmente: lo scolo delle acque puó essere garantito in modo permanente e, per vastissime zone della pianura bolognese, rese asciutte dall’opera di bonifica, si apre la possibilitá di colture nuove piú redditizie e nuovi insediamenti umani.
    • 1909: nasce il Consorzio della Bonifica Renana

    • Nel 1909, con D.R. 11 febbraio, n. 535, cinque dei Circondari del territorio bolognese (come giá si é detto, dal 3^ al 7^) furono riuniti sotto il Consorzio Speciale di Bonifica della Bassa Pianura Bolognese a Destra del Reno, (Bonifica giá classificata di 1° Categoria e iscritta alla Tabella III della Legge 195/1900), denominato “Consorzio della Bonifica Renana”.
    • Tuttavia la soppressione dei 5 Consorzi Idraulici arrivó molto piú tardi, nel 1929, dopo che il Ministero dei Lavori Pubblici aveva approvato lo Statuto del Nuovo Consorzio della Bonifica Renana.
    • Il Consorzio nomina direttore l’ex ingegnere capo del Genio civile di Ferrara, Pietro Pasini e lo incarica della redazione di un progetto generale di sistemazione idraulica della Bassa pianura bolognese. Il progetto viene approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel febbraio del 1914; con il determinante impegno dei proprietari degli immobili che contribuiscono finanziariamente per un quarto della spesa.
    • I lavori hanno inizio in piena Prima Guerra mondiale e, grazie all’uso di tecnologie d’avanguardia e anche al duro lavoro degli scariolanti (braccianti e prigionieri di guerra austriaci), termineranno nel 1925.
    • L’ing. Pasini prevede un comprensorio diviso in due settori: il primo a sinistra dell’Idice, le cui acque confluiscono nel Reno in localitá Beccara; il secondo a destra dell’Idice, con recapito nel torrente Sillaro in localitá Bastia.
    • Viene costruita una rete di nuovi canali, per uno sviluppo complessivo di 858 km, suddivisi in “acque alte” (scolanti a gravitá), e “acque basse” (a sollevamento meccanico). Di grande rilievo la realizzazione delle due idrovore di Saiarino e Vallesanta, dotate di 9 gruppi di pompaggio, con una portata complessiva di circa 75 metri cubi al secondo.
    • Numerosi altri manufatti – le botti sotto il Navile e il Savena e le nuove chiaviche di Reno, Lorgana e Campotto – trovano realizzazione in tempi relativamente brevi, se si tiene conto delle difficoltá dovute alla guerra in corso e ad altri eventi calamitosi, come la disastrosa piena dell’Idice che, nel 1917, allaga Molinella.
    • Il complesso delle opere é inaugurato nel 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III.
    • Nel 1931, con D.M. 2399 del 20 luglio, venne poi approvata la classifica dei beni immobili compresi nel perimetro definito di Bonifica di 1° categoria, rimanendo escluso da tale classificazione il territorio piú tardi denominato III^ Distretto, corrispondente a parte dell’area meridionale dei soppressi Circondari Idraulici, le cui funzioni di esercizio e manutenzione venivano trasferite al Consorzio con R.D. 16 dicembre 1929.
    • Un significativo mutamento avvenne poi alla fine del 1938, quando, a seguito della soppressione del Consorzio di Bonifica della Montagna Bolognese (R.D. 25 agosto 1938), il cui territorio era giá classificato come bacino montano ai sensi del T.U. 30 dicembre 1923, n. 3267, per gli effetti del R.D. 13 febbraio 1933, n. 215, vennero aggregati al territorio consortile i bacini del Sillaro, Sellustra e Medio Santerno.
    • Nello stesso anno il Consorzio assunse la denominazione di “Consorzio della Grande Bonificazione Renana”.
    • Negli anni ’30 proseguono i lavori di completamento del “progetto generale” dell’ing. Pasini. In particolare si decide l’immissione definitiva del torrente Idice in Reno: l’opera, ultimata nel ’38, consente di dare concrete prospettive di utilizzazione agricola al territorio della cassa di colmata d’Idice e Quaderna, in precedenza soggetto a ricorrenti allagamenti.
    • La bonifica integrale

    • Dopo l’approvazione del Regio Decreto 215 del 1933 sulla Bonifica integrale, che amplia i compiti istituzionali dei Consorzi di bonifica, la Renana comincia a realizzare opere di viabilitá, di difesa del suolo collinare e montano, acquedotti e reti di distribuzione irrigua. All’interno dell’organizzazione consortile viene costituito un reparto “Bacini montani” per le vallate a sud della via Emilia.
      Nel primo trentennio del secolo trovano compimento a cura del Consorzio altre grandi opere idrauliche: il canale “Diversivo Navile-Savena”, per contenere le piene del Navile, prodotte dalle acque della cittá di Bologna, la grande chiavica di scarico dell’Idice in Reno, le arginature e i manufatti della Cassa di Colmata d’Idice e Quaderna.
    • Con R.D. 2 marzo 1942 n. 619, al Comprensorio – classificato di 1° Categoria – vennero aggregati i territori tributari dei canali Acquarolo, Fossano, Fossa Marza, Riolo e Centonara, e nel 1952 quelli della Fossa Villa.
    • La seconda guerra mondiale causa gravi danni alle opere di bonifica, obiettivi di grande intesse militare.
    • Con la successiva ricostruzione, accanto alle opere di ripristino dei manufatti distrutti o danneggiati dai bombardamenti aerei e terrestri, il Consorzio elabora un nuovo Piano generale, che prevede l’esecuzione di importanti nuove opere.
    • Tra il 1945 e il ’55 si completa la sistemazione idraulica dei principali corsi d’acqua: Savena, Zena, Idice, Sillaro e Santerno e si provvede alla sistemazione delle aree di collina e montagna con grandi opere di forestazione, viabilitá e approvvigionamento idrico, nonchè al potenziamento delle idrovore, in concomitanza con l’unificazione nazionale delle frequenze elettriche.
    • Si avviano inoltre i primi interventi di distribuzione irrigua alle aziende agricole della bassa pianura. Questi interventi, finanziati in massima parte dal Ministero dell’Agricoltura, contribuiscono a consolidare il territorio di montagna e di collina e a garantire quello di pianura da alluvioni e piene, fornendo servizi a tutta la societá civile insediata sul comprensorio.
    • Con Decreto 18 marzo 1955 venne riconosciuta all’Ente la qualifica di Consorzio di Bonifica Montana ai sensi della Legge 25 luglio 1952, n. 991.
    • L’azione della Renana nel secondo dopoguerra si puó sintetizzare nel binomio “acqua e strada”, premessa di qualunque sviluppo.
    • Trovano cosí realizzazione 300 chilometri di strade che triplicano l’estensione della rete viabile precedente all’attivitá di bonifica. Merita ricordare, fra le strade piú importanti, la Trasversale mediana appenninica, le arterie di fondo Valle Zena, della Val d’Idice, della Val Sellustra e della Val di Savena (completata agli inizi degli anni ´90). Nel 1955 hanno inoltre inizio i lavori per l’approvvigionamento idropotabile del comprensorio: l’”Acquedotto Renano”, in seguito ceduto al Coser (poi Seabo, poi Hera), negli anni ’70, serve dieci Comuni di due Regioni (Emilia e Toscana).
    • Breve ma intensa anche l’attivitá di elettrificazione condotta nelle zone rurali fin dagli anni ’60, con importanti realizzazioni negli alti bacini dell’Idice e del Savena, e nei medi bacini del Sillaro, dell’Idice, dello Zena e del Savena.
    • Nel 1961 il Consorzio assunse la primitiva denominazione di “Consorzio della Bonifica Renana” e, nel 1963, con D.M. 18 dicembre 1963, n. 2787, veniva estesa la classificazione di bonifica integrale anche al territorio pedecollinare, compreso fra quello giá classificato e la Via Emilia.
    • Nel 1964 (D.M. del 12 novembre 1964, n. 13443), il Ministero dell’Agricoltura e Foreste approvó la suddivisione del territorio Consorziale in tre distretti, il 1° corrispondente all’area di pianura giá classificata di Bonifica integrale di 1° Categoria, il 2° comprendente i territori di Montagna giá classificati di Bonifica Integrale di 1° Categoria, ed infine il 3° corrispondente a gran parte dell’area meridionale degli ex Circondari di scolo (non classificati di 1° Categoria). Furono inoltre istituite due Assemblee, una in rappresentanza del 1° e del 3° Distretto (cioé dei proprietari dei beni immobili di pianura) e l’altra in rappresentanza del 2° Distretto.
    • L’evoluzione normativa verso l’attualitá

    • Con il Decreto 616/77 lo Stato delega alle Regioni le competenze in materia di bonifica e irrigazione. La Regione Emilia-Romagna con la legge regionale n.42/84, delibera il riordino istituzionale dei Consorzi, classificando di bonifica tutto il territorio regionale.
    • Il comprensorio della Renana, di conseguenza, si modifica in base al criterio di mantenimento dell’unitá idrografica. Il bacino montano del fiume Santerno viene cosí trasferito alle competenze del Consorzio della Romagna Occidentale, che cede alla Renana quello del T. Correcchio, affluente del Sillaro.
    • Dagli anni ’70, realizzandosi progressivamente l’asta del Canale Emiliano Romagnolo (C.E.R.), il Consorzio programma una serie di incisivi interventi di estensione della rete irrigua, per cui la superficie irrigabile sale da 35.440 ettari del 1970 agli attuali 65.000, di cui circa 56.000 serviti con dotazione continua.
    • Col completamento del C.E.R., nel tratto che attraversa il territorio della Renana, si é reso possibile invasare una vasta rete di canali di scolo alimentata da 35 chiaviche di derivazione a gravitá.
    • L’effetto di tale riempimento di canali contribuisce efficacemente all’alimentazione della falda freatica superficiale con impatto certamente favorevole per l’equilibrio ambientale e con beneficio per le attivitá produttive interessate.
    • Nel 1985 veniva approvata la classifica dei terreni compresi nell’ex Cassa di Colmata di Idice e Quaderna, nei Comuni di Molinella ed Argenta (ció a seguito della realizzazione delle opere di bonifica idraulica di quell’area).
    • La classifica di tale territorio diventava operativa nel 1985, in seguito all’approvazione dell’Amministrazione Provinciale di Bologna, Ente delegato dalla Regione Emilia Romagna
    • Infine, nel 1987, fu data attuazione alla Legge regionale n. 42/84, con l’istituzione del nuovo “Consorzio della Bonifica Renana” (Delibera 1665 del 12 novembre 1987) e decreto della Giunta Regionale di delimitazione del Comprensorio consortile (Delibera n. 620 del 19 ottobre 1987) per il riordino dei Consorzi di Bonifica. Con lo stesso, provvedimento veniva aggregato al territorio consortile il bacino di pianura dello scolo Correcchio e Ladello.

CHIESA E CRIPTA DEI S.S VITALE E AGRICOLA

La tradizione afferma che in questo luogo sorgesse l’Arena di Bononia dove si svolgevano i ludi gladiatorii e le esecuzioni capitali.
Questo edificio religioso sorto in epoca paleocristiana fu una delle prime chiese sotterranee.
Fu Sant’Ambrogio, arcivescovo di Milano il primo a celebrare la memoria dei due martiri, Vitale e Agricola, nel suo libro “Exhortatio Virginitatis”.
Con l’ampliarsi della Città troviamo l’edificio dislocato nel 1032 in Via Salaria e nel 1088 assegnata al Quartiere di Porta Salaria.
Dal 1249 a buona parte dell’Ottocento gli ampliamenti, le trasformazioni e le vicende inerenti furono innumerevoli.
Il Monastero fu poi in parte venduto a G.B. Martinetti e trasformato in abitazione signorile con annesso meraviglioso giardino dotato di grotte, ruscelletti e punti di meditazione e ritrovo.
La chiesa per le solennità decennali del SS.Corpo di Cristo, nel 1832 e 1852, fu restaurata come si vede oggi.
Il fronte porticato fu eretto eretto in epoche diverse mentre il campanile attuale fu costruito sopra quello più antico.
Una delle cappelle fu in antico chiesa separata e Parrocchia col titolo di S.Maria degli Angioli; di architettura semplice dicesi costruita da Gaspare Nadi ma non se ne hanno molte notizie e si ricorda solo che nel 1505 fu unita alla chiesa presente.

CHIUSA DI CASALECCHIO DI RENO

L’origine della prima chiusa e della derivazione delle acque del Reno è databile tra il 1000 e il 1191.
Allora era strutturata come una palizzata di grossi legni conficcati nell’alveo fluviale, collegati fra loro da traverse fissate con ferle e funi.
Nel 1250 il Comune di Bologna progettò e costruì una chiusa in pietra che affiancò quella in legno, i cui ruderi sono ancora visibili a valle di quella attuale.
Fu il Cardinale Albornoz ad ordinare nel 1360 la costruzione della chiusa, lunga 158 metri e larga 34.
Si consolidò anche il Canale che fino ad allora era un semplice interrato.
Nel 1367 venne modificato il corso a Bologna fino a raggiungere Via delle Moline.
Grazie anche a questa opera, tra il XIV e il XVII secolo, Bologna divenne predominante nella lavorazione della seta, potendo disporre in grande quantità di energia idraulica fornita da acque e canali.
Nei secoli XV e XVI la Chiusa subì gravi danni e nel 1587 Jacopo Barozzi si occupò dei restauri.
Al Vignola e all’idraulico e fisico bolognese G.Battista Guglielmini si deve l’assetto attuale di Chiusa e Canale.

All’inizio del secolo XX la chiusa di Casalecchio era ancora interamente ricoperta in legno, cioè, su una struttura in muratura era impostata un’intelaiatura di sostegno in legno, su cui era fissata la copertura in tavelle di legno inchiodate. Lo mostra con evidenza un disegno del 1808 allegato ad una perizia fatta preparare per la causa fra i proprietari terrieri Camillo Zambeccari e Francesco Sampieri: quest’ultimo aveva fatto lavori di sistemazione dell’alveo del Reno, contrariamente all’ordine governativo di non erigere steccate nel greto del fiume Reno sia a valle che a monte della chiusa stessa onde impedire gli straripamenti del fiume nei terreni circostanti. La chiusa inoltre interessava completamente l’alveo del fiume, che era stretto entro le sponde; queste a loro volta erano difese da steccate a monte e a valle. L’ing. Francesco Rossi, dell’Ufficio dell’Ingegnere capo di acque e strade (di cui era ingegnere capo tal Giusti), scriveva una relazione al Prefetto del Dipartimento del Reno il 20 giugno 1809 nella quale descriveva la situazione precedente: già il cardinale Archetti, ex Legato di Bologna con il passato regime, aveva proibito ai possidenti frontisti di eseguire lavori arbitrari di difesa dei terreni adiacenti alle sponde. A quel momento ai proprietari era consentito approntare opere di difesa entro una linea segnata in rosso nel disegno, ma non al di fuori, onde non influenzare il corso in modo che l’acqua non entrasse nell’incile del canale.

In seguito manca la documentazione sia nell’archivio del Genio civile sia nell’archivio del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, allora definito Congregazione Consorziale. La documentazione riprende all’incirca alla metà del secolo.

1853: La Società per le Miniere d’Asfalto, rappresentata da Bernardo Erba, con sede a Parigi e Roma, propose alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno di ricoprire la chiusa con asfalto naturale, in modo da eliminare le infiltrazioni d’acqua e garantire una migliore manutenzione. L’ingegnere d’ufficio Pietro Francesco Ghedini il 4 giugno proponeva di coprire il massicciato, evitando così le tavole sovrapposte. Nella seduta del 6 giugno il segretario della Congregazione, Ottavio Tubertini, comunicava all’ingegnere il mandato di assumere maggiori informazioni. Il 9 luglio l’ingegnere chiedeva all’Erba di venire a vedere la chiusa per poter fare un preventivo, gli forniva i dati sulle disponibilità di sassi, legna e carbone per poter trattare l’asfalto e gli comunicava però che durante le piene il fiume trasportava una considerevole quantità di ciottoli, che passavano forzatamente sopra la diga. Ciò significava che lo strato di asfalto non doveva essere sottile, per resistere all’attrito continuato. Non ci sono riscontri sull’effettivo utilizzo in seguito dell’asfalto.

1855: A seguito di una piena sopravvenuta nei giorni precedenti, il 26 settembre l’ingegnere d’ufficio informava la Congregazione che si erano formati due rami nel fiume Reno, uno che si dirigeva direttamente all’incile e un altro che urtava contro il ciglio di ponente della chiusa e contro il magazzino; in tal modo una parte dell’acqua scorreva sulla chiusa e c’era quindi scarsità d’acqua nel canale. L’ingegnere proponeva quindi di costruire un argine di sassi e ghiaia di 20 pertiche per convogliare la corrente verso il canale. La Congregazione decideva di aspettare le piene a venire per prendere provvedimenti.

1862: Dopo l’Unità d’Italia per la prima volta nel 1862 fu avanzata la proposta di rivestire di granito la chiusa, sostituendo il legname, che richiedeva una costante e costosa manutenzione, cioè la sostituzione annuale, durante il periodo di secca, delle tavole deteriorate. La diffusione delle ferrovie e la disponibilità a basso costo di materiali delle cave del nord Italia consigliavano di prendere in considerazione la possibilità di questa sostituzione. Nella seduta di Congregazione del 26 maggio il segretario Claudio Golfieri demandava all’ing. Ghedini di esaminare la proposta avanzata da Floriano e Carlo Vidoni.

1863: In quest’anno fu seriamente presa in considerazione la possibilità di ricoprire, in via di esperimento, una parte dello scivolo della chiusa con granito. Dapprima, il 14 aprile, l’ingegnere d’ufficio comunicò ai delegati consorziali che le piene avevano asportato “un tratto di metri 6,80 della grossa madiera che forma l’estremità, ossia gronda della chiusa, e con essa madiera si è divelta l’assata in una superficie di circa metri quadri ventisei. Un tale guasto, avvenuto nel mezzo circa della chiusa, merita un pronto riparo” e infatti il 29 aprile il guasto era riparato. L’11 luglio i delegati consorziali Luigi Orsoni e Fabio De Maria rivolgevano ai colleghi un promemoria sull’opportunità di sostituire una piccola parte – un metro – del tavolato con granito in modo da verificarne praticamente l’effetto. Il segretario trasmetteva la memoria all’ing. Ghedini insieme all’incarico di preparare il progetto. Il 29 luglio il Ghedini rispondeva proponendo di sostituire una parte maggiore del tavolato, cioè 3 o 4 metri di larghezza. Quanto alla proposta Vidoni del 1862, il Ghedini rilevava che l’intera sostituzione con granito dell’intera superficie (di 5.000 metri quadrati) sarebbe costata almeno 225.000 lire, cioè una cifra altissima, e quindi sottoscriveva la proposta di fare prima un esperimento che comportasse la spesa di 6.000 lire per 4 metri di larghezza della chiusa. Nella sua relazione il Ghedini forniva una sintetica ma efficace descrizione della struttura della chiusa a quei tempi: “Il grandioso manufatto della nostra chiusa in Reno detta di Casalecchio richiede per la sua conservazione di essere coperto di una qualche materia, che impedisca alle acque di fare dei guasti nel massicciato della chiusa stessa, e fin qui le più usate sono state le tavole di legno rovere assicurate con chiodi in sottoposte madiere, e tale sistema si è esperimentato con più maniere di tavole ed anche con differenti qualità di legname, ma è indubitato che ogni anno vi occorrono dei risarcimenti ed anche la rinnovazione di parziali tratti di tavolato”. La Congregazione nella seduta del 29 luglio demandò alla Commissione per la sorveglianza della chiusa di trovare il granito più adatto e conoscerne il costo, in modo da potere in futuro fare l’esperimento.

1864: Il 9 novembre l’ingegnere d’ufficio faceva rilevare alla Congregazione Consorziale che una straordinaria piena verificatasi il 6 precedente aveva divelto il ciglio della chiusa per circa 30 m in prossimità dell’incile del canale ed era anche stata asportata una parte della muratura sottostante. Recuperati poco a valle i tratti divelti del ciglio, il 14 l’ingegnere si era recato in visita alla chiusa per verificare lo stato delle costruzioni annesse e ne riferiva il 16 alla Congregazione. Nel magazzino si era aperta una grossa crepa; nel muro di prolungamento dell’ala sinistra della chiusa occorreva un rialzo, era crollato un gradino di macigno della scala che dal magazzino scendeva al tavolato della chiusa e infine lo scivolo stesso della chiusa per una lunghezza di 38 metri e larghezza di 7 metri era stato privato della copertura con asse. Il 9 dicembre l’ingegnere riferiva sulle riparazioni eseguite, che per la chiusa erano consistite nel rimettere il ciglio divelto; tuttavia solo una parte era stata recuperata e rimontata e restava aperto un lungo varco alle acque, che così sormontavano la chiusa e venivano sottratte al canale. Si era anche provveduto a porre gabbioni di ferro pieni di sassi ai piedi della chiusa per colmare il gorgo che si era formato. Il 14 dicembre l’ingegnere riferiva di aver provveduto ad una sistemazione provvisoria, con una “palafitta di agocchie fatta davanti al petto della chiusa a sostegno di un’assata per chiudere il varco alle acque, riempiendo le cavità anche con gabbioni pieni di sassi, ed in linea al ciglio della chiusa si era posto un lungo trave fermato dall’un capo nel muro di spalla destra della chiusa stessa”. Tuttavia era sopravvenuta una seconda piena, che aveva scompaginato il lavoro appena fatto, che si sarebbe tuttavia potuto rifare appena l’acqua fosse calata.

1865: I lavori per la riparazione della chiusa a seguito delle piene del novembre precedente proseguirono nel 1865: l’11 gennaio l’ingegnere riferiva i risultati di una visita eseguita con il dott. Fabio De Maria, membro della Congregazione. La “bocca”, cioè il varco nella chiusa era stata chiusa con gabbioni pieni di sassi coperti da un tavolato di asse di abete, meno costoso del rovere. Invece il ciglio della chiusa, mancante per circa m 27, non era ancora stato ripristinato. Il 12 gennaio seguente una nuova grande piena aveva in parte vanificato il lavoro fatto, sollevando le tavole per le riparazioni, come rilevava il 16 in una sua lettera l’ingegnere d’ufficio. Lo stesso ing. Ghedini il 9 marzo doveva informare di un’altra ingente piena avvenuta il 7 marzo, piena che aveva di nuovo rovinato i lavori provvisori, divelto e trasportato a valle i legnami e spostato anche i cassoni pieni di sassi. Il 29 aprile si era ribassato il livello del fiume e ciò aveva creato mancanza d’acqua nel canale, quindi l’ingegnere aveva fatto provvedere a ricondurre l’acqua nell’incile attraverso “un lavoro di tavole fermate ad agocchie di ferro piantate entro ai paracarri o fittoni murati nel massicciato della chiusa, in guisa tale che non si dispanda acqua per detta rotta”. A conclusione di questo annus horribilis per la chiusa, il 26 giugno l’ingegnere aveva verificato “esistere dei vani entro il corpo della chiusa coperti di piccoli voltini, pieni di melma e ghiaja, per cui la detta chiusa in tale località riesce di poca solidità, essendovi soltanto diverse agocchie e traverse di rovere, che ne formano l’orditura principale”. Fu quindi “riconosciuto necessario, di riempire i detti vani con muramento di mattoni e fassi in calce e puzzolana espurgandone prima la melma e ghiaja, che vi esiste”. Intanto si esaminavano i progetti per rivestire in granito lo scivolo della chiusa: il 12 luglio una commissione composta dall’ing. Ghedini, dal conte cav. Agostino Salina e dall’assuntore dei lavori si recò in visita alla chiusa. Le disposizioni tassative dettate dalla Congregazione per fare l’esperimento di sostituzione di una parte del tavolato erano: 1) di sostituire 140 metri di copertura e che fosse a carico dell’assuntore il disfacimento del tavolato vecchio, che restava di sua proprietà; 2) che le lastre di granito fossero di 15 cm di spessore, mentre quelle che dovevano collocarsi all’impiedi per bloccare le altre dovevano avere uno spessore di 30 cm per uno spessore di ulteriori 30 cm che andavano murati; 3) che il materiale come calce, pozzolana e altro fosse a carico dell’assuntore; 4) che le pietre, oltre che essere unite “a coda di rondine”, fossero fermate una per una da ganci di ferro, lunghi 60 cm e grossi cm 4; 5) che il lavoro fosse finito prima della fine di agosto. Siccome erano state stanziate solo 1.000 lire delle 4.900 occorrenti, l’assuntore avrebbe dovuto accettare di riceverle come acconto e di aspettare il saldo l’anno seguente, se il lavoro fosse riuscito bene. Tuttavia solo il 1° agosto seguente fu stipulato il contratto con Davide Ventura di San Giovanni in Persiceto, che vide le clausole elencate, la sorveglianza dei lavori assegnata all’ing. Ghedini e il termine per la consegna spostato alla fine di settembre. Il tratto da coprire andava “dalla linea dello sbocco della portina fino alla linea inferiore dello sdrucciolo della chiusa”; il granito da usare era quello di Montorfano. Il 26 seguente l’ingegnere confermava che i lavori erano cominciati l’11, che fino allora era stato fatto un tratto di mq 43,05 e che il lavoro era stato fatto bene. A suo parere l’assuntore avrebbe potuto terminare i mq 45,75 rimanenti entro i primi giorni del mese di ottobre. In una successiva relazione del 5 ottobre addirittura l’ingegnere d’ufficio riferiva che il lavoro era stato fatto a regola d’arte e finito il 29 settembre. In una relazione del 30 dicembre 1866 lo stesso ingegnere certificava che il lavoro non aveva subito alcun danno. Negli anni seguenti fu eseguita solo l’ordinaria manutenzione alle tavole rovinate. Un dipinto di Luigi Bertelli (Bologna 1832-1916) del 1867 circa mostra l’imbocco del canale, a riprova della particolarità del manufatto nel paesaggio anche per un pittore.

1868: Una piena straordinaria avvenuta il 22 settembre costrinse la Congregazione Consorziale a prendere immediati provvedimenti per riparare il ciglio della chiusa, divelto dalla forza delle acque per una lunghezza di circa 25 metri in prossimità dell’incile, e per riparare la muratura sottostante, anch’essa rovinata dalle acque. L’ingegnere d’ufficio Ghedini il 26, appena abbassatasi l’acqua, verificò che il tavolato era stato in gran parte divelto, mentre in una parte in cui si era usato un nuovo sistema con “quaderletti” non si erano avuti danni. Per condurre la corrente d’acqua comunque nel canale l’ingegnere proponeva di predisporre un argine con “burghe” piene di sassi, in modo da non lasciare a secco i numerosi utenti. L’argine, che chiudeva la “bocca” apertasi nel ciglio della chiusa, fu predisposto a partire dal 5 agosto, con la magra del fiume e la secca del canale. Ma il 9 novembre l’ingegnere lamentava che nuove piene del 7 e 8 precedenti avevano distrutto la riparazione provvisoria. Una nuova piena del 25 novembre aveva ulteriormente danneggiato la chiusa.

1869: Le grandi piene dell’inverno 1868-9 si ripeterono ancora nella primavera: il 30 giugno l’ing. Ghedini riferiva che il giorno precedente due piene a distanza di poche ore avevano di nuovo divelto le travi messe per rafforzare il ciglio rovinato. Il 14 luglio comunque i lavori di riparazione provvisoria erano terminati. Fra le minute dell’ingegnere d’ufficio si rintraccia poi altra documentazione che indica come per togliere le infiltrazioni d’acqua che si manifestavano “nel grande muramento della Chiusa di Casalecchio le quali fanno palese esistervi in quel manufatto qualche parte staccata dal masso principale” l’ingegnere d’ufficio del Consorzio nel preventivo dei lavori di manutenzione per il 1870 propose di “proseguire il getto fattosi in muramento essendo di cemento idraulico, e puzzolana, come con ottimo successo si è ottenuto nel lavoro di riparo eseguitosi nel corrente anno [1869], e cioè per la lunghezza di metri 60 e nell’altezza raguagliata di metri 2, e grossezza di centimetri 30, che sono metri cubi 40,80 L. 5.000”. A questa cifra nel preventivo per l’anno 1870 l’ingegnere aggiunse lo scavo della ghiaia, varie immorsature “da farsi colla massima precauzione”, valutate in L. 40 al metro cubo, per un totale di L. 1.632. La riunione della Congregazione deliberò di “Provvedere N° 16.000 di mattoni”.

1870: Ancora nel preventivo per il 1870 stilato dall’ingegnere d’ufficio veniamo a sapere che in occasione delle annuali riparazioni si continuò la sostituzione del tavolato o assito di legno, che ricopriva la chiusa, con “quaderletti” di rovere, sostituzione che era prevista da ultimarsi in tre anni. La superficie totale ancora da farsi era di metri quadrati 834,75; nel 1869 ne erano stati eseguiti mq 887,06. L’ingegnere previde che occorressero 3.300 quaderletti di rovere, considerando anche “che si trovino in quella località più soggetta al corso delle acque le madiere in condizione poco buona”, per una cifra di L. 2.000. Da una lettera del 27 aprile 1870 rivolta alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno l’ingegner Giovanni Pallotti afferma che da parte del fornitore Battaglia era già cominciata la consegna dei quaderletti “per la mantellatura della Chiusa di Casalecchio” e occorreva per prima cosa “predisporre le madiere sulle quali vengono assicurati li quaderletti”, cioè sistemare le tavole su cui andavano inchiodati i quaderletti. Siccome in quella stagione c’era poca acqua nel Reno “tutto il tavolato della Chiusa rimane asciutto” e quindi si poteva iniziare il lavoro il lunedì 2 maggio seguente.

1871: Dal preventivo per il 1871 veniamo a sapere che nel 1870 furono sostituiti mq 834,75 di tavolato, mentre per il 1871 se ne prevedevano mq 833. Il quantitativo di quaderletti occorrente era di 800 di misura di piedi 6 e mezzo e di 2.200 di piedi 6, della solita grossezza di once 3 per once 4; in totale piedi lineari 18.400. Considerando anche la sostituzione delle “madiere” mancanti o inservibili e l’opera muraria, più il lavoro dei falegnami, chiodi ecc., la spesa prevista era di L. 11.500. Fra le grandi riparazioni previste dall’ingegner Pallotti c’era la prosecuzione del “muro di rinfianco al petto della chiusa, e condurlo a compimento in tutta la sua lunghezza per evitare un qualche rilevante guasto nel ciglio della medesima, occorre un muro da costruirsi in calce e cemento idraulico, e questo risulterebbe lungo metri 80 alto raguagliatamente metri 2 e grosso in media centimentri 40 , quindi un solido di metri cubi 64 tutto di mattoni che valutatone il suo costo, e più l’escavo da farsi in ghiaja onde raccogliere le filtrazioni, le quali impedirebbero di eseguirne la costruzione, costa questo lavoro L. 3.000”. Per quell’anno 1871 l’ingegnere d’ufficio previde invece fra i lavori di ordinaria manutenzione “l’annuale riparazione da farsi al vecchio tavolato della Chiusa, venendo questa sensibilmente diminuita per l’effettuazione del nuovo metodo di quaderletti invece di tavole, si limita la spesa a L. 1.000”.

1872: Nel preventivo per il 1871 non fu indicato se il muro fosse stato approvato, mentre in quello per il 1872 fu approvata solo l’annuale manutenzione della chiusa con sostituzione dei quaderletti alle tavole per una spesa di L. 400.

1873: Anche nel preventivo per il 1873 non fu indicato il muro di rinfianco della chiusa, ma solo la sostituzione della copertura con i quaderletti. “Volendosi condurre a termine il tavolato della Chiusa col praticato nuovo sistema di quaderletti di Rovere, o Quercia, invece delle tavole… ne rimangono soltanto metri quadrati 743,12 per quali occorrerà la provvista di numero 2.800 quaderletti, e cioè n° 1868 di piedi 6 e n° 932 di piedi 6 e mezzo tutti di once 3 x once 4 che in complesso sono piedi lineari 17.266 per l’importo di L. 5.352,46. Ed avuto a calcolo la fattura da Falegname, e Muratore, chiodi ecc. si pone la spesa presuntiva di L. 9.500”.

1875: Il 6 novembre di quell’anno l’ingegnere d’ufficio Adelfo Pasi comunicava che a seguito di una piena erano stati asportati diversi quaderletti e le madiere sottostanti e comunicava che i lavori di riparazione erano già cominciati, essendo indilazionabili. Tuttavia dovette trattarsi di una semplice manutenzione.

1882: Benché non sembri esservi traccia amministrativa negli anni precedenti di questo lavoro, il 31 luglio l’ing. Adelfo Pasi comunicava alla Congregazione Consorziale che il “nuovo muramento” iniziato era circa a due terzi, ma si erano incontrate difficoltà e spese impreviste “sia per la profondità a cui trovasi il tufo sul quale va appoggiato il nuovo muramento… sia per la grande quantità di cemento che conviene impiegare per ottenere l’immediato assodamento di tutta la parte del manufatto in fondazione e dell’involucro esterno della sua parte in elevazione”. Lo “Specchio sinottico delle spese relative alla costruzione di un muro lungo la gronda della Chiusa” assomma un importo di 18.523 lire. Nella sua relazione l’ingegnere sottolineava che si era prima dovuto “vuotare il pelago sottoposto al grande manufatto mediante una centrifuga messa in moto da una locomobile della forza di 10 cavalli” per una durata di quasi sei giorni. “Il muro eseguito – continua il Pasi – è della lunghezza di m. 117 della media altezza di m. 6 e della ragguagliata grossezza di m. 0,45 in sommità e m. 1,40 in base, essendo costrutto a scarpa. Il suo rivestimento esterno è tutto in mattoni uniti in cemento per la grossezza di cent. 60 o 45 a seconda dei casi nella parte inferiore, di cent. 30 a cominciare da m. 1,50 sulla fondazione e per l’altezza di un metro e di m. 0,225 in media in tutto il resto, ed è la sommità del detto muro terminata da un rizzolo pure in cemento inclinato ed internato nel muro per guarentirlo dagli urti delle piene. L’interno del manufatto in parte è in cotto ed in parte in calcestruzzo, nell’impasto del quale si è fatto uso di calce e di cemento, come pure in cemento sono costrutte tutte le immorsature non che due mani spianate a maggiore collegamento e robustezza del manufatto. Il lavoro è durato 12 giorni e solo 10 le opere murarie, le quali sonosi intraprese il 3° giorno, appena cioè l’acqua è discesa di circa un metro e mezzo del suo livello ordinario”. Una relazione datata 28 agosto inviata alla Congregazione Consorziale dalla Commissione incaricata della sorveglianza dei lavori e formata da Giuseppe Mascherini e Giuseppe Balugani, anche per il collega Gaetano Besteghi, sottolineava la perfetta riuscita del “grandioso ristauro felicemente compiutosi in quest’anno al muro di gronda della chiusa” e la velocità dell’esecuzione, sorvegliata dall’ingegnere d’ufficio; anche i prezzi erano congrui. La commissione concludeva esprimendo la piena soddisfazione per l’opera.

1893: Nella notte del 1° ottobre 1893 una eccezionale piena del fiume Reno causò una rotta dell’argine sinistro e la creazione di un nuovo corso. In tal modo l’acqua non si dirigeva più né verso il canale né verso la chiusa, ma allagava i campi circostanti sulla riva destra e poi cambiava direzione ed erodeva la roccia dell’altra riva. La Congregazione Consorziale non poteva far fronte ad un intervento così complicato e costoso e chiese che se ne occupasse la Provincia di Bologna; la richiesta fu accettata, anche grazie alla sensibilità del suo presidente, avv. Giuseppe Bacchelli, e all’inizio dell’anno seguente iniziò la riparazione d’emergenza con argini formati da burghe di fil di ferro riempite di sassi forniti dalla ditta di Raffaele Maccaferri, che ne aveva la paternità e l’esclusiva. Il progetto fu degli ingegneri Ugo Brunelli e Filippo Canonici: fu presentato il 12 gennaio 1894. L’appalto dei lavori per la chiusura della rotta fu vinto dalla ditta Ferdinando Bonora; il 22 giugno 1894 veniva stilato lo stato finale dei lavori, che però si erano conclusi all’inizio del 1894. Altri lavori furono fatti in economia dal capomastro muratore Marino Quadri.

1894: Dopo gli interventi più urgenti per riportare il corso del Reno nell’alveo precedente, conclusi nel febbraio, iniziarono i lavori per rendere definitiva e sicura la nuova sistemazione del letto del Reno, con ampliamento della chiusa, tramite la costruzione di un partiacque e di un nuovo tratto di chiusa sul lato sinistro. Sia il partiacque che i muri di raccordo con la vecchia chiusa furono costruiti in arenaria di Grizzana o di Vergato dallo scalpellino Giuseppe Bernardi. In quella occasione si iniziò la copertura di parti dello scivolo con lastre di granito da parte della ditta Davide Venturi e figlio (Telesforo che subentrerà al padre alla sua morte). I lavori di chiusura della rotta e di costruzione del partiacque e della nuova chiusa furono documentati dal fotografo Alessandro Cassarini, dilettante ma insignito di numerosi premi internazionali. Alla conclusione dei lavori l’ing. Giuseppe Boriani fece una relazione al Commissario straordinario (che fu anche data alle stampe) corredata da una planimetria generale.

1915: Il 18 febbraio l’ingegnere d’ufficio del Consorzio presentò al presidente il progetto che gli era stato commissionato per ovviare il grave inconveniente che si verificava. Infatti la situazione del fiume era mutata a seguito della costruzione della grande chiusa nel 1894, affermava il presidente del Consorzio: “il filone principale del fiume stesso, diretto già costantemente all’incile del canale, è deviato lungo la sponda opposta cosicché al cessare delle grandi piene si forma facilmente un ghiarile contro la chiusa anzidetta, il quale ostacola il deflusso delle acque verso la bocca di presa, senza che valgano a rimuoverlo l’azione degli scaricatori di fondo del canale stesso”. Le soluzioni possibili erano due: o “la costruzione di opere lungo l’indicata sponda sinistra del fiume allo scopo di ricondurne il filone in direzione dell’incile, oppure la sopraelevazione del ciglio della chiusa per dare una maggiore efficacia di escavazione agli scaricatori anziaccennati. Siccome era allora necessario rifare la copertura della chiusa sostituendo ai “correntini di quercia” delle lastre di granito, il Consorzio – concludeva il Presidente – aveva deciso per la seconda soluzione. Il 5 marzo il presidente del Consorzio presentò quindi domanda alla Prefettura e al Corpo Reale del Genio Civile di potere sopraelevare la chiusa e di rivestirne la superficie con lastre di granito. Il 10 maggio la domanda fu ritenuta ammissibile e il 15 ottobre la Prefettura la ammise all’istruttoria; il 17 novembre l’ing. Torquato Palagi, rappresentante dell’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, si recò a fare la visita alla chiusa insieme al presidente del Consorzio avv. Enrico Masetti, al segretario ing. Enrico Rossi e all’ingegnere d’ufficio Francesco Bassi, e constatò che la situazione corrispondeva al disegno presentato e alla situazione descritta negli atti. Concluse in tal modo: “Resta quindi stabilito che il punto più depresso del ciglio della chiusa dovrà essere sopraelevato fino all’altezza di m 3,226 sotto l’incoltellato del parapetto all’uscire d’acqua nel Boccaccio di presa del Canale di Reno”. Alla domanda è allegato il progetto, completo di relazione ed elaborati grafici. La relazione che accompagna il progetto ci offre la descrizione precisa dello stato della chiusa in quel momento, prima dei lavori richiesti: “L’attuale chiusa – afferma l’ing. Bassi – risulta costituita di un enorme blocco di calcestruzzo gettato in mezzo ad una robusta e razionale intelaiatura di legna di quercia, e contenuto fra due muri paralleli al suo asse, l’uno a monte e l’altro a valle. La superficie superiore della chiusa, ad eccezione di una piccola parte che in via di esperimento fu coperta con lastre di granito, risulta tutt’ora coperta con legni di quercia. Detta copertura è formata con travicelli della lunghezza di circa m 2,20 e di sezione metri 0,10 per 0,12, disposti l’uno accanto all’altro nel senso della corrente del fiume in modo da formare una superficie continua; e fissati mediante robusti chiodi ad altri legni di 0,15 per 0,30 disposti in senso normale ai precedenti, ed annegati nella muratura del corpo della chiusa, a cui sono anche legati con lunghe e grosse caviglie murate. Tali legni, detti volgarmente madiere, distano fra di loro di m 1,10”. Anche la soglia superiore della chiusa larga m 0,90, detta comunemente pedana, è coperta con travicelli di quercia; e sopra di essa lungo il suo spigolo a monte, è applicato a guisa di petto, un repagolo alto circa m 0,35 sul piano della pedana costituito di grossi legni di sezione quasi triangolari e di travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati ai precedenti legni mediante robusti chiodi. Tutto il sistema è poi unito al blocco murale della chiusa mediante altri legni e robuste caviglie di ferro murate”. A dire dell’ingegnere d’ufficio il sistema si era rivelato conveniente ed efficace fino a non molti anni prima, quando il prezzo del legno di quercia era la metà; inoltre, considerando anche la sua breve durata, la notevole lavorazione per metterlo in opera, la necessità di frequente manutenzione, si rivelava allora più conveniente sostituire il legno con una copertura in lastre di granito, “il quale esige a un dipresso la medesima spesa d’impianto, e presenta sull’appoggio di esperimenti già eseguiti nella stessa chiusa, una durata enormemente superiore, ed una tenuissima spesa di manutenzione”. In occasione quindi della sostituzione della copertura in legno “si propone anche che venga modificato come ai disegni allegati il profilo longitudinale e trasversale della chiusa nell’intento di eliminare alcuni inconvenienti che si è potuto rilevare, mediante l’osservazione degli effetti prodotti dalle piene del fiume. Anzitutto si progetta di sopprimere il petto o repagolo in legno attualmente esistente, portando le lastre costituenti la soglia superiore o pedana all’altezza del ciglio della chiusa e raccordando il piano di essa con quello della falda inclinata mediante curva e controcurva com’è indicato nei disegni. Tale modificazione viene proposta allo scopo di sopprimere qualsiasi salto nel profilo trasversale che in tempo di piena provoca gorghi e vortici determinando un maggior consumo del materiale di copertura. L’ing. Francesco Bassi nella sua relazione mette poi in evidenza che con i lavori a monte della chiusa “il filone della corrente il quale in antico si manteneva costantemente dalla parte dell’incile del canale, ora invece si è portato dalla parte opposta. Tale variazione fa sì che al cessare delle grosse piene, le quali mettono in movimento il materiale che costituisce l’alveo del corso d’acqua, si formi un ghiarile davanti alla chiusa che tende a deviare la corrente verso la sponda sinistra e ad ostacolare il deflusso verso l’incile del canale”. A tale grave inconveniente l’ingegnere propose di dare rimedio mediante “la sopraelevazione del ciglio della chiusa di quel tanto che sia necessario per dare agli scaricatori di fondo del canale quella maggiore efficacia di escavazione che valga ad impedire la formazione del ghiarile… ed a mantenere costantemente espurgato l’incile della bocca di derivazione”. Tale variazione rendeva necessaria la richiesta di approvazione della modifica da parte degli organi superiori. Questa era comunque contenuta in una sopraelevazione di m 0,275 nel punto più basso della chiusa e di m 0,27 presso la spalla destra e di m 0,10 presso la spalla sinistra, con una sopraelevazione media di m 0,23. I lavori, benché approvati, vennero allora eseguiti solo in parte. Le foto di Giovanni Mengoli, non datate, ma comprese fra il 1900 e il 1915, documentano questa fase della chiusa.

1927: A quel momento la chiusa risultava ancora coperta di travicelli di quercia e dotata di un petto o repagolo sullo spigolo a monte alto m 0,35 sul piano della pedana, formato da legni triangolari e da travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati con chiodi e fissati al blocco murale della chiusa con altri legni e caviglie di ferro murate. “Un primo campione di lastricato di granito – afferma l’ing. Bassi nella sua relazione del 4 febbraio 1927 – di S. Fedelino fu costruito sulla chiusa nell’anno 1860. Questo lastricato dura ancora in ottimo stato, incorporato nella porzione di chiusa sul fianco destro, dell’ampiezza misurata lungo il ciglio di m 40,40, che fu coperta in granito bianco nell’anno 1894. In detto anno fu eseguita, pure in granito, l’intera soglia inferiore della chiusa e la porzione di pedana corrispondente alla parte di falda inclinata lastricata come sopra. Fu inoltre rinnovata la copertura con legni di quercia nella rimanente parte della falda inclinata e della soglia superiore, e fu pure rinnovato in legno di quercia l’intero ciglio o petto della chiusa. Ma in pochi anni la copertura si logorò a tal segno, specialmente nella parte centrale della chiusa, da richiedere una parziale rinnovazione. Così nell’estate del 1911 si eseguì un importante tratto di lastricato di granito rosso di Cuasso al Monte dell’ampiezza di m 50 in aderenza al lastricato”. Fu allora anche eliminato il repagolo secondo il progetto presentato nel 1915 e fu costruita l’intera soglia superiore della chiusa “con lastroni di granito di S. Fedelino, tranne in un tratto, già lastricato di granito bianco. Tuttavia – continua l’ing. Bassi – anche in questo tratto si è palesata ben presto la necessità della sostituzione, non potendo più la costruzione in legno essere utilmente riparata. Quindi nell’estate del 1925 si sono levate d’opera le lastre della soglia o pedana, per innalzarle sul muro frontale sopra elevato, sino all’altezza del vecchio ciglio di legno demolito… Ora rimane ancora coperta col vecchio sistema dei travicelli di quercia affidati alle madiere murate nel corpo della chiusa una parte considerevole della falda inclinata sul suo lato sinistro per la lunghezza di m 70,90, misurata sulla soglia superiore”. Era quindi più conveniente sostituire tutte le parti in legno con lastricato di granito, ma dividendo il lavoro in tre lotti, da iniziare quell’anno stesso. Con il primo lotto si sarebbero smontati i travicelli e le madiere deteriorati per un’area di mq 738,76; questi sarebbero stati messi in magazzino e utilizzati per sostituire quelli che in seguito si fossero deteriorati. Intanto si sarebbe dovuto raccordare il piano della soglia superiore della chiusa con il piano della falda inclinata con un riempimento di calcestruzzo di ghiaia e di cemento idraulico e pavimentare la falda inclinata con lastre di granito disposte in liste parallele al ciglio. Lo stesso si sarebbe dovuto fare in seguito con il secondo e terzo lotto, per un importo totale di 490.000 lire. Il 4 gennaio il consiglio approvò la proposta dell’ingegnere e la spesa per il primo lotto dei lavori; nella primavera fu espletata la gara fra le ditte Cave Porfido Flor Laives Alto Adige, Graniti e Porfidi Alta Italia e la ditta dell’arch. Enea Trenti. Vinse quest’ultimo, ma i campioni dal lui presentati di porfido dell’Alto Adige non furono di gradimento dell’ingegnere d’ufficio. Lo stesso architetto presentò poi campioni di granito dell’isola della Maddalena, che furono approvati dal presidente del Consorzio solo il 9 giugno 1928.

1937: Una fotografia pubblicata nella rivista “Il Comune di Bologna” del 1935 documenta lo stato della chiusa in quell’anno. La grande piena del 6 ottobre 1937 danneggiò la chiusa di Casalecchio nella sua parte centrale rivestita di granito rosso di Cuasso al Monte: l’ingegnere d’ufficio, Francesco Bassi, rilevò che l’acqua era penetrata sotto la copertura di granito lungo la linea di collegamento con i vecchi tavoloni di quercia. Con la forza della piena l’acqua rovesciò un tratto di circa 20 metri del muro di sostegno a valle, trascinando con sé una striscia di lastricato largo circa 2 metri per un’uguale lunghezza. Il 26 ottobre l’ingegnere faceva presente che aveva già provveduto a rafforzare la linea di unione del lastricato con il tavolato, sostituendo i legni logori con altri nuovi cementati con malta di cemento idraulico; aveva inoltre già recuperato una parte delle lastre di granito divelte, ma suggeriva di provvedere fin da quel momento a comprare granito rosso di Cuasso al Monte e granito bianco di S. Fedelino per la soglia di coronamento del muro a valle.

1938: Il 25 aprile del seguente 1938 l’ingegnere aveva già provveduto a chiedere un preventivo per mq 50 di granito rosso alla ditta Gervaso Oltolina di Cuasso al Monte (Varese) e per m 22 di granito bianco alla ditta Pirovano Romolo fu Andrea di Milano, specificando ad ognuno che la fornitura doveva giungere a Casalecchio entro il mese di luglio seguente. L’1 giugno poi l’ingegnere, a seguito della visita annuale alla chiusa, fece presente al presidente che sarebbe stato opportuno procedere alla sostituzione del tavolato di quercia con granito.

1939: Nella seduta del 7 marzo 1939 il consiglio, presieduto dall’avv. Giorgio Stagni, decise di procedere con la sostituzione della copertura in legno con una copertura in granito, come previsto dal secondo lotto del 1926, per una superficie di circa mq 813, attendendo di avere accantonato una cifra sufficiente per terminare l’opera con il terzo lotto. Fra il 3 aprile e il 15 luglio 1939 le lastre di granito di Cuasso al Monte furono consegnate alla stazione di Casalecchio di Reno, ma in ottobre la ditta consegnò per errore altri due vagoni non ordinati. Tuttavia il Consorzio li ritirò ugualmente, ritenendo che la ditta avesse dato fino ad allora buona prova della sua serietà, anche se l’errore non fu ritenuto verosimile; la ditta accettò però un pagamento dilazionato in tre anni senza interessi. I lavori furono svolti in economia e il 15 settembre 1939 la Cooperativa scalpellini posatori ed affini presentò e ottenne il pagamento di una fattura di 190 lire per lavorazione delle lastre. In seguito l’ingegnere fece un resoconto del ricavato della vendita sia del tavolato smontato sia dei chiodi e delle ferle recuperate.

1940-2: Il 28 dicembre 1940 l’ingegnere d’ufficio proponeva al presidente del Consorzio di acquistare a prezzo di favore una rimanenza di lastre di granito rosso di Cuasso al Monte che il fornitore Gervaso Oltolina offriva, avendo venduto la cava. La spesa fu di L. 4.040; le lastre servirono l’anno seguente quando lo stesso ingegnere propose, il 28 maggio 1941, di terminare la copertura con lastre di granito della chiusa, iniziata nel 1928, continuata con il secondo lotto nel 1939 e giunta fino al terzo lotto. Francesco Bassi faceva notare come nell’inverno passato le piene del fiume avevano causato notevoli danni nel tavolato, soprattutto nella parte di levante, asportando molte tavole e formando molti buchi nel blocco murario del corpo della chiusa. Se questi fori si fossero ingranditi ci sarebbe stato da temere il ripetersi del disastro avvenuto nel 1937 con la caduta del muro a valle della chiusa. L’area da ricoprire con il granito misurava mq 260 circa, ma il problema era procurarsi il cemento, che era contingentato per motivi di guerra. Infatti la domanda di avere il cemento necessario non dovette essere accolta perché il 27 maggio 1942 l’ingegnere d’ufficio lamentava la mancata consegna e chiedeva al presidente di ripetere la domanda. Così il giorno stesso 27 maggio 1942 il presidente del Consorzio, G. Manservisi, richiedeva al Ministero dei Lavori Pubblici il quantitativo di cemento occorrente per la muratura delle lastre. Il 10 agosto la Federazione Industriali del Cemento comunicava l’avvenuta assegnazione di 100 quintali di cemento 500, ma la richiesta era stata fatta per 120 quintali e il 12 agosto il Consorzio Italiano Leganti Idraulici – Ufficio Vendite di Bologna, comunicava la giusta assegnazione. I disegni di progetto di sostituzione del legno con il granito mostrano esaurientemente la situazione a quella data, con i vari lotti già eseguiti e il completamento progettato.

1945: Dopo la fine della seconda guerra mondiale i danni alla chiusa, al canale e alle altre opere collegate erano ingenti: il nuovo ingegnere d’ufficio, Giovanni Manaresi, il 23 giugno 1945 inviava al presidente un promemoria, in cui era descritta la situazione. “E’ noto che i bombardamenti dell’aprile scorso hanno causato gravi danni alle opere consorziali, all’origine della derivazione. Il Genio Civile attualmente sta lavorando per sistemare il Canale e le opere di presa, ma ancora nulla ha fatto per riparare la Chiusa propriamente detta… Una bomba caduta immediatamente a monte del ciglio superiore ha causato varie fessure nella sommità del muro, dalle quali l’acqua può infiltrarsi nel corpo della diga. Altre bombe ànno colpito la falda inclinata distruggendo alcuni metri quadrati di lastricato di granito. Dagli squarci prodotti dalle bombe si osserva che tale lastricato in molti punti è alquanto sollevato sopra il corpo murario sottostante, formando come una volta. In caso di piena l’acqua di tracimazione, oltre a scardinare il lastricato nei punti colpiti, potrà penetrare nell’accennato spazio vuoto sotto il lastricato con pericolo per la stabilità del lastricato stesso e della Chiusa. Anche la falda inclinata, ancora ricoperta da travicelli di quercia, è stata colpita in vari punti e particolarmente nel ciglio inferiore. Si potrà far presente al Genio civile che il consorzio ha disponibile il granito occorrente per le riparazioni e parte dei travicelli di quercia ricuperati nel 1943 in seguito alla loro parziale sostituzione con lastre di granito”. Il Genio Civile tuttavia rispondeva il 10 dicembre che si stava riparando “la lesione orizzontale nel paramento a monte della diga poco sotto al ciglio”, ma che la pioggia impediva l’avanzamento del lavoro. L’ingegnere capo Giacomo Castiglioni invitava tuttavia il Consorzio “a tenere in osservazione la diga perché è presumibile che la lesione interessi tutta la muratura di sommità e provochi infiltrazioni di acque fra la pavimentazione del paramento a valle ed il suo piano di posa. Tale lesione infatti può essersi propagata dall’interno all’esterno ed avere avuto origine dalle deflagrazioni delle bombe che produssero vari squarci nella pavimentazione del paramento e il suo distacco dal piano di posa per ampio raggio all’intorno degli squarci stessi.” Con l’occasione ricordava al Consorzio che non avrebbe più potuto fare conto sull’intervento diretto dell’Ufficio del Genio Civile “essendo cessate le ragioni che lo provocarono”, cioè i danni di guerra. “Lo scrivente Ufficio – terminava Castiglioni – porterà a termine soltanto la ricostruzione del casello di manovra e il ripristino del paramento a valle della diga danneggiato dai bombardamenti sempreché vengano resi esecutivi i due progetti presentati al Provveditorato alle Opere Pubbliche”. In precedenza il 24 settembre il segretario del Consorzio, Fernando Cremonini, comunicava al presidente che il magazzino consorziale a Casalecchio era stato totalmente demolito nelle incursioni del 15, 16 e 17 aprile 1945 e che i mattoni ricavati dalle macerie di quel magazzino erano stati utilizzati per i lavori di riparazione della chiusa. Una volta messi allo scoperto “i travi spezzati, le putrelle contorte e le inferriate sinistrate” erano entrati in azione dei ladri che avevano cominciato a saccheggiare questo materiale; il segretario quindi proponeva di vendere il materiale utilizzabile e con il ricavato comprare il combustibile per la sede del Consorzio e il regolamento acque e di fare altre spese per la sistemazione dei locali consorziali, rimasti anch’essi danneggiati dalla guerra.

1946: Dopo i primi lavori di ripristino più urgenti si verificò una nuova piena che causò l’asportazione di circa 60 mq di rivestimento e di mc 50 di muratura del paramento verticale inferiore della diga e quindi furono impostati i lavori definitivi per rimettere la diga in grado di svolgere il proprio compito. Il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Emilia fece quindi fare all’Ufficio del Genio Civile di Bologna un progetto definito “Lavori di somma urgenza per a impermeabilizzazione della diga sul Reno a Casalecchio mediante iniezioni di cemento e per il completamento del rivestimento in pietra da taglio della scarpa (Comune di Casalecchio)” per un importo di L. 11.000.000. In seguito fu fatta anche una “Variante per l’esecuzione di sondaggi nel corpo della diga, in seguito ad ulteriori danni verificatisi, onde definire i lavori necessari al suo generale consolidamento” per un importo di L. 130.000. Il progetto fu steso dall’ing. Paolo Tosetti sotto la supervisione dell’ingegnere capo Giacomo Castiglioni. I sondaggi furono eseguiti dalla Società Edilizia Lavori Sottosuolo Estrazioni di Milano, mentre gli altri lavori furono assegnati alla ditta Sisti Pietro di Bologna, che vinse la gara con un ribasso dell’11,88%. La Società ELSE preparò dei progetti di sondaggio molto interessanti, da effettuarsi mediante fori in molte parti della muratura della chiusa, onde verificare dove vi fossero vuoti e dove quindi iniettare cemento liquido, in modo da consolidare la muratura. Disegni e minute sono allegati alla pratica e mostrano foro per foro il tipo di materiale sottostante alla diga stessa, se conglomerato o galestro naturale o mattoni o altri tipi di materiali, fornendo quindi una sorta di stratigrafia del manufatto nelle sue varie fasi costruttive, dal Trecento fino a quel momento. La stessa ditta ELSE, d’altronde, nel fornire il 19 luglio 1946 il preventivo per l’esecuzione dei saggi allora già in corso, rilevava che “ la diga ha un’altezza variabile da circa m 9 a monte a circa m 5,50 a valle, ed appoggia su un banco di marna; che il corpo della diga è costituito da calcestruzzo con grossi ciottoli, con strati di spessore variabile di muratura di mattoni. Il calcestruzzo e le murature di mattoni si presentano compatti, ma solcati da numerose fessure e con cavità riempite da materiale sciolto, specialmente in prossimità dell’appoggio sulla marna. Inoltre la zona immediatamente sottostante al manto di copertura, presenta quasi ovunque un distacco di alcuni centimetri fra il manto stesso ed il corpo della siga”. Il computo metrico estimativo datato 26 luglio 1946 prevedeva sia lavori di completamento del manto della scarpa in pietra da taglio (dal momento che una parte era ancora in legno) e del paramento a valle sia lavori di impermeabilizzazione. Fra i primi ricordiamo il “rivestimento della scarpa della diga con lastre di granito e di trachite, in conformità all’attuale”, la “rimozione di rivestimento di scarpa in travetti di rovere” con “scalpellinatura del piano per fare luogo alla costruzione del nuovo rivestimento” e il tombamento del cratere di una bomba che aveva colpito la diga con la preparazione del piano di posa a gradini. Sia questa riparazione che il ripristino del paramento a valle della diga furono previsti in conglomerato cementizio; il paramento fu previsto in muratura di mattoni e malta di cemento. L’impermeabilizzazione fu prevista con “perforazione in muratura o in roccia eseguita con sonda a rotazione od a percussione con diametro della corona perforante di mm 35” e iniezioni con latte di cemento e con malta di cemento sia nel velo che nel manto della diga. Il capitolato speciale d’appalto mostra nella loro consistenza e completezza i lavori da eseguirsi. Il capitolato è datato 29 maggio 1947 e firmato dall’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, ing. Pietro Brunelli, così come il contratto di cottimo, stipulato nella stessa data con la ditta ELSE. I lavori proseguirono anche nel 1947, furono sospesi il 6 dicembre di quell’anno e ripresi solo il 22 marzo 1949, fino alla loro ultimazione, datata 31 maggio 1949, come attestato dal processo verbale di ultimazione, datato 28 febbraio 1950 e firmato dall’ingegnere capo del Genio Civile Attilio Alquati.

1966: A seguito dei disastrosi eventi climatici del 3 e 4 novembre 1966, che interessarono molti fiumi dell’Italia settentrionale e centrale e causarono l’alluvione dell’Arno a Firenze, anche la diga di Casalecchio subì vari danni. Dalla relazione (datata 10 maggio 1967) allegata al progetto preparato dal Consorzio per l’opera idraulica di III categoria di sistemazione del Rano alla chiusa di Casalecchio si ricava che i danni interessarono parte del lastricato esistente ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore (di cui una parte era in granito e una in arenaria), parte del lastricato in granito della chiusa, un tratto del muro d’ala in sinistra dello sfioratore, un tratto della diga murata, alcuni tratti del repellente in burghe e alcuni tratti del muro contenitore delle acque di espansione. A parte i lavori riguardanti parti dell’opera che al momento non interessano, il ripristino del lastricato della chiusa previde il ripristino del cordolo inferiore per una lunghezza di m 12,45 “nella zona di confine fra le superfici lastricate in granito di S. Fedelino (bianco) ed in profido granitico di Cuasso al Monte (colore rosso)”, le lastre al di sopra del cordolo, anche queste fatte di questi due materiali. Il progetto dei guasti da riparare è molto preciso e dettagliato nell’individuare le lastre asportate e da sostituire per un totale di mq 73,08. Questa volta fu l’Ufficio Speciale per il Reno, creato appositamente all’interno del Provveditorato alle Opere Pubbliche per l’Emilia per la cura del principale fiume del territorio bolognese, a occuparsi di preparare un progetto per il ripristino del complesso delle opere idrauliche classificate di 3.a categoria costituite dalla chiusa e dal canale. In questo caso i lavori furono non solo progettati ma anche seguiti dal Consorzio di 3.a categoria per la sistemazione del Reno alla chiusa di Casalecchio come concessionario ma pagati dallo Stato, e ammontarono a L. 7.189.350, portati a 8.100.000. Lo stato finale dei lavori eseguiti a tutto il 18 settembre 1968 dalla Cooperativa Selciatori Posatori Scalpellini, a norma del contratto 13 maggio 1968, elenca il ripristino della platea ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore, sia per la parte in granito sia per la parte in arenaria (ricostruito in granito, cioè la parte di scivolo costruito nel 1894), e il ripristino del lastricato in granito della chiusa. La conclusione della pratica è datata 30 maggio 1977.

Si arriva così agli anni Duemila con nuove manutenzioni allo scivolo e alla chiusa stessa.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

CHIUSA DI SAN RUFFILLO

La chiusa sul torrente Savena a San Rufillo fu rifatta e modificata varie volte nel corso della sua esistenza: tralasciando le epoche più antiche, il cui interesse è puramente storico e non pratico, venendo al secolo XIX e al XX, possiamo rintracciare vari documenti sia scritti che grafici che attestano vari interventi. Scarsa invece la presenza di fotografie storiche della chiusa, se non posteriori al 1900, mentre qualche scatto in più interessò il ponte sul Savena, sia quello antico che quello rifatto all’inizio del Novecento.

Chiusa di San Ruffillo e Paraporto di Frino: Prendendo come punto di partenza un disegno di Pietro Fiorini della seconda metà del Cinquecento possiamo notare come la chiusa fosse costituita da un semplice muro di mattoni, privo di scivolo a valle, a cui si affiancava sul lato sinistro idrografico del torrente il canale, sorretto anch’esso da un muraglione con contrafforti. Un disegno di Andrea Maria Pedevilla del secolo XVII mostra invece dal lato della derivazione del canale uno stramazzo a scivolo simile a quello attuale. Il disegno del Fiorini mostra il corso del torrente perfettamente rettilineo e contenuto entro le rive, mentre quello posteriore di un secolo scarso del Pedevilla mostra un allargamento intervenuto nel letto fluviale. Sembra databile alla fine del Settecento o inizio dell’Ottocento una mappa molto rovinata e in attesa di restauro conservata nell’archivio del Consorzio della Chiusa del Canale di Savena, mostra in sezione il salto creato nel torrente Savena dalla chiusa, costituita allora da un semplice muro di mattoni.

Nel 1819 l’ing. Raffaello Stagni preparò un disegno per il Consorzio della Chiusa del Canale di Savena che mostrava come, a causa dell’ulteriore allargamento del letto, il corso principale del torrente si dirigesse non più al centro della chiusa, ma verso il lato sinistro del letto, sommergendo lo stramazzo a scivolo e dirigendosi solo in minima parte sul lato destro del letto, evitando da quella parte la chiusa.

Un estratto di mappa del Catasto Gregoriano, datato al 1845, conservato nel materiale grafico del Genio Civile in Archivio di Stato, mostra con precisione in planimetria la consistenza della chiusa, a quella data ancora costituita da un semplice muro, privo di manufatti particolari, dal cui lato sinistro si staccava il canale, anch’esso sostenuto da un semplice muro. Il ponte della Strada Nazionale era ancora quello medievale (con elementi romani nelle pile), con una strozzatura della strada dalla parte di Bologna. La stessa situazione ma con dettagli più precisi relativi ai gradini dalla parte del canale mostra una pianta della stessa epoca, conservata in una raccolta privata.

Fra la documentazione del Consorzio della Chiusa e del Canale di Reno si conserva anche una pratica del 1873 relativa alla copertura con lastre di granito dell’intero manufatto della chiusa: nel 1863, infatti, si era provato a coprire in granito una parte dei gradini, solo due, mentre l’anno precedente 1872 si era coperto in granito il ciglio della chiusa in corrispondenza della gradinata e l’esperimento aveva dato risultati positivi. Infatti si era notato che la copertura in legname di rovere era più deperibile e il costo crescente del legname la rendeva anche costosa. L’ingegnere capo fu quindi incaricato di preparare un piano d’esecuzione dei lavori per la totale copertura: l’ing. Gaetano Stagni presentava quindi il 30 marzo il “Piano d’esecuzione dei lavori occorrenti alla copritura con lastre di granito del manufatto della Chiusa di S. Ruffillo nella Savena, che serve alla presa d’acqua del Canale di Savena”. Si prevedeva quindi di coprire i rimanenti cinque gradini e l’intera lunghezza del ciglio della chiusa con lastre di spessore di 25 cm. Infatti si era notato che lo spessore di 10 cm delle lastre poste in opera precedentemente era insufficiente e quindi occorreva smontare le lastre più sottili e porle in opera in punti della chiusa meno sollecitati dall’acqua. Occorreva poi smontare la “tabbionata” esistente e i materiali sottostanti, sostituendoli con una muratura di mattoni cementati in calce, su cui sarebbero state murate le lastre di lunghezza di 60 cm. La stabilità del manufatto sarebbe stata garantita da tiranti di ferro. L’8 aprile seguente il medesimo ingegnere stilò la ”Analisi dell’importo di un metro cubo di lastre di granito parte dello spessore di cent. 25 e parte di cent. 15 colle quali coprire la Chiusa San Ruffillo nella Savena”. Il 5 luglio fu fatta una scrittura privata con gli appaltatori del lavoro, Davide Venturi e Pietro Brunetti, concordando l’importo dei lavori in 10.300 lire a tutto loro rischio. Il 12 dicembre tuttavia gli stessi fecero presente all’Assunteria della Chiusa e Canale di Savena che il 20 agosto precedente si era verificata una tale piena nel torrente Savena che aveva distrutto il lavoro fatto fino allora, rovinando la muratura appena costruita e travolgendo e portando a valle le lastre appena posate. L’ingegnere d’ufficio quantificò il danno in 700 lire, ma l’Assunteria non ritenne di pagare nulla di più di quanto previsto, dal momento che simili inconvenienti erano espressamente previsti dal contratto e rientravano fra i rischi degli appaltatori.

Nel novembre 1885 si verificò invece un guasto nella parte frontale della chiusa, con una incrinatura apertasi improvvisamente nel mezzo, per una larghezza di 2 cm e una lunghezza di 4 m, fino alla base del muro dentro al corso del torrente. Il sopralluogo dell’ingegnere d’ufficio verificò che una parte del muro si era già staccata dal rimanente, sporgendo di circa 2 cm: la riparazione fu da lui quantificata in almeno 1.000 lire, che furono approvate nella seguente seduta dell’Assunteria Consorziale della Chiusa di S. Ruffillo e del Canale di Savena del 5 dicembre. Quando fu demolito l’antico ponte sul Savena e costruito il nuovo, nei primi anni del XX secolo, mutarono le condizioni dei terreni vicini che servivano per l’accesso alla chiusa e al canale: il 7 ottobre 1903 fu steso dal Corpo Reale del Genio Civile, Provincia di Bologna, Ufficio di Bologna, un “Processo verbale di accertamento delle variate servitù di accesso dalla strada Nazionale suddetta [n. 41] agli edifizi della Ill.ma Congregazione Consorziale della Chiusa di San Ruffillo del Canale di Savena presso al ponte di S. Ruffillo”, a cui fu allegato un disegno esplicativo, dal quale si ricava la posizione dell’alloggio del custode della chiusa a valle della strada. Risalgono al 1907 una serie di mappe catastali acquerellate dall’ingegnere d’ufficio Gaetano Stagni del Consorzio della Chiusa di S. Rufillo e del Canale di Savena intitolate “1907. Canale di Savena. Stato d’utenza. Riparto superiore alla città. Mappa del territorio sul quale si estende l’utenza”, che mostrano tutti i territori nei quali corre il canale: la prima mappa, relativa alla presa di San Rufillo mostra ancora la chiusa come un semplice muro continuo, senza gradinata ma con le due casette di guardia del canale.

Ancora fra il materiale del Genio Civile si trova il progetto “di ponte viadotto sul Savena per la direttissima Bologna-Firenze” datato “1913, 1914”: il progetto era stato redatto dalle Ferrovie dello Stato e presentato l’8 giugno 1913 al Genio Civile per l’approvazione, ma a seguito di colloqui per adeguare il progetto alle norme, per cui l’approvazione non tardò. Nel disegno di progetto la chiusa sembra avere ancora l’aspetto di un semplice muro, ma un tratto molto sottile obliquo indica i gradini e del resto la planimetria presenta le due costruzioni di controllo del canale.

All’incirca lo stesso aspetto presenta la chiusa in un lucido disegnato a china, datato 1924 e anch’esso conservato fra la documentazione del Genio Civile, che mostra con precisione la nuova situazione del complesso dei manufatti relativi alla chiusa e al canale: la chiusa strutturalmente è molto vicina a quella odierna e sono presenti le due costruzioni che fiancheggiano il primo tratto del canale. Il ponte è quello ricostruito più ampio e adatto al traffico veicolare.

Nel 1939 la visita annuale eseguita il 18 aprile e ripetuta il 20 maggio, nel periodo di secca del torrente, evidenziò il deterioramento di uno sperone a protezione del muro frontale della chiusa verso monte. La relazione dell’ingegnere d’ufficio, Andrea Stagni, del 26 dicembre confermò l’esecuzione dei lavori di rafforzamento eseguiti dal 3 al 12 settembre, durante il periodo di secca, consistenti in un getto di calcestruzzo armato sia in senso verticale che in senso orizzontale, con cemento a forte presa. Dal momento che una parte della chiusa era comunque bagnata dall’acqua, il lavoro non poté essere eseguito nell’intera sua larghezza ma solo per m 13,10 “fra il casetto di derivazione del canale e la chiavica centrale di scarico della chiusa”, rimandando all’anno seguente la riparazione nella parte restante. I lavori costarono lire 2.235,45. Alla relazione fu allegato un disegno.

La Seconda Guerra Mondiale portò gravi distruzioni anche alla chiusa e al canale: così descriveva i danni una relazione il Presidente del Consorzio, Valeriani, all’Ingegnere capo del Genio Civile, chiedendo l’intervento del Genio Civile stesso per il ripristino del manufatto. L’8 aprile 1946 scriveva: “La chiusa di S. Ruffillo ed il canale di Savena hanno subito danni immensi in conseguenza delle azioni belliche sia alleate che tedesche. Particolarmente la diga di trattenuta sul fiume Savena a S. Ruffillo è stata demolita dalle fondamenta per il brillamento delle mine cosicché manca attualmente la possibilità di deviare la corrente e convogliarla nel canale. Questa opera idraulica, frutto lento e progressivo di sette secoli di comune lavoro, attende di essere riedificata a vantaggio dei molteplici servizi che si giovano dell’acqua derivata per il loro funzionamento. In primo luogo cinque opifici sono ora privi dell’energia idraulica e costretti a servirsi unicamente degli impianti ausiliari azionati dall’elettricità attingendo così alle scarse disponibilità elettriche della regione. Vaste zone di coltivazione prevalentemente orti in comune di Bologna si trovano private del beneficio dell’irrigazione. Circa 180 ettari di terreno nelle immediate vicinanze della città faranno sentire la mancanza dei loro prodotti sul mercato di Bologna…”. Oltre a ciò ne risentiva l’espurgo dei condotti e canalette della parte orientale della città, da due anni all’asciutto, con gravi difficoltà nella pulizia e nello scolo delle acque luride; anche lo smaltimento delle nevi avveniva tradizionalmente attraverso lo scarico nel canale di Savena. In pianura un centinaio di maceri da canapa erano all’asciutto per mancanza di acqua nelle canalette derivate dal Savena e dalla secca del Savena abbandonato; erano privi dell’acqua numerosi lavatoi, lavanderie, serbatoi, compreso il laghetto dei Giardini Margherita. Il Presidente continuava scrivendo che “lo scrivente Consorzio, privo di risorse economiche, con tutti i fabbricati distrutti ed i consorziati a loro volta sinistrati dai bombardamenti, non è in grado di affrontare i lavori indilazionabili necessari per riattivare la derivazione del Savena”. Chiedeva quindi al Genio Civile, in attesa di poter eseguire il progetto di ricostruzione già approntato, di provvedere almeno alla collocazione “subito a monte della diga [di] un argine formato da burghe e gabbioni di filo di ferro ripieni di ghiaia”, proposta già trasmessa anche dal Comune di Bologna il 15 dicembre 1945 precedente. Più o meno le stesse constatazioni e richieste, con l’aggiunta di una proposta di costruzione di un argine provvisorio a monte della chiusa, riportava la suddetta prima relazione stesa il 15 dicembre 1945, a pochissimi mesi dalla fine della guerra, dimostrando così che le criticità erano state individuate immediatamente ma ancora per un anno non giunse risposta dagli organi statali.

Nonostante il grave quadro prospettato dal Presidente del Consorzio, l’ingegnere capo del Genio Civile, Pietro Brunelli, rispondeva il 25 marzo 1947 che il Consorzio era privato e doveva procurare la ricostruzione della chiusa attraverso i suoi mezzi e non poteva ottenere l’intervento del Genio Civile. Per la precisione specificava che l’opera, “pur rivestendo una certa importanza… non ha i caratteri per essere considerata di pubblica utilità”.

La situazione attuale mostra con chiarezza che lo scivolo è stato realizzato nella ricostruzione postbellica, non trovandosi in alcun altro disegno o fotografia precedente, mentre i gradini, come si è visto, furono realizzati dopo la metà dell’Ottocento. Il nuovo canale con le due casette di guardia risalgono invece ad un momento precedente il 1913, essendo raffigurati nel progetto di quell’anno per il ponte della ferrovia.

La ricostruzione post-bellica: Nonostante inizialmente il Genio Civile avesse rifiutato di mettere mano alla ricostruzione della chiusa, il 19 dicembre 1947 di nuovo il Consorzio faceva rilevare al Sindaco l’estrema urgenza dell’opera di ricostruzione e il carattere di importanza della riattivazione della chiusa, anche perché il torrente nei due anni seguenti alla fine della guerra aveva abbassato il suo letto e – rilevava l’ingegnere Capo Divisione del Comune ing. Sabri Berberi in una relazione al vicesindaco prof. Nino Samaja – “le sponde vanno scomparendo e fra non molto si troverà minacciato anche il ponte su cui passa la Nazionale Toscana”, rilevando anche che si trattava di un’opera idraulica di terza categoria, per la quale lo Stato avrebbe dovuto intervenire con il 70% delle spese. Nel corso del 1948 e 1949 il Comune fece presente al Provveditorato Opere Pubbliche, sez. Genio Civile, il carattere di pubblicità dell’opera, che del resto contribuiva al mantenimento della rete fognaria cittadina, attraverso anche l’Ufficio d’Igiene e il Medico Provinciale.

Il 14 ottobre 1948 il Comune, Direzione Servizi Tecnici, Divisione IV, Reparto Fognature, preparava e il 20 seguente inviava al Genio Civile il progetto, consistente nello stato di fatto all’inizio dei lavori e nel vero e proprio progetto di ricostruzione. Lo stato di fatto, intitolato “Consistenza all’inizio dei lavori”, insieme ad una fotografia allegata, mostra con estrema precisione i ruderi della diga minata e bombardata e allora ulteriormente degradata a causa dello scorrere dell’acqua per i tre anni seguenti alla fine della guerra. Ulteriori appunti di lavoro stesi con matite di diversi colori precisano anche dove correva l’acqua del torrente rispetto alla diga semidistrutta. In seguito, a richiesta dello stesso Genio Civile, il Comune elaborava un’ipotesi di modifica della diga da ricostruirsi e una ulteriore modifica quanto alla posizione del nuovo manufatto e inoltrava la relazione il 5 febbraio 1949 al Genio Civile. Nella relazione venne confrontato il vecchio manufatto con un nuovo progetto provvisto di miglioramenti: venne modificato leggermente il progetto, arretrando la platea di partenza a monte, accentuando lo scivolo e dandogli una particolare curvatura. Il tutto avrebbe migliorato lo scorrimento delle acque, evitando pericolosi gorghi e ristagni a valle della diga. Il disegno allegato, intitolato “Profilo «Creager» della diga sul Savena a San Ruffillo”, elaborato dall’Ufficio Tecnico del Comune e firmato dall’ingegnere direttore dei lavori Sabri Berberi e dall’appaltatore Michele Li Causi, mostra il nuovo profilo da dare alla diga (se ne allega anche una versione di lavoro, con appunti del progettista). Un ulteriore disegno (Allegato B) mostra il profilo presunto della diga primitiva, il profilo della diga semplicemente ricostruita nella vecchia sede e il profilo secondo il progetto. Schizzi a matita mostrano vari profili più o meno favorevoli del nuovo scivolo. Un ulteriore progetto variato sulla base di questi studi fu presentato, ma privo della data; tuttavia il nuovo progetto non dovette essere molto successivo, dal momento che l’appalto fu fatto sulla base di quest’ultimo.

All’1 ottobre 1948, sulla base del progetto del Comune, il Ministero dei Lavori Pubblici, Provveditorato Regionale alle opere pubbliche per l’Emilia, Sezione Autonoma Genio Civile, Riparazione danni di guerra, Provincia di Bologna, era datato il capitolato speciale d’appalto per l’importo a base d’asta di L. 15.700.000, che si allega in fotocopia, insieme alla relazione e al preventivo di spesa di L. 17.000.000. Al preventivo si allegò in seguito un ulteriore preventivo della ditta Cuzzani Giosuè per tavoloni di quercia datato 21 settembre 1950.

Il Genio Civile stipulò poi un contratto di cottimo fiduciario (n. 4486) con la ditta Li Causi Michele il 7 aprile 1950, per l’importo di L. 13.233.520 al netto del ribasso d’asta del 21,58%. Nella pratica conservata nell’Archivio Storico del Comune di Bologna furono inserite anche le liste settimanali degli operai e delle provviste di materiali: dalle prime seguiamo settimana per settimana l’andamento dei lavori. Dal 27 marzo al 2 aprile 1950 fu scalpellata la muratura della chiusa e furono rifatti tratti della muratura esistente dal muro di sponda dell’incile a monte della prima casetta di manovra; furono inoltre rimosse le travi di quercia in opera all’imbocco dell’incile per essere sostituite con intelaiature in cemento armato. Dal 3 al 9 aprile fu scalpellata la muratura e fatte riprese d’intonaco nella parte inferiore interna della sponda del canale, dello sperone in muratura e dell’intradosso delle volte di sostegno del pavimento delle due casette di guardia dell’incile, mentre altri operai scalpellavano il vecchio muro di sponda e la gradinata della diga per restaurare le parti corrose. Il lavoro di scalpellatura del vecchio muro di sponda a valle della gradinata proseguì nella settimana seguente e venne iniziata anche la muratura di mattoni e malta di cemento. Dal 17 al 23 aprile fu iniziata la demolizione con mazza e scalpello del calcestruzzo in cemento armato di rivestimento del tratto della vecchia diga a monte della gradinata, mentre altri operai scalpellavano gli angoli di imbocco dell’incile e tagliavano il muro sopra l’estradosso dell’arco dell’incile per preparare il getto di calcestruzzo di cemento armato dell’architrave e dei pilastri laterali in sostituzione dei due travi di quercia vecchi rimossi. Dal 24 al 30 aprile fu tagliato e scalpellato il vecchio muro a monte delle scale di granito per fare le immorsature del calcestruzzo della nuova diga ai piedi della parte rivestita in calcestruzzo di sostegno del bordo in granito. Dal 2 al 7 maggio fu iniziata la muratura di rivestimento, di spessore 0,15 cm, per il restauro del muro di sponda a valle della gradinata, con mattoni nuovi e malta di cemento; il lavoro proseguì anche la settimana seguente. Dal 15 al 21 maggio fu restaurato l’ultimo tratto del vecchio muro di sponda del torrente a monte del ponte sulla Strada Nazionale Toscana, fu proseguito il taglio del muro per immorsare il nuovo getto e furono tagliate le travi di quercia della platea per raccordare il nuovo getto di calcestruzzo all’imbocco dell’incile. Dal 22 al 28 maggio fu proseguito il restauro del muro di sponda lato incile a valle della gradinata esistente e fu iniziato il rifacimento parziale del rizzo di sommità. Poiché era prevista la posa in opera di una palificazione di sostegno in cemento armato a valle della diga (come da preventivo di spesa, alla voce 3), dopo aver eseguito la trivellazione per il primo palo verso la sponda di levante, dal 12 al 18 giugno fu spostata la macchina ed eseguita la seconda trivellazione al centro della diga. L’appaltatore dichiarava al Genio Civile il 25 agosto 1950 che “verrà eseguito il getto della soletta in c.a. di collegamento dei pali trivellati nell’intesa che, ove la prova di carico da eseguirsi su un palo situato in un vano lasciato in detta soletta, non desse il risultato dovuto, saranno a carico di questa impresa le responsabilità inerenti al detto risultato scadente”. Nel “Sommario del registro di contabilità” furono indicati 4 m di “palo gettato in opera trivellato completo in opera”, quindi bisogna pensare che alla fine la palificata sia stata eseguita per un tratto di 4 metri.

Nella settimana dal 19 al 25 giugno fu scalpellato il muro per rimuovere i residui di marmo del vecchio idrometro e fu murato il nuovo fornito dall’impresa, in marmo bianco; furono anche rifatti tratti del vecchio muro nel passaggio a monte della casetta dell’incile e furono fatte riprese di intonaco nel vecchio muro, creando il raccordo con quello sovrastante di nuova costruzione; nella stessa settimana fu iniziato lo scivolo in calcestruzzo e malta di cemento per la copertura e fu sistemata una risega in muratura. Dal 3 al 9 luglio fu tagliato il muro della vecchia diga per formare una scanalatura per fare l’immorsatura in calcestruzzo della sponda di levante della vecchia diga. Mancano i dati di luglio, mentre dal 31 luglio al 6 agosto furono rimosse le lastre vecchie di granito della diga; lo stesso si fece la settimana seguente e le lastre furono trasportate a Monte Albano, presso Sasso Marconi, come disposto dall’ing. Giuseppe Rinaldi del Genio Civile. Dal 14 al 20 agosto fu eseguita la scalpellatura del muro di mattoni e malta di cemento e fu tagliato un piccolo tratto di galestro (così è definita la roccia del fondo del torrente) per formare l’incastro per l’appoggio del cordolo di calcestruzzo in cemento armato nelle testate sud-est di sostegno delle nuove spalle in muratura della diga in costruzione. Dal 21 al 27 agosto un solo manovale trasportò con la carriola pietre per alzare il piano di campagna e formare la rampa di raccordo con la quota del muro di sponda dell’incile. Infine dall’11 al 17 settembre 1950 fu scalpellato il muro del vecchio piedritto per favorire l’aderenza del nuovo in calcestruzzo di cemento e furono tagliati gli incastri di immorsatura di collegamento con la vecchia diga nella zona della gradinata; altri operai rimossero blocchi di calcestruzzo e altri materiali di rifiuto per liberare il tratto in cui si doveva costruire la tubazione in cemento di diametro 40 cm per lo scarico delle acque nere e chiare dei fabbricati vicini alla diga. Oltre alla diga fu riparata la casa del custode e la casetta di manovra all’inizio dell’incile: è conservata la pratica fra gli atti del Provveditorato Opere Pubbliche, in corso di inventariazione presso l’Archivio Storico della Regione Emilia-Romagna. Alla pratica fu allegata la fotografia della casa del custode e di uno sfioratore, che si allega: in questa foto insolita si vede quindi la casa del custode, più a valle della diga, e un fabbricato sulla sponda del torrente dal lato di Rastignano, che di solito nelle fotografie non è ripreso.

Il 30 aprile 1952 il Comune, Direzione Servizi Tecnici, Div. II, Reparto Fognature trasmetteva con prot. 5996 al Genio Civile la liquidazione finale dei lavori di ricostruzione della diga, di cui si allega il Sommario del registro di contabilità. Si allega inoltre lo stato finale dei lavori.

Nel 1954 furono compiuti lavori per ripristinare completamente il primo tratto del canale di Savena fino a via Parisio e la casa del custode (Archivio Storico del Comune di Bologna, Tit. XII, rubr. 1, prot. 306/1948 e 37646/1954); benché non strettamente riguardanti la diga, si ritiene utile allegare la prima parte della pianta generale dei lavori eseguiti e alcuni particolati, dal momento che attraverso questi lavori fu resa perfettamente funzionante un’opera importantissima per l’igiene della città e dal momento che la planimetria mostra con precisione lo stato della diga appena restaurata.

Fotografie: Nella vastissima produzione di libri fotografici su Bologna e i suoi principali edifici storici è stata rintracciata una sola fotografia che raffigura la chiusa prima dei lavori di ricostruzione eseguiti dopo la seconda guerra mondiale, ma è priva di datazione e di indicazione dell’autore. Bisogna però notare che la chiusa è simile a quella raffigurata nei disegni degli anni ‘20, con le due costruzioni fiancheggianti il corso iniziale del canale. Invece in una fotografia presa da valle del vecchio ponte sul Savena nell’inverno 1900, prima della sua ricostruzione nei primissimi anni del XX secolo, si intravede anche la chiusa, che sembra quella semplice e costituita dal solo muro delineata nei disegni ottocenteschi. Invece la raccolta di cartoline e fotografie di Giovanni Mengoli conservata presso le Collezioni d’Arte e di Storia della Cassa di Risparmio in Bologna offre alcune vedute interessanti della chiusa e della chiusa con il nuovo ponte: il Mengoli lavorò come editore di cartoline, tratte da fotografie altrui, fra il 1900 e il 1915. Nel 1900 aveva sede in via Rizzoli 11/E, mentre nel 1913 si trasferì in via Ugo Bassi 10; nel 1915 cessò l’attività, ma morì a Bologna (dove era nato il 30 agosto 1860) solo il 15 gennaio 1926. Una sua immagine intitolata “Cascata del Savena a S. Ruffillo” mostra la chiusa costituita dal semplice muro e dai gradini, con le due casette di guardia del canale; una del tutto simile mostra la stessa ripresa ma con il torrente in secca, con l’acqua che esce dallo sfioratore del canale. Due immagini raffigurano in primo piano il nuovo ponte e in secondo piano, ma ben visibile, la chiusa, identica alle immagini precedenti. In un album giunto in un secondo momento presso le Collezioni è conservata la fotografia da cui è tratta la cartolina con il torrente in secca. Una fotografia allegata al progetto di ricostruzione postbellico mostra lo stato della chiusa al 1945, dopo le distruzioni dovute a mine e a bombardamenti: in essa è anche delineata a penna rossa l’area soggetta a lavori più consistenti, mentre le parti laterali rimasero meno colpite e quindi furono meno bisognose di interventi. La foto fu eseguita dallo Studio fotografico A. Zagnoli, via Indipendenza 36. Una ulteriore fotografia, allegata al progetto di ricostruzione della casa del custode e della casetta di manovra, conservata nell’archivio dell’Ufficio Speciale del Genio Civile per il Reno (presso l’Archivio Storico della Regione Emilia-Romagna), nella pratica intitolata “Liquidazione finale dei lavori di costruzione dei locali per l’apparecchiatura di comando della chiusa del Canale di Savena e dell’abitazione del custode della chiusa stessa in località S.Ruffillo distrutta dai bombardamenti aerei”, mostra in una visuale insolita lo stato della diga nella zona della casa del custode, cioè sulla sponda est del torrente. Essa deve riferirsi agli ulteriori lavori, già ricordati, compiuti nel 1954 per ripristinare completamente il primo tratto del canale di Savena fino a via Parisio e la casa del custode.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

CRIPTA DI SAN ZAMA

L’Abbadia dei SS.Naborre e Felice (ove è custodita la Cripta di S.Zama) è l’attuale sede dell’Ospedale Militare di Bologna.
In questo luogo già nel III secolo d.C esisteva il primo e più importante centro di diffusione del cristianesimo.
Si narra che attorno all’anno 270 San Zama, primo vescovo di Bologna, avrebbe ridotto a miglior forma una preesistente chiesa dedicandola a San Pietro.
La cripta è riferibile stilisticamente all’XI secolo ed è suddivisa in tre navate con tre absidi e con due file di colonne nella navata mediana.
Le quattro colonne che precedono l’altare sono di carattere corinzio, molto probabilmente provenienti da precedenti costruzioni e qui reimpiegate.

FONTE DELLA REMONDA

Nel 1433 ebbero inizi i lavori per condurre in città l’acqua della sorgente Remonda situata sotto San Michele in Bosco e vicina all’attuale Via Codivilla.
I lavori ebbero termine l’anno successivo con l’inaugurazione di una fontana costruita davanti all’ospedale della Morte ma i dazieri riuscirono a farla demolire in conseguenza al diminuito consumo di vino e al mancato incasso.
La cosa si ripetè 50 anno dopo; nel 1483 si mise a disposizione dei cittadini una vasca di legno con acqua portata dalla collina ma, ripetendosi, i dazieri del vino la fecero chiudere nuovamente.
Nel 1497 la Remonda alimentava il Palazzo Bentivoglio e nel 1520 il vicelegato Averoldi fece erigere una fontana di piazza immettendo l’acqua nel vecchio condotto costruito nel 1483.
Dopo circa 10 anni l’acquedotto fu maggiorato con l’inserimento di nuove sorgenti ma nel giro di poco tempo le condutture si intasarono a causa dell’eccessiva quantità d calcare.
Successivamente la Remonda, assieme alle sorgenti di Valverde, che si univano presso la chiesa dell’Annunziata nel punto in cui poi fu costruita una grande cisterna chiamata “Castello delle Acque”, alimentarono la Fontana del Nettuno e il giardino del palazzo del Legato.
Meravigliosi i condotti sotterranei, alcuni addirittura su archi.

LA BOVA

Antico Porto del Maccagnano. Luogo di confluenza del Canale Cavaticcio (derivazione di quello di Reno), il Canale di Reno (tratto denominato delle Moline), il Torrente Aposa, il canale di Savena e origine del Canale Navile.
Fu l’ultimo porto fuori le mura prima che lo stesso venisse trasferito nel 1550 per volere di Papa Paolo III su progetto di Jacopo Barozzi detto Vignola dentro la città in fondo all’attuale Via Don Minzoni.

LAPIDETTE IDRANTI

L’argomento è di quelli sconosciuti e magari, per qualcuno, anche di poco conto, ma rientra comunque nella storia idrica della nostra città.

Si tratta di una serie numerosissima di particolari marmorei che sono sparsi un pò dovunque, sia in centro che in periferia.

La loro superficie riporta un numero progressivo e le varie distanze dal punto in oggetto sino alla sezione di presa.

La numerazione più alta ritrovata sino ad ora è la 571.

Di questi caratteristici manufatti solo 104 sono stati mappati (il sistema computistico progressivo è mancante oppure, in alcuni casi, doppio) e non esiste, al momento, un elenco ufficiale.

Questi oggetti che affettuosamente chiamiamo “Lapidette”, fanno parte di una delle tante curiosità  che la nostra Bologna ancora custodisce.

Si sa che furono inserite nel tessuto urbano non tutte contemporaneamente, ma poco per volta, a piccoli gruppi, posteriormente al 1884, anno in cui un furioso incendio sconvolse una buona parte del centro storico.

Sarà nostra premura, appena avremo più precisi dettagli, fornire nuove notizie.

LOCALITA' ARCO GUIDI

IN BREVE, ma per maggior approfondimento, l’archivio storico di Bologna Sotterranea ® / Amici delle acque è a disposizione.

Fuori porta S. Isaia – Arco Guidi, così fino ai primi del Novecento veniva indirizzata la corrispondenza postale a chi abitava nei pressi del manufatto perduto.

Così pure si diceva: abita all’Arco Guidi.

Una località del suburbio di Bologna aveva preso il nome spontaneamente, per iniziativa popolare, dall’arco che, inserito nel portico del Meloncello porta alla Certosa, attraversava via S. Isaia (ora Andrea Costa). Senza netta delimitazione, la suddetta località si estendeva, verso la città fino a quella chiamata Crocetta e verso le colline giungeva a quella più nota del Meloncello. Verso la pianura al canale di Reno e alla Certosa.
Con la demolizione dell’arco, piano piano si perse anche la vecchia denominazione della zona (definitivamente dopo la II GM).
L’Arco Guidi fu condannato a morte dall’aumento del traffico stradale, soprattutto a seguito della costruzione del vicino Stadio (allora Littoriale), inaugurato nel 1927. Prima furono demoliti alcuni archi di portico dal lato della Certosa, per permettere il prolungamento della linea tramviaria a doppio binario; più avanti, nel 1934, ci fu l’atterramento totale, per favorire l’afflusso allo Stadio dei tifosi del “Grande Bologna”.
Il manufatto non aveva un valore architettonico rilevante ma piaceva agli abitanti della zona che, con mesta tristezza, lo videro cadere sotto i colpi del piccone demolitore.
Sulla costruzione del portico dal Meloncello alla Certosa, che comprendeva anche l’Arco Guidi, una fonte importante è l’anonima Descrizione Storica del Braccio di Portico che dal Meloncello conduce al Cimitero Comunale, inserita nell’Almanacco statistico Bolognese per l’anno 1835.

Da questa descrizione si riporta la cronologia temporale:
· 1811. Progetto dell’Ing. Gasparini, pienamente approvato dal Governo superiore, e datovi cominciamento.
· 1818. Erezione dell’Arco (Guidi, dal nome del Notaio Antonio, fiduciario del facoltoso Sig. Andrea Pesci, deceduto nello stesso anno, che per sue disposizioni lasciò una cospicua somma appositamente destinata ai lavori. Oggi nessuno lo ricorda) sopra la strada di S. Isaia.
· 1828. Testamento del Valeriani per cui subitamente si ricomincia la fabbrica da qualche tempo fermata.
· 1831. Erezione del grand’arco d’ingresso allo stradone vicino all’arco del Meoloncello.
· 1833. Erezione dell’arco sopra il canale di Reno, ed aprimento dello stradone che ora unisce la via di Saragozza a quella detta della Certosa.
· 1834. 2 aprile. Innalzamento dell’intercolonnio coperto sopra il canale, ed unione immediata del Portico alle mura e quindi agli interni portici del Cimitero.

Già dal 1820 si possono trovare incisioni e disegni del manufatto perduto nelle varie “Guide del forestiere per la città di Bologna e suoi sobborghi”, così come medaglie di bronzo a ricordo dell’avvenimento (una fu sotterrata all’inizio della costruzione del portico come segno beneaugurale), poesie e altri scritti.

Nel 1976 si dette il nome “Arco Guidi” alla scuola materna inaugurata in quell’anno ricavata dalla casa colonica del Podere Zangheri, già ristrutturata secondo un antico progetto di edificio agricolo di Carlo Francesco Dotti, nei primi del Settecento. La scuola esiste ancora in piazza della Pace.

Esiste un’accurata descrizione dell’Arco, del portico e di tutta la zona circostante (caseggiati e altre costruzioni compresi, ma non più esistenti) dal 1334 sino al 1979 (dopo questa data non vi furono cambiamenti rilevanti).

La foto inserita nell’articolo situato nella pagina delle “News” è tratta dal volume “Località Arco Guidi”, a cura di Antonio Brighetti, Aulo Gaggi Editore, 1981.

MONTOVOLO

La chiesa di Montovolo reca la data Anno Domini 1211 “REGNANTE OTHONE IMPERATORE”, ma la sua storia è senza dubbio più antica. Come testImoniano i reperti etruschi ivi rinvenuti, si trattava probabilmente di un tempietto pagano, mentre le sue origini strettamente cristiane si fanno risalire al X – XI secolo, come testimoniano i resti proto-romanici della cripta andata distrutta. La Chiesa di Montovolo è appartenuta ai canonici della cattedrale bolognese a partire dal 1054, anno in cui fu ad essi assegnata, con atto di donazione, dal vescovo Adalfredo.

Ma perché la collina del Montovolo viene chiamata il Sinai bolognese?  Sul Montovolo si trova anche un’altra chiesa, più precisamente un Oratorio dedicato a Santa Caterina d’Alessandria ed edificato nello stesso periodo della ricostruzione di Santa Maria (1211 appunto). Questo oratorio fu eretto come ex voto da alcuni crociati bolognesi di ritorno da Damietta. Tale circostanza sta alla base dell’accreditamento di Montovolo come Sinai bolognese, secondo la teoria avanzata dal Rubbiani nel 1908: il complesso ecclesiale di Montovolo, cioè, dal secolo XIII comincia a richiamare il Monte Sinai allo stesso modo in cui la Sancta Jerusalem delle basiliche bolognesi stefaniane e di S. Giovanni in Monte richiama la città di Gerusalemme e il Santo Sepolcro.

L’edicola della croce

La presenza di una piccola costruzione in questo luogo risale probabilmente all’avvenimento dell’apparizione della croce che le cronache attribuiscono al 1399, in occasione di una processione del moto dei Bianchi. Nel 1841 l’antico eremitorio era quasi del tutto distrutto, cosicché si pensò di ricostruirlo più ampio, in forma di vera cappella. In quell’anno non se ne fece però nulla ed il progetto venne notevolmente ridimensionato; solamente negli anni 1856-57 venne innalzata una più semplice maestà, realizzata dall’abile scalpellino locale Amadio Chinni che riprese le linee del romanico che caratterizzano la vicina S.Caterina: ne ricalca infatti sia il portale, sia la croce greca della lunetta e ne imita perfettamente la muratura in opus quadratum. Venne eretta poco più indietro rispetto alla costruzione che il Calindri aveva definito eremitorio ed il Rubbiani più coerentemente maestà e vi trovò posto una croce in marmo oggi perduta. Un ultimo restauro venne eseguito nel 1975 ed al posto di quella croce, riposta in luogo sicuro, nel 1978 ne venne inserita una copia in pietra.

Questa maestà è il luogo in cui giungono e sostano le processioni delle due feste: del 3 maggio (invenzione, cioè ritrovamento della croce) e del 14 settembre (esaltazione della croce), oggi spostate alle domeniche successive a queste date; la reliquia della croce viene deposta sul piccolo altare addossato all’edicola, dal quale viene impartita la benedizione.

Il balzo di Santa Caterina

Poco oltre la chiesa di S.Caterina, si trova il profondo burrone definito popolarmente come la titolare della chiesetta e nel passato anche rupe dell’Alberone. Ad esso sono collegate leggende riguardanti la Santa oltre ad episodi recenti di suicidi; Giambattista Comelli descrive a questo proposito un avvenimento del 25 aprile 1893, il giorno in cui Sante Guadagnino, un cartolaio bolognese, con la ferrovia si recò a Riola per salire poi a piedi a Montovolo; giunto lassù dopo aver pregato, fatto le sue devozioni ed aver lasciato un biglietto si gettò nel precipizio. Su quel biglietto si trovava la sua ultima volontà: il cappello, il mantello ed una valigetta che aveva con sé dovevano venire donati al contadino del custode del santuario perché recitasse per lui il rosario.

Undici anni dopo simile sorte cercò una giovane sposa di Vimignano, Luisa Cattabriga, che a causa di un infelice matrimonio, probabilmente impostole dal padre, si gettò anch’ella nel baratro. Di questo episodio rimane un cippo che è quanto resta della croce fatta erigere dal padre della ragazza nel 1904; sulle facce della pietra pressoché cubica si trova una scritta oggi purtroppo quasi illeggibile, composta dall’amico del padre Monsignor Fidenzo Mellini arciprete di Salvaro. Quest’ultimo, in periodi in cui il suicida era considerato dalla chiesa un pubblico peccatore per il quale non venivano celebrate le esequie, ed il corpo veniva sepolto in una parte isolata dei cimiteri, riuscì a presentare il gesto come frutto di follia e compiuto in un momento di incoscienza.

La scritta recita:

MEMORIA DI LUISA CATTABRIGA / GIOVANE DICIOTTENNE E SPOSA PER POCHI MESI / DI ADDO VANNINI / CHE PRESA DA REPENTINO DELIRIO / ABBANDONO’ INCONSCIA LA VITA / SU QUESTE BALZE / IL 30 AGOSTO 1904 / O TU CHE PASSI / PREGA IDDIO PER L’ANIMA SUA / CHE PRESTO L’ACCOLGA NEL CIELO

Il parapetto verso il burrone venne collocato dalla Provincia di Bologna nel 1986.

Anche da questo balcone naturale come dagli altri due davanti e dietro a Santa Maria, si gode di un panorama veramente grandioso: ai nostri piedi la valle del Reno col fiume, la strada, la ferrovia ed i numerosi villaggi fra cui Vergato spicca per l’estensione. Sullo sfondo i monti Pero, Radicchio e di Salvaro, mentre più oltre si vedono le colline che preludono alla pianura.

Da questo luogo inizia un itinerario che ricorda i ragazzi morti nell’incidente aereo del Salvemini di Casalecchio; il tragico decesso di quegli innocenti è ricordata con belle immagini di fiori in maiolica accostate al nome di ciascuno di essi.

La foresteria

Il primo edificio che si incontra salendo a Montovolo,a sinistra poco prima della chiesa di Santa Maria, svolge oggi funzioni di locale per brevi soggiorni e per lo svago, avendo in parte perduto la sua funzione originaria di alloggio per i viaggiatori. La parte sinistra è la settecentesca osteria, utilizzata anche come sede della forza pubblica che si stabiliva lassù per alcuni giorni, in occasione delle grandi fiere settembrine di merci e bestiame. Nel 1847 a lato di questa primitiva struttura si costruì una nuova ala con portico in pietra al piano terreno, mentre al piano superiore venne realizzato un camerone come dimora per pellegrini. I lavori del 1975 eseguiti dalla Provincia di Bologna cambiarono notevolmente la struttura dell’edificio più antico.

Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria

Autentico piccolo gioiello del romanico montano, si trova a poca distanza e maggiore quota  rispetto al Santuario. Costruito interamente in perfetto opus quadratum , esempio della perizia di scalpellini di probabile provenienza toscana, mostra nella facciata d’ingresso un portale che fu evidentemente preso a modello per il rifacimento, nell’ottocento, di quello della chiesa maggiore; la strombatura è segnata da due colonnine delle quali quella di sinistra è cilindrica, mentre quella di destra, ottagonale, è stata recentemente ripristinata a seguito di un furto. La parete absidale mostra tre monofore perfettamente proporzionate e nella parete sud, in cui si apre la porta secondaria, sono ben visibili i segni lasciati dal passaggio degli ultimi eventi bellici. Ma è all’interno che questo gioiello rivela tutta la sua preziosità. Interamente ricoperto da un ciclo di affreschi che Rosalba D’Amico dopo attento studio ha definito attribuibili ad un personaggio dotato di buona scuola pittorica, verosimilmente di area toscana, e ben informato dei modelli iconografici di varie provenienze, l’interno è a pianta rettangolare diviso in due campate sormontate da volte a crociera; con la campata del presbiterio un poco rialzata rispetto al resto del pavimento. Il ciclo pittorico è diviso in due temi principali distribuiti nelle due campate, separati dall’arco che le divide su cui è effigiato il classico motivo medievale del memento mori: cioè il paggio elegantemente vestito da un lato e lo scheletro dal lato opposto.

Nella campata del presbiterio sono raffigurate scene della vita della santa, come tramandate dalla leggenda: dalla conversione al martirio; mentre nella campata verso la porta il tema è quello dei Novissimi  cioè gli eventi degli ultimi tempi: il giudizio universale con la resurrezione dei morti, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Il giudizio universale è effigiato sulla parete d’ingresso, con a sinistra della porta il grande leviatano che divora le anime e sulla destra una vivissima scena della resurrezione dei morti, dove un angelo in alto suona la tromba mentre  in basso i corpi sorgono dalla terra. Nell’effige in alto viene riconosciuto il profeta Elia.

Il Paradiso occupa l’intera parete sinistra, con ricchezza di temi iconografici: l’incoronazione della Vergine, i cori angelici, l’Arcangelo Michele con nella destra la lancia che trafigge il drago – demonio e nella sinistra la bilancia con cui pesa le anime; ai lati gli apostoli, i fondatori di ordini, papi e vescovi. In basso un gruppo di uomini e donne che rappresentano i fedeli laici, ma secondo Alfeo Giacomelli i membri di alcune famiglie nobili bolognesi più legate al Capitolo di San Pietro nella seconda metà del quattrocento. La parete destra è interamente occupata dalla raffigurazione dell’inferno, con al centro un demonio mostruoso circondato da dannati sottoposti a pene di chiara ispirazione dantesca.

Nei medaglioni della volta a crocera, infine, sono raffigurati i padri della Chiesa: Girolamo, Gregorio Magno, Ambrogio e Agostino; la presenza qui di tali figure può essere collegata al fatto che Caterina, per via della disputa coi filosofi e del successivo martirio, è considerata la protettrice della Teologia. I fatti della vita della Santa sono presentati nella campata absidale, partendo dalla parete sinistra che raffigura in alto la disputa vittoriosa coi cinquanta filosofi mandati dall’imperatore Massenzio e in basso il martirio della ruota, con l’anima che esce dal corpo per salire al cielo. Sulla parete di fondo si doveva trovare la raffigurazione delle nozze mistiche; o forse dell’incoronazione della Santa, probabilmente con una Madonna in trono col Bambino che offre l’anello alla Santa, come ricorre in altri cicli pittorici. La deduzione è d’obbligo in questo caso poiché la parete fu affrescata prima della riapertura della monofora centrale. In alto, sopra la trabeazione, una crocefissione tra due angeli con le Marie e San Giovanni.

Nella parete destra la conversione e il battesimo della Santa, il processo davanti all’imperatore Massimiano e la prigionia. Nella volta a crocera: angeli, il Padre Eterno e gli evangelisti Matteo, Marco e Giovanni. Nella chiave di volta il monogramma di San Bernardino IHS (Iesus hominum salvator).

Gli affreschi dei due lunettoni che costituiscono le pareti laterali destra e sinistra di questa campata, distaccati nel 1965, sono stati nuovamente restaurati da Camillo Tarozzi in occasione dell’ottavo centenerio. E’ intenzione comune della Soprintendenza e del Rettorato del Santuario, di ricollocarli definitivamente in loco, non appena siano garantite condizioni microclimatiche idonee a scongiurare il deperimento dei pigmenti utilizzati.

Nella zona presbiteriale è pure collocato un piccolo sarcofago in pietra, impreziosito da incisioni di croci, palmette e altri simboli, che la tradizione vuole sia quello in cui furono conservate le spoglie di Sant’Acazio. Nell’angolo di fondo è conservata la punta di lancia che la leggenda popolare vuole appartenuta a Sant’Acazio. Mentre addossata alla parete opposta al sarcofago si trova una bella statua policroma settecentesca della Santa che fino al 1965 era collocata nella accecata monofora centrale.

MULINO DEL GOMITO

“… pochi borghetti aveva allora San Niccolò (di Villola, ove il mulino era di giurisdizione della parrocchia di…) pure a Muro lungo dè Belvisi abitavano cinque famiglie; ai luoghi dei Ratta e dè Baldi famiglie quattro; e quattro al solo dè Marulli. Così la Sterlina o San Sisto, dov’era osteria, trovavasi popolata a sufficienza; e più poi il Molino del Gomito, dov’erano raccolte ai suddetti giorni sei famiglie numerose …”

Queste le poche notizie trovate inerenti la storia del Mulino del Gomito:

“… il Molino del Gomito sunnominato è di ragione dè Signori Amorini, a quanto ne vien detto; e lavora con acque provenienti da San Ruffillo, le quali ancora fanno agire il Molino della Misericordia, fuori appena Porta Castiglione …”1

“… ma il tempo vi potè addosso moltissimo, l’incuria umana assai più…”2

Arrivando a tempi più recenti:

…fu attivo fino alla seconda metà del 1970, ed era permesso al privato di andare a macinare la propria farina.

Nell’edificio risiedeva stabilmente una persona addetta al funzionamento dei meccanismi.

Poi fu abbandonato il tutto e divenne ricovero per povera gente.

Il degrado divenne sempre più evidente e cominciarono a cedere le strutture per mancanza di manutenzione; i crolli si fecero continuamente più estesi e non si salvarono neppure un paio di teste in bassorilievo collocate nell’ingresso principale.

Mutato in contenitore per rifiuti, all’interno si poteva trovare di tutto.

Una stanza al piano terra conteneva migliaia di bottiglie vuote diverse per forma, sul retro in quella che doveva essere una cantina, molti tini di varie dimensioni.

I locali interrati che ospitavano i congegni per la molitura furono depredati di ogni particolare, sparite pure le stesse macine.

Le condotte sotterranee che prelevavano l’acqua dal vicino Savena furono chiuse, tombate e distrutte.

In seguito si demolirono i muri scampati ai crolli per spianare tutta l’area e farne un complesso residenziale.

Furono risparmiati la piccola cappellina con deliziosi affreschi e i pilastri d’ingresso lavorati con motivi ornamentali.

Cominciate nel 2007, le opere vennero sospese poco dopo lasciando incustodita l’area; riprese successivamente per la realizzazione di un moderno complesso edilizio, ad oggi non sono ancora terminate.

1 – Le Chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna ritratte e descritte, Tomo I, 1844.

2 – Sonetto di Giulio Cesare Croce riferito alla Villa del Tuscolano, ma la citazione può essere usata in riferimento anche a questo edificio scomparso.

ORTO BOTANICO

Note storiche in breve

Fondato nel 1568, l’Orto Botanico dell’Università di Bologna è uno dei più antichi al mondo e la sua storia è stata sin dall’inizio strettamente connessa al ruolo e all’evoluzione degli studi botanici in Italia. Fin dal Cinquecento lo Studio bolognese fu una delle principali sedi della cultura botanica italiana; nel 1568, su proposta di Ulisse Aldrovandi, il Senato bolognese istituì l’Orto Botanico, uno dei più antichi d’Italia dopo quelli di Pisa, Padova e Firenze, tutti fondati attorno alla metà del ‘500. La prima sede dell’Orto fu all’interno del Palazzo Pubblico in un cortile che oggi corrisponde approssimativamente alla Sala Borsa. L’Orto si sviluppò nel Seicento lungo la linea tracciata da Aldrovandi; intervennero però nel corso del secolo due mutamenti fondamentali legati l’uno all’altro: l’enorme aumento di conoscenze floristiche ed il progressivo affrancamento della botanica dalla scienza medica. Nel 1587 si provvide a trasferire la coltivazione in un sito più ampio presso l’attuale Porta S. Stefano, dove le piante coltivate salirono da 800 nel 1573 a circa 3000 nel 1595. All’interno del Palazzo Pubblico rimase solo la collezione dei «semplici», cioè delle piante medicinali, necessaria alle esercitazioni. Nel 1803, infine, l’Università acquistò, tra Porta San Donato, Porta Mascarella e via Irnerio, un’ampia area prevalentemente agricola, ma già provvista di giardini e viali alberati, dove venne definitivamente ubicato, nella sede attuale, il nuovo Orto Botanico, sorto dalla riunificazione delle collezioni di Palazzo Pubblico e di Porta Santo Stefano. L’Orto Botanico attuale segue due criteri espositivi diversi: da un lato, la presentazione di singole collezioni di particolare pregio, e dall’altro la ricostruzione di ambienti naturali, nei quali le specie vegetali siano inserite in modo simile a quanto avviene in natura. L’Orto moderno infatti deve assolvere a funzioni nuove, in particolare di divulgazione e didattica rivolte ad un pubblico ampio cui l’Orto storico non si rivolgeva. Per informazioni più approfondite sui vari periodi della storia dell’Orto Botanico potete seguire i collegamenti riportati qui sotto:

Alcune delle parti idrauliche dell’Orto Botanico, ovvero la rete di distribuzione idrica derivata dal Canale di Savena

Dal Canale di Savena si diramava in città una complessa rete, composta da una quarantina di rami e derivazioni secondarie, che si sviluppava nel settore Est compreso fra l’Aposa e la cinta muraria e, ad Ovest del torrente, giungeva ad alimentare i Conventi di S. Agnese, S. Domenico, S. Francesco e il Palazzo Comunale.

I condotti correvano lungo le strade, ma anche, denunciando una loro realizzazione precedente, sotto i fabbricati stessi, i loro portici o in corti private.

In una “Nota di tutt’i Luoghi, che si servono dell’Acqua cavata dalla Chiusa di S. Raffaello” (oggi S. Ruffillo), compilata fra il 1662 e il 1663, vengono meticolosamente descritti i percorsi seguiti dai vari rami, emissari ed immissari.

Le medesime descrizioni, riportate vent’anni dopo in un altro elenco, verranno poi riprese da Carlo Salaroli nella sua “Origine di tutte le strade di Bologna”, pubblicata a metà del secolo successivo sotto lo pseudonimo di Ciro Lasarolla dimostrando che, sostanzialmente, i percorsi dei condotti erano rimasti inalterati.

Ora prendiamo in esame e descriviamo solamente i rami di nostro interesse, ovvero quelli che alimentavano l’ampio spazio della palazzina della Viola, oggi in parte occupato dal nostro Orto Botanico; si potrebbero citare anche tutti le altre diramazioni ed i loro rispettivi percorsi, ma riteniamo che quattro pagine potrebbero non essere sufficienti.

“… attraversata questa strada, la canaletta giungeva alla parte posteriore del Borgo di San Giacomo. Dopo aver varcato il Borgo, proseguiva dietro le sue case fin davanti a Gattamarza. Qui svoltava a destra, sottopassava Strada San Donato, entrava nell’orto della Viola che attraversava fin quasi contro le mura. Seguendo un tragitto parallelo alla cinta muraria giungeva al Convento di San Guglielmo, vicino a Porta Mascarella, ed usciva dalla città…”

“… dal Fossato dei Pellacani si diramavano diversi rami; uno, derivato all’angolo fra la via Pellacani e via San Vitale, correva nel mezzo delle case di questa strada: davanti al Convento di San Leonardo voltava a sinistra per proseguire fra le case comprese tra la via Gattamarza e il Borgo San Leonardo. Alla fine del loro percorso le acque si immettevano in una chiavica che, sottopassato il Borgo San Giacomo, confluiva nel ramo della Viola…”

“… dal ramo di San Vitale si staccava un altro condotto che, tra le case di Gattamarza e Vinazzi, andava ad innestarsi in una chiavica a sua volta immissaria, dopo aver sottopassato il Borgo di San Giacomo, del condotto della Viola. Un ramo secondario partiva da una casa nella via Vinazzi e, attraversata la strada, correva dietro le case andando a immettersi in un chiavicotto a servizio della casa dei Malvezzi, sita all’angolo fra Strada San Donato e via Belmeloro…”

“… un ulteriore ramo giungeva “sopra terra” (scoperto: questo tratto è visibile nell’icnoscenografia di Filippo Dè Gnudi, risalente al 1702) in mezzo alla via Vinazzoli, erroneamente indicata nelle relazioni e in Lasarolla come via Vinazzi (le Vie Vinazzi, Vinazzetti e Vinazzoli venivano spesso scambiate fra di loro. Fin dal secolo XIII la toponomastica bolognese è piena di Vinazzi, Vignazzi, Vinnazzetti, che indicano ad un tempo i residui del mosto dopo la torchiatura e i luoghi campestri prossimi alla città in cui venivano smaltiti, luoghi che, con la crescita urbana, sono poi diventati vie e Borghi) via Belmeloro di fronte alla casa Malvezzi. Voltava quindi verso la casa dei “Sabadini per sino al Ponticello” che sottopassava; dopo aver girato a sinistra, attraversava alcuni orti dietro le case del Borgo di San Giacomo dalla parte di sopra e, successivamente, andava ad immettersi, in corrispondenza di Gattamarza, in una chiavica tributaria del condotto della Viola (nell’icnoscenografia di Filippo Dè Gnudi il condotto, scoperto, raggiunge direttamente via Gattamarza). Un ramo, probabilmente derivato dal precedente, correva fra la via Pellicani e l’altro Vinazzi (attuale via dei Bibiena) fin sotto il Guasto Bentivoglio, dove si univa ad altre acque (il Guasto così denominato è il punto oggi coperto dal Teatro Comunale, ove, in antico si mise a ferro e fuoco il magnifico Palazzo dei Bentivoglio, allora famiglia dominante a Bologna). Nel punto inferiore del Fosso dei Pellacani si staccava un condotto il cui percorso proseguiva parallelamente a Strada San Donato. Sottopassato il Monte della Canapa (ex Scuderie Bentivoglio-di fronte al Teatro Comunale-dove venivano messi a riposare i cavalli-circa 1000 si racconta-oggi occupate da saloni multiuso) e Palazzo Paleotti, attraversava il Borgo di San Giacomo raggiungendo la Chiesa della Maddalena. Da qui il ramo proseguiva dietro le case di San Donato fino a confluire in una chiavica immissaria del condotto della Viola…”

“… sotto la bottega del “Marescalco della Piazza de SS.ri Bentivoglj” (attuale Piazza Verdi) partiva un ulteriore ramo che, dopo essere passato sotto il Guasto, giungeva, seguendo un tracciato dietro le costruzioni di San Donato, fin davanti alla Chiesa della Maddalena. Davanti al “Pignattaro” di Strada San Donato riceveva le acque di un chiavicotto corrente in mezzo alla via del Guasto. Nel tratto compreso fra questa via ed il Borgo della Paglia (attuale via Belle Arti) il ramo di Strada San Donato alimentava un condotto che, attraversato l’orto di un certo Fasanino in Strada San Donato, proseguiva dietro le case del Borgo della Paglia fin davanti alla Chiesa della Maddalena. Qui i due rami, l’adduttore e il derivatore, confluivano in un’unica conduttura che oltrepassava il Borgo della Paglia ed entrava dietro la casa di detta via, all’angolo con Strada San Donato, dividendosi in due parti. Un braccio, corrente sempre dietro le case di Strada San Donato, superava la Braina di detta strada e andava ad immettersi nel condotto della Viola. L’altro passava dietro le case del Borgo Paglia, svoltava in via Centotrecento e tenendo il centro di questa strada giungeva in Borgo Marino, ove si congiungeva ad altre acque…”

“… nella Piazza dei Bentivoglio, dal fossato dei Pellicani derivava un condotto che sottopassava il Guasto e, dopo aver attraversato e seguito per un certo tratto il Borgo Paglia, proseguiva nel mezzo delle case di via Mascarella e Centotrecento. Poco prima di Borgo Marino voltava decisamente a destra , attraversava via Centotrecento per raggiungere, al termine di un percorso dietro le case di questo Borgo, il luogo in cui sorgevano le Case Nuove dei SS.ri Malvasia, dove svoltava a sinistra. Superato Borgo Marino le acque del condotto, unite ad altre ricevute sotto casa Salicini, attraversavano gli orti e andavano ad immettersi nel sistema idrico della Viola…”

“… anche il ramo di Strada Maggiore alimentava alcune condutture distribuite lungo il suo tragitto. Un ramo, derivato di fronte al “Fornaro dei Servi”, imboccava via del Begatto. Raggiunta Strada San Vitale, percorreva questa in direzione della Porta fin sotto la “Casa del Giroldo”, dove si innestava in una Chiavica immissaria della rete idrica diretta alla Viola. Un altro ramo, derivato nel Begatto, passava nell’androna di San Tommaso, compresa fra il Begatto e l’androna di San Leonardo, ed alimentava altri quattro condotti…”2

Le esplorazioni odierne

Oggi, di tutto quel reticolato enorme di canalette restano diverse tratte, modificate nei secoli ma distrutte, purtroppo, in buona parte durante la seconda Guerra Mondiale (Bologna fu assai martoriata dai bombardamenti3). Successivamente recuperate, ed ancora presenti e in uso, le condotte (alcune) più moderne si innestano in quelle più antiche. Il loro lavoro, benchè non più irriguo, ma di smaltimento acque (nere o bianche che siano) viene svolto pazientemente. Del secondo tipo fa parte il percorso perlustrato di recente, dove si sono rintracciate le fondazioni più vecchie (cinquecentesche), ma anche un’incisione del 1904, indicante una manutenzione effettuata al condotto; manutenzione che, purtroppo, non viene più eseguita da parecchi decenni visto l’enorme spessore dei sedimenti che arrivano oramai alla base della volta completamente rivestita di mattoni e di pregevole fattura.

Resta ancora da visionare un lungo passaggio. Non tutti i segreti dei sotterranei dell’Orto Botanico sono stati svelati; speriamo di riuscire a farlo.

1 Dal sito dell’Orto Botanico.

2 Il sistema delle acque a Bologna dal XIII al XIX secolo, a cura di Angelo Zanotti, Editrice Compositori, Bologna, 2000.

3 Sono numerosi i testi che trattano dell’argomento: per ulteriori approfondimenti e per la bibliografia cfr: Ricerche sulla Montagnola di Bologna, le fortezze papali, le ghiacciaie, i rifugi antiaerei, a cura di Giancarlo Benevolo-Massimo Brunelli, Maglio Editore, 2013; Aposa segreto, i rifugi antiaerei a cura di Massimo Brunelli-Francisco Giordano, Ass. Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna, 2012; Delenda Bononia, immagini dei bombardamenti 1943-1945, Bologna, Pàtron, 1995; Bologna gente e vita dal 1914 al 1945, a cura di Franco Cristofori, Bologna, Edizioni Alfa, 1980; cfr. inoltre i numerosi testi di Vito Paticchia.

OPIFICIO DELLA GRADA

Le prime notizie certe si hanno il 29 marzo del 1681, anno in cui venne concessa a Giovan Battista Mengarelli la possibilità di costruire sul canale di Reno un edificio da destinare ad uso di pellicaneria (conceria) con la prescrizione di contrassegnare le pelli in modo che fosse sempre riconoscibile la lavorazione bolognese delle stesse.… “si richiede di costruire un edificio che si farebbe nel pezzo di Ponente sopra il Canale di Reno, che rimane isolato di qua dal ponte della strada alla Grata di Reno”. Nel corso del XVIII secolo l’edificio diventò di proprietà del Cardinale Pompeo Aldrovandi. Oltre alla lavorazione delle pelli si hanno notizie di una ruota capace di produrre forza motrice e di alimentare un orto nella proprietà Aldrovandi posta a sud, in posizione dominante, quindi incapace di ricevere acqua naturalmente. Ancora più rilevante era la macina a Galla, sostanza ricavata dalla escrescenza della corteccia delle querce colpita da aggressioni di parassiti, le pelli venivano lasciate in maceratoi dove era stata messa calce viva, successivamente venivano sottoposte a numerosi lavaggi in acqua corrente e quindi unite alla galla utile al fissaggio dei colori. L’edificio conteneva “tutte le macchine” necessarie alla lavorazione della Galla, così che l’insieme poteva essere considerato una vera e propria industria dotata di piena autonomia funzionale.

Nel suo testamento il Cardinale destinò gli utili della conceria al Capitolo di S. Petronio, che ne divenne pieno proprietario nel 1775. Verso la fine del secolo (giugno 1791, con una spesa di 12.000 quattrini, moneta di Bologna), in seguito a diverse controversie sorte con il “Corpo degli Interessati del canale di Reno” l’edificio passò proprio a questo istituto ora Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno.

Numerosi i rifacimenti interni sia per motivi di lavorazioni che per allargamenti o ricostruzioni causa incendi. Verso la metà del XIX secolo la crisi del settore conciario determina l’abbandono di tale attività per lasciare il posto ad altre più redditizie; nel 1842 fu presentata una proposta di costruire due macine da grano, che però trovò l’opposizione della Università delle Moline. Nel 1854 si ha notizia di un mulino da grano, nel 1860 si propone uno stabilimento per bagni pubblici nei periodi estivi e lavanderia nei periodi invernali: particolare la notizia che nel 1895 ci furono disordini a causa dei numerosi bagnanti. Nel periodo 1867-1878 l’edificio prende forma nelle dimensioni attuali e nel 1870 viene introdotta l’illuminazione a gas. Risale al 1899 la richiesta dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di avere alcuni locali al piano terra e a quello interrato ove installare la propria centrale elettrica con tre turbine per alimentare le sale a raggi X; le turbine funzionarono fino al 1926 e quattro anni dopo furono smantellate. Merita una segnalazione la decorazione che campeggiava sulla parete Nord: “Angelo Maccaferri”, e si riferiva alla omonima officina che risiedeva agli inizi del 1900 in alcune sale e che cooperava attivamente con il Consorzio costruendo i suoi famosi “Gabbioni” detti anche “Purghe” che ebbero il primo massiccio impiego sul Fiume Reno a Casalecchio dopo la rotta avvenuta nell’Ottobre del 1893.

Nel dopoguerra cessato ogni uso industriale, l’intero corpo di fabbrica venne adattato ad uso abitativo, generalmente per casi sociali e per i bisognosi. Al piano terreno per qualche tempo alloggiarono anche i vigili urbani. Non è mai cessata invece la regolazione idraulica realizzata con le antiche paratoie capaci di regimare l’intero tratto di canale posto a monte.

Il Consorzio nel 1995 ha intrapreso un importante intervento volto al recupero del fabbricato. Al momento risulta completata la ristrutturazione statica mentre il recupero conservativo è limitato per ora ad una parte destinata agli uffici e alla casa di guardia del Regolatore del Canale.

PALAZZO MACCAFERRI ORA I PORTICI HOTEL

I Portici Hotel è ubicato nel pieno centro storico di Bologna, in un edificio di pregio di fine ’800 (Palazzo Maccaferri) mirabilmente restaurato.
La posizione e la vicinanza con la stazione ferroviaria ne fanno una meta ideale sia per il turista sia per chi viaggia per lavoro.
La sapiente ristrutturazione ha riportato alla luce 1500 metri quadrati di pitture dimenticate che fanno sicuramente di questo Hotel a 4 stelle di lusso un luogo dove l’Ospite può trovare l’armonia di un’atmosfera di viaggio esclusiva e l’efficenza di una base ideale per scoprire Bologna, un ambiente in cui convivono le calde atmosfere liberty e la modernità dell’arredamento sia nelle 86 camere di varia tipologia, sia negli ampi spazi dedicati alla congressistica e allo spettacolo.

Chiude l’Eden Kursaal - Chiude i battenti l’Eden Kursaal, famoso locale di avanspettacolo posto in via Indipendenza 69, all’interno del palazzo Maccaferri. Inaugurato dal sindaco Dallolio nel 1899, era dotato di una grande sala al pianterreno per il caffè concerto e di un salone ristorante (più varie salette per il gioco) al piano nobile, affacciato sulla Montagnola. Era decorato all’interno con ferri battuti e ringhiere in stile liberty di Sante Mingazzi, mentre la ricca illuminazione era stata curata dalla ditta tedesca Ganz. Il riscaldamento a vapore era diffuso dai primi termosifoni apparsi a Bologna. Negli anni della Belle Epoque aveva ospitato tutti i grandi protagonisti dello spettacolo leggero, da Petrolini alla bella Otero. Il palazzo diverrà in seguito sede della Società Elettrica.

I Portici Hotel, l’albergo di riferimento di Bologna – Il 4 stelle di lusso che riporta agli antichi splendori Palazzo Maccaferri e che con le sue vetrate, il ristorante , il caffè e le sale congressi che si affacciano su via Indipendenza 69 fa rinascere e si apre su una delle vie più belle della città. Per diventare l’albergo di riferimento di Bologna. Nel pieno centro di Bologna, in un ambiente raffinato e allo stesso tempo discreto, nello storico Palazzo Maccaferri , che ricorda fasti e luoghi dello spettacolo del passato (qui sorgeva la migliore espressione della belle époque bolognese, il mitico caffè-concerto Eden Kursaal ), in una posizione strategica sia per il turista che per chi lavora, è stato inaugurato «I Portici Hotel Bologna», un’idea di hotel innovativa e foriera di novità per l’intera città. Le ampie vetrate si affacciano direttamente sull’angolo più bello di via Indipendenza dando così l’impressione all’ospite, prevalentemente corporate e congressuale, di essere parte della vita della città. Anche il ristorante e la caffetteria (supportata da un laboratorio interno di pasticceria), entrambe aperte al pubblico, sono al primo piano quasi fossero parte integrante della città e invitassero i bolognesi ad entrare. Non a caso la caffetteria avrà una forte vocazione culturale e mondana: degustazioni, concerti, sfilate di moda. Le camere sono 86, tra Standard ed Executive. In 60 di queste sono stati riportati agli antichi splendori gli affreschi in stile liberty, ciascuno diverso dall’altro. Ciò con un intervento durato 18 mesi per opera della società S0S Art. Progettate per essere simili ma non uguali, alcune camere si affacciano sulla centralissima via Indipendenza, cuore della città, altre sul bellissimo parco del Pincio. Adiacente al Bar Terrazza si trova il nostro Salone delle Feste da 200 mq e nella splendida cornice liberty dove sorgeva il café chantant Eden Kursaal ora si trova il nostro Teatro Eden; mentre al piano terra affacciata su Via Indipendenza la Sala Garden offre un piacevole spazio meeting da 40 posti. Tutte le sale sono funzionali e tecnologicamente attrezzate per ospitare riunioni di lavoro, convention, seminari, conferenze. In tutti gli spazi comuni dell’hotel è presente il sistema Hi-Port, che consente collegamenti wireless.

Il restauro - Riportati all’originale 1.500 metri quadrati di pitture in stile liberty realizzate a fine ’800. I Portici Hotel Bologna riporta alla luce 1.500 metri quadri di pitture realizzate a fine ’800 nei saloni e sui soffitti dei quattro piani dell’edificio. Obiettivo dell’intervento: mettere sempre in evidenza la decorazione originale. Una finalità dunque, oltre che estetica per i clienti dell’Hotel, anche culturale: sono state recuperate le pitture di un’intero edificio di epoca liberty, evidenziando l’amore per la decorazione di quell’epoca e la maestria degli artigiani e degli artisti che ci hanno lavorato. Grazie all’Hotel I Portici, Palazzo Maccaferri diventa testimonianza imponente di documenti pittorici. «I dipinti – spiega Monica Ori – sono stati eseguiti a fine 800, sembra nel 1898, a tempera a calce o a calce e caseina. Una tecnica definita genericamente tempera forte. La maggior parte delle decorazioni ha come soggetto varie tipologie di piante e fiori, tema caro allo stile Liberty. Altre hanno caratteristiche più classiche, di stampo ottocentesco. Solo nel teatro vi sono scene che raffigurano personaggi umani».  «Alcuni di questi dipinti – continua Monica Ori – erano coperti da vari strati di pittura che aderivano direttamente alla pellicola pittorica originale, altre volte invece erano nascosti da controsoffittature in laterizio (le più vecchie) o in cartongesso (le più recenti). I dipinti del terzo piano si sono rivelati quelli meglio conservati, mentre al secondo e al primo piano lo stato di conservazione era davvero pessimo. Alcuni soffitti erano stati addirittura martellinati per fare aderire un nuovo intonaco, in altri casi le rappezzature coprivano quasi la metà della superficie». «La prima operazione effettuata – conclude Monica Ori – è stata il descialbo, cioè l’asportazione delle pitture apposte sulla pellicola originale. Gran parte di questa operazione è stata effettuata a secco, battendo con piccoli martellini o staccando piccoli pezzetti col bisturi. Una volta liberato dagli strati soprammessi, il film pittorico è stato pulito con acqua demineralizzata e spugne naturali, per asportare le ultime tracce di scialbo e di sporco. Dopo la pulitura si è proceduto al consolidamento della pellicola pittorica per imbibizione e dell’intonaco attraverso iniezioni di malta apposita. La stuccatura è stata eseguita con malta a base di calce. Dove l’originale si presentava consunto e frammentario ma riconoscibile, la ricostruzione della decorazione è avvenuta attraverso la chiusura delle piccole lacune e delle abrasioni a tempera o all’acquarello. Dove invece le lacune di dimensioni maggiori rendevano illeggibile il disegno, è stato fatto un rilievo delle parti esistenti ed è stato riportato sulle lacune attraverso lo spolvero. Fortunatamente i disegni sono spesso ritmici, per questo è possibile capire cosa mancava in una determinata zona».

La Storia di Palazzo Maccaferri, dal progetto del 1896 di Attilio Muggia alla vendita negli anni ’50 alla Società Elettrica Bolognese all’inaugurazione de I Portici Hotel Bologna - L’hotel riporta agli antichi splendori palazzo Maccaferri, che è testimonianza preziosa della storia delle costruzione e dell’architettura del 900. Proprietario del Palazzo era l’Ingegner Giuseppe Maccaferri. Questi insieme all’Ingegner Attilio Muggia progettò la costruzione di un palazzo tra via dell’Indipendenza e i giardini della Montagnola. La posa della prima pietra avvenne il 6 aprile 1896. I lavori durarono appena un anno. Muggia rimane fedele allo spirito del luogo (nel 1892 il parco della Montagnola ospitò con gallerie e padiglioni la prima mostra provinciale di arte applicata all’industria). Il progetto dà risalto al collegamento tra via dell’Indipendenza e la Montagnola sia dal punto di vista morfologico (i livelli differenti delle quote di terra) sia funzionale: infatti all’interno del palazzo sono previste, oltre alle residenze private, anche delle funzioni pubbliche un ristorante e un café chantant. La descrizione dettagliata dell’impianto originale è dello stesso Muggia, che firma un articolo sulla rivista Edilizia moderna nel marzo del 1900: “a piano terra, lungo via dell’Indipendenza, si trova un porticato di nove arcate, che si raccorda con quello del Pincio. L’ingresso principale si apre sulla linea di simmetria, in corrispondenza del quale, al piano superiore, si trova una balconata facente motivo colle arcate, alle quali corrispondono tre finestre bifore, che trovano riscontro nelle loggette estreme; al secondo piano pure si hanno le finestre bifore di cui la centrale mette sul balcone. Tutte le finestre del terzo piano sono bifore e architravate. Oltre che all’ingresso principale al palazzo, dal portico si accede anche al cafè chantant, che si compone di un vestibolo, la sala del teatro, la quale è disimpegnata da una corsia laterale. Tutto intorno corre un ballatoio-galleria cui corrisponde pure una corsia di disimpegno sovrastante quella terrena. Una elegante scaletta in ferro con i gradini di marmo, a due branche, leggerissima e a giorno, è situata nella corsia rimpetto all’ingresso e porta alla galleria cui si accede anche da un’altra scaletta sul lato opposto. La galleria era sorretta da colonne di ghisa e il pavimento della sala era stato realizzato in marmette levigate, in modo che potesse essere utilizzato anche come pista per il pattinaggio a rotelle. Sul lato corto opposto all’ingresso, dunque dalla parte della Montagnola, c’erano il boccascena e il palco, immediatamente sotto questi c’era la platea che una foto d’epoca ci mostra essere composta da sei file di nove poltrone ciascuna. Il resto della sala era occupato da piccoli tavolini da caffè rotondi, a ciascuno dei quali erano assegnate quattro sedie. La sala era riscaldata da termosifoni (forse i primi a Bologna) che diffondevano il calore generato da un impianto a vapore. Gli apparati decorativi di Sante Minguzzi I motivi floreali dell’esterno, le rose applicate nei capitelli delle pilastrate, delle finestre e delle lesene, nelle specchiature dei parapetti sono ampiamente ripresi nell’interno, in particolare nei locali ad uso pubblico. In fondo all’ingresso principale si trovava un nicchione”.

Il caffè-concerto Eden Kursaal, situato al piano terra di Palazzo Maccaferri ossia l’edificio che ospita l’attuale «Hotel I Portici Bologna», fu inaugurato il primo gennaio 1899 alla presenza di tutte le autorità cittadine. Si trattava di una sala sfarzosa, la migliore espressione bolognese di quell’età spensierata poi definita belle époque. Si preferì tuttavia utilizzare l’appellativo francese café chantant piuttosto che il provinciale caffè-concerto. La vita del Caffè-concerto Eden Kursaal si svolse nell’arco di un quarto di secolo. Esso fu l’unico locale di Bologna in grado di offrire le esibizioni delle vedette internazionali più note e richieste. Si esibivano ragazze che avevano più decolleté che voce. La qualità degli spettacoli era all’altezza delle analoghe sale teatrali delle più importanti capitali d’Europa. Il locale era situato al piano terreno di Palazzo Maccaferri. Vi si accedeva da un ampio lato. Ai lati di questo, due scalinate conducevano alla galleria superiore, che allungava due stretti bracci lungo i lati della sala sino a raggiungere il vuoto del boccascena. La sala era rettangolare e lunga quanto era profondo l’edificio stesso che l’ospitava. La galleria era sostenuta da colonne di ghisa. Il pavimento della sala era costruito in modo da consentire e supportare il pattinaggio. Su uno dei lati corti del rettangolo era situato il palco. La sala proseguiva con una platea occupata da sei file di nove poltrone ciascuna, e infine cominciava la zona in cui erano dislocati numerosi tavolini rotondi. Il locale era inoltre dotato di un ampio ristorante il quale a sua volta era corredato da sale da biliardo e salette per il gioco delle carte, il tutto dislocato al primo piano in uno spazio analogo e corrispondente alla sottostante sala degli spettacoli. Il ristorante apriva due terrazze sul giardino della Montagnola retrostante al palazzo e vi si accedeva tramite quattro ingressi distinti: tre erano situati alla Montagnola, uno all’interno del caffè-concerto. La decorazione era una commistione di liberty ed eclettismo. Quasi completamente realizzata dal poliedrico artista-artigiano Sante Mingazzi, era molto ricca e affidata non solo a stucchi e ad affreschi ma anche a ringhiere, lampade e ferri batutti d’ogni genere. A un lato della Hall c’è il bel giardino, delimitato da vetrate a tutt’altezza. Sul giardino si affacciano, oltre alle cinque camere per disabili piano terra, tutte le camere interne dell’edificio. Dall’altro lato della Hall c’è l’ingresso al teatro, l’antico café chantant Eden Kursall (inaugurato nel 1899), anch’esso conservato, dove si terranno spettacoli ed eventi. Attiguo al teatro, il ristorante/sala colazione, che si affaccia con le sue vetrine su via Indipendenza. Il teatro e il ristorante sono divisi da una tecnologica parete mobile insonorizzata amovibile: all’occorrenza mossa, i due spazi possono arrivare a contenere una platea di 250 persone. Sullo stesso piano, affacciato sull’area esterna, dove la doppia scalinata di accesso del Pincio al parco scende sulla proprietà dell’Hotel, c’è il garage. Le camere si sviluppano su tutti i cinque piani dell’edificio. Nel piano ammezzato si trova l’accesso alle balconate del teatro dalle quali, oltre che vedere il palcoscenico, si può cenare durante lo spettacolo. Al primo piano, oltre al salone conferenze principale (250 posti), c’è la caffetteria , incastonata dalla modernissima struttura in vetro e acciaio, che si sviluppa sopra il portico e si affaccia su via Indipendenza. La caffetteria è raggiungibile sia dai clienti dell’Hotel dal piano stesso, sia dai bolognesi e dai turisti da via Indipendenza (‘ascensore) che dal parco: il primo piano dell’Hotel è, infatti, a livello del parco stesso.

Gli spazi oggi, tra conservazione, tecnologia e lusso – L’Hotel I Portici Hotel Bologna, un edificio a cinque piani, si presenta con l’imponente struttura liberty, realizzata completamente in cemento armato, cosa avveniristica per l’epoca, a fine Ottocento. Otto vetrine si affacciano sotto il portico della napoleonica via Indipendenza: tre per la sala ristorante (una delle tre sale ristorante per fumatori), una per la cucina, una per la sala riunioni, due per gli uffici. Sempre sotto il portico, da un portone di legno, si entra nell’ingresso principale dell’Hotel: la caratteristica pavimentazione lastricata, che è stata conservata, ricorda che da questo portone entravano le carrozze trainate dai cavalli. Al termine dell’ampio corridoio, con ai due lati le due trombe di scale (la prima d’epoca, la seconda costruita negli anni 50), si arriva nella Hall di 400 metri quadrati, illuminata dalla luce naturale che entra dal tecnologico tetto in vetro.

Notizie tratte dal sito de “I Portici Hotel

PALAZZO SCARSELLI

Il viandante o il passeggero che si trova a transitare sulla via Porrettana, nell’ubertoso territorio dislocato tra la frazione Pegola e il Comune di Malalbergo, in direzione Ferrara, non può davvero fare a meno di voltare il proprio sguardo e prestare attenzione alla sontuosa facciata dell’abbandonato palazzo Scarselli (conosciuto anche come palazzo Venturi). Situato a pochi metri dalla riva destra del canale Navile e voluto nel 1874 dal conte Cesare Scarselli come residenza di campagna e centro delle attività amministrative dei suoi possedimenti terrieri, riporta ben poche tracce dei fasti passati, come l’arma di famiglia ancora posta sulla facciata, in alto, al centro, quasi a ridosso del cornicione, composta da una testa di leone che sovrasta un elmo coronato piazzato a sua volta sopra ad una serie di tre gigli stilizzati e tre spade sovrapposte su tre file, alternate da una sequenza di piccoli rilievi per un totale di 12, come i soffitti affrescati semplicemente, i pavimenti mosaicati, la grande loggia passante con archi a crociera, un lungo e stretto corridoio dipinto da inquietanti strisce verticali. Per il resto il guano di piccione regna sovrano praticamente ovunque, raggiungendo in molti punti un notevole spessore e creando una quantità enorme di pulviscolo maleodorante. D’altronde la mancanza di finestre ai piani alti incoraggia assai la nidificazione di questi volatili. Poco o nulla è rimasto degli arredi. Sopravvivono in una stanza ammassi di cassette da frutta ricoperte da uno spesso strato di ragnatele sintomo di un uso agricolo ormai lasciato da tempo, pochi pezzi di una stufa in cotto, ma vi è ancora e quasi completo, un montacarichi con gabbia metallica che si elevava a tutta altezza, da terra sino al gigantesco sottotetto. Le asolature per il passaggio dei cavi d’acciaio e dei contrappesi situate a ogni piano fanno pensare a un progetto ben definito già in fase costruttiva dell’edificio. Da segnalare l’enorme scala di servizio che collega tutti i piani del palazzo, ben separata da quella signorile stretta e alta. Una citazione per la razionalità va allo spazio destinato a lavanderia, con bocca per il fuoco per riscaldare l’acqua che era prelevata a sua volta da un’attigua botola, sopraelevata da terra, attraverso un profondo pozzo dallo sviluppo curioso e molto interessante. Negli spazi antistanti la villa che formavano il giardino, oggi ridotti a masse informi di ortiche e rovi, quasi sepolta dalla vegetazione, persiste una bella fontana formata da una vasca sormontata da una sfera di pietra e decorata da sei teste di leone stilizzate, che richiamano quello più grande citato poco fa. L’alimentazione idrica proveniva anch’essa dal vicino canale e fatta zampillare da una serie di tubazioni e cannule. Nei pressi vi è il borgo di Bastìa ormai fatiscente ma con stanze e oggetti in parte ancora osservabili e l’Oratorio settecentesco, purtroppo chiuso al culto da molti anni e anch’esso bisognoso di restauri, di Santa Maria della Valle ora Madonna del Rosario. Scomparsi invece il palazzo e il molino Lambertini che nelle vicinanze si trovavano.

PARAPORTI SCALETTA, VERROCCHIO, SAN LUCA SUL CANALE DI RENO

Premessa: Il 29 agosto 1696 il Senato bolognese autorizzò i rappresentanti dei proprietari di immobili che traevano beneficio dai canali, o dall’acqua da essi trasportata, a far parte dell’amministrazione dell’Assunteria di Imposta. In base a questo diritto si costituì una congregazione composta da dodici membri avente il compito di partecipare al governo delle strutture ed alla gestione dei canali cittadini. Per la prima volta i diretti interessati, per la loro espressa volontà, riuscirono ad avere diretta ed attiva “voce” nella determinazione che fino allora avevano dovuto subire. Questa capacità di autogoverno venne successivamente difesa ed accentuata e portò alla costituzione, il 28 dicembre 1822, di autonomi consorzi secondo quanto deciso dal Cardinale Legato Spina e pattuito con le autorità cittadine il 28 dicembre 1840. Si può dire che tale sistema di diretta compartecipazione dei proprietari interessati nelle amministrazioni dei Consorzi della Chiusa di Casalecchio e della Chiusa di S. Ruffillo, sia l’eredità lasciata dall’iniziativa di alcuni alla fine del XVII secolo, quella che oggi 29 agosto vogliamo ricordare e ribadire.

Paraporto scaletta noto come “Casa dei ghiacci”: Il canale di Reno che da Casalecchio porta acqua alla città di Bologna testimonia la capacità dei bolognesi di integrare artificialmente la scarsa dotazione naturale d’acqua. Per secoli i canali hanno fornito energia che ha permesso a Bologna di essere fra il XIV e il XVII secolo fra le prime città europee per ricchezza e capacità produttiva. Poco a valle dell’antica Chiusa di Casalecchio dalla quale ha origine il canale di Reno si trovano i Paraporti Scaletta, Verocchio e San Luca cioè quell’insieme di opere idrauliche utilizzabili come vere e proprie macchine capaci di pulire il canale restituendo al fiume la ghiaia e la sabbia che depositandosi ridurrebbero la capacità dell’alveo. In un contesto che armonizza alle opere dell’uomo l’ambiente naturale si possono contemporaneamente individuare siti naturali e manufatti modernissimi come la passerella sul fiume, la Via Porrettana e la pista ciclopedonale che propone con un utilizzo diverso l’antica sede del trenino che collegava Bologna a Casalecchio. Quasi nascosto in posizione altimetrica intermedia fra la strada e il fiume è possibile scoprire sporgendosi un po’, la Scaletta. Essa appare immediatamente nella sua atipicità, non è una costruzione alla quale siamo abituati, collocata com’è, a cavallo di un sentiero posto fra il canale e il fiume. Colpisce in particolare l’opposta impressione che offre di sé a seconda della visione. Dall’alto sembra una modesta costruzione forse rurale, dal basso invece racconta di sé segreti inseriti in una struttura apparentemente fortificata. Come altri similari manufatti: Stanza, Prato Piccolo e Canonica, è costituito da una valvola di regolazione verticale, atta a creare nel canale una forte corrente profonda volta a trascinare con sé i sedimenti trasportati dall’acqua. Questa funzione di pulizia consente tutt’oggi di mantenere costante la capacità di vettoriamento del reticolo. Ma a differenza degli altri la Scaletta contiene inoltre uno scolmatore di superficie che, creando una corrente superficiale, permetteva agli uomini opportunamente armati di un’asta di legno rinforzata con una punta di metallo, posti su un ponte dotato di cancelli regolabili all’uso di filtro, di impedire, durante la stagione fredda che le lastre di ghiaccio, formatesi a monte della Chiusa ed entrate nel canale, andassero a “ruinare” le ruote di legno dei molini di Bologna. Questo meccanismo era anche dotato di un alloggio e di una cucinetta, per il riposo e per rifocillare gli addetti, che senza soluzione di continuità per circa tre mesi dovevano svolgere questo servizio. La paratoia di fondo è la più efficace fra quelle esistenti, essendo posta quasi ortogonalmente al flusso delle acque e il suo movimento, in metallo e legno, è regolato da un meccanismo ottocentesco, tutt’ora perfettamente funzionante. Lo scolmatore di superficie, il cui funzionamento caratterizza il paraporto non a caso più noto come “Casa dei ghiacci”, consentiva, durante i rigidi inverni, di impedire il transito verso la città delle lastre di ghiaccio galleggianti che avrebbero potuto danneggiare le ruote idrauliche dei molini e quindi l’industria urbana. La scaletta ha anche una storia recente che merita di essere raccontata, infatti, gli ultimi abitanti de la “Cà dla scalàtta”risultano essere, secondo i documenti del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, Ultimo Andreoli, con la moglie Bianca e i figli Renata e Franco, seguito da Ettore Lipparini, e dalla famiglia Elvira Mazzetti. I primi abitarono nella casa sul canale fino al 31 luglio 1936, data in cui subentrarono i Lipparini, mentre la Luisa, figlia di Elvira Mazzetti, fu l’ultima a lasciare quella casa nel 2002 proprio a causa dei programmati lavori di ristrutturazione del corpo di fabbrica. Gli attuali frequentatori non possono immaginare nulla della storia e dell’utilità dell’ambiente che li circonda . Anche per molti di noi ciò che oggi risulta poco conosciuto è stato un tempo utilizzato oltre che dai tecnici che svolgevano le operazioni idrauliche di regolazione e manutenzione anche, da illustri personalità. Fra queste il più assiduo ed entusiasta fu senz’altro Stendhal che percorreva giornalmente il sentiero fra gli imponenti bastioni per andare a Casalecchio sulla Chiusa dove amava sostare per leggere godendo della straordinaria visione da Lui definita le cascate del Reno.

Il 21 maggio 2009 è stato riaperto l’antico Paraporto Scaletta in una versione “rinnovata”. Infatti, il Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, nel corso del 2009 si è impegnato nell’importante recupero funzionale e nel restauro conservativo di questa fabbrica operando con tecniche e materiali consoni all’età e alla tipologia dell’oggetto, scelta che ha permesso di restituirla all’antica originalità. L’impegno finanziario è stato quasi integralmente sostenuto dal Consorzio che vi ha investito 1.050.000,00 euro mentre 20.000,00 euro sono stati devoluti dalla Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna. Non si tratta di un restauro a fini museali, il Paraporto Scaletta è tutt’oggi uno strumento attivo, utilizzato giornalmente per l’attività di alimentazione idrica del territorio bolognese e quindi per la sua salvaguardia idrologica. Un’altra iniziativa capace di mantenere in efficienza “strumenti” senza stravolgerne l’architettura e la cultura.

Paraporto Verocchio: Oltrepassato il primo paraporto, seguendo l’acqua, il sentiero conduce al secondo scaricatore denominato Verocchio, attraverso le spaccature, le ricostruzioni e le diverse tessiture i muri ci raccontano la sua lunga storia certamente coeva alla realizzazione del canale secondo il progetto realizzato da Jacopo Barozzi detto il Vignola. All’interno appare il meccanismo di manovra il cui funzionamento a cavatappi consente di contenere all’interno della piccolissima costruzione l’intero sistema di manovra. Guardando bene sulla parete affianco alla paratoia, si possono scorgere segni di vita inaspettati, graffiti fatti dai prigionieri di guerra austriaci nel secondo decennio del secolo scorso, e dei loro guardiani, che furono utilizzati come manodopera per la pulizia e il restauro del canale.

Paraporto San Luca: Proseguendo si raggiunge il paraporto San Luca che come gli altri contiene un meccanismo di manovra utile per restituire al fiume la sabbia e la ghiaia trasportata dall’acqua. In un ambito conservato com’era nei secoli passati si è indotti in breve spazio a ritornare a quei tempi, gli strumenti idraulici svolgono anche l’inaspettata funzione di macchine del tempo. Le caratteristiche architettoniche del sito e l’apparente isolamento che produce, rende distante la percezione della recente urbanizzazione suscitando nel visitatore suggestioni accompagnate dal solo rumore dell’acqua con un tempo segnato esclusivamente dal flusso idrico. La visita consente di svelare i segreti contenuti dalle antiche costruzioni esaltandone l’efficienza e la qualità costruttiva in un insieme che raggiunge inaspettati livelli di efficienza operativa ed architettonica. E’ possibile affermare ciò già facendo riferimento a due semplici parametri l’efficacia che porta alla pulizia dell’alveo del canale in tutto il tratto di monte e all’assoluta assenza di umidità in una costruzione integralmente immersa nell’acqua.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

PORTO NAVIGLIO

Con questo breve scritto si vogliono raccontare le vicende principali del Porto cittadino, che, comunque è sempre stato legato in maniera indissolubile al Canale Navile, tantochè qualsiasi effetto venisse provocato all’uno, si rispecchiava inevitabilmente nell’altro.

Nel 1550 fu solennemente inaugurato il nuovo Porto di Bologna, il quale consentiva alle barche da trasporto di arrivare dentro le mura presso Porta Lame, evitando così il viaggio via terra fino a Corticella. Come spesso accade per le grandi opere, il giorno dell’inaugurazione anche questa non era ultimata, ma funzionò comunque egregiamente per decenni con sostegni provvisori in legno. Fu Papa Paolo III ad autorizzare la realizzazione dell’opera che avrebbe dato certamente nuova vitalità all’economia cittadina; era il 1548. Il progetto fu affidato a Jacopo Barozzi detto il Vignola: dopo aver lavorato in Francia a seguito del Primaticcio e aver frequentato Sebastiano Serlio, si trasferì a Bologna dove dimorò proprio negli anni di progettazione e di costruzione del Porto e del Canale Navile. Il suo incarico prevedeva la sistemazione degli stessi, oltre al tratto che andava sino a Corticella, dato che quello costruito da Giovanni Bentivoglio era degenerato in pochi anni. Alla fine delle realizzazioni, fra il 1783 e il 1785/88 sul prato di Magone iniziò la costruzione di un altro deposito per il sale, chiamato Salara Nuova, progettato da Giuseppe Lanfranchini, capomastro della Gabella Grossa. Tutta la zona portuale e le infrastrutture erano dunque pubbliche; l’osteria di proprietà privata, costituiva un’eccezione. Una “pedagna” lignea permetteva il passaggio fra questa ed il piazzale. Per tutto l’Ottocento il Porto e il Navile continuarono a rimanere in attività, costituendo una valida alternativa ai trasporti via terra. Con la comparsa delle strade ferrate, gradualmente i trasporti via acqua, economici, ma molto più lenti, vennero man mano abbandonati privilegiando quelli via terra. Così giunse poi il piano regolatore del 1889 che contemplava anche la chiusura del Porto. Nonostante questa intenzione, l’attività del Navile continuò, se pure in forma ridotta, fin verso gli anni Trenta del XX secolo, tantochè poi, ancora nel 1954 era possibile raggiungere in barca Venezia. Fra il 1934 e il 1935 il complesso portuale di Porta Lame, ormai completamente in disuso dopo un onorevole servizio proseguito per diversi secoli, venne definitivamente disattivato. Alla demolizione delle infrastrutture si accompagnò la copertura della Darsena con una struttura a volta, a seguito della costruzione di Via Don Minzoni. Fortunatamente l’altorilievo di Camillo Mazza, raffigurante la Madonna con Bambino ed Angeli (frutto di un ex voto) scampò alle opere demolitrici. Tolto dalla facciata della Dogana, su cui campeggiava fin dal 1667, venne murato in cima allo scalone del secondo piano del Palazzo Comunale.

RIFUGI ANTIAEREI

Argomento complesso, lungo e articolato; potrà essere utile consultare la pagina apposita, i volumi “Aposa segreto”, “Il torrente sconosciuto”, “Ricerche sulla Montagnola di Bologna”, dei quali si può trovare notizia alla pagina BIBLIOTECA. Per altro rivolgersi esclusivamente alla segreteria.

SALA BORSA

Fulcro vitale della città tantochè ne fu importante centro economico.
Oggi questo spazio occupa quello che fu il Giardino dei Semplici, ovvero il primo Orto Botanico dell’Università che veniva usato per la coltivazione delle piante acquatiche, attraverso un sistema di 4 vasche alimentate da una grande cisterna.
Tale circuito idrico fu inserito successivamente in un sistema di tubature già esistente in terracotta (detti orcioli) che arrivava alla Fontana del Nettuno.
In tempi più recenti fu anche sede della Cassa di Risparmio, cinema, palestra, campo da basket.
Pregevole il suo sottosuolo con rovine romane composte da strade, pozzi, basi di edifici.
Da qui diparte il Condotto del Nettuno, che sottopassando l’omonima fontana di Piazza, si collegava con la cisterna dei Bagni di Mario.

SOTTERRANEO DEL NETTUNO

Il condotto, che oggi viene usato essenzialmente per usi di manutenzione della fontana omonima, altro non è che il punto terminale del cunicolo che partiva dalla Conserva di Valverde.
Il complicato sistema di tubazioni che circolavano nel sottosuolo alimentavano, oltre al Nettuno, la Fontana Vecchia, le vasche del Giardino dei Semplici e la Fonte dei Cavalleggeri.
Il tragitto, da noi percorso, da valle a monte, si interrompe all’altezza di Piazza dei Celestini.
Facendo il percorso inverso, da monte a valle, lo stesso tunnel è ostruito da un cumulo di mattoni, terra e pietre nel punto segnato nella Pianta del 1763 di Marc’Antonio Chiarini, come…”piccola porticella per cui si esce dalli condotti inferiori”…
Crolli di muretti, grossi tubi che tagliano trasversalmente il pertugio e voragini che si aprono in più punti sono stati presi in considerazione; infatti il camminamento non risulta affatto agevole e per ovvi motivi di sicurezza non si può aprire il percorso al pubblico.

TORRENTE APOSA

Già destinato in città alle attività dei conciatori, dei cartolai e dei tintori, rimosse in seguito all’apertura, nel 1252, di via Cartoleria, servita da una ramificazione del canale di Savena, il torrente Aposa venne destinato all’alimentazione dei battocchi, alle irrigazioni degli orti, ad alcune modeste attività lavorative e, prevalentemente, come collettore per lo smaltimento delle acque reflue provenienti da diversi rami fognari.

Originato da alcuni rii che scendono dalle pendici del Monte Paderno, dei rilievi collinari di Roncrio e del crinale su cui si snoda la via dei Colli, il torrente Aposa, chiamato anche Avesa, scorre scoperto lungo la via Roncrio, che incrocia due volte sottopassando due ponticelli di mattoni. A circa 2500 metri dalle sue scaturigini – in località Alla Grotta, poco prima della casa di cura Villalba – il torrente imbocca un condotto sotterraneo corrente, più a valle, lungo via San Mamolo.

In epoca imprecisata il corso originario del torrente Aposa, unico corso d’acqua naturale che attraversa Bologna da sud a nord, era stato abbandonato in seguito all’apertura di un nuovo ramo artificiale a occidente, corrente in città lungo le vie Galliera e Avesella. Mantenendo attivo anche il ramo occidentale, nel 1070 a partire dal Ponte della Pietra, in prossimità dell’ingresso del Parco di Villa Ghigi, venne riattivato il ramo originario orientale impinguando le sue portate con le acque dell’antico acquedotto romano. Secondo le cronache, in occasione del ripristino dell’antico alveo, il cui percorso è rimasto pressoché invariato fino ai nostri giorni, lungo le rive fuori città vennero costruiti ventisei mulini per macinare il grano19.

Dal Ponte della Pietra il torrente, raggiunta via Bellombra, scorre, sempre interrato, nelle proprietà lungo questa strada. Dopo aver attraversato il giardino pubblico Remo Scoto, le vie Alessandro Codivilla e della SS. Annunziata e l’area già dell’omonimo convento, fondato nel 1304 insieme alla chiesa dai monaci armeni di San Basilio cui subentrarono nel 1475 i Frati Minori Osservanti che rimaneggiarono l’edificio sacro, arriva in viale Enrico Panzacchi. Sottopassato il viale di circonvallazione, dopo un tragitto di circa 5000 metri dalla sua origine, l’Aposa entra in città attraverso l’antico complesso della Grada – nome riferito alla grata protettiva che sbarrava l’ingresso –, scampato alle demolizioni della terza cerchia muraria attuate fra il 1901 e il 1902.

Percorrendo via Alfredo Rubbiani, il corso d’acqua raggiunge, al di là di viale XII Giugno, aperto nel 1909, il santuario del Santissimo Crocefisso del Cestello.

Dopo aver sottopassato longitudinalmente l’edificio sacro, il torrente prosegue lungo la mezzeria di via San Domenico. Gradualmente anche il tratto corrente lungo questa via, fornito nella seconda metà del XIII secolo di un guazzatoio per l’abbeveraggio e il lavaggio di animali di grossa taglia, venne coperto. Dopo aver attraversato alcune proprietà private e via de’ Poeti, l’Aposa arriva in vicolo San Damiano. Davanti a questo vicolo il torrente sottopassava il Ponte di Ferro, denominazione risalente al XIII secolo verosimilmente riferita a un nome o a un soprannome di una persona abitante nella zona, che identificava anche la strada prima dell’apertura di via Farini, decretata nel 1860.

Oltre via Farini, il torrente passa sotto piazza Minghetti, aperta nel 1893, fornita di una delle due botole basculanti di copertura delle scale – l’altra è in piazza San Martino – per l’accesso all’alveo sotterraneo del torrente. Supera quindi, sempre sotto terra, il Palazzo delle Poste, progettato dall’ingegner Emilio Saffi, inaugurato nel 1911. Per edificare questo Palazzo nel 1905 erano state abbattute diverse costruzioni fra cui la casa natale di Santa Caterina de’ Vigri, ricordata da una targa murata al civico 11 di via de’ Toschi.

Proseguendo, l’alveo sottopassa la parte posteriore di palazzo Pepoli Campogrande, prospiciente il lato orientale della strada, il cui progetto si deve a Giuseppe Antonio Torri (n. 1663) e a Giovan Battista Albertoni (attivo nella seconda metà del XVIII secolo). Prima della costruzione del palazzo, l’Aposa scorreva in parte scoperto dietro le case che si affacciano su questo lato.

Dopo via de’ Toschi il torrente incrocia le vie Clavature, Caprarie e Rizzoli, strada sotto cui è tuttora visibile l’intradosso del ponte romano in selenite, costruito fra il 187 e la seconda metà del I secolo a.C., ritrovato nel 1918 nel corso dei lavori per l’allargamento dell’asse viario Mercato di Mezzo. Seguendo la direttrice della galleria Acquaderni, aperta nel 1928 inglobando la chiesa di San Giobbe e l’ospedale degli infermi affetti dal “morbo gallico” (sifilide), attivo fra il 1500 e il XVIII secolo, il torrente prosegue, oltrepassato vicolo San Giobbe, parallelamente a via dell’Inferno.

Fino ai primi anni del Settecento il torrente, incuneato fra le case lungo il lato occidentale di questa via  – sita all’interno del ghetto ebraico istituito nel novembre del 1555 sotto il pontificato di Pio IV –, era ancora in gran parte scoperto. Con probabilità il nome Mozza, attribuito fra il primo e il secondo decennio del XVIII secolo alla casa all’angolo con vicolo San Giobbe testimoniava l’inizio del tragitto a cielo aperto che, come era già avvenuto nel XV e nel XVI secolo per il tratto dietro le case di via de’ Toschi, alcuni privati ottennero il permesso di coprire con volte in laterizi.

Dopo la piazzetta Marco Biagi il torrente si avvicina al lato occidentale di piazza San Martino, che segue parallelamente fino a via Marsala. La botola basculante nella piazza copre una delle due scale (l’altra è in piazza Minghetti) per l’accesso all’alveo sotterraneo del torrente.

Oltrepassata via Marsala, il torrente Aposa scorre davanti alla facciata della basilica di San Martino, fondata nel 1217 su una preesistente chiesa risalente al 1121 e riedificata dai Carmelitani in più riprese a partire dal XIV secolo. Prima del suo prolungamento, facente parte di alcuni lavori attuati fra il 1491 e il 1496, si accedeva alla chiesa tramite un ponticello di legno, uno dei luoghi deputati per la lettura dei bandi nel 1289. Dotato dalla metà del XIII secolo di un guazzatoio per l’abbeveraggio e il lavaggio degli equini e dei bovini, nella zona il torrente azionava anche una sega per legnami.

Attraversata l’area già facente parte del complesso conventuale di San Martino, occupata in passato da orti e giardini, il torrente prosegue, oltre via delle Moline, dietro le caratteristiche case di via Capo di Lucca, un tempo appartenenti all’Università delle Moline e Moliture. Infine, superata via Irnerio, spostandosi verso via del Pallone l’Aposa confluisce, a circa 7500 metri dalle sorgive, nel canale delle Moline sotto il piazzale interno dell’autostazione (parallelo a viale Masini).

VILLA BENNI

Brevissimi cenni storici:

XVI secolo:
Casino Landini (ubicato più a monte del fabbricato attuale).

fine XVII secolo:
possesso dei Gandolfi; cappellina con pitture di G.B.Bertusio.

1774:
risulta proprietario Angelo Gandolfi e viene ubicata tra lo Stradello S.Donino e il Torrente Ravone.

1850:
nominato Casino Zamboni (della precedente costruzione restano i sotterranei ubicati dove ora vi è la peschiera; dell’epoca il magnifico cancello con i 4 pilastri d’ingresso.

1928:
il Casino è abbattuto e viene costruita l’attuale Villa Benni; gli Architetti sono Silvio Gordini e Bruno Orsoni.
Fu voluta da Alfredo Benni (1869 – 1945).

Di notevole pregio e bellezza architettonica, la villa è situata al centro di un grande parco ricco di piante secolari.

L’edificio fu anche sede, durante la seconda guerra mondiale, di uno dei tanti comandi tedeschi presenti in città. Nel suo sottosuolo, ad oltre 20 metri di profondità si cela un grande rifugio antiaereo costruito per gli ufficiali germanici occupanti il palazzo.

Notevole per sviluppo e capacità costruttiva il lunghissimo camino di aerazione.

Pur lontana dal traffico cittadino è vicina al centro di Bologna. E’ raggiungibile in breve tempo dalla stazione ferroviaria e dall’aeroporto.

La bellezza ed eleganza degli ambienti, i molti angoli suggestivi offrono il meglio per ricevimenti di ogni tipo; è dotata inoltre di servizio B&B di alta qualità.

VILLA DOLFI-RATTA

Per visitare la villa il primo passo non va compiuto uscendo dalla via Emilia, ma varcando la soglia della chiesa della Misericordia a Bologna, dove in un dipinto attribuito al pittore Bartolomeo Ramenghi si possono individuare le fattezze originali dell’edificio così come lo volle il pavese Parati dopo il 1520. Le origini del complesso risalgono al Quattrocento, quando la villa era un lazzaretto che si presentava come struttura fortificata chiusa a serraglio: le due torrette laterali che racchiudono la facciata tardosettecentesca erano infatti unite da un tratto di mura merlate, atterrate alla fine del XVIII secolo. All’epoca il serraglio era una struttura diffusa, innalzata sia per motivi sanitari che per difesa dalle scorribande dei briganti che infestavano il territorio. Le città stesse erano protette dalle mura. E’ possibile che il complesso, alla cui struttura originaria appartiene la cappella situata nella torre di levante, passasse poi ai Bentivoglio che avevano moltissime “delizie” nella campagna bolognese: dalla Palazzina della Viola alla Villa di Belpoggio al castello dei Rossi a Pontecchio e a molte altre. Proprietà vendute in seguito alla cacciata da Bologna nel 1507 e alla conseguente perdita di prestigio e di potere economico.

Dalla metà del Cinquecento gran parte delle dimore bentivolesche furono rilevate da un ricco cavaliere di Pavia, tale Parati, il quale possedeva una cappella di famiglia nella chiesa della Misericordia a Bologna. La cappella era decorata da una pala del Bagnacavallo, tuttora in loco, sullo sfondo della quale è possibile intravvedere un edificio con mura merlate, corrispondente al complesso.

Passato ai Grassi e quindi ai marchesi Ratta, nel 1730 diventò centro di investimento fondiario e sede di un’accademia d’arcadia, condotta dalla colta contessa Elisabetta Hercolani. Moglie bellissima del marchese Ratta, la contessa amava dare vita ad un salotto all’aperto, frequentato dai più begli ingegni della città: Eustachio Manfredi, lo Zanotti, il contino Algarotti. I rappresentanti della cultura della Bologna di metà Settecento. La mondanità proseguì poi a Villa Ratta negli anni ’70 del XVIII secolo, con il passaggio per via ereditaria ai Dolfi, i quali diedero un nuovo assetto alla villa facendo abbattere le mura e decorare la villa.

Animatrice del salotto Dolfi, tra le avanguardie culturali della città, fu un’altra bella ed intellettuale nobildonna bolognese, la contessa Maria Diamante, maritata al conte Isolani. A quell’epoca, siamo nel 1777, la cultura dell’arcadia, al suo ultimo approdo, era rappresentata dalla poesia di Ludovico Savioli, amico dei Gandolfi e autore di una raccolta di canzonette, gli Amori, indizio di una nuova sensibilità. Del resto, anche nella decorazione degli interni si esprime la cultura avanzata di quel milieu intellettuale; cultura avanzata che a quelle date significa gusto archeologico e riscoperta dell’antichità.

Bologna, prima legazione pontificia e dipendente da Roma, risente molto presto dell’incipiente neoclassicismo inaugurato nella capitale da Piranesi. Inoltre, alla metà del Settecento, nella città delle due torri soggiorna il grande archeologo Giovanni Gioachino Winckelmann, ospite di Carlo Bianconi, il teorico bolognese dell’arte classica al quale si devono gli stucchi “all’antica” di palazzo Zambeccari (1772).

Un ciclo ornamentale che si può considerare un precedente della decorazione in stucco di una saletta aperta sulla loggia di villa Dolfi: cammei, medaglioni, candelabri, urne, vasi nello stile archeologico, su fondo rosa, ad imitazione dei fregi dell’età tardo romana, forse ricollegabili all’attività dello scultore Acquisti. Motivi che allora, quando il termine “neoclassico” non esisteva ancora, venivano chiamati in due modi tra di loro in apparenza discordanti: “all’antica”, in base ai contenuti, propri dell’antichità, o “alla moderna”, per contrapporli al vecchio, che era poi il barocco. Moderna, anzi modernissima, era la prassi esecutiva per realizzarli, direttamente sul posto, con stampi rifiniti a mano. Un procedimento assolutamente innovativo, in uso dalla metà del Settecento, che può essere considerato tra i primi esempi di lavorazione seriale.

Un’altra curiosità di villa Dolfi Ratta è rappresentata dalla conserva del parco, che risale probabilmente ai primi anni del Seicento. Tutte le ville erano dotate di conserve o neviere, strutture semi interrate che servivano a tenere in fresco le provviste. Queste costruzioni, ancora presenti in molte residenze bolognesi del contado con forme diverse, sono oggi molto apprezzate dai cultori dell’architettura moderna, che le considerano singolari primizie di progettazione funzionale. Nonostante la presenza, ridotta, di colonne ed elementi decorativi tradizionali, le conserve sono infatti veri e propri attrezzi: forme strutturali dovute al funzionamento e quasi “elettrodomestici in pietra”, in anticipo sui tempi. Il loro uso veniva preparato nei mesi freddi, con la raccolta della neve, riposta per strati alternati a paglia, così da creare una sorta di coibentazione resistente da un inverno all’altro. Questo accorgimento favorì tra l’altro l’arte del gelato, tra le delizie della vita in villa.

Oltre alla conserva, il parco della villa conserva importanti essenze e specie arboree secolari, tra le quali un monumentale esemplare di liriodendrum tulipifera.

Nel Novecento la villa passò ai marchesi Bosdari ed in seguito alla famiglia Marzaduri, che ne ha curato il restauro.

VILLA GUASTAVILLANI

Nel 1575 il cardinale Filippo Guastavillani, nipote del papa Gregorio XIII, fece costruire sul monte di Barbiano, a Bologna, un palazzo di dimensioni grandiose, tanto che fu spianata la sommità di un colle per fare posto al grande edificio.

“Una parte del monte venne sistemata a pianoro, per accogliere il sole dalla parte di mezzogiorno, mentre una loggia a tre fornici era costruita dalla parte di tramontana, cosicché se da un lato si aveva il caldo all’inverno, dall’altro si poteva godere il fresco all’estate”.
Il progetto fu affidato all’architetto Ottaviano Mascarino, mentre la realizzazione fu curata da Tommaso Martelli che probabilmente semplificò il progetto originario rendendolo meno importante.
La villa appartenne alla famiglia Guastavillani per poco più di un secolo fino a quando fu venduta nel 1695, assieme alle terre adiacenti, ai Padri Gesuiti per la “miserabile somma” (Guidicini, 1873) di lire 22.750.
Abolito l’ordine dei Gesuiti per volontà di Clemente XIV, i Guastavillani ricorsero a Roma per l’annullamento del contratto e nel 1781 rientrarono in possesso della villa e dei terreni circostanti.
L’ultima discendente dei Guastavillani fu Virginia che aveva sposato un nobile di Reggio Emilia, il conte dott. Francesco Cassoli, discendente di una famiglia che risaliva al secolo XII.
Dal matrimonio nacquero due figli, Rinaldo e Giulia. Rinaldo morì nel 1918 nel palazzo seicentesco di Reggio Emilia e nel testamento dispose che gli immobili di Reggio Emilia e di Bologna servissero per una fondazione da intitolarsi alla madre ed alla sorella, che già erano mancate, in favore di bambini poveri e bisognosi di cure.
Nel 1920 venne costituita l’Opera Pia Cassoli Guastavillani.
Passato successivamente al Comune di Bologna, nel 1998 il palazzo è stato acquisito dall’Università di Bologna.
La villa, conosciuta come Palazzo di Barbiano, ha una pianta rettangolare con loggia passante come in uso nel bolognese; al lati si aprono le sale e le stanze che celebri artisti dell’epoca abbellirono con le loro opere.
Nella villa la facciata è animata dalla loggia ad archi e dalle ali che si innescano ad essa in posizione arretrata.
Nel progetto originale del Mascarino la villa era cinta da mura con quattro torrioni, due dei quali rimangono tutt’oggi davanti all’entrata principale.
Particolarmente interessante e rara, fra gli interni del palazzo, è la stanza ipogea naturale, una curiosità storica architettonica ancora quasi intatta.
“Nella gran sala sotterranea erano un tempo giochi d’acqua deliziosi, alimentati dagli acquedotti che portavano l’acqua raccolta con gallerie sotto il colle attiguo.
Il pavimento era a disegno grottesco a vari vivi colori, le pareti incrostate di pietruzzole colorate framezzate da conchiglie con pregevole disegno dovuto al talento dell’architetto Francesco Guerra. Particolari e rare da vedere le parti ipogee della conserva ottagonale. Da segnalare inoltre il grande rifugio antiaereo ricavato all’interno della conserva circolare.

VILLA IL TUSCOLANO

La villa Ramondini chiamata, in seguito, il Tuscolano, sorgeva nella campagna bolognese tra il Canale Navile e la Via di Saliceto (da cui distava circa 40 metri) lontana 4 chilometri circa da Porta Galliera, tra Corticella e Castagnolo Maggiore (ora Castel Maggiore); fu costruita tra il 1561 e il 1571 nel Comune di Saliceto sotto la Parrocchia di S. Maria di Sabbiuno dalla borghese e ricca famiglia Ramondini, appunto, per trascorrervi gli ozi estivi lontano dall’infuocata città e per ospitare illustri amici, artisti e letterati di passaggio. Era una villa ben costruita e arredata, un vanto per la casata, tra l’ammirazione delle altre famiglie nobili e serviva nella scalata a quel successo della società di allora, che consentiva l’assunzione di titoli nobiliari e cariche pubbliche fino a quella senatoria, elargite dal Papa verso la fine del 1500 alle diverse casate emergenti. La zona formata da poderi già di loro proprietà era indicatissima per la villeggiatura, con un clima mite e il paesaggio reso vario e ondulato dalla vicina presenza del Canale Navile, che risultava anche facile via di comunicazione con la città. Il fabbricato fu eretto con grandi mezzi economici e gli abbellimenti continui e sfarzosi delle sale tramite la collaborazione di valenti artisti, deve aver creato quell’atmosfera tipica di allegri convegni, battute di caccia e svaghi agresti, come appariva da una pittura murale ivi esistente, raffigurante l’intera famiglia Ramondini intenta a intrattenere gli ospiti. Per motivi economici il palazzo, assieme al podere di 50 tornature compreso, per 15.000 ducati, passò nel 1566 alla nobile famiglia di Giovanni Battista Campeggi Vescovo di Maiorca, uomo eruditissimo ed abile scrittore in lingua latina, che in memoria della splendida villa posseduta al Tuscolo da Cicerone, volle chiamare “Tuscolano” questa dimora; e tanta fu la cura ed il denaro che impegnò nell’ornamento imponente, negli arredi e nell’abbellimento di preziose e abbondantissime suppellettili, da lasciare strabiliati i vari forestieri e visitatori, che la ritenevano degna di un Re. Con la morte del Campeggi nel 1583 iniziò per il Tuscolano la parabola discendente, passando nel 1592 al conte Rodolfo Campeggi e successivamente nel 1601 ai fratelli del Cardinale Bonifacio e Conte Luigi Bevilacqua di Ferrara per £ 65.000, con rogito di vendita che specificava l’esistenza del “vividario” cioè il bellissimo giardino creato dal Campeggi che aveva anche allargato la tenuta a 138 tornature dalle 50 iniziali. I nobili Bevilacqua originari di Ferrara, ma con cittadinanza bolognese conferita da Clemente VIII nel 1602, ricevettero facoltà, onori e prerogative riservate alle nobili e senatorie famiglie di Bologna, pertanto il Tuscolano secondo quanto il Masini (il celebre cronista di allora) ci fa pervenire, risultava nella seconda metà del ‘600 ancora “grande, nobilissimo e deliciosissimo” e conteneva ancora molte “statue e antiche memorie di marmo”. Il decadimento però non tardò ad arrivare, presentandosi con la trascuratezza dei proprietari, che in tempi brevi smisero di abitarlo ed anche di villeggiarvi spogliandolo dei bellissimi arredi e suppellettili e trasportando le statue e le lapidi antiche per adornare la loro dimora di Ferrara. Così in completo abbandono le splendide sale dipinte, da luogo di convegno di dotti e letterati, furono alla mercè dei poveri coloni che lo abitavano e che coltivavano il terreno circostante. Da quel momento il magnifico Tuscolano fu declassato ad abitazione rurale.

Dal catasto Boncompagni risulta nel 1783 che rimanendo inalterata la proprietà, questi terreni erano lavorati da certo A.Parenti per la parte verso il palazzo e da certo A.Aldrovandi per la parte verso il Canale. E’ da ricordare che nelle piante catastali del Comune di Saliceto, l’edificio appare circondato da un’area verde da cui si dipartono due vialoni (uno verso nord ed uno verso Bologna), a significare che il bellissimo parco non era ancora distrutto e nell’edificio dovevano ancora essere presenti tracce dell’antica grandezza se il Calindri (altro cronista) ricorda alcune memorie e lapidi antiche di epoca romana, oltre ad un porticato di ordine corinzio in grande decadenza. Una splendida occasione per il ripristino del Tuscolano si presentò nel 1758 quando il nobile bolognese G. Ludovico Bianconi, volendo rimpatriare dalla Sassonia aveva cercato di acquistare questo edificio: …”amerei, diceva in una lettera il Bianconi, di comperare il Tuscolano perché è un luogo sì celebre e sì magnifico…ma l’unica cosa che me lo fa amare è la bellezza della casa…di una bellissima architettura che può chiamarsi museo…Dopo aver richiesto i disegni dell’interno e dell’esterno ed un elenco delle “anticaglie” che vi si conservavano (facendo pensare che nell’edificio esistessero ancora molti quadri e affreschi) la trattativa si bloccò per il prezzo oneroso richiesto dalla proprietà, che successivamente nel 1820 riuscì a venderlo a certo Luigi Naldi, ricco, rozzo ed ignorante speculatore (di una speciale razza umana non ancora estinta oggigiorno), che non volendo spendere soldi nel restauro, pensò di demolirlo ricavando da uno dei luoghi più celebrati dai nostri storici, un buon guadagno sugli ottimi materiali da costruzione. E a nulla valsero gli sforzi e le pressioni dell’Accademia di Belle Arti che ne richiedeva la conservazione ed il ripristino sia per il bellissimo esterno oggetto sovente di studi, e sia per i mirabili e grandiosi cieli di affreschi delle sale interne, opere di valenti artisti. Fu solo concesso di eseguire rilievi e disegni, impronte sezioni e prospetti, oltre a dettagli di ornamenti, da usare come materiale di studio, in parte poi perduto e recuperato parzialmente da un grande amatore e raccoglitore di cose patrie, Raimondo Ambrosini.

Altre notizie si troveranno nel volume “Il canale Navile da Bologna a Malalbergo

  • Esiste un servizio fotografico completo dell’area ove sorgeva la villa e, unica superstite, la conserva, realizzato da Massimo Brunelli, Copyright 2008.

Bibliografia presente negli archivi dell’Associazione dalla quale si è preso spunto per il parziale articolo:

  • L.Cremonini, 1988 – Castel Maggiore com’era…e com’è.
  • G.Roversi, 1964 – Il Tuscolano, in Strenna Storica bolognese anno XIV.
  • M.Fanti, 1996 – Ville Castelli e Chiese bolognesi da un libro di disegni del cinquecento.
  • G.Cuppini – A.M.Matteucci, 1969 – Ville del bolognese.
  • G.C.Croce, 1582 – Poemetto sul Tuscolano.

VILLA MALVASIA O VILLA CLARA

Beh, di storie tetre su questa villa se ne sono sentite parecchie… C’è che dice di avere percepito qualche sembianza, chi racconta di avere veduto nelle notti di luna piena strani riflessi provenire dalle lugubri aperture d’ingresso, chi giura che dai condotti inferiori che portavano in aperta campagna uscissero rivoli di sangue causati da chissà quale aberrazione. Pure chi scrive, da piccolo, passando in bicicletta da quelle parti una sera d’estate di tanti anni fa quando il traffico era ancora molto ridotto, è sicuro di avere colto qualcosa; una presenza, un rumore mai udito prima, una sensazione sgradevole, un riflesso… non saprei dirlo con esattezza.

Questi tanti dettagli li accomuno con un’altra grande costruzione, oramai fatiscente e quasi cancellata dalla storia e dalla memoria, Villa Spaggiari.Però i fantasmi e la Villa situata nei pressi della chiesina sussidiale di Armarolo sono un’altra storia e quindi adesso non divaghiamo.

Di sicuro la nostra bella (un tempo) Villa Malvasia ne ha viste davvero tante di malefatte, ma soprattutto una in particolare non è riuscita proprio a sopportare… l’incuria dell’uomo. Le antiche cronache citano l’Ungarelli e il Beseghi che la vogliono costruita dal canonico Carlo Cesare Malvasia (1616-1693), notissimo e famoso storiografo della pittura bolognese; ma se è vero che lui possedette questa villa non è altrettanto vero che operò nelle decorazioni. Come ricorda lo stesso Malvasia, i notevoli dipinti (che si trovano ancora oggi purtroppo in pessime condizioni) vennero eseguiti quando lo stesso non era ancora nato o era molto piccolo. Sicuramente qui operò il Dentone (Girolamo Curti) che lavorò sul soffitto della doppia loggia a forma di “T” assieme agli allora giovanissimi decoratori Brizio, Tognino, Franceschino Carracci, Valesio, mai retribuiti con denaro per le loro opere ma solo con vitto e sana conversazione del Malvasia (ndr.“Le Ville del Bolognese, a cura di AA.VV, Zanichelli Editore Bologna, 1967).

Passano gli anni e della villa se ne perdono i dettagli tantochè per tutto il Settecento e l’Ottocento non se ne conosce nessuna vicenda. Nei primi anni del Novecento appartenne al Cavalier Ferdinando Bonora il quale apportò significativi miglioramenti. Alla sua morte, avvenuta nel 1917, il palazzo venne ereditato dalla figlia, tale Zaida Bonora in Francia. Successivamente venne venduta ad alcuni sfruttatori che ne misero seriamente a repentaglio la sua salvaguardia adibendo la loggia d’ingresso a deposito e rimessa di carri da trasporto che venivano fatti entrare con una rampa fittizia. Nel 1928 fu acquistata dalla Sig.ra Clara Mazzetti vedova Barzaghi, la quale, oltre a rivitalizzare l’intero edificio, riarredò e sistemò i saloni al piano terra. Oggi, dopo un lunghissimo periodo di abbandono e di spoliazioni la costruzione è in restauro e speriamo che possa nuovamente rivivere i fasti passati. Il progetto dell’edificio era notevolmente avanzato per l’epoca; si pensi che nel salone principale, da sotto il pavimento ligneo di quercia, dipartivano, provenienti dal camino centrale, una serie di condotte per l’aria calda a favore delle stanze situate allo stesso livello. Orbene i soliti vandali, intuendo un doppiofondo, squarciarono e ridussero a pezzi parte del tavolato credendo che lì sotto ci fosse chissà quale tesoro. Chi ha avuto la fortuna di addentrarsi nei vari locali e girovagare fra i piani, non può non essere rimasto meravigliato dalla grandezza degli ambienti e dalla qualità degli affreschi. Scale nascoste permettevano alla servitù di muoversi liberamente tra le cucine, sistemate nei sotterranei, i piani nobili e il sottotetto; montacarichi dotati di un ingegnoso meccanismo portavano cibarie e piatti prelibati ai lieti commensali. Un condotto arrivava alla conserva (ora perduta) per poter prelevare le varie derrate, mentre altri portavano fuori, all’aperto, in mezzo ai campi. Oggi siamo tutti in attesa di poter ammirare nuovamente Villa Clara recuperata dopo anni di oblìo e auguriamo sinceramente agli attuali proprietari di riuscire a portare a termine il difficoltoso recupero.

Massimo Brunelli