Luoghi e Storia

Questa sezione riporta brevi descrizioni di alcuni luoghi inerenti le acque e i sotterranei cittadini. Ma non solo. Tratta anche di siti particolari che sono state mete di visite guidate esclusive svolte negli oltre 20 anni di attività dell’Associazione. L’elenco è in costante aggiornamento e le notizie qui racchiuse sono solo un breve compendio dei tanti luoghi sparsi tra il tessuto cittadino e collinare.

Libri di riferimento, “Bologna labirinti d’acque” e altri delle nostre Collane.

Per maggiori informazioni storiche, contattare l’indirizzo di posta elettronica: segreteria@amicidelleacque.org

ACQUEDOTTO DI VILLA ALDINI

Acquedotto Consorziale realizzato a partire dal 1916 con successiva espansione, e modifiche, sino al 1934, alimentò la villa omonima, alcune palazzine situate tra le vie Codivilla e Bagni di Mario, l’ospedale Rizzoli e il Seminario Arcivescovile. Molte le parti sotterranee ancora visitabili e transitabili tra le due colline.

ACQUEDOTTO AUGUSTEO (detto anche Acquedotto romano)

Realizzato sotto l’imperatore Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d.C.), l’acquedotto che serviva la Bononia romana, conduceva l’acqua derivata dal fiume Setta al Sasso di Glosina (attuale Sasso Marconi) fino al centro abitato. Oltre a essere utilizzata per usi potabili e igienico-sanitari alimentava, facendo un raffronto con altri centri abitati simili per dimensioni e numero di abitanti, almeno quattro o cinque impianti termali. A causa di una lapide conservata nel Palazzo Albergati, si pensava che qui fossero attive delle terme, ma dal testo si evince che non erano in loco, bensì in un altro sito finora non esattamente identificato. Caduto l’Impero Romano d’Occidente, l’acquedotto finì con l’essere praticamente dimenticato fino al 1070, anno in cui, come abbiamo visto, alcuni storici ipotizzano che venisse riutilizzato in occasione della riattivazione del ramo orientale dell’Aposa. Dopo questo episodio il condotto sembra cadere nuovamente nell’oblio per oltre due secoli, cioè fino al 1296 quando, come scrive Cherubino Ghirardacci, un tale Tomaso ingegniero prese l’impegno con il Senato bolognese di fornire acqua in piazza Santo Stefano, nel trivio di Porta Ravennate e nei campi di San Domenico, dei Frati Minori e dei Frati Eremitani «senza pigliar l’acqua dal Rheno, ò da Savena, ò da altro fiume», ma solo da «vivi fonti», identificabili secondo alcuni studiosi con il condotto augustale. Nel Trecento e, come testimoniano delle scritte graffite sulle pareti del manufatto alla fine del Quattrocento, nel tempo si ricorse all’acquedotto in alcune circostanze. Ma il suo vero e proprio riutilizzo inizia a partire dalla seconda metà del XVI secolo, quando, come abbiamo visto, le sue risorse idriche vennero utilizzate per alimentare le fontane di piazza. Grazie ai progressivi rinvenimenti e ricerche, il tracciato venne scoperto a tratti. Il primo che lo descrisse nella sua interezza fu Serafino Calindri, che descrisse il suo percorso in rapporto alla corografia dei luoghi attraversati. Scavato completamente in galleria, l’acquedotto augusteo, precedentemente datato fra il 27 e il 15 a.C., ma secondo recenti studi realizzato verosimilmente fra il 19 e il 2 a.C., ha uno sviluppo di circa 18 chilometri con una pendenza media dell’1‰ ed è fornito, lungo il percorso, di una cinquantina di pozzi di aerazione e di servizio compresi quelli murati e ipotizzati. Partendo dalla captazione – a circa trecento metri a monte della cosiddetta Punta di Ziano –, l’acquedotto, fornito lungo il percorso da pozzi di servizio, alcuni dei quali, come abbiamo visto, sono visibili lungo il corso del torrente Ravone, segue, al piede dei rilievi collinari, l’andamento della riva destra del fiume Reno attraversando, a una quota inferiore, diversi rii. Oltre Monte Mario e Vizzano, il condotto passa sotto il rio Conco, dove è presente un ramo non attivo. Il costone dell’avvallamento in cui scorre il rio, chiuso ad anfiteatro e costituito da strati di arenaria del pliocene medio e superiore, ospita a mezza costa una necropoli rupestre arcaica per sepolture a inumazione e a incinerazione. Sugli ingressi delle dodici tombe finora esplorate, fornite di ornamentazioni simboliche, sono visibili alcune tracce per sovrastrutture architettoniche simili a quelle di diverse sepolture etrusche del viterbese. È presumibile che, oltre a queste, siano state ricavate altre tombe a una quota inferiore. In un periodo imprecisabile sul costone venne realizzata un’apertura per sfruttare, a sfioro, le acque di un laghetto ipogeo. Oltre l’Oasi naturalistica di San Gherardo – frutto del recupero di un’area già utilizzata per l’estrazione di ghiaia –, dominata dal costone arenaceo del Balzo dei Rossi e dall’anfiteatro calanchivo di San Gherardo, il condotto augusteo giunge al Monte Pradone oltre il quale, in corrispondenza del rio Fossaccia, svolta a destra portandosi, scollinando, nell’avvallamento del torrente Ravone, sotto cui scorre. A partire dal rio Fossaccia si stacca un ulteriore ramo, non utilizzato, che dopo aver seguito la destra orografica del Reno si porta sotto il Colle della Guardia (Madonna di San Luca) innestandosi, dopo l’incrocio con il rio Meloncello, nel tracciato lungo il Ravone prima del rio Paradisi, affluente di destra del Ravone. Secondo la testimonianza di Calindri, prima di arrivare al rio Paradisi, nel luogo detto il Negrone nella valle del Ravone, facente parte delle proprietà della famiglia Gioanetti, nel xviii secolo erano visibili i due capi dell’acquedotto romano «uno a destra, ed uno a sinistra delle ripe del Rio Ravone». In corrispondenza del citato rio il condotto attivo gira a destra e, seguendo approssimativamente il suo corso, raggiunge, oltre il rilievo collinare di Valverde, il rio Fontane che scorre nel Parco di villa Ghigi. Proseguendo arriva al ponte della Pietra, in prossimità del giardinetto all’ingresso della citata villa, da dove attualmente il condotto augustale va a confluire nella centrale acquedottistica di viale Aldini, ma originariamente seguiva un altro percorso. Infatti l’acquedotto andava a confluire nel castellum aquae, in corrispondenza dell’attuale palazzo Legnani-Pizzardi, all’angolo fra le vie D’Azeglio e Carbonesi, da cui si diramavano le condutture di piombo (fistulae) per la distribuzione di acqua a diverse zone della città. Sulle fistulae erano riportate le indicazioni delle distanze e i nomi dei sorveglianti che avevano seguito le realizzazioni dei tratti. In realtà, è stata avanzata l’ipotesi che a monte di palazzo Legnani-Pizzardi fosse attivo un altro castellum a servizio della fascia pedecollinare fra le attuali porte Santo Stefano e Saragozza, in cui sorgevano alcune prestigiose ville. In seguito sfruttato, come abbiamo visto, occasionalmente e a partire dal XVI secolo per alimentare esclusivamente le fontane di piazza, bisogna attendere il XIX secolo per assistere al suo riutilizzo a uso acquedottistico. Nonostante alcuni cronisti ne elogiassero la qualità, opinione condivisa dal docente dello Studio felsineo Benvenuto da Imola, che nel suo commento al xviii canto dell’Inferno di Dante oltre a sottolineare la sua utilità per il funzionamento dei mulini, la definiva buona, indubbiamente l’acqua del canale di Reno non era potabile e ancora meno rassicuranti dovevano essere quelle del torrente Aposa e del canale di Savena. L’acqua per usi potabili e igienico-sanitari era attinta dai numerosi pozzi, pubblici e privati, o venduta dagli acquaroli. Nonostante le precauzioni, come l’obbligo di pulire almeno due volte all’anno i pozzi, spesso questi venivano inquinati dalle acque nere che trapelavano dai condotti fognari non sottoposti a manutenzioni. La presa di coscienza delle possibili, conseguenti epidemie che queste condizioni comportavano fu graduale; infatti solo nel tardo Ottocento maturò l’idea di provvedere Bologna di un acquedotto per la distribuzione di acqua potabile. Dopo diverse proposte come, in particolare, quella che contemplava di captare con impianti idrovori le acque del fiume Reno a monte della chiusa, venne deciso di ricorrere all’antico acquedotto romano. Successivamente alle indagini condotte dall’ingegner architetto Antonio Zannoni (1833-1910) fra il 1862 e il 1864 e successivamente all’atto del 1865 con cui il consiglio comunale affidava alla giunta l’incarico di procedere a una riattivazione parziale del condotto, nel 1868 venne dato alle stampe il progetto definitivo. Nello stesso anno e, successivamente, nel 1915 sotto palazzo Legnani-Pizzardi vennero scoperti dei frammenti di fistulae di piombo e diversi resti murari, probabili strutture delle vasche romane per la raccolta e decantazione delle acque da distribuire nella città. Da queste strutture murarie un cunicolo, utilizzato come sfioratore, giungeva a Piazza Minghetti dove si immetteva nell’Aposa. Approvato dal consiglio comunale nel 1871, il progetto dell’ingegner Antonio Zannoni, che nel 1877 individuerà un tratto del cunicolo in corrispondenza della presa dal torrente Setta a Sasso Marconi, venne osteggiato per alcuni anni dai detrattori. Superati i contrattempi, finalmente nel 1881 venne inaugurato l’acquedotto realizzando, nell’occasione, una fontana temporanea in mezzo a piazza Maggiore. Il recupero dell’ingegner Zannoni segnava l’avvio della modernizzazione della rete di distribuzione idrica cittadina, che ancora oggi si avvale in parte delle acque provenienti dal manufatto romano. Considerata l’insufficienza dell’acquedotto del Setta a causa delle aumentate esigenze e in seguito a diversi rapporti riguardanti le disastrose condizioni sanitarie, come la relazione di Boselli sullo stato igienico delle abitazioni povere (risalente al 1904), furono intensificati gli studi e i lavori per l’ampliamento della rete idrica cittadina. Ma come risulta dalla relazione dell’ingegner Arturo Carpi riguardante il progetto per la costruzione di una nuova rete fognaria, ancora nel 1913 lo stato igienico-sanitario continuava a destare preoccupazioni a causa del deplorevole stato in cui si trovava ancora la rete scolante. Infatti da molti chiavicotti, per lo più consorziali, sconnessi, fessurati, «con piedritti e volte cadenti, senza platea», percolavano le acque reflue nelle falde utilizzate dai pozzi ancora in parte attivi nonostante il funzionamento dell’acquedotto. Oltretutto, considerato «l’ingente aumento della popolazione» e le «accresciute esigenze igieniche della vita cittadina», le sezioni dei condotti non erano più sufficienti per smaltire il «volume delle materie da convogliarsi». In diversi casi, i piani di scorrimento delle acque di molte chiaviche erano addirittura a quote tali da «non poter ricevere gli scoli dei sotterranei dei fabbricati» e con pendenze addirittura opposte a quelle «loro destinate nel nuovo piano di fognatura». A seguito del progetto dell’ingegner Carpi, nel giro di pochi anni la città venne provvista di una nuova rete fognaria. Nel frattempo, nel 1908 entrarono in funzione l’acquedotto di San Ruffillo, che estraeva acqua da un pozzo in località Jola, cui nel 1911 si aggiungerà quello scavato nella riva sinistra del Savena, e fra il 1908 e il 1910 quello di Casaglia. A questi fecero seguito, nel 1911, il collegamento fra l’acquedotto di Monte Donato – di cui è ancora conservata, in questa località, la torre piezometrica al confine con lo spiazzo davanti alla chiesa della Madonna del Carmine – e quello di San Ruffillo. Nello stesso anno a Borgo Panigale vennero perforati alcuni pozzi lungo la sponda sinistra del fiume Reno per l’acquedotto che, inaugurato due anni dopo, serviva diverse zone della periferia occidentale. Prime a essere collegate in città furono diverse fontanelle di ghisa distribuite nelle strade a sostituzione dei pozzi cui fecero seguito, gradualmente, gli allacciamenti idrici alle singole abitazioni. Fra il 1930 e il 1931 seguì la realizzazione degli acquedotti di San Luca e di Paderno-Gaibola con una centrale al civico 95 di via San Mamolo, in corrispondenza del Ponte della Pietra, tuttora conservato. Riguardo alla centrale del Setta, agli inizi del XX secolo nel punto in cui questo fiume confluisce nel Reno furono costruite delle vasche di ravvenamento per aumentare le potenzialità dei pozzi e dei cunicoli. Nel 1920 venne costruito l’impianto di filtrazione rapida ricorrendo, come opera di presa, al canale d’Albano (già esistente), che venne utilizzato fino al 1984, anno in cui, a metà gennaio, entrò in funzione il nuovo impianto di potabilizzazione, potenziato dieci anni dopo. Per accrescere i quantitativi d’acqua prelevati dal Setta, nel 2010 seguì la realizzazione di una condotta di collegamento fra il Reno e il Setta. Oltre all’impianto di potabilizzazione del Setta, attualmente l’acquedotto cittadino conta cinque centrali, cinque pozzi di prelievo per l’acqua di falda (Borgo Panigale, Tiro a Segno, Fossolo, San Vitale e Mirandola) e 500 chilometri di condotte.

In questi anni molti studi sono stati fatti per conoscere meglio la storia e la consistenza del manufatto. Dal 2005 il condotto è stato esplorato e mappato più volte a cura del Gruppo Speleologico Bolognese e dall’Unione Speleologica Bolognese che con un’eccellente lavoro hanno permesso il rilievo e lo studio di tutto il percorso e di tratti che si credevano perduti.

Per saperne di più consultare i vari scritti di Francisco Giordano contenuti nella nostra biblioteca. Da non tralasciare Acquedotto 2000 e, soprattutto, Bologna labirinti d’acque dal quale è stato tratto il capito sull’acquedotto augusteo.

ACQUEDOTTO AUGUSTEO (inaugurazione dopo la riattivazione: 7 giugno 1881)

La cerimonia di inaugurazione.
La Gazzetta dell’Emilia del 7 giugno 1881 pubblica la cronaca della cerimonia di inaugurazione dell’acquedotto romano di Bologna, sottoposto a restauro.
Quella che segue è la trascrizione integrale dell’articolo.

Giornata di gran festa, e veramente memorabile fu quella di domenica per la nostra città. Sin dalle prime ore del mattino le bandiere nazionali sventolavano dovunque per la ricorrenza della festa dello Statuto. Alle 8 ant. precise aveva luogo la solenne inaugurazione dell’acquedotto fattasi nel villino fra porta d’Azeglio e Saragozza, ove trovasi il serbatoio. Vi intervennero le autorità cittadine, e il Municipio era largamente rappresentato.
Per la Società costruttrice dell’acquedotto si trovavano presenti vari membri del Consiglio d’amministrazione, per la maggior parte fiorentini, con alla testa il loro presidente comm. Fabbricotti. Eranvi pure tutti gli ingegneri che presero parte alla direzione ed esecuzione dei lavori, fra cui noteremo l’ing. cav. Zannoni e l’ing. E. Bumiller.
Il servizio d’onore era fatto dai civici pompieri e dai sorveglianti municipali. La banda cittadina rallegrava la festa con liete armonie.
Il comm. Fabbricotti pronunciava un breve, ma elegante discorso di circostanza, a cui rispondeva con altro breve ma efficace discorso l’egregio sindaco della nostra città comm. Tacconi. Dopo di essi il cav. Colombani, consigliere delegato di prefettura, rappresentante il prefetto Mussi, sempre assente, porgeva al Municipio e alla Società felicitazioni e rallegramenti in nome del governo.
Invitato dal presidente della Società, il sindaco a volere egli per primo dar il segnale dello sprigionamento delle acque, tutti scesero nel serbatoio, ove ammirarono i bei lavori eseguiti, e non appena il comm. Tacconi ebbe girata una ruota sovrapposta ad un gran tubo, le acque uscirono dal tubo stesso abbondantissime ed impetuose fra gli evviva e gli applausi degli astanti. I quali si recarono poi a vedere il grande bacino che serve a raccogliere le acque provenienti dal Setta e che può contenere ben 2000 metri cubi d’acqua.
Dopo ciò la comitiva rientrava in città e recavasi nella piazza Vittorio Emanuele ove, ad un cenno del sindaco, veniva aperta la fontana del Nettuno.
I getti di quest’antica fontana sono troppo sottili per fare bell’effetto, e converrà forse pensare ad allargarli alquanto.
Passavasi poi alla fontana provvisoria fatta davanti alla chiesa di S. Petronio, la quale diede un getto magnifico e copioso; quindi a quella di piazza Cavour di effetto sorprendente.
Nel tragitto dalla piazza Vittorio Emanuele alla piazza Cavour gran folla di popolo festante seguiva le autorità e si udirono molti evviva al Municipio, all’ing. Zannoni ed alla Società assuntrice dell’Acquedotto.
Rientravano poi le autorità nel palazzo civico, ove, nell’elegantissimo gabinetto dell’appartamento di gala del sindaco, veniva pubblicato, a mezzo dei notai Verardini e Pallotti, il rogito destinato a tramandare ai posteri il solenne Atto inaugurale dell’Acquedotto. E, finita la cerimonia, tutti passavano nella gran sala del detto appartamento, ove, per cura del Municipio venne servito un lauto rinfresco, prestandosi con somma premura e cortesia i signori assessori municipali a fare gli onori di casa.
Così aveve fine la cerimonia, dopo di che il sindaco e vari assessori uscirono con gli ospiti fiorentini a far loro vedere i monumenti della città e in pari tempo a vedere i getti d’acqua posti in varii punti di essa, fra cui distinguevansi per l’altezza quelli di via Repubblicana e della piazza di S. Benedetto.
Non è a dirsi l’allegrezza e l’ammirazione generale di cui era compreso il popolo vedendo tutt’a un tratto tenta abbondanza d’acqua in Bologna. Abbenché l’acqua stessa, come fu detto, non possa che fra qualche giorno esser buona buona a bersi pure moltissimi ne bevevano per poter forse dire di averla sentita appena giunta.
Per tutto il giorno la folla circondò le fontane improvvisate qua e là.
Sappiamo poi che alle 6 pom. avea luogo un banchetto di circa 30 coperti all’ Hotel Brun, al quale il Consiglio d’amministrazione della Società nazionale per gasometri e acquedotti aveva invitato i capi delle primarie amministrazioni cittadine, nonchè i senatori e deputati bolognesi.
Noteremo da ultimo come nella mattina di domenica si vedeva fisso alle cantonate un bel manifesto dell’ing. Zannoni ai bolognesi, in cui ricordava le vicende che accompagnarono l’attuazione dell’Acquedotto, opera grandiosa, a cui già da 20 anni egli studiava e per la quale fu appoggiato da egregi cittadini bolognesi.
Si vedevano pure varie poesie dedicate allo Zannoni, il quale deve aver provato la maggiore delle compiacenze sentendo aleggiare intorno a se la gratitudine di un’intera popolazione.

APPARTAMENTO DELL'INQUISITORE

L’appartamento dell’Inquisitore nel convento di San Domenico fu realizzato dall’architetto Antonio Morandi detto il Terribilia nel XVI secolo. Al primo piano, sul lungo corridoio decorato con ritratti ad affresco di padri inquisitori si affaccia l’alloggio dell’Inquisitore, oggi riservato alle personalità illustri in visita al convento, mentre in fondo ad esso si colloca l’ala un tempo adibita agli uffici della Santa Inquisizione, con l’accesso alle prigioni, collocate nel sotterraneo.  Al secondo piano è ancora conservata la sala della Consulta, il luogo in cui si svolgevano i processi, con l’annessa cappella, dove si celebrava messa prima dell’emissione del giudizio. L’aula processuale presenta un soffitto decorato a quadratura da Girolamo Alboresi nel 1663 e una scena allegorica allusiva della retta giustizia dipinta come sopracamino da Girolamo Bonino da Ancona. La cappelletta è caratterizzata da un piccolo lanternino nella volta e presenta sulla parete una suggestiva rappresentazione di San Tommaso cinto dagli angeli, dovuta all’artista seicentesco Carlo Cignani.

Testo tratto dal sito del Convento Patriarcale di San Domenico.

BAGNI DI MARIO (vero nome Conserva di Valverde)

La grande cisterna di raccolta delle acque del Colle di Valverde fu per molto tempo erroneamente ritenuta un residuo di terme romane e chiamata Bagni di Mario per l’errata attribuzione, nel corso del XIX secolo, all’epoca del console Caio Mario invece che all’imperatore Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, sotto cui venne realizzato l’acquedotto romano. Il toponimo Valverde che identificava tutta la zona deriva, invece, dalla chiesa di S. Maria di Valverde, che esistette in quella località già dal 1259 e appartenente ad un ordine religioso sorto a Marsiglia col nome di Servi di S. Maria Madre di Cristo di Valverde, che ebbe l’approvazione papale nel 1257 e nel 1266. Infatti, in via Alamandini, un fabbricato con inserti neomedievali del primo Novecento conserva le tracce e il ricordo di tale chiesa trasformata in un angusto oratorio dedicato a S. Procolo, poiché nei pressi c’è tuttora la croce di ferro sopra una colonna di marmo che indicherebbe il luogo in cui questo santo bolognese avrebbe subito il martirio, come recita l’antica iscrizione posta alla base. Nel 1935 una delibera podestarile adottò il toponimo Bagni di Mario per la strada adiacente alla suddetta cisterna, mentre fu una seconda delibera, del 1938, ad assegnare il nome di Valverde ad un’altra strada della zona. Questi manufatti e questi luoghi fanno parte del nostro ricco patrimonio storico e architettonico; sono siti che appartengono al mondo sotterraneo che evoca da sempre vicende ricche di suggestione, com’è ben descritto nel testo “Fontane e acque“, la guida che racchiude dettagliate descrizioni dei luoghi narrati, un ricco apparato fotografico e una traduzione in inglese. Inoltre va ad arricchire e aggiorna le nostre conoscenze su Bologna e, in particolare, su Bologna città delle acque.

La struttura della Conserva è impostata su due livelli.

Il livello superiore: scendendo nel sottosuolo incontriamo, oltre ad un vestibolo, una spettacolare sala ottagonale (sovrastata da un’ampia cupola avente stessa forma) dove, nel piano di calpestio, sono scavate otto piccole vasche originariamente destinate a raccogliere l’acqua proveniente da quattro condotti che si inoltrano nella collina di Valverde. Da questi l’acqua usciva depurata mediante un procedimento di decantazione. All’interno del primo cunicolo si segnala la particolarità di un camino di aerazione completamente ricoperto da incrostazioni calcaree secolari. Sempre al livello superiore è presente una seconda piccola camera ottagonale, detta Cisternetta, dotata di una ulteriore vasca di decantazione la quale è collegata, tramite una breve scala, alla sala principale. L’acqua che usciva da questa seconda camera scendeva al livello inferiore tramite un’ apposita tubazione.

Il livello inferiore: tutte le acque provenienti dal livello superiore procedevano all’interno di un cunicolo in mattoni fin nei pressi della chiesa di Santa Maria dell’Annunziata, dove si univano a quelle del condotto del Remondato (Fonte Remonda) che a sua volta raccoglieva le acque che scaturivano da san Michele in Bosco.

Il condotto situato al piano più basso (non visitabile) il quale sottopassa la vasca centrale, oggi non permette più di proseguire verso la città.

BAGNI PUBBLICI, LATRINE, ORINATOI

Superata la metà del 1800 la situazione igienica a Bologna si era fatta davvero insopportabile. L’ultima pestilenza di colera (1864) aveva mietuto migliaia di vittime (circa  e il problema idrico era particolarmente sentito. L’acqua per gli usi alimentari era fondamentalmente ancora ricavata dai pozzi che però risultavano per la maggior parte inquinati dai liquami che venivano dispersi nel terreno e che, una volta assorbiti dalla terra, erano captati  dalle falde. In pratica si beveva ciò che si “produceva”. Con la riattivazione dell’acquedotto romano da parte dell’Ing. Zannoni, si diede il via a un rinnovamento sanitario generale, partendo proprio dall’acqua pulita e dalla costruzione di Bagni Pubblici che, negli anni successivi al 1865, divennero sempre più numerosi. Si procedette anche a realizzare nuovi e capaci impianti fognari onde evitare che i putridumi ristagnassero negli angoli dei cortili, dei palazzi o lungo le strade.

L’argomento verrà trattato in modo più approfondito in uno dei prossimi libri della Collana Bologna sotterranea.

CAMPANILE DI SAN GIACOMO

In breve, dalla Tesi del Dott. Valentino Claudio Malcangio.

Studio del comportamento strutturale di torri medievali: il caso del campanile di San Giacomo Maggiore in Bologna.

La Torre Campanaria oggetto di studio fu iniziata nel 1336, circa due decenni dopo il termine della costruzione della chiesa. I lavori di costruzione sono stati terminati nel 1349, ma la torre al termine della costruzione non si presentava nella forma in cui la vediamo noi oggi. Nel 1469 infatti si cominciò ad accrescere il Campanile a partire dalle seconde file di finestre per raggiungere l’altezza in cui si presenta oggi la torre. La Torre Campanaria presenta oggi a prima vista alcuni segni di affaticamento statico che, se non destano immediata preoccupazione, certamente necessitano di un monitoraggio e di uno studio approfondito, seguendo i criteri e le tecniche che il Prof. Ceccoli e il suo studio (per altro membro del Comitato scientifico dello Stesso Centro Studi) hanno adottato per procedere al monitoraggio e al restauro delle ben note torri Asinelli e Garisenda. La torre di San Giacomo, non distante dalle precedentemente citate, è tra le “vette” della città, e il fatto che alla sua sommità si suonino ancora le campane, incide sulla struttura producendo una oscillazione non banale, rispetto alla quale una indagine specialistica ci pare inderogabile. Il campanile infatti non si erge su di una base chiusa e perimetrata, ma quasi si smaterializza all’attacco con il suolo, ergendosi sopra le volte a crociera del peribolo della Chiesa che, per antica denominazione, ancora si chiama “Tempio” di San Giacomo Maggiore. Gli archivi storici del Ghirardacci, di cui il Centro Studi porta il nome, riportano la testimonianza di due forti eventi sismici avvenuti negli anni 1493 e 1505, nonché della caduta di un fulmine nel 1562 che rovinò un pezzo del Campanile e atterrò la cupola sopra l’altare maggiore, adiacente al campanile stesso. Il concerto del campanile della Chiesa di San Giacomo suona in mi minore ed è considerato tra i più belli della città. Per raggiungerlo bisogna attraversare dei lunghi pertugi e delle scale che salgono lungo la torre, fino a culminare nella cella campanaria.

CANALE DEL CAVATICCIO

Le notizie riguardo al canale detto “il Cavaticcio” sono frammentarie dato che la sua funzione a differenza del canale Reno e delle Moline, è stata quella di scolmatore delle acque del canale stesso e delle reflue e solo di supporto alla manifattura bolognese.

La prima notizia risale al 1208 dove nella Raccolta delle Leggi e attrverso dei contratti stipulati nel 1121 si evince che uno dei due canali che arrivavano nelle vicinanze della Grada, quello costruito dal comune di Bologna, confluiva nel Cavaticcio; mentre l’altro, dei Ramisiani, si immetteva nel vecchio alveo dell’Aposa lungo via Avesella e successivamente a valle nel Cavaticcio. Anticamente si è ipotizzato che codesto canale fosse in origine l’alveo del rio Vallescura e non è da escludere che già gli antichi Romani lo utilizzassero per scopi igenici o funzioni difensive. Inoltre, è utile ricordare, che esso confluisce come il canale Reno, l’Aposa ed il Savena nel Navile in via della Bova e che la sua portata può arrivare a superare i 18 metri cubi al secondo.

Fondamentale per la corretta gestione dello smaltimento delle acque in eccesso esso è servito per l’alimentazione della centrale elettrica del Cavaticcio (situata in via Largo Caduti del Lavoro) sfruttatando un salto di 14,50 mt. sin dal 1996.

Il suo percorso, in massima parte interrato, sottoterra, (la sua copertura è avvenuta prima dell’inizio della seconda guerra mondiale) è visibile solo agli addetti del Consorzio dei canali di Reno e Savena in Bologna che ne cura la gestione, anche se eccezionalmente durante la secca dei canali per la loro manutenzione e previa autorizzazione, è possibile eseguire visite guidate per alcuni tratti. Possiamo affermare pertanto che l’inizio del Cavaticcio è all’altezza di via Riva di Reno dove è istallato uno sgrigliatore per i rifiuti che galleggiano sul canale di Reno ed è visibile dalla strada, Successivamente si arriva all’lincrocio con via Marconi si volta a sinistra verso Largo Caduti del Lavoro proseguendo per via Azzogardino. Da questa via si imbocca il primo stradello pedonale destra ,si passa sopra il canale e si prosegue per via Fratelli Rosselli. All’incrocio con via Don Minzoni si volta a sinistra passando di fianco alla Salara e si arriva sul viale Pietramellara si volta a destra e si prende la prima a sinistra che si chiama via Cipriani poi la prima a destra che è via della Bova, arrivati su via Bovi e Campeggi sulla sinistra si nota un ponte dove sotto rispunta ora visibile il Cavaticcio che qui si runisce alle Moline e all’Aposa. In questo punto possiamo dire che inizia il Navile un lunghissimo canale che si immette a Passo Segni nel fiume Reno la cui funzione è stata per secoli di via d’acqua per il trasporto delle merci verso il Nord Est.

Le dimensioni del Cavaticcio sono di 4,00 mt. per l’altezza e di 3,20 mt. per la larghezza.

Durante la Seconda Guerra Mondiale un tratto sotterraneo del canale venne utilizzato come rifugio antiaereo di fortuna, non rientrando in nessuna delle classificazioni ufficiali. Fu centrato per ben due volte da ordigni sganciati da veivoli Alleati il 25.9.1943 e il 22.3.1944; a ricordo del tragico evento una grande lapide fu murata in una laterale di Via Marconi, poi rimossa e sostituita dall’attuale visibile in Via Leopardi. Per la seconda incursione, quella più devastante, vi sono le relazioni tecniche rilasciate dall’allora geometra del Comune di Bologna accorso subito dopo il tragico evento.

CANALE DI RENO

Oltre ad alimentare conserve d’acqua, tintorie, peschiere, maceri, cartiere, concerie, canapifici e altre eterogenee lavorazioni, le acque del canale di Reno, derivate a Casalecchio, azionavano diversi ordegni come filande, gualchiere, mulini, macine, magli, mangani, trafile e segherie. Pur con scopi diversi da quelli per cui furono realizzati, la chiusa di Casalecchio e il canale di Reno, attualmente usato come scolmatore delle acque reflue di Bologna e per usi irrigui nella bassa pianura bolognese, sono tuttora in attività e uno dei più antichi consorzi d’Italia, costituito nella seconda metà del XVI secolo, cura il loro funzionamento e le manutenzioni.

Le origini di questi manufatti sono antichi. Secondo un documento ottocentesco, verosimilmente già nell’XI secolo l’alveo del fiume Reno era sbarrato a Casalecchio con una traversa lignea da cui derivava acqua un canale che giungeva fino a Bologna e alimentava anche un canale navigabile. Ma le prime notizie documentate riguardano alcuni cittadini– detti Ramisani –, che nel 1191 realizzarono una pescaia o steccaia,una sorta di palizzata lignea attraverso il corso fluviale renano, e da questa scavarono un canale fino a Bologna per il funzionamento di alcuni mulini in città. Successivamente all’accordo con i Ramisani, risalente al 1208, il Comune di Bologna fece edificare una nuova chiusa e un nuovo canale introdotto in città alla Grada(nell’attuale viale Vicini). Nel 1250 il Comune ordinò la realizzazione di un’altra chiusa de lapidibus, cioè in muratura. Non è però chiaro se questi lavori siano stati eseguiti o se il manufatto, appena costruito, venisse danneggiato, totalmente o parzialmente, nonostante la sua maggiore solidità. Infatti due anni dopo gli Statuti riportavano nuovamente l’intenzione di costruire una chiusa di pietre affidando i lavori a una commissione composta dall’inzignerius Alberto e dai maestri Johannes de Brixia, Michael Delamusca e Michael Lamandine. Il programma comprendeva anche l’escavazione di una canalizzazione fra la chiusa e il canale esistente, chiamato ramus vetus (ramo vecchio) – che iniziava dalla Canonica –, la conduzione delle acque da questa località al serraglio di Saragozza per alimentare i fossati della seconda cerchia muraria e la costruzione di ponti dove era necessario. Il nuovo manufatto, secondo Ghirardacci ultimato nel 1278, era soggetto a frequenti danneggiamenti provocati dalle piene del fiume Reno e dall’erosione delle acque. Alle periodiche, costanti manutenzioni si alternavano vistosi rifacimenti interessanti, spesso, anche il canale. In particolare nell’ultima decade del XIII secolo la chiusa dovette essere sottoposta a diversi lavori straordinari, fra cui quelli attuati nel 1288, nel 1289, nel 1294, con interventi su questa e sul canale, nel 1295 e nel 1298. Per quanto riguarda gli interventi del 1295, ventuno ingegneri e alcuni maestri effettuarono un sopralluogo alla chiusa e al canale di Reno per definire il progetto e le opere necessarie per condurre una maggior quantità di acqua a Bologna.

Fra il XIII secolo e gli inizi del successivo seguì la realizzazione di un’altra chiusa lapidea poco più a monte. Riparato nel 1317, nel 1324 e nel 1327 sotto il Cardinale Legato Bertrand du Pouget, fra il 1361 e il 1363 il manufatto venne fatto sistemare dal Legato Pontificio Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, che fece anche modificare il nuovo canale, prodotto dall’unione del ramo dei Ramisani con quello del Comune.

Negli ultimi giorni di settembre del 1893 una piena eccezionale, provocata da un violentissimo nubifragio abbattutosi sull’alta valle del Reno, scalzò e a demolì la spalla sinistra dello sbarramento e 250 metri del muraglione del canale. Grazie all’interessamento di Giuseppe Bacchelli vennero avviate con celerità gli interventi necessari. L’eccezionale spiegamento di ben seicento operai al giorno consentì di terminare i lavori nei primi giorni di febbraio dell’anno successivo. Nell’occasione si provvide anche a realizzare lo sfioratore a sinistra, che costituiva un prolungamento della chiusa. Di conseguenza, la larghezza complessiva della traversa principale, dello spartiacque e dello sfioratore è attualmente di metri 264,60. Nel contempo venne avviata la sostituzione del palancato ligneo che rivestiva lo scivolo della chiusa con lastre di granito bianco. Il lavoro, eseguito a lotti, fu completato, fra il 1945 ed il 1946, rivestendo con lastre di trachite la parte ricostruita dopo i danni riportati nel corso di un bombardamento aereo.

Di fianco alla chiusa inizia il canale di Reno il cui incile, fornito di paratoia, è chiamato boccaccio. Fra la chiusa e la casa del custode, edificata attorno alla metà del XIX secolo su progetto dell’architetto Giordani inglobando strutture più antiche, la riva sinistra del canale, corrente a una quota più alta rispetto a quella del fiume, è costituita da un muraglione di mattoni. Il manufatto, percorribile, è dotato di due paraporti con paratoie – uno chiamato di mezzo o Stanza e l’altro, di fianco alla casa del custode, di Prà Piccolo – che, detti anche scaricatori di fondo, servono per la regolazione idraulica e per l’eliminazione della ghiaia e dei materiali che si depositano nell’alveo. Due serie di quattro sfioratori di colmata ad arco, aperti nel muraglione, servono per scaricare nell’alveo del fiume Reno le acque eccedenti.

In seguito ai danni provocati nel 1617 da una «fiumana grande» del Reno, la chiusa, il primo tratto del muraglione e un paraporto vennero sottoposti a impegnativi lavori di restauro, progettati e diretti da Pietro Fiorini, eseguiti in un anno e mezzo. Costeggiando la strada di accesso alla casa del custode della chiusa, il canale raggiunge via Porrettana, che sottopassa; prosegue quindi di fianco a via Canale fino al paraporto Scaletta dove, in passato, nella stagione invernale alcuni addetti frantumavano e smaltivano il ghiaccio che ostacolava il deflusso delle acque. Fra questo punto e la Croce di Casalecchio, verso il fiume l’alveo è contenuto da un ulteriore tratto di muraglione fornito di due paraporti (della Macelleria– attualmente chiamato di San Luca– e del Verruchio o Verocchio). Dove termina il muraglione era attivo un ulteriore paraporto detto Pelizone, in seguito smantellato. Più in alto, parallelamente al canale, corre la pista ciclopedonale realizzata riutilizzando il vecchio tracciato della linea tranviaria che anni addietro collegava Bologna a Casalecchio.

Alla Croce (di Casalecchio) il canale di Reno sottopassa via Bastia, nome riferito alla fortificazione fatta erigere dal Cardinale Legato Albornoz nel luogo occupato un anno prima (1359) dal campo trincerato realizzato dal marchese Francesco d’Este, da Andrea, figlio di Giovanni Pepoli, e da Obizo, figlio di Giacomo Pepoli. Proseguendo dietro le case prospicienti via Canonica, il canale raggiunge l’omonima località, già sede del monastero dei Canonici Renani cui appartenevano, nel XII secolo, i diritti sul ponte di Casalecchio, dove è attivo l’ultimo paraporto. In questo luogo, dove dal 1856 operava il canapificio Canonica, che produceva tele grezze e cordami lavorando materie prime provenienti dal territorio bolognese, entrerà in funzione una centrale idroelettrica. Poco oltre, il canale si sposta sul lato opposto di via Canonica entrando, sottopassato l’asse viario formato dalle vie Simone de’ Crocefissi e Caravaggio, nel territorio del Comune di Bologna. Prosegue quindi di fianco alla pista ciclopedonale del parco pubblico Zanardi fino al ponte del Ghisello, nome riferito alla famiglia Ghiselli proprietaria in passato di diversi terreni nella zona circostante. Superato il ponte del Ghisello, il canale, il cui percorso è rimasto pressoché invariato rispetto alle modifiche apportate sotto la legazione pontificia del Cardinale Albornoz, costeggia la pista ciclopedonale che rasenta il muro di cinta dell’ex complesso conventuale dei Certosini, edificato a partire dal 1334 su terreni donati dal giurenconsulto Giovanni d’Andrea, soppresso nel 1796 e adibito a cimitero pubblico nel 1801 in seguito alle disposizioni napoleoniche. All’incrocio con via della Certosa il canale sottopassa il ponte porticato edificato nel 1833-1834 secondo le modifiche dell’architetto Luigi Marchesini, subentrato all’ingegner Ercole Gasperini, deceduto nel 1829, cui nel 1811 era stato affidato il progetto del portico fra il Meloncello e la Certosa.

Al di là di via della Certosa, dopo un breve tratto a cielo aperto fornito di uno sgrigliatore per fermare e rimuovere le immondizie trasportate dalla corrente, la canalizzazione prosegue, interrata, lungo via delle Tofane, raggiunge quindi via Sabotino che percorre fino a viale Vicini. Poco a monte di questo viale, nella prima metà del XV secolo dal canale di Reno venne derivata la canaletta della Ghisiliera, scavata nei terreni che appartenevano alla famiglia Ghisilieri. Come ai nostri giorni, la canaletta giungeva a Trebbo di Reno dove azionava il mulino per grano del Borgognino, già nominato nella prima metà del Cinquecento. Più a valle rispetto alla derivazione della canaletta, il torrente Ravone supera il canale di Reno scorrendo su un ponte canale in passato chiamato degli Stecchi per le ramaglie che si fermavano contro. Sottopassato viale Vicini, il canale entra in città attraverso il passaggio della Gradaricavato in questo breve tratto della terza cerchia muraria scampata alle demolizioni attuate fra il 1901 e il 1902. Il nome Grada è dovuto alle due grate di ferro, tuttora conservate, usate per fermare i rami e le frasche trasportate dalla corrente e per impedire introduzioni clandestine di merci e di persone all’interno della cinta muraria. Dopo la Grada il canale renano sottopassa longitudinalmente l’ex omonimo opificio, eretto fra il 1691 e il 1693, adibito nel tempo a uso di pellacaneria (concia di pelli) e di gualchiera (per pestare e sodare i panni e i feltri), attualmente sede del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno e di quello della Chiusa di San Ruffillo e del Canale di Savena. A cavallo fra il XIX e il XX secolo nell’edificio venne installata una delle prime dinamo che, collegata a una ruota azionata dalla corrente del canale, produceva energia elettrica per l’Istituto Ortopedico Rizzoli, fornita tramite una linea aerea elettrificata su pali installata lungo i viali di circonvallazione. A scopo didattico alcuni anni addietro all’interno del fabbricato è stata installata un’altra ruota connessa a una dinamo che produce 16 chilowatt di energia elettrica. Superato l’opificio della Grada, il canale seguiva, scoperto, l’omonima strada fino a via San Felice, che oltrepassava scorrendo sotto il ponte della Carità, realizzato in muratura nel 1289 a sostituzione di quello ligneo distrutto dalle acque. Prima della copertura del canale, attuata nel 1957, la riva sinistra in via della Grada era attrezzata con lavatoi pubblici per il lavaggio di panni e biancheria.

Oltre il ponte il canale correva a cielo aperto lungo la mezzeria della strada chiamata, a partire da via San Felice, Riva di Reno. Fra il ponte dell’Abbadia (di fronte all’omonima strada) e la chiesa della Madonna del Ponte, costruita dopo la peste del 1527 sul prolungamento del trecentesco ponte delle Lame, la riva sinistra era fornita di lavatoi pubblici a trincea disposti su due piani a gradinata.

Fin dal Medioevo dal tratto di canale di via Riva di Reno, coperto nel 1957, si diramava una complessa rete sotterranea di condotti per la distribuzione di acqua a eterogenee attività produttive, diverse della quali ancora attive nei primi anni del XX secolo. I filatoi per seta, in gran parte distribuiti nella zona fra le vie San Felice e San Giorgio di Poggiale (attuale Nazario Sauro), costituivano le attività di maggior rilevanza economica, ma dalla fine del XVIII secolo la crisi del mercato serico portò a una loro consistente diminuzione. Dopo le soppressioni, nelle aree occupate dai conventi delle Convertite, all’angolo fra le vie delle Lame e Borgo Rondone, e di Santa Maria Nuova in via Riva di Reno, attraversate da condotte per il funzionamento dei filatoi per seta e per l’irrigazione degli orti, furono impiantate attività che abbisognavano di acqua. In particolare nel complesso delle Convertite fu attivata la trafila della zecca e nel convento di Santa Maria Nuova venne realizzata la Manifattura Tabacchi (1801), attualmente sede della Cineteca Comunale. Fra via Marconi, che sottopassa, e palazzo Gnudi, edificato su disegno di Francesco Tadolini nel 1796, il fondo dell’alveo è in contropendenza  rispetto alla direzione della  corrente11, particolarità che induce a pensare a un riutilizzo di un condotto romano usato, a suo tempo, per smaltire parte delle acque fognarie cittadine nel Cavaticcio, probabile antico alveo del Rio Vallescura, scaturente dai rilievi collinari fra le porte San Mamolo e Saragozza, attualmente ricordato dal toponimo della via che si immette in viale Aldini.

Un brevissimo tratto sotto il portico del civico 25 di via Galliera, con sezione triangolare, potrebbe essere un’opera d’epoca romana rinforzata nell’alto Medioevo con sottomurazioni in laterizi. Da qui fino a via dell’Indipendenza, che sottopassa, l’alveo prosegue incuneato fra le case prospicienti via de’ Falegnami.

Ancora nei primi anni del secolo scorso gli edifici prospettanti il canale fra le vie Malcontenti e Oberdan, scampato alle coperture attuate fra gli anni Trenta e Cinquanta del XX secolo, già fungente da fossato difensivo della seconda cerchia muraria edificata nell’XI secolo, erano provvisti di lavatoi a ponte levatoio, costituiti da tavolati di legno sospesi sul livello dell’acqua, e di botti e vasche in cui si calavano le lavandaie per lavare i panni.

Lo scivolo con accesso dall’inizio dell’attuale via Augusto Righi era usato per scendere al guazzatoio, realizzato nell’alveo nel 1219 contemporaneamente all’apertura della piazza del Mercato (attuale piazza VIII Agosto), che serviva per l’abbeveraggio e il lavaggio degli equini e dei bovini. Dopo aver sottopassato il ponte di via Malcontenti (detto dei Preti), su cui transitavano i condannati alla pena capitale condotti alla piazza del Mercato per essere giustiziati, e quelli delle vie Piella – dove è conservato uno dei torresotti della seconda cinta muraria – e Guglielmo Oberdan – chiamata in passato Case Nuove di San Martino –, il canale di Reno svolta decisamente a sinistra in un pozzo luce interno della casa al civico 45 di via Oberdan. L’edificio fu costruito nel 1909 dove sorgeva un oratorio, cui si accedeva da via delle Moline, sostituito alla fine del XIV secolo da una chiesetta – detta Santa Maria delle Sette Allegrezze o degli Annegati – in cui venivano esposti i corpi degli annegati per essere riconosciuti. In seguito alle soppressioni, nel 1808 la chiesetta, affidata nel 1605 alla Confraternita di Santa Maria del Carmelo, venne chiusa. Da questo punto il canale veniva chiamato delle Moline per i mulini per grano distribuiti lungo il corso interposto fra le case con gli affacci sulle vie Capo di Lucca e Alessandrini. Il corso del Canale delle Moline – visibile in fondo allo scivolo fra i civici 2 e 4 di via Capo di Lucca – era caratterizzato da numerose paratoie trasversali all’alveo utilizzate per regolare le portate idrauliche e per indirizzare l’acqua verso i mulini e le lavorazioni secondo i turni stabiliti. Fino al XIX secolo lungo le rive erano distribuite anche alcune baracche ad uso bagni privati montate su pontili di legno. Dietro la costruzione al civico 15 di via delle Moline nel 1897 venne installata una dinamo, collegata a una ruota idraulica azionata dalla corrente del canale, che produceva energia elettrica per l’illuminazione delle abitazioni delle vie Repubblicana (attuale via Augusto Righi) e dell’Indipendenza fino al civico 28. Invece, le case fra gli attuale civici 9 e 25 di via Capo di Lucca, dietro cui scorre il torrente Aposa, costruite a partire dal 1516 dall’Università delle Moline e delle Moliture, ospitavano i mugnai addetti alle macine per grano distribuite lungo il canale delle Moline retrostante gli edifici di fronte. Parzialmente danneggiate da un bombardamento aereo nel 1944, fra il 1948 e il 1949 furono restaurate a cura della Soprintendenza ai Monumenti.

Oltre via Irnerio il canale delle Moline, proseguendo dietro gli edifici che si affacciano sul lato orientale di via del Pallone – strada in cui fino al dopoguerra era attivo un mulino per grano – , raggiunge il piazzale interno dell’autostazione (fiancheggiante viale Masini), costruita nel 1966 su progetto dell’ingegner Alessandro Lollini. Sotto il piazzale il canale delle Moline e il torrente Aposa, fino al Settecento confluente nella canalizzazione dopo porta Galliera, si uniscono.

Davanti a Porta Galliera il canale delle Moline fungeva da fossato difensivo della terza e ultima cerchia muraria, realizzata fra il 1226 ca. e il 1390. In via dell’Indipendenza, di fianco alle scalee della Montagnola – sistemata alla fine del XIX secolo su progetto dell’architetto Tito Azzolini e dell’ingegner Attilio Muggia –, sono visibili i resti del forte di Galliera, costruito e distrutto cinque volte fra il XIV e il XVI secolo. In occasione dell’ultima ricostruzione, attuata nel 1507 sotto papa Giulio II, il corso d’acqua venne deviato all’interno della cittadella di pertinenza della fortificazione per azionare alcuni mulini per grano. Attraversata piazza XX Settembre, il corso d’acqua formato dal canale delle Moline e dal torrente Aposa corre parallelamente a via Boldrini, dove è conservato uno dei pochi tratti della terza cerchia muraria scampati alle demolizioni del 1901-1902. A partire grosso modo dall’incrocio con viale Silvani, il corso d’acqua raggiunge il sostegno della Bova – nell’attuale via Bovi Campeggi –, sede nel Medioevo del porto del Maccagnano.

CANALE DI SAVENA

Per avere maggiori portate idriche e per servire una zona più vasta della città, nel 1221 il vecchio sbarramento sul Savena, realizzato nel 1176 più a valle nell’alveo in cui scorreva il torrente prima della deviazione attuata nel 1776, venne sostituito dalla chiusa di San Ruffillo17. Minata nel corso del secondo conflitto mondiale, il manufatto fu restaurato e modificato fra il 1945 e il 1948 (fig. 8). Dalla chiusa inizia il corso del canale di Savena che, prima di entrare in città a porta Castiglione, azionava quattro mulini (Foscherari, trasformato in cartiera, Parisio, Frino e Castiglione (detto anche della Misericordia) e tramite diverse chiaviche forniva acqua per l’irrigazione degli orti e per il riempimento dei maceri. In città serviva svariate attività fra cui, in particolare, quelle dei tintori di seta e dei panni di grana, dei pellacani e dei cartolari. Superati i ponti di via Toscana e della linea ferroviaria Bologna-Firenze, da via del Pozzo il canale svoltando a sinistra raggiunge il parco fiancheggiante via Corelli, che percorre longitudinalmente dirigendosi verso il mulino Parisio in via Toscana. Di fianco al supermercato della “Coop” in via Corelli, in prossimità del luogo dove era in attività la Bugaderia Panigata, a scopo didattico venne installata una ruota idraulica che, azionando una dinamo, produceva energia elettrica per l’accensione di alcune lampadine, attualmente purtroppo non funzionante.

Dopo aver attraversate le vie Toscana e Murri, il canale prosegue, coperto, dietro la vecchia chiesa di San Silverio e lungo i terreni ex Hercolani, attualmente edificati, fino al Chiusone Belpoggio, fra le attuali vie Varthema e Marchetti. Poco oltre via Siepelunga il canale di Savena era fornito di due paraporti con paratoie per la regolazione idraulica e per l’eliminazione periodica della ghiaia e dei materiali che si depositavano nell’alveo. Uno era nella sponda destra del ponte canale del rio Santa Barbara e l’altro, distante circa 350 metri, nella sponda sinistra del ponte canale di Fossa Cavallina. Oltrepassata via di Frino – nome riferito all’antico mulino, attualmente adibito a civile abitazione –, il canale attraversava i Giardini Margherita formando il laghetto. Iniziati nel 1875 su progetto del conte Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, i giardini chiamati Passeggio Regina Margherita in omaggio alla moglie di Umberto I, furono inaugurati nel 1879. Nel corso dei lavori per la realizzazione del parco vennero alla luce alcune sepolture etrusche.

Uscendo dai Giardini, il canale sottopassava longitudinalmente la chiesa di Santa Maria della Misericordia fin dal XII secolo appartenente, con l’annesso convento, alle monache Cistercensi Orsoline. A queste subentrarono gli Olivetani che nel 1432, ricostruendo e ampliando l’edificio religioso, ne modificarono l’originaria impostazione romanica. Prima della copertura del canale, attuata nel secondo decennio del secolo scorso, il tratto antistante la chiesa era fornito di lavatoi pubblici per il lavaggio dei panni; poco oltre, il salto del canale, realizzato per sottopassare il fossato difensivo della terza cerchia muraria in corrispondenza di porta Castiglione, azionava il mulino della Misericordia, attivato nel 1286 e ancora in funzione fino al secondo dopoguerra. Nonostante le modeste sezioni del canale di Savena, le sue acque, distribuite tramite un’articolata rete di chiaviche e condotti, servivano il settore orientale cittadino compreso fra il torrente Aposa e la cinta muraria18. Inoltre, grazie a un sistema di apertura e chiusura di paratoie, vari rami venivano utilizzati per pulire ed espurgare periodicamente le androne e le fogne e per lavare le strade della zona est e del quartiere San Procolo.

Fin dal XIII secolo un ramo, derivato dal canale di Savena a porta Castiglione, dopo aver superato su un ponte canale il torrente Aposa a porta San Mamolo, forniva acqua a condotti che raggiungevano i conventi di San Nicolò, San Procolo, Sant’Agnese e San Francesco. Entrato in città, alla confluenza fra le vie Castiglione e Orfeo il canale si biforcava: un ramo proseguiva lungo via Castiglione, l’altro, chiamato Fiaccacollo per la notevole pendenza, imboccava la via Rialto, in passato identificata con lo stesso nome del canale, coperto nel 1840. Alla confluenza con via Castellata, nel 1341 sul Fiaccacollo fu edificato il primo filatoio idraulico per seta. Da questo ramo partivano ulteriori due diramazioni. Una raggiungeva gli Orti della Viola (nome riferito alla palazzina fatta edificare verso la fine del XV secolo da Annibale Bentivoglio), compresi fra l’attuale via Irnerio, aperta fra il 1907 e il 1912, e la terza cerchia muraria fra le Porte San Donato e Mascarella. Dopo aver attraversato gli Orti suddiviso fra tre canalette, usciva dalla cinta muraria a Porta Mascarella. L’altra formava il fossato difensivo della seconda cerchia muraria – realizzata nell’XI secolo lungo le attuali vie Guerrazzi, piazza Aldrovandi (già Seliciata di Strada Maggiore), via Giuseppe Petroni (già detta dei Pelacani per le lavorazioni e la concia delle pelli, comprese quelle dei cani e dei gatti, qui attive), Largo Respighi e via delle Moline –, confluente nel torrente Aposa. Altre due derivazioni del canale di Savena entravano in città a porta Santo Stefano. Il ramo di Santa Chiara seguiva la direttrice sotto le case prospicienti il lato est dell’omonima via, l’altro, dopo aver sottopassato la canonica della chiesa di San Giuliano, proseguiva sotto le costruzioni lungo il lato opposto. In prossimità di Strada Maggiore le due ramificazioni affluivano in un unico ramo che, con un tragitto pressoché rasente la terza cerchia muraria, raggiungeva porta Mascarella dove si univa alle canalette provenienti dagli Orti della Viola. Questa confluenza originava la canaletta della Mascarella che alimentava il mulino del Gomito operante nella località Dozza.

CANALE NAVILE

Derivato dal canale di Reno, all’incrocio fra le attuali vie Guglielmo Marconi e Riva di Reno inizia il Cavaticcio, probabile antico alveo del Rio Vallescura che scendeva, fuori dalla cerchia muraria, lungo la direttrice dell’attuale omonima via. Il corso del Cavaticcio, corrente lungo il Borgo delle Casse (attuale via Marconi), era caratterizzato da un dislivello di circa quindici metri, grazie al quale le acque azionavano alcune cartiere e segherie per legname, la prima delle quali venne realizzata nel 1347. In occasione dell’apertura di via Roma, attuale via Marconi, attuata fra il 1932 e il 1936 demolendo le case del Borgo delle Casse – così chiamata dal 1256 e, a quanto pare, detta anche via Punta di Morando dal XIV secolo – venne coperto il corso del Cavaticcio, in seguito adibito, in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, all’uso di rifugio antiaereo. In occasione dei lavori di modifica dell’imbocco della parte iniziale, attuati fra il 1954 e il 1966, la partenza del tratto con forte pendenza è stata “avanzata” verso nord. Come ai nostri giorni, il corso raggiungeva l’attuale Largo Caduti del Lavoro in cui, dal 1994, è attiva una centrale idroelettrica, progettata dall’UfficioTecnico del Comune. Già nel 1911 l’ingegner Francesco Bassi aveva prodotto gli elaborati per realizzare una centrale alimentata dal Cavaticcio. Iniziata poco prima del 1915, ma non terminata a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, le sue attrezzature vennero smantellate nel corso delle modifiche riguardanti il tratto iniziale del corso d’acqua. In concomitanza con questi lavori, nel 1955-56 l’ingegner Giovanni Chierici produsse un altro progetto, non realizzato. In prossimità dell’incrocio con via Azzo Gardino, in via Riva di Reno l’alveo del canale di Reno è stato fornito di uno sgrigliatore per fermare e rimuovere le immondizie trasportate dalla corrente, che avrebbero potuto danneggiare le turbine dell’attuale centrale idroelettrica. Il Cavaticcio, provvisto all’imbocco di una paratoia, alimentava il canale Navile col porto funzionante, dalla metà del xvi secolo, in prossimità di porta Lame. In realtà, per non pregiudicare le attività molitorie operanti lungo il canale delle Moline prelevando considerevoli quantitativi idrici tramite un unico diversivo, l’alimentazione del Navile non dipendeva esclusivamente dal Cavaticcio, ma anche da alcuni condotti che, poco dopo il suo imbocco, derivavano acqua dal canale di Reno. A quanto sembra, già nell’XI secolo era aperto un canale navigabile che iniziava dalla Posta del Maccagnano, distante un miglio dalla città. Interrotta, causa i frequenti interramenti, la navigazione verso il Po venne ripristinata agli inizi del XIII secolo partendo da Galliera, difesa da fossati e da palizzate, fornita di un porto, di una torre (tuttora esistente) e di un posto di guardia. Ma anche questo canale navigabile dovette essere abbandonato in quanto, nel secolo successivo, il collegamento con il fiume Po non era più agibile a causa del suo impaludamento. In seguito agli accordi del 1208 con i Ramisani, il Comune di Bologna fece scavare un nuovo Naviglio, il cui tracciato, impostato nel 1221 utilizzando verosimilmente alcuni tratti di un antico alveo abbandonato del torrente Savena, verrà ricalcato dal Navile realizzato circa tre secoli dopo su progetto dal Vignola. Il canale, col porto a Corticella, sfociava negli acquitrini della Padusa Palude da cui erano raggiungibili Ferrara e Venezia, ma a causa degli interramenti anche questo era soggetto a frequenti interruzioni. Su commissione di Giovanni ii Bentivoglio (1443-1508) e sotto la direzione di Pietro Brambilla da Carminate, architetto del duca di Milano, nel 1491 iniziarono i lavori per portare la navigazione fino alla città. I lavori per la realizzazione del Naviglio bentivolesco, che contemplavano l’apertura di un nuovo alveo, uno scalo in prossimità di porta Galliera e i sostegni Battiferro e Grassi, forniti di rudimentali chiusure lignee, furono completati in soli tre anni. Il nuovo tracciato, chiamato Fossetta, scavato a destra rispetto all’antico canale navigabile, cioè il Canalazzo, scorreva nei terreni sotto la parrocchia di San Girolamo dell’Arcoveggio. Finanziata dai drappieri, l’opera venne solennemente inaugurata il 10 gennaio 1494, ma considerati i soliti interramenti e le gravose spese occorrenti per le manutenzioni, già attorno al 1515 l’alveo fra Bologna e Corticella risultava essere non navigabile costringendo a far scalo nuovamente in quest’ultima località. Come risulta dal pagamento del 17 marzo 1495 a Pietro Brambilla, a Malalbergo venne realizzato un ulteriore sostegno che probabilmente non resistette a lungo, in quanto successivamente non viene citato da alcun documento. Intenzionati ad attestare il canale navigabile all’interno della cerchia muraria, nel 1547 le autorità cittadine affidarono la progettazione e i lavori a Iacopo Barozzi detto il Vignola (1507-1573). Oltre al riassetto dell’alveo, il progetto prevedeva la costruzione di tre nuovi sostegni, Torreggiani, Landi e Corticella, l’ammodernamento di quelli esistenti, Battiferro e Grassi (costruiti sotto Giovanni II Bentivoglio), e la realizzazione di una nuova darsena all’interno di porta Lame (nell’attuale via Don Minzoni, di fianco all’attuale Mambo – Museo di Arte Moderna BOlogna), fornita all’ingresso in città, aperto nella terza cerchia muraria, di un portone e, immediatamente all’interno, di una grada immersa e di una catena. Per ottimizzare la funzionalità del porto, fra il 1580 e il 1583 la Gabella Grossa, cui erano affidati i lavori e le manutenzioni del canale e dello scalo, fece realizzare un piazzale per la movimentazione dei carri, un riparo per le merci, un deposito per il sale, l’edificio della dogana, la casa del custode del porto, la stalla per i cavalli utilizzati per il traino delle imbarcazioni controcorrente, provvedendo, nel contempo, a riorganizzare il sistema viario attorno allo scalo. Nel secolo successivo venne edificata la chiesa che, dedicata al SS. Crocefisso, era detta anche Santa Maria dei Defunti ed era retta dall’omonima confraternita. Nel Settecento seguì la realizzazione di ulteriori attrezzature e servizi di pubblica utilità fra cui gli alloggi per i soldati che scortavano i corrieri, una nuova abitazione per il custode del porto, le banchine, i locali per il deposito delle merci, un nuovo magazzino per il sale – la Salara (tuttora esistente) – e uno per il grano. Nel XIX secolo i trasporti ferroviari portarono al progressivo abbandono di quelli via acqua, più economici, ma indubbiamente più lenti. Secondo una politica all’insegna della “modernizzazione”, il piano regolatore cittadino del 1889 prevedeva la chiusura del porto, ma la struttura continuò a essere utilizzata fino al 1934, anno in cui venne avviato il suo definitivo smantellamento. Fortunatamente l’altorilievo in terracotta policroma raffigurante la Madonna col Bambino e Angeli, eseguito da Camillo Mazza (1602-1672), scampò alle opere demolitrici. Rimosso nel 1935 dalla facciata dell’edificio della Dogana, su cui era alloggiato fin dal 1667, venne murato al secondo piano del Palazzo Comunale dove è tuttora conservato. In tempi recenti di fianco al Mambo, parallelamente a via Don Minzoni, è stata riaperta parzialmente la parte del Cavaticcio che costituiva l’antico porto anche se, in realtà, il vero corso del canale scorre, coperto con una soletta di cemento armato, a un livello inferiore. Poco oltre la terza cerchia muraria, dall’ex area portuale il canale arriva alla Bova, nell’attuale via Bovi Campeggi, dove sfocia anche il corso d’acqua formato dall’unione fra il canale delle Moline e il torrente Aposa. In seguito all’attivazione del nuovo porto, nel 1594 alla Bova fu realizzato un sostegno che, progettato dall’architetto Floriano Ambrosini (1557-1621), venne successivamente ammodernato. La Bova era uno dei sei sostegni (gli altri erano Battiferro, Torreggiani, Landi, Grassi e Corticella), detti anche conche, realizzati fra Bologna e Corticella per agevolare la navigazione superando i dislivelli abbassando o sollevando il livello dell’acqua. I sostegni, in cui entravano le imbarcazioni, erano forniti di una casa di manovra per l’apertura e la chiusura dei portoni a valle e a monte, e di un tornacanale, una sorta di by pass laterale fornito di paratoia che alimentava il canale a valle. Per ottenere una migliore tenuta, gradualmente le chiusure a saracinesca delle prime conche vennero sostituite con le cosiddette porte vinciane, costituite da due battenti ad angolo rivolto controcorrente. Oltre via de’ Carracci il Navile attraversa il parco di Villa Angeletti arrivando, dopo via Gagarin, al sostegno del Battiferro, ristrutturato nel 1914, su cui è murata una lapide che ricorda i lavori eseguiti nel 1548 per volontà di papa Paolo III (1468-1549). Nell’area circostante il sostegno del Battiferro erano concentrate, e nel tempo si erano alternate, diverse attività lavorative: in particolare un maglio per ferro e altri metalli – cui subentrò una magona, ossia una fabbrica per la forgiatura di vasi di rame –, una pilla da riso, un mulino, una cartiera di proprietà dei conti Bardi di Firenze, due fornaci, una delle quali è attualmente sede del Museo del Patrimonio Industriale, e una delle prime centrali idroelettriche che, funzionante fra il 1901 e il 1961, forniva energia elettrica alla zona circostante. Fino al 1794 al Battiferro erano insediati anche dei frati cappuccini che nel loro opificio producevano uno spesso panno a spina simile agli antichi bigelli, attività da cui ebbe origine l’Arte dei Bigellieri. Seguendo un percorso interposto fra le vie dell’Arcoveggio e della Beverara, il Navile arriva, dopo i sostegni Torreggiani, Landi e Grassi, al Ponte Nuovo, costruito alla fine del 1686 nel punto di ricongiunzione dei due rami – l’antico Canalazzo, non più utilizzato per la navigazione, e il Canale navigabile Fossette – in cui, a partire dal Battiferro, era stato diviso il Navile alla fine del XV secolo. Realizzato per dare continuità al passaggio dei cavalli che dal sentiero ricavato sull’argine del canale trainavano le imbarcazioni controcorrente, il ponte sovrappassa il Canalazzo. Progettato da Giovanni Battista Torri, il manufatto, in seguito chiamato popolarmente Ponte della Bionda, è stato restaurato fra il 2003 e il 2004 su progetto dell’architetto Francisco Giordano. Dal Ponte Nuovo il Navile raggiunge il sostegno di Corticella in prossimità del quale funzionava uno dei più antichi mulini edificati lungo il canale navigabile, ancora in attività fino agli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso, e poco più a valle la Chiusetta, settimo e ultimo sostegno nel territorio di Bologna, in prossimità del quale attualmente si immettono le acque del depuratore delle acque fognarie di Bologna. Più a valle era in funzione il sostegno di Castagnolo Maggiore, attuale Castel Maggiore, che per merito della famiglia Gozzadini (proprietaria fino al 1619 di alcuni mulini) e, fra il 1750 e il 1805, delle famiglie Magnani e Malvezzi, acquistò una certa importanza. In seguito, grazie alle famiglie Pizzardi e Barbieri, che riscossero perfino gli apprezzamenti e l’ammirazione del Pontefice, la località ricevette un ulteriore, forte impulso. Nel xix secolo il centro di Castel Maggiore si sviluppava attorno al Navile dove, fra il 1820 e il 1830, la famiglia Pizzardi aveva fatto costruire un grande palazzo, che, prospiciente il mulino in prossimità del sostegno, divenne sede della Magistratura e Residenza di un Governatore. Gaetano Pizzardi (1788-1858) avviò la coltivazione di canapa e di grano nell’alta pianura e di riso nella bassa perfezionando, nel contempo, i suoi mulini di Castel Maggiore e attivando pile per il riso e per la produzione di rizza. Luigi Pizzardi (1815-1871), primo sindaco di Bologna dopo l’Unità d’Italia, diede l’avvio a un ulteriore decollo economico del paese costituendo, nel 1853, la Società Anonima Officina Meccanica e Fonderia di Bologna. Azionata dalle acque del Navile, l’officina produceva macchine utensili per le industrie operanti lungo il canale. Grazie a queste iniziative, la borgata Molini Novi (ora Castello) da centro agricolo divenne un centro industriale. Il Navile raggiungeva, come oggi, Bentivoglio dove attorno al 1480 Giovanni II Bentivoglio fece edificare un castello residenziale adiacente alla preesistente rocca del Ponte Poledrano, concessa alla sua famiglia fin dal 1441. Alla fine del XIX secolo il marchese Carlo Alberto Pizzardi (1850-1922), figlio di Luigi, fece restaurare il castello, che era stato acquistato dalla sua famiglia nel 1817, affidando l’incarico ad Alfonso Rubbiani (1848-1913). Divenuto in seguito proprietà del Comune di Bentivoglio, attualmente ospita i laboratori per le ricerche oncologiche dell’Istituto Ramazzini. Oltre al castello, i Pizzardi avevano acquistato il vicino mulino per grano (il cui primo impianto risaliva al 1352) la pila da riso, diversi terreni e valli che il filantropo Carlo Alberto fece bonificare convertendo la zona in un importante centro di produzione risicola. Le valli bonificate comprendevano anche quella in cui attualmente opera il centro multifunzionale “La Rizza”, costituito per valorizzare le risorse naturali, culturali e i prodotti locali. Potenziato il mulino – rimasto in funzione fino al 1977 e dove, dal 2015 al 2019 si sono svolte moltissime visite guidate a cura degli Amici delle vie d’acqua che recuperarono interamente l’edifico da un’oblio durato oltre 50 anni  –, nel 1887 venne iniziata la costruzione del Palazzo Rosso il cui primo piano, con la Sala dello Zodiaco decorata fra il 1896 e il 1897 da Augusto Sezanne (1856-1935), era adibito ad abitazione dei Pizzardi. Ai al  nostri giorni il piano terra è sede della Biblioteca Comunale di Bentivoglio. Dotato di una decina di sostegni lungo il percorso (compresi quelli fra Bologna e Corticella), di alcuni pontili di attracco e di ponti in perno per il suo attraversamento, da Bentivoglio il Navile raggiungeva Malalbergo, sede della Gabella Grossa di Bologna, da cui, in seguito alla costruzione dell’ultimo tratto fra questa località e Pegola, la navigazione superiore si innestava nel Canal Morto, inizio della navigazione inferiore. Considerato che le due navigazioni non erano direttamente collegate costringendo al disagevole trasbordo delle mercanzie e dei passeggeri, nel 1699 venne realizzata una bova sostituita, nel 1775, da un sostegno per rendere continua la navigazione fino al Canal Volta e al Cavo Benedettino. Nel tratto fra Bentivoglio e Malalbergo dal Navile derivavano acqua diverse chiaviche per eterogenee lavorazioni, per le irrigazioni, per alimentare i maceri e per le colmate di bonifica delle zone vallive. A questi prelievi, intensificati a partire dal XVII secolo, si affiancarono, nel XIX secolo, quelli per le risaie e le coltivazioni di tabacco che, a causa delle sempre maggiori richieste, finirono col pregiudicare la navigabilità. Nella stagione estiva si presentavano condizioni di maggior criticità in quanto la navigazione era limitata a soli tre giorni settimanali, cioè da lunedì a mercoledì compresi, essendo riservati i rimanenti alle irrigazioni. In queste condizioni si impiegavano tutti e tre i giorni per navigare da Bentivoglio a Malalbergo (distanti solo una quindicina di chilometri) e, nei casi sfavorevoli, addirittura una o due settimane! Per ovviare a questi inconvenienti, vennero interpellati diversi idraulici che, cercando di conciliare le esigenze navigatorie con quelle irrigatorie, proposero diverse soluzioni che, in realtà, finivano inevitabilmente col privilegiare il settore agricolo. Il Navile confluiva nel Reno – un tempo Po di Primaro – a Passo Segni. Ai nostri giorni, impiegato per le irrigazioni, è fornito di porte vinciane in località Portoni. Da qui, attraverso il Canal Volta, si immette nel Reno più a valle.

CANALETTA DELLA GHISILIERA

La canaletta Ghisiliera nasce in via Sabotino in prossimità di Via Montenero, segue parallelamente la stessa fino a Via Saffi che attraversa perpendicolarmente all’altezza di Via del Chiù. Qui la canaletta scorre parallela alla stessa Via del Chiù lungo la pista ciclabile ed al Torrente Ravone fino alla caserma della Polizia Ferroviaria ubicata subito dopo l’incrocio con Via Prati di Caprara.
In questo punto svolta a destra sottopassando il Torrente Ravone e la Via del Chiù e puntando verso Via della Volta angolo di Via del Lazzaretto. Segue quest’ultima fino all’altezza del civico 6 per poi proseguire dritta incrociando Via Bertalia al civico 77, Via Zanardi al civico 226, il Molino di Pescarola detto Molino Bruciato al civico 44 di Via Selva della Pescarola e l’autostrada affiancando poi la Via Zanardi passando davanti al civico 323.
Giunta qui la canaletta piega a sinistra di 90° e va verso Via Zanardi fino al civico 429 dove svolta di altri 90° a destra e proseguendo parallela a questa strada fino al confine tra il Comune di Bologna ed il Comune di Castel Maggiore.
Nel Comune di Castel Maggiore la canaletta Ghisiliera si allontana da Via Zanardi e segue la vecchia Via Conti fino a Via Corticella che attraversa perpendicolarmente, poi prosegue parallela a Via Lame intersecando Via Madre Teresa di Calcutta, poi piega a sinistra di circa 90°, attraversa Via Lame all’altezza del civico 257 (ex Molino Borgognino) per poi terminare la sua corsa nel Fiume Reno.

CENTRALE IDROTERMOELETTRICA DEL BATTIFERRO

La storia del luogo del Battiferro, detto anche “basse della Beverara”, è talmente articolata che per essere raccontata con precisione bisognerebbe scrivere tantissimo.
Lasciamo ai volenterosi visitatori la voglia della ricerca…
In breve:
le vecchie cronache enunciano che il Sostegno del Battiferro e gli altri situati lungo il corso del Navile fossero presi a modello dal celebre ingegnere francese Riquet che costruì il meraviglioso canale della Linguadoca; ma come si sa molte volte la cronaca sconfina nella leggenda e viceversa…
Infatti la storia locale viene riportata con fatti differenti.
Il nome “Battiferro” derivò sicuramente dall’impianto di un’officina per la lavorazione del ferro e di altri metalli per mezzo di pesanti magli mossi dalla corrente del Canale.
Fin da tempi antichi si producevano lamine e barre del pesante metallo, poi si impiantò una “Magona”, ovvero una fabbrica dove, sempre con magli, si forgiavano vasi di rame.
Fino al 1794 abitarono nella zona un gruppo di frati Cappuccini che nel loro opificio lavoravano un grosso panno a spina, a forma degli antichi bigelli, tantochè si formò l’arte dei Bigellieri, da non confondersi con quella dei Drappieri.
I fabbricati vennero acquistati poi nell’Ottocento dal marchese Mazzacorati che destinò ad uso di mulino i vari locali.
Successivamente la “Società dello Sviluppo” comprò i molini e le pile dal marchese, costruì il primo nucleo della centrale e aumentò il salto del Canale scavando sul fianco e a valle della caduta un condotto di derivazione per portare acqua ad una turbina.
In un grande locale all’interno della centrale vi erano tre alternatori, uno azionato dalla turbina e gli altri due da quattro caldaie generatrici di vapore.
In seguito, dopo molti decenni, tutto l’impianto venne ceduto all’ENEL (in questo Ente confluì anche la SADE – Società Adriatica Di Elettricità – quella che costruì la diga del Vajont).
Dismessa da oltre quarant’anni è in condizioni precarie e fatiscenti; ultimamente un incendio ha fatto si che un’ala dovesse essere persino abbattuta, come atterrata è stata la grande ciminiera in tempi recenti (per maggiori informazioni consultare il nostro sito).
Di tutti i macchinari sopravvive soltanto l’enorme turbina, sepolta da montagne di rifiuti.
Si rimane meravigliati dal numero impressionante di condotti, derivazioni, scoli, salti, punti di regolazione che fanno capire la complessità della struttura; lunghissimi e ampi i percorsi sotterranei, molti in volta.

CENTRALE IDROELETTRICA DELLA CANONICA

La centrale, posta nell’alveo del canale, altro non farà che trasformare in energia elettrica il flusso che comunque percorre i canali senza consumare acqua e fornendo alla comunità casalecchiese energia pulita senza aggravi di costi. Il canale e il Consorzio di conseguenza potranno tornare alla vocazione storica assicurando il funzionamento ormai ventennale alla centrale del Cavaticcio e al nuovo impianto della Canonica. A beneficiarne sarà anche, oltre al canale di Reno, tutto il reticolo sotteso, infatti, un elevato flusso garantirà la presenza di acqua imprescindibile per l’igiene ambientale del suolo e del sottosuolo cittadino e, a nord di Bologna, anche per l’agricoltura. Il cittadino potrà godere della presenza nel canale del maggior quantitativo d’acqua possibile in una città che tornerà ad essere, pur lontana da un fiume e dal mare, una città d’acqua (dichiarazione di Carlo de Angelis, presidente del Consorzio della Chiusa di Casalechio e del canale di Reno). Nel 2011 il Comune di Casalecchio di Reno ha approvato il Piano energetico comunale, con il quale ha scelto di condividere appieno l’obiettivo di risparmio energetico formulato dalla Direttiva Europea 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili), impegnandosi per reindirizzare i consumi energetici del territorio comunale verso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. Per raggiungere questo risultato sono già state realizzate piattaforme solari di quartiere sugli edifici di proprietà comunale che contribuiranno alla nascita della prima Comunità Solare di cittadini. La centrale idroelettrica della Canonica, che sorge in un sito storico per i Casalecchiesi dove si trovava l’antico Mulino, è un ulteriore tassello nella direzione delle energie rinnovabili. Siamo lieti di aver collaborato con il Consorzio alla realizzazione di quest’opera che sarà oggetto anche di visite didattiche da parte delle scuole. Casalecchio di Reno si pone così tra i comuni della Provincia di Bologna più attivi nell’uso e nella promozione delle fonti alternative di energia grazie agli interventi messi in campo da soggetti pubblici e privati (dichiarazione di Simone Gamberini, Sindaco di Casalecchio di Reno). L’avvio della Centrale Idroelettrica della Canonica è per SIME Energia motivo di grande soddisfazione. Il percorso, iniziato già nel 2007 con l’interessamento del Comune di Casalecchio e del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno ha finalmente avuto il suo compimento. SIME Energia, da sempre impegnata nell’utilizzo razionale dell’energia, è il soggetto privato che ha realizzato l’impianto, investendo le proprie risorse umane e finanziarie per ottenere il risultato prestigioso di ripristinare un utilizzo storico dell’acqua che da secoli percorre il Canale di Reno presso l’antico salto del Mulino della Canonica. La produzione di energia elettrica da una fonte totalmente rinnovabile e pulita per una quantità di circa 2,5 GWh all’anno – corrispondente al consumo di circa 1000 famiglie – consente la riduzione di emissioni di anidride carbonica di almeno 1250 t/anno. L’acqua, che nuovamente scorre in modo abbondante nel Canale di Reno, dà una nuova vita a quella parte di Città che lo costeggia (dichiarazione di Gian Carlo Picotti, Sime Energia).

CENTRALE IDROELETTRICA DEL CAVATICCIO

Inserimento della nuova centrale nel sistema dei canali

La via principale percorsa dalle acque bolognesi è quella che porta in città parte del Fiume Reno e poi le allontana verso la pianura (secondo il percorso dei Canali di Reno, Cavaticcio, Navile); accanto a questi vi sono una serie di rii collinari dei quali i minori si immettono direttamente nel Canale di Reno, il Ravone lo sovrappassa ma è munito di uno sfioratore che vi versa le acque in piena, l’Aposa versa direttamente nel Navile unito ad un tratto Canale di Reno stesso. Inoltre, nel primo tratto del Canale di Reno, finché esso è vicino al fiume, sono presenti anche diversi scaricatori di fondo e di superficie fra cui il maggiore (Canonica) posto immediatamente a valle di un primo salto del Canale sfruttato da un piccolo impianto idroelettrico privato. Più a valle, dal Canale di Reno partono altre canalette (Ghisiliera, Lame, Moline) che, come il Canale Navile, ne distribuiscono l’acqua verso la pianura bolognese, ove viene utilizzata soprattutto per irrigazione. In città, o meglio nel suo sottosuolo, vi è anche il complesso reticolo delle fognature urbane: è un sistema misto (acque di scarico e piovane) i cui sfioratori versano in gran parte nel Navile che è anche il recapito degli scarichi dell’impianto di depurazione, posto a Corticella, che tratta le portate di magra del sistema fognario. Con l’entrata in unzione della nuova centrale idroelettrica del Cavaticcio questo complicato sistema idraulico nascosto vede enormemente aumentate le utilizzazioni idroelettriche e pertanto mutati gli obiettivi per la sua gestione; il Canale di Reno dovrebbe normalmente prelevare dal fiume la massima portata possibile per alimentare le utilizzazioni idroelettriche proprie e scaricare nei canali di valle acqua pulita per i successivi usi irrigui e per diluire gli scarichi del depuratore; nello stesso tempo, durante gli acquazzoni sulla città e sulle colline, il prelievo va ridotto o annullato per non aggravare ulteriormente la sicurezza idraulica del sistema scolante: in effetti, lo sviluppo urbanistico ha finito per incrementare notevolmente l’impermeabilizzazione dei suoli e quindi le portate di piena che fognature e rii collinari riversano nel Canale di Reno e Navile, e nello stesso tempo ha reso meno tollerabili eventuali fenomeni di esondazione dai canali e di rifiuto dalle fognature. Per una buona gestione del sistema suddetto è necessario poter arrestare con gran rapidità la portata di Reno che alimenta il Canale omonimo, in modo da garantire la sicurezza sul Canale stesso ed anche sul Canale Navile; a questo scopo contemporaneamente alla messa in funzione della Centrale del Cavaticcio si è preferito prevedere il rifacimento dello scaricatore della Canonica, che era stato distrutto dai bombardamenti bellici e non più ripristinato; in questo modo si rende anche possibile il funzionamento del primo tronco del Canale (dalla Chiusa al salto della Canonica compreso) quando il secondo non volesse ricevere acqua, per sicurezza o manutenzione.  Il nuovo scaricatore della Canonica è chiuso nel suo estremo superiore da una paratoia a settore, aprendo la quale è possibile immettere tutta l’acqua proveniente da monte (ed anche un po’ di quella che era già proseguita verso il centro cittadino) nella canaletta di scarico larga 5 metri che la riversa in Reno con una serie di salti finali. Sempre per migliorare la gestione, sono state completamente rinnovate le paratoie di regolazione poste nell’ex Mulino della Grada; anzi, si è preferito lasciare invariate quelle vecchie esistenti a monte del Mulino e costruirne delle nuove (due in parallelo, in acciaio, piane a scivolamento verticale) immediatamente a valle del Mulino stesso, sotto Via della Grada. In un breve tratto di Via Riva di Reno in Canale è stato scoperto per inserirvi le nuove griglie allo scopo di impedire al materiale grossolano (foglie e bottiglie di plastica e di vetro, ma anche lavatrici, scooters, vecchi materassi) di proseguire e che potrebbe rovinare le pale della turbina. La griglia è costituita da profilati in acciaio disposti in verticale “a rastrello” e trascinati meccanicamente; così facendo si ha una raschiatura dal basso verso l’alto, scaricando il materiale trascinato su un nastro trasportatore che, sottopassando la Via, lo porta in un locale di servizio (all’interno della ex Manifattura Tabacchi) ove viene scaricato entro normali cassonetti per i rifiuti.

Il funzionamento idraulico della Centrale (Generatore elettrico)

La centrale del Cavaticcio è costituita da tre circuiti idraulici in parallelo, in cui l’acqua “salta” dal Cavaticcio alto a quello basso:

1) l’unico circuito preesistente era lo scivolo a due canne che immette nella vasca di dissipazione; per permettere la chiusura parziale o totale di questa via, al suo estremo di monte ora è stata montata una paratoia a clapet (paratoia piana ruotante su asse orizzontale alto); dallo scivolo può passare una portata fino a 30 metri cubi/s

2) la turbina, ovvero la nuova via percorrendo la quale la potenza della corrente idraulica viene trasformata in potenza elettrica; lungo questa via l’acqua passa attraverso una valvola a farfalla poi attraverso le palette del distributore che deviano la corrente in modo da costringere l’acqua ad acquisire una forte velocità rotatoria; seguono le pale mobili dell’elica che ridevano la corrente in modo da annullare il moto rotatorio indotto dal distributore, e nel fare ciò trasmettono una grande coppia all’albero motore; segue infine un “diffusore” in cui la velocità dell’acqua viene progressivamente ridotta a valori normali per scaricarla nel Cavaticcio a valle; la portata che può passare dal circuito turbina varia da 5 a 15 metri cubi/s

3) un altro scarico dissipatore, per portate fino a 5 metri cubi/s, dotato di una valvola a getto conico, dal funzionamento più regolare e meno rumoroso rispetto allo scivolo

Nel funzionamento normale della centrale, la portata passa esclusivamente attraverso la turbina, per massimizzare la produzione di energia elettrica. Quando la portata è troppo modesta, la turbina viene chiusa ed aperto al suo posto il piccolo scarico dissipatore; quest’ultimo verrà anche aperto insieme alla turbina quando la portata fosse leggermente superiore al livello massimo; il clapet viene invece aperto quando la centrale va fuori servizio; per non provocare nel Canale di Reno livelli eccessivi, si lascia che il clapet si spalanchi sotto la spinta dell’acqua stessa. Inoltre la centrale lascerà passare la portata necessaria per far sì che il livello dell’acqua nella sezione terminale del Canale di Reno rimanga sempre ottimale; non troppo basso per alimentare il Canale delle Moline e affinché non entri aria nel Cavaticcio, non troppo alto affinché l’acqua non tocchi le travi di copertura. L’altezza del salto è di 14,3 metri che consente di produrre una potenza massima di 1890 kW; l’albero della turbina gira con una velocità ridotta e pertanto per non avere un alternatore altrettanto lento, si è interposto un moltiplicatore di giri meccanico; l’alternatore, sincrono a 4 coppie di poli, produce energia elettrica a bassa tensione, che poi per facilitarne il trasporto viene elevata da un trasformatore prima di essere immessa nella rete ENEL. L’energia elettrica immessa verrà scontata da quella che il Comune preleva dalla rete stessa. La quantità di energia che l’impianto è in grado di produrre dipende essenzialmente dalla quantità di acqua disponibile; mediamente il sistema funzionerà per circa 4 mesi a portata massima, per altri 4 a portata variabile tra la massima e la minima ed infine per 4 mesi, concentrati nella stagione estiva, la produzione si azzera. Complessivamente, secondo i parametri iniziali presi in considerazione, le stime portarono a valutare una produzione attorno agli 8 milioni di kWh, equivalenti al consumo domestico di 8000 persone. In realtà, negli anni successivi, con la diminuzione degli eventi meteorici e la non sempre possibilità ottimale da far funzionare la centrale a pieno regime, la quantità di energia effettivamente generata si attestò sui, circa, 2 MegaWatt (due milioni) annui.

Caratteristiche civili ed impiantistiche della Centrale

La centrale è stata ovviamente costruita nei pressi del salto che il canale Cavaticcio compie attraversando interrato il Largo Caduti del Lavoro a Bologna (o Piazzetta). Questo salto corrisponde alla differenza di quota tra il Canale di Reno ed il vecchio Porto, che costituiva il punto di arrivo verso monte del Canale Navile. Rispetto al livello medio della Piazzetta il fondo della turbina è ad una profondità di 19 metri. Per poter effettuare in sicurezza tutti i lavori e non creare danni ai notevoli edifici circostanti, si è creata una scatola rettangolare in calcestruzzo gettato in una fossa piena di fanghi bentonitici (il fango bentonitico, altro non è che acqua miscelata a bentonite, minerale argilloso che trova impiego anche nell’edilizia, come impermeabilizzante, si tratta di un’argilla con elevate caratteristiche colloidali. La sua peculiarità è quella di gonfiarsi a contatto con acqua, fino ad arrivare ad occupare un volume di molte volte superiore rispetto il minerale a secco. È in grado di sviluppare tixotropìa anche con minime quantità di acqua spinti fino alla profondità di 24 metri). Tale scatola viene a costituire il perimetro dell’edificio della Centrale. La Centrale risulta in definitiva composta da due vani: vano turbina e vano servizi; il primo vano, a forma di “L” è costituito dal pozzo turbina dove è stato calato il macchinario più pesante e ingombrante e da un locale adibito alla manovra e allo stoccaggio dei panconi di chiusura valle; il secondo è occupato dalle tre sale quadri, sovrapposte per tenere appositamente separati i circuiti di controllo, i circuiti di potenza e le linee acqua ed olio, secondo la seguente disposizione:

I piano: locale di scambio con l’ENEL, sala quadri di controllo e comando (con annessi locali clapet e toilette)

II piano: sala trasformatori, sala quadri di potenza (6 kV, 15 kV)

III piano: sala centraline olio, acqua, filtri e idrociclone

Ventilazione della struttura

Le necessità di ricambio d’aria di una centrale interrata derivano da tre fattori: deumidificazione dei locali per assicurare il corretto funzionamento e mantenimento degli equipaggiamenti, aria fresca per la salute degli operatori, asportazione del calore dissipato dai vari elementi impiantistici. Per i primi due aspetti si è individuata una portata di aria necessaria variabile tra 2000 e 5000 metri cubi/h più un flusso di emergenza di altri 5000 metri cubi/h, dimensionando le varie apparecchiature e i passaggi d’aria per 10000 metri cubi/h. L’aria fresca viene aspirata all’altezza di 3 metri dal piano della Piazza tramite una torretta contenente un silenziatore, a valle della quale sono ubicati due ventilatori uguali da 5000 + 5000 metri cubi/h. Transitando in tre serrande tagliafuoco ad azionamento automatico l’aria viene immessa separatamente nelle tre sale quadri attraverso 12 bocchette regolabili. Altre 12 bocchette di espulsione consentono di riprendere l’aria ancora non troppo calda e di farla penetrare, per mezzo di altri due ventilatori da 5000 + 5000 metri cubi/h nel box dei trasformatori, che è il locale più caldo della Centrale. L’aria che esce dalla sala trasformatori viene deviata nell’ampio volume della sala macchine per il necessario ricambio d’aria e l’asportazione del poco calore emesso dal moltiplicatore. In coda all’impianto altri due ventilatori, sempre da 5000 + 5000 metri cubi/h, provvedono all’espulsione dell’aria attraverso un silenziatore.

Impianto antincendio

La particolare collocazione urbana, unita alla gestione non presidiata, ha consigliato l’adozione di un efficiente sistema di rilevazione d’incendio e di spegnimento automatico. Il sistema è costituito da 14 rilevatori ottici di fumo, disposti nei punti più significativi dell’impianto e da una centrale di rilevazione a microprocessore con alimentazione in corrente continua separata. L’impianto di spegnimento automatico è costituito da 3 bombole ad alta pressione in grado di scaricare in 10 secondi separatamente nelle tre sale quadri una quantità di Halon sufficiente a raggiungere una concentrazione del 5% a 20 °C.

CENTRALE IDROVORA DI SAIARINO

  • Gli albori e l’etá romana

  • Il Fiume Po (Padus) era conosciuto nell’antichitá col nome di Eridano. In epoca romana il corso superiore del Padus non era molto diverso da quello attuale: a Bondeno si incrociava con lo Scultenna (odierno Panaro), avanzando infine fino all’altezza di Ferraria. Qui cominciava il delta vero e proprio.
  • Il greco Polibio descrive il delta del Po formato da tre rami, che si separano in una localita’ detta “Trigaboli”: il primo detto “Olana” (Po di Volano),ed il secondo a Sud, chiamato “Padoa” (Po antico).
  • Il terzo ramo, di cui Polibio non cita il nome e’probabilmente quello passante per Copparo.
  • In posizione arretrata rispetto a Trigaboli vi era un quarto ramo, che assumera’ importanza solo a partire dall’ottavo secolo, col nome di Primarius (l’attuale Po di Primaro).
  • La grande pianura solcata dal Reno era ricca di foreste e specchi d’acqua circondati da terreni fertili; i romani erano usi assegnare questi territori alle famiglie dei veterani, applicando il metodo della centuriazione. La prima operazione consisteva nel dividere l’area con due linee principali: il decumanus ed il cardo, tra loro perpendicolari. In seguito venivano tracciati i decumani e cardini secondari, paralleli ai primi. Ne risultava un reticolo ad area quadrata che veniva ancora suddiviso in 100 areole, chiamate heredium.
    A sua volta, l’heredium poteva ancora essere diviso a metá, formando due campi rettangolari, con il lato minore di 35,5 m., dimensione che ancor oggi si riscontra negli appezzamenti di pianura.L’agro centuriato si estese per tutta la fascia pianeggiante: oltre ad una fitta rete scolante, i romani realizzarono grandi opere come l’acquedotto di Bononia, costruito in galleria e che ancor oggi alimenta la cittá.
  • Molti itinerari – che si possono ricostruire leggendo la Tavola Peutingeriana – seguivano il corso di fiumi o canali, come la via “per Padum”, la via Aemilia Minor, il canale della Fossa Augusta
    • L’etá medievale

    • Le invasioni barbariche, la crisi dell’agricoltura e gli eventi climatici di carattere straordinario, provocarono notevoli variazioni del territorio: scomparirono importanti centri abitati, vennero cancellati interi tracciati delle strade consiliari romane. Nell’alto Medioevo, si verificó un ulteriore avanzamento della linea di costa, che compromise anche la funzionalitá del porto di Ravenna.
    • Intorno al VI secolo ebbe origine il secondo grande dosso fluviale del Reno, vicino all’odierna Bertalia. Nello stesso periodo, sono deducibili eventi alluvionali di notevoli proporzioni, tanto é vero che il piano viabile romano della via Emilia a Bologna é oggi interrato di quasi 2,5 m. L’attivitá del nuovo Reno, si sviluppó in direzione di Trebbo, Casadio, Malacappa e Castel d’Argile, passando immediatamente a destra di Pieve di Cento.
      Nel territorio della Bassa Padana, i primi a realizzare interventi di bonifica e di difesa idraulica furono i Benedettini, che, con modeste arginature e rudimentali opere di regolazione, iniziarono nel X secolo la bonifica dell’”Isola Pompos” (territorio fra Goro, Volano ed il mare).I lavori erano affidati alle popolazioni, con le quali i Benedettini stipulavano contratti di enfiteusi dalla durata lunghissima ed anche ereditaria, ma con l’obbligo di manutenere i canali e le opere realizzate. Altri contratti erano il “patto agrario”, con durata tra i 50 e i 70 anni, ed il “terratico”, con beni in natura o in denaro.
    • Delle opere dei Benedettini resta segno nelle pievi, che ancora sorgono sul territorio bonificato (come Argenta, Nonantola…).
    • Si puó in generale affermare che, nel periodo dopo la rotta di Ficarolo, le valli della bassa pianura, naturale recapito dei torrenti appenninici, subirono un processo di progressivo ampliamento che sarebbe durato fino alla fine del ’700.
    • L’attivitá agricola del territorio di Pomposa é documentata negli “Statuti Pomposiani”, nei quali si trovano norme per il disboscamento, pratica che ebbe un enorme sviluppo attorno all’anno 1000 e che veniva svolta, non solo per portare a coltivazione nuove terre, ma per disporre del legname da riscaldamento e da costruzione ed anche per diradare le boscaglie allo scopo di difendersi dai lupi e dai banditi che le infestavano.
    • Anche a Nonantola i Benedettini svolsero un’intensa attivitá bonificatoria fin dal 749, anno in cui Astolfo, re dei Longobardi, donó ad Anselmo, Abate di Nonantola, il territorio compreso tra Crevalcore e Cento, esteso poi nel XII secolo fino a Bondeno.
    • Nell’Alto Medio Evo era dominante un rapporto pattizio tra l’Autoritá costituita, che aveva realizzato le opere principali, e il singolo privato. E’ probabile che anche nel territorio di Bologna fossero diffuse le stesse consuetudini di cui esiste documentazione nei territori di Nonantola e Pomposa, dove le abbazie benedettine davano i terreni bonificati in uso ai privati, con contratti di “enfiteusi” o di “livello”, nei quali era espresso l’obbligo del concessionario di mantenere i canali e i manufatti di regolazione delle acque e, quasi sempre, di migliorare i terreni con opere di sistemazione.
    • Cenni in proposito si trovano negli Statuti Bolognesi del XIII secolo e nello Statuto Ferrarese di Obizzo d’Este, dello stesso periodo. Piú avanti, col costituirsi di nuove forme di Autoritá politica, in particolare le Signorie, i rapporti pattizi furono superati e il costo delle opere di bonifica fu trasformato in un contributo fiscale o parafiscale.
    • L’equilibrio del sistema idraulico della pianura fu sconvolto dalle grandi rotte del Po a Ficarolo, nel 1152 e nel 1192. Il Po si aprí un nuovo alveo, chiamato Po Grande e Po di Venezia, con un corso piú ampio, piú breve e piú veloce (perchè con maggiore pendenza) verso il mare. Le acque confluenti nel ramo che poi si divideva in Volano e Primaro diminuirono fortemente e si ebbe, come conseguenza, un calo delle acque paludose in destra del Primaro e la riduzione della Padusa. I corsi d’acqua appenninici si avvicinarono sempre piú al Primaro.
    • L’economia fluviale di importanti centri come Argenta si trasformó in economia rurale e valliva.
    • Dopo la rotta di Ficarolo, i bolognesi costruirono uno sbarramento ed un canale di derivazione dal fiume Reno (canale di Reno) per creare forza motrice per molini ed opifici ed alimentare vie navigabili a valle. Nel 1208 venne costruita, a spese del comune di Bologna, la prima chiusa stabile in legno a Casalecchio.
      Grande portata ebbe poi l’accordo con cui il Comune acquistó dai Ramisani (proprietari di rami di fiume e mulini) il diritto di derivare una grande portata d’acqua per alimentare il reticolo cittadino. Giá nel 1221 si aveva notizia dell’inizio della costruzione del canale Naviglio (Navile); e nel 1250, gli statuti bolognesi davano notizia dell’intervento di costruzione del suo ultimo tratto, che dal “… flumine Rheni…” giunge fino “… ad caput fluminis Idicis” (S. Pietro Capofiume).
    • Nel 1224, intanto, era stata realizzata una derivazione dal Savena a S. Ruffillo. Nel 1271 era addirittura possibile la navigazione interna diretta fra Bologna e Venezia.
    • Altri eventi traumatici che coinvolgevano il corso del Reno sconvolsero la vita della pianura: la Rotta di Voltareno, attorno alla metá del 1000, l’alluvione di Argelato nel 1220, la diversione che nel 1240 condusse il Reno fino all’immissione nel Panaro. Alla fine del ’200, una grande alluvione causó la distruzione del ponte di Casalecchio, con rotte di argini e allagamento di campagne.
    • Dopo la rotta di Ficarolo il delta si sviluppó solo a Nord, sospinto dalle torbide del Po Grande. Ció indusse la cittá di Bologna ad arginare i fiumi e ad immetterli nel Po di Primaro, liberando dalle acque vaste zone nella bassa.
    • Nel XV secolo furono inalveati Santerno, Lamone, Senio, Sillaro, Quaderna, Gaiana e Savena. Nel 1522 il Reno fu immesso a monte della cittá di Ferrara: ció portó gravi conseguenze per la cittá. Le acque del Reno provocarono l’interrimento del Po di Primaro.
    • Gli sforzi di escavazione dell’alveo, gli Estensi prima e il governo Pontificio poi (la Grande Escavazione Clementina), non ristabilirono l’equilibrio perduto. Tant’é che alla fine del secolo XVI, i fiumi e torrenti appenninici immessi nel Primaro furono disalveati, e la palude occupó di nuovo le aree che erano state messe a coltura.
    • Questa volta il danno economico colpí il territorio bolognese e comportó, fra l’altro, l’interruzione della navigazione diretta tra Bologna e Ferrara, attraverso il Canale Navile.
    • Tra il 1400 e il 1700

    • Le istituzioni avevano sempre chiesto per le bonifiche il contributo diretto degli “Interessati” che godendo dei benefici delle opere, erano tenuti a contribuire alla costruzione ed alla conservazione delle opere in proporzione al valore dei loro immobili.
    • Nel 1580 gli Este a Ferrara istituirono la “Conservatoria della Bonificazione”, un inventario delle proprietá dei terreni bonificati, ai quali era attribuito un certo estimo, ovvero un reddito in diretta connessione col valore degli stessi. Nella zona del Polesine di Ferrara, esisteva un Libro dell’Estimo, da cui si desumevano i contributi pagati dai proprietari per l’esercizio e il mantenimento della ricca rete di canali.
    • Per lo stesso motivo furono istituite dallo Stato Pontificio le Congregazioni di Scolo, che provvedevano alla manutenzione dei corsi d’acqua ed al riparto delle spese fra i possidenti.
    • Le varie Congregazioni dei diversi i corsi d’acqua del territorio bolognese – che provvedevano alla gestione delle acque, definivano le spese e le ripartivano tra i possidenti dei terreni – facevano capo all’autoritá dell’Assunteria dei Confini e delle Acque.
    • Nel 1599, i Veneziani imposero al Papa subentrato agli Este il taglio del Po Grande a Porto Viro, per impedire che le torbide del fiume provocassero l’interrimento della laguna. A causa di questo intervento, si formó il nuovo alveo con foce nella sacca di Goro.
    • Eseguiti i lavori, fu istituita la “Conservatoria della Bonificazione”, presso la quale era conservato il Catasto dei possidenti.
    • l primo grande intervento di bonifica in senso moderno, con scavo di canali e costruzione di strade, fu la bonifica del Polesine di Casaglia, voluta da Borso d’Este nel 1460; tra il 1471 ed il 1505 Ercole I d’Este terminó la bonifica della valle Sanmartina.Verso il 1500, Giovanni II Bentivoglio promosse l’escavazione del Cavamento Palata, un collettore di acque dei terreni bassi di S. Agata, Crevalcore e S. Giovanni in Persiceto.
    • Molte zone paludose, in sinistra di Reno, furono bonificate dalle Partecipanze, particolare forma di proprietá collettiva, nata nel XIV secolo, che prevedeva la suddivisione periodica degli appezzamenti di terreno fra gli aventi diritto, cioè i primogeniti maschi.
      Nel 1559, Ercole II d’Este inizió la bonifica del Polesine di Ferrara o di S. Giovanni, che, tra l’altro, prevedeva la realizzazione di 33 km di canali, 42 ponti in muratura, strade e chiaviche a porte vinciane.
    • Nel 1570 Emilio Zambeccari e i Pepoli si associarono per 30 anni, al solo scopo di bonificare e coltivare i terreni della comunitá di S. Giovanni in Persiceto.
    • La prima bonifica impostata sul moderno criterio di ripartizione delle spese fu quella voluta da Papa Gregorio XIII per il territorio fra il Lamone, il Po di Primaro, il mare e la via Faentina, nel 1578.
    • L’approvvigionamento idrico e le fonti energetiche di Bologna furono assicurate dal collegamento tra la chiusa sul Reno a Casalecchio e quella sul Savena a S.Ruffillo, attraverso una fitta rete di canali cittadini.
    • La chiusa di Casalecchio, con la sua traversa fluviale in mattoni bolognesi, collegata alla chiavica con paratoia ed al relativo canale di derivazione, il Canale di Reno, fu ricostruita nel 1367 dal Cardinal Legato Albornoz.
    • Il canale di Reno entrava in cittá alla chiesa della Grada, e lungo il suo percorso, serviva per i maceri, per alimentare impianti produttivi, molini da grano, torchi, macine e filatoi.
    • Per utilizzare la forza cinetica, nel tratto di canale delle Moline erano poste grandi ruote al livello dell’acqua. Sulle sponde dei canali erano collocate chiaviche private, delle famiglie piú facoltose di Bologna, e chiaviche pubbliche, utili per alimentare i lavatoi o per diluire le acque luride delle latrine.
    • Il Canale di Savena dalla chiusa di S.Ruffillo scendeva fino alle porte della cittá, alimentando lungo il percorso diversi molini da grano ed irrigando orti e prati.
    • Da porta Castiglione si divideva in due rami, il primo per via Castiglione ed il secondo per via Fiaccacollo (via Rialto), fino ad incontrare il T. Aposa fra via Belle Arti e via Oberdan. Il reticolo idraulico si estese anche oltre le mura, per sostenere le attivitá della seta e dei molini: a metá del sec. XVI Bologna era una delle cittá piú popolate d’Europa, e gran parte dei suoi 60.000 abitanti viveva appunto sull’industria molitoria e della seta. In caso di siccitá del Reno erano grandi i problemi per la produzione industriale e quella agro-alimentare, basate sull’energia meccanica ottenuta dalle ruote idrauliche.
      La storia del Navile inizió quando, nel 1490, Giovanni II Bentivoglio decise di realizzare un Porto per la cittá di Bologna.
    • Il progetto Brambilla prevedeva la costruzione di due sostegni – manufatti che permettevano ai natanti di risalire la corrente – , “Battiferro” e “Grassi”, ricavati su un canale parallelo al Navile detto “i Fossetti”.
    • L’inaugurazione del Navile avvenne il 10 gennaio 1494, con un corteo di barche dei Bentivoglio e della nobiltá bolognese. Nonostante la ristrutturazione, il Navile risentí dei problemi di interrimento e di scarso afflusso d’acqua che lo avevano sempre condizionato; inoltre i sostegni, costruiti con palificate di legno, erano infissi su terreno poco resistente, e quindi destinati ad un rapido degrado.
    • Nel 1515 fu ricostruito il porto di Corticella sul Navile e nel 1540 furono realizzati tre nuovi sostegni sul Navile – Corticella, Grassi, Battiferro-, e definitivamente sistemato il Porto di Bologna.
      A testimonianza dell’efficienza delle vie di navigazione venne istituito nel 1554 il “Corriere” Venezia-Bologna con viaggi due volte la settimana (Martedí e Sabato) e percorso Navile, Valli di Masi, ad est di Malalbergo, Po di Primaro, Mare.
    • Nel 1560 furono costruiti altri due sostegni, Torregiani e Landi, e nel 1594 quello della Bova.
    • Nel 1622 il Cardinal Capponi, sovrintendente generale della Bonifica, per risolvere il problema del Reno pensó di far immettere lo stesso e il Panaro, lungo il vecchio alveo di quest’ultimo, in Po alla Stellata. Nel 1678 Camillo Sacenti compiló una carta con la “geografia de territorio”.
    • Nel 1693, durante un convegno di studi a Bologna, furono proposte diverse soluzioni, tra le quali:
      • la linea “di valle in valle”, di G. B. Aleotti
      • il collegamento da Pieve di Cento a S. Giorgio di Ferrara, di Corsini
      • il collegamento diretto dal Trebbo fino alla foce del Savio, del matematico Corradi
      • collegamento da Trebbo alla Riccardina nell’Idice e da qui nel Primaro
    • Sembró imporsi la soluzione Guglielmini, che collegava il Reno dalla Botte di Cuccagna al Po di Lombardia a Bondeno, e successivamente la sua variante proposta dal Cassini, ma nessuna soluzione fu mai applicata.
    • Nel 1740 salí al soglio pontificio il bolognese Prospero Lambertini, col nome di Benedetto XIV.
    • Benedetto XIV, che conosceva bene la grave situazione della bassa bolognese, anche perché la sua famiglia possedeva delle tenute al Poggio, decise di costruire un canale per scolare le acque delle valli del Poggio e di Malalbergo nel Primaro, raccogliendo anche le acque dell’Idice.
    • L’ordine, dato al Card. Alberoni, fu eseguito dal 1745 al 1749 dal Cardinal Doria. Il canale fu detto “Cavo Benedettino”.
    • Per la realizzazione del Cavo Benedettino fu istituita una apposita Congregazione, con il compito di amministrare il fondo di 68000 scudi messo a disposizione della Camera Apostolica, fondo detenuto nel” Monte Giulio III”, istituito nel 1551, nonché di provvedere al riparto delle spese eccedenti le disponibilitá.
    • Con la Congregazione Benedettina i problemi delle acque, gestiti fino a quel momento con criteri del tutto privatistici, vennero affrontati in modo nuovo.
    • La Congregazione Benedettina estese il proprio interesse a tutte le acque della Legazione Bolognese, assumendo il nome di “Sacra Congregazione delle Acque”, con compiti operativi e di riparto delle spese di costruzione e manutenzione in materia d’acque.
    • Il potere temporale del Papa nel Bolognese si basava su alcune istituzioni politiche: il Senato, per gli affari politici, l’Assunteria della Gabella Grossa – Ente esattore delle tasse e dei dazi per conto del Senato cittadino – che esercitava il controllo attraverso l’Assunteria di Gabella. La manutenzione delle strutture principali era effettuata con il danaro versato alla Gabella Grossa.
    • Per le questioni finanziarie e fiscali,Il potere si basava sull’Assunteria dei Confini e Acque, braccio piú tecnico che si occupava della regolazione delle acque e del controllo politico sulle diverse Congregazioni.
    • L’Assunteria dei Confini e Acque fu operativa dal 1589 al 1716 data in cui il Senato Bolognese decretó la separazione degli affari d’Acqua da quelli dei Confini.
    • Le ingenti spese sostenute e l’elevato debito pubblico contratto con il Monte Sussidio d’Acque, che si sommava a quello non ancora estinto con il Monte Benedettino, spinsero il Boncompagni, Cardinale Legato a Bologna, ad attivare nel 1752 il Catasto degli immobili, con l’intendimento di tassare tutte le categorie di possidenti, nobili compresi ,fino ad allora esenti da pesi fiscali.
    • Il Cavo Benedettino fu una soluzione di breve periodo: nel 1750, la rotta del Reno interró il cavo.
    • Nel 1760, Clemente XIII nominó una nuova commissione, che rilevó altre tre possibili linee:
      • collegamento dalla rotta Panfilia al Cavo Benedettino, e da qui nel Primaro, proposta da G. Manfredi
      • collegamento dalla volta Sampieri per Minerbio, Durazzo e S. Alberto, proposta dal Bertaglia
      • la cosiddetta “linea superiore”, da Malacappa per Ca’ de Fabbri, Selva, Portonovo e S. Alberto, proposta da Fantoni e Santini.
    • Rovine e liti continuarono fino a che non si nominó una Commissione Pontificia, di cui l’abate Lecchi divenne Direttore. Il progetto Lecchi-Boncompagni prevedeva:
      • l’inalveamento del Reno dalla Panfilia al Cavo Benedettino
      • la riescavazione del Cavo Benedettino
      • la realizzazione del Drizzagno Martelli
      • l’immissione del Navile in Reno a Passo Segni
    • Nella seconda metá del XVIII secolo i lavori di regimazione delle acque condotti secondo il progetto Lecchi-Boncompagni, portarono ad un nuovo assetto idraulico della pianura bolognese.
    • L’etá napoleonica

    • Il periodo napoleonico fu molto importante, perché avvió la riorganizzazione indispensabile per la soluzione dei problemi idraulici del territorio.
    • In primo luogo, le legazioni pontificie furono soppresse e furono create le province. Bologna, insieme a Ferrara e Ravenna divennero province.
    • La Sacra Congregazione delle Acque veniva sostituita dal Magistrato delle Acque che assumeva in proprio l’onere della costruzione e manutenzione dei fiumi e torrenti arginati. La provincia di Bologna veniva suddivisa in 6 “Circondari Idraulici” e precisamente:
      • 1. Circondario- Cavamento Palata – fra il confine occidentale della provincia di Bologna ed il T.Samoggia
      • 2. Circondario- Dosolo – fra il T.Samoggia ed il F.Reno
      • 3. Circondario – Riolo e Calcarata – fra il F.Reno ed il Canale Navile
      • 4. Circondario- Canale della Botte – fra il Canale Navile, il vecchio alveo dell’Idice
      • 5. Circondario- Saiarino e area compresa fra Idice e Quaderna
      • 6. Circondario- Garda e Menata, fra il Quaderna ed il Sillaro
    • In ogni Circondario era istituito il “Consorzio” dei proprietari degli immobili che aveva il compito di manutenzione del reticolo idraulico minore e di riparto delle spese sostenute tra gli stessi proprietari. Ogni consorzio esprimeva una propria rappresentanza politica nella Delegazione.
    • L’Italia preunitaria

    • L’organizzazione territoriale stabilita nella breve epoca napoleonica diede ottimi risultati, tant’é che fu mantenuta quando lo Stato pontificio si riapproprió del territorio di Bologna.
    • Nel “Regolamento dei Lavori pubblici di Acque e Strade”, emanato nel 1817, i Circondari di scolo vennero mantenuti, mentre si cambió semplicemente nome al Magistrato delle Acque, che divenne Sacra Congregazione delle Acque, con Congregazioni minori per ogni Circondario, al posto dei consorzi.
    • La Sacra Congregazione aggiunse ai 6 Circondari “napoleonici” un settimo, dovuto alla suddivisione in due parti del Quinto Circondario a causa della deviazione dell’Idice avvenuta nel 1816.
    • Il territorio dei Circondari restó delimitato a Sud-Ovest dalla Via Emilia., concorrendo tutti i possidenti di tale area alle spese di manutenzione e di esercizio necessarie alla regimazione delle acque.
    • Il decreto giá ricordato dal Cardinale Albani nel 1825, regolamentó la gestione dei sette Circondari, allo scopo di evitare le controversie che continuamente nascevano (ogni Congregazione cercava di liberare il proprio territorio dalle acque scaricandole su quello vicino).
    • Le acque delle terre alte dilagavano verso valle, ristagnando su oltre 40.000 ettari di terre piú basse, trasformandole cosí in lande paludose. A ció si aggiunga che la situazione idraulica del territorio in sinistra dell’Idice era aggravata dal fatto che le acque torrentizie del Savena Abbandonato e del Canale Navile, sfocianti in Reno con insufficienti arginature, durante le stagioni piovose straripavano anch’esse, aumentando il disagio delle campagne sottostanti.
    • L’Italia unitaria

    • Con l’annessione delle Legazioni Pontificie al Regno d’Italia, le Congregazioni circondariali presero di nuovo il nome di Consorzi,
    • Infatti, con l’avvento dello Stato unitario la bonifica idraulica dei terreni paludosi nasce come primaria esigenza igienica ed ambientale, ancor prima che economica. La prima legge che prevede la riunione obbligatoria dei proprietari di immobili in Consorzi é il Testo unico sulla bonifica, del 22 marzo 1900.
    • Il territorio della bassa pianura bolognese in destra Reno era afflitto da due problemi: il definitivo prosciugamento delle paludi malariche e l’insufficiente scolo naturale dei terreni.
      Alla fine dell’800 infatti il Reno, divenuto pensile in piú punti, aveva reso sempre piú problematico lo scolo delle acque di pianura, consentendo nelle zone basse un’agricoltura basata prevalentemente sulle colture umide. Prima della bonifica oltre 25mila ettari erano sommersi da stagni e paludi e 17mila ettari coltivati a risaia (15mila) o a prato stabile/pascolo (2mila).
    • Nel 1885, a distanza di tre anni dalla promulgazione della legge Baccarini, le opere di bonifica della bassa pianura bolognese e ravennate furono classificate di prima categoria (D.R. 11.10.1885), con contributo dello Stato fino al 75%.
    • Successivamente, la legge 22 marzo 1900, n. 195, istituí i Consorzi speciali per la bonifica delle terre paludose, prevedendo l’affidamento delle opere in concessione ai Consorzi stessi.
    • La rivoluzione della “bonifica meccanica” giunge con la messa a punto di macchine idrauliche per il sollevamento delle acque, dotate di motori elettrici e quindi capaci di rendimenti molto superiori a quelli a vapore e a scoppio.
    • Da quel momento, la situazione delle terre altimetricamente depresse muta radicalmente: lo scolo delle acque puó essere garantito in modo permanente e, per vastissime zone della pianura bolognese, rese asciutte dall’opera di bonifica, si apre la possibilitá di colture nuove piú redditizie e nuovi insediamenti umani.
    • 1909: nasce il Consorzio della Bonifica Renana

    • Nel 1909, con D.R. 11 febbraio, n. 535, cinque dei Circondari del territorio bolognese (come giá si é detto, dal 3^ al 7^) furono riuniti sotto il Consorzio Speciale di Bonifica della Bassa Pianura Bolognese a Destra del Reno, (Bonifica giá classificata di 1° Categoria e iscritta alla Tabella III della Legge 195/1900), denominato “Consorzio della Bonifica Renana”.
    • Tuttavia la soppressione dei 5 Consorzi Idraulici arrivó molto piú tardi, nel 1929, dopo che il Ministero dei Lavori Pubblici aveva approvato lo Statuto del Nuovo Consorzio della Bonifica Renana.
    • Il Consorzio nomina direttore l’ex ingegnere capo del Genio civile di Ferrara, Pietro Pasini e lo incarica della redazione di un progetto generale di sistemazione idraulica della Bassa pianura bolognese. Il progetto viene approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel febbraio del 1914; con il determinante impegno dei proprietari degli immobili che contribuiscono finanziariamente per un quarto della spesa.
    • I lavori hanno inizio in piena Prima Guerra mondiale e, grazie all’uso di tecnologie d’avanguardia e anche al duro lavoro degli scariolanti (braccianti e prigionieri di guerra austriaci), termineranno nel 1925.
    • L’ing. Pasini prevede un comprensorio diviso in due settori: il primo a sinistra dell’Idice, le cui acque confluiscono nel Reno in localitá Beccara; il secondo a destra dell’Idice, con recapito nel torrente Sillaro in localitá Bastia.
    • Viene costruita una rete di nuovi canali, per uno sviluppo complessivo di 858 km, suddivisi in “acque alte” (scolanti a gravitá), e “acque basse” (a sollevamento meccanico). Di grande rilievo la realizzazione delle due idrovore di Saiarino e Vallesanta, dotate di 9 gruppi di pompaggio, con una portata complessiva di circa 75 metri cubi al secondo.
    • Numerosi altri manufatti – le botti sotto il Navile e il Savena e le nuove chiaviche di Reno, Lorgana e Campotto – trovano realizzazione in tempi relativamente brevi, se si tiene conto delle difficoltá dovute alla guerra in corso e ad altri eventi calamitosi, come la disastrosa piena dell’Idice che, nel 1917, allaga Molinella.
    • Il complesso delle opere é inaugurato nel 1925, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III.
    • Nel 1931, con D.M. 2399 del 20 luglio, venne poi approvata la classifica dei beni immobili compresi nel perimetro definito di Bonifica di 1° categoria, rimanendo escluso da tale classificazione il territorio piú tardi denominato III^ Distretto, corrispondente a parte dell’area meridionale dei soppressi Circondari Idraulici, le cui funzioni di esercizio e manutenzione venivano trasferite al Consorzio con R.D. 16 dicembre 1929.
    • Un significativo mutamento avvenne poi alla fine del 1938, quando, a seguito della soppressione del Consorzio di Bonifica della Montagna Bolognese (R.D. 25 agosto 1938), il cui territorio era giá classificato come bacino montano ai sensi del T.U. 30 dicembre 1923, n. 3267, per gli effetti del R.D. 13 febbraio 1933, n. 215, vennero aggregati al territorio consortile i bacini del Sillaro, Sellustra e Medio Santerno.
    • Nello stesso anno il Consorzio assunse la denominazione di “Consorzio della Grande Bonificazione Renana”.
    • Negli anni ’30 proseguono i lavori di completamento del “progetto generale” dell’ing. Pasini. In particolare si decide l’immissione definitiva del torrente Idice in Reno: l’opera, ultimata nel ’38, consente di dare concrete prospettive di utilizzazione agricola al territorio della cassa di colmata d’Idice e Quaderna, in precedenza soggetto a ricorrenti allagamenti.
    • La bonifica integrale

    • Dopo l’approvazione del Regio Decreto 215 del 1933 sulla Bonifica integrale, che amplia i compiti istituzionali dei Consorzi di bonifica, la Renana comincia a realizzare opere di viabilitá, di difesa del suolo collinare e montano, acquedotti e reti di distribuzione irrigua. All’interno dell’organizzazione consortile viene costituito un reparto “Bacini montani” per le vallate a sud della via Emilia.
      Nel primo trentennio del secolo trovano compimento a cura del Consorzio altre grandi opere idrauliche: il canale “Diversivo Navile-Savena”, per contenere le piene del Navile, prodotte dalle acque della cittá di Bologna, la grande chiavica di scarico dell’Idice in Reno, le arginature e i manufatti della Cassa di Colmata d’Idice e Quaderna.
    • Con R.D. 2 marzo 1942 n. 619, al Comprensorio – classificato di 1° Categoria – vennero aggregati i territori tributari dei canali Acquarolo, Fossano, Fossa Marza, Riolo e Centonara, e nel 1952 quelli della Fossa Villa.
    • La seconda guerra mondiale causa gravi danni alle opere di bonifica, obiettivi di grande intesse militare.
    • Con la successiva ricostruzione, accanto alle opere di ripristino dei manufatti distrutti o danneggiati dai bombardamenti aerei e terrestri, il Consorzio elabora un nuovo Piano generale, che prevede l’esecuzione di importanti nuove opere.
    • Tra il 1945 e il ’55 si completa la sistemazione idraulica dei principali corsi d’acqua: Savena, Zena, Idice, Sillaro e Santerno e si provvede alla sistemazione delle aree di collina e montagna con grandi opere di forestazione, viabilitá e approvvigionamento idrico, nonchè al potenziamento delle idrovore, in concomitanza con l’unificazione nazionale delle frequenze elettriche.
    • Si avviano inoltre i primi interventi di distribuzione irrigua alle aziende agricole della bassa pianura. Questi interventi, finanziati in massima parte dal Ministero dell’Agricoltura, contribuiscono a consolidare il territorio di montagna e di collina e a garantire quello di pianura da alluvioni e piene, fornendo servizi a tutta la societá civile insediata sul comprensorio.
    • Con Decreto 18 marzo 1955 venne riconosciuta all’Ente la qualifica di Consorzio di Bonifica Montana ai sensi della Legge 25 luglio 1952, n. 991.
    • L’azione della Renana nel secondo dopoguerra si puó sintetizzare nel binomio “acqua e strada”, premessa di qualunque sviluppo.
    • Trovano cosí realizzazione 300 chilometri di strade che triplicano l’estensione della rete viabile precedente all’attivitá di bonifica. Merita ricordare, fra le strade piú importanti, la Trasversale mediana appenninica, le arterie di fondo Valle Zena, della Val d’Idice, della Val Sellustra e della Val di Savena (completata agli inizi degli anni ´90). Nel 1955 hanno inoltre inizio i lavori per l’approvvigionamento idropotabile del comprensorio: l’”Acquedotto Renano”, in seguito ceduto al Coser (poi Seabo, poi Hera), negli anni ’70, serve dieci Comuni di due Regioni (Emilia e Toscana).
    • Breve ma intensa anche l’attivitá di elettrificazione condotta nelle zone rurali fin dagli anni ’60, con importanti realizzazioni negli alti bacini dell’Idice e del Savena, e nei medi bacini del Sillaro, dell’Idice, dello Zena e del Savena.
    • Nel 1961 il Consorzio assunse la primitiva denominazione di “Consorzio della Bonifica Renana” e, nel 1963, con D.M. 18 dicembre 1963, n. 2787, veniva estesa la classificazione di bonifica integrale anche al territorio pedecollinare, compreso fra quello giá classificato e la Via Emilia.
    • Nel 1964 (D.M. del 12 novembre 1964, n. 13443), il Ministero dell’Agricoltura e Foreste approvó la suddivisione del territorio Consorziale in tre distretti, il 1° corrispondente all’area di pianura giá classificata di Bonifica integrale di 1° Categoria, il 2° comprendente i territori di Montagna giá classificati di Bonifica Integrale di 1° Categoria, ed infine il 3° corrispondente a gran parte dell’area meridionale degli ex Circondari di scolo (non classificati di 1° Categoria). Furono inoltre istituite due Assemblee, una in rappresentanza del 1° e del 3° Distretto (cioé dei proprietari dei beni immobili di pianura) e l’altra in rappresentanza del 2° Distretto.
    • L’evoluzione normativa verso l’attualitá

    • Con il Decreto 616/77 lo Stato delega alle Regioni le competenze in materia di bonifica e irrigazione. La Regione Emilia-Romagna con la legge regionale n.42/84, delibera il riordino istituzionale dei Consorzi, classificando di bonifica tutto il territorio regionale.
    • Il comprensorio della Renana, di conseguenza, si modifica in base al criterio di mantenimento dell’unitá idrografica. Il bacino montano del fiume Santerno viene cosí trasferito alle competenze del Consorzio della Romagna Occidentale, che cede alla Renana quello del T. Correcchio, affluente del Sillaro.
    • Dagli anni ’70, realizzandosi progressivamente l’asta del Canale Emiliano Romagnolo (C.E.R.), il Consorzio programma una serie di incisivi interventi di estensione della rete irrigua, per cui la superficie irrigabile sale da 35.440 ettari del 1970 agli attuali 65.000, di cui circa 56.000 serviti con dotazione continua.
    • Col completamento del C.E.R., nel tratto che attraversa il territorio della Renana, si é reso possibile invasare una vasta rete di canali di scolo alimentata da 35 chiaviche di derivazione a gravitá.
    • L’effetto di tale riempimento di canali contribuisce efficacemente all’alimentazione della falda freatica superficiale con impatto certamente favorevole per l’equilibrio ambientale e con beneficio per le attivitá produttive interessate.
    • Nel 1985 veniva approvata la classifica dei terreni compresi nell’ex Cassa di Colmata di Idice e Quaderna, nei Comuni di Molinella ed Argenta (ció a seguito della realizzazione delle opere di bonifica idraulica di quell’area).
    • La classifica di tale territorio diventava operativa nel 1985, in seguito all’approvazione dell’Amministrazione Provinciale di Bologna, Ente delegato dalla Regione Emilia Romagna
    • Infine, nel 1987, fu data attuazione alla Legge regionale n. 42/84, con l’istituzione del nuovo “Consorzio della Bonifica Renana” (Delibera 1665 del 12 novembre 1987) e decreto della Giunta Regionale di delimitazione del Comprensorio consortile (Delibera n. 620 del 19 ottobre 1987) per il riordino dei Consorzi di Bonifica. Con lo stesso, provvedimento veniva aggregato al territorio consortile il bacino di pianura dello scolo Correcchio e Ladello.

CHIESA E CRIPTA DEI S.S VITALE E AGRICOLA IN ARENA

La tradizione afferma che in questo luogo sorgesse l’Arena di Bononia dove si svolgevano i ludi gladiatorii e le esecuzioni capitali.
L’edificio religioso sorto in epoca paleocristiana fu una delle prime chiese sotterranee.
Fu Sant’Ambrogio, arcivescovo di Milano il primo a celebrare la memoria dei due martiri, Vitale e Agricola, nel suo libro “Exhortatio Virginitatis”.
Con l’ampliarsi della Città troviamo l’edificio dislocato nel 1032 in Via Salaria e nel 1088 assegnata al Quartiere di Porta Salaria.
Dal 1249 a buona parte dell’Ottocento gli ampliamenti, le trasformazioni e le vicende inerenti furono innumerevoli.
Il Monastero fu poi in parte venduto a G.B. Martinetti e trasformato in abitazione signorile con annesso meraviglioso giardino dotato di grotte, ruscelletti e punti di meditazione e ritrovo.
La chiesa per le solennità decennali del SS.Corpo di Cristo, nel 1832 e 1852, fu restaurata come si vede oggi.
Il fronte porticato fu eretto eretto in epoche diverse mentre il campanile attuale fu costruito sopra quello più antico.
Una delle cappelle fu in antico chiesa separata e Parrocchia col titolo di S.Maria degli Angioli; di architettura semplice dicesi costruita da Gaspare Nadi ma non se ne hanno molte notizie e si ricorda solo che nel 1505 fu unita alla chiesa presente.

CHIUSA DI CASALECCHIO DI RENO

L’origine della prima chiusa e della derivazione delle acque del Reno è databile tra il 1000 e il 1191.
Allora era strutturata come una palizzata di grossi legni conficcati nell’alveo fluviale, collegati fra loro da traverse fissate con ferle e funi.
Nel 1250 il Comune di Bologna progettò e costruì una chiusa in pietra che affiancò quella in legno, i cui ruderi sono ancora visibili a valle di quella attuale.
Fu il Cardinale Albornoz ad ordinare nel 1360 la costruzione della chiusa, lunga 158 metri e larga 34.
Si consolidò anche il Canale che fino ad allora era un semplice interrato.
Nel 1367 venne modificato il corso a Bologna fino a raggiungere Via delle Moline.
Grazie anche a questa opera, tra il XIV e il XVII secolo, Bologna divenne predominante nella lavorazione della seta, potendo disporre in grande quantità di energia idraulica fornita da acque e canali.
Nei secoli XV e XVI la Chiusa subì gravi danni e nel 1587 Jacopo Barozzi si occupò dei restauri.
Al Vignola e all’idraulico e fisico bolognese G.Battista Guglielmini si deve l’assetto attuale di Chiusa e Canale.

All’inizio del secolo XX la chiusa di Casalecchio era ancora interamente ricoperta in legno, cioè, su una struttura in muratura era impostata un’intelaiatura di sostegno in legno, su cui era fissata la copertura in tavelle di legno inchiodate. Lo mostra con evidenza un disegno del 1808 allegato ad una perizia fatta preparare per la causa fra i proprietari terrieri Camillo Zambeccari e Francesco Sampieri: quest’ultimo aveva fatto lavori di sistemazione dell’alveo del Reno, contrariamente all’ordine governativo di non erigere steccate nel greto del fiume Reno sia a valle che a monte della chiusa stessa onde impedire gli straripamenti del fiume nei terreni circostanti. La chiusa inoltre interessava completamente l’alveo del fiume, che era stretto entro le sponde; queste a loro volta erano difese da steccate a monte e a valle. L’ing. Francesco Rossi, dell’Ufficio dell’Ingegnere capo di acque e strade (di cui era ingegnere capo tal Giusti), scriveva una relazione al Prefetto del Dipartimento del Reno il 20 giugno 1809 nella quale descriveva la situazione precedente: già il cardinale Archetti, ex Legato di Bologna con il passato regime, aveva proibito ai possidenti frontisti di eseguire lavori arbitrari di difesa dei terreni adiacenti alle sponde. A quel momento ai proprietari era consentito approntare opere di difesa entro una linea segnata in rosso nel disegno, ma non al di fuori, onde non influenzare il corso in modo che l’acqua non entrasse nell’incile del canale.

In seguito manca la documentazione sia nell’archivio del Genio civile sia nell’archivio del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, allora definito Congregazione Consorziale. La documentazione riprende all’incirca alla metà del secolo.

1853: La Società per le Miniere d’Asfalto, rappresentata da Bernardo Erba, con sede a Parigi e Roma, propose alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno di ricoprire la chiusa con asfalto naturale, in modo da eliminare le infiltrazioni d’acqua e garantire una migliore manutenzione. L’ingegnere d’ufficio Pietro Francesco Ghedini il 4 giugno proponeva di coprire il massicciato, evitando così le tavole sovrapposte. Nella seduta del 6 giugno il segretario della Congregazione, Ottavio Tubertini, comunicava all’ingegnere il mandato di assumere maggiori informazioni. Il 9 luglio l’ingegnere chiedeva all’Erba di venire a vedere la chiusa per poter fare un preventivo, gli forniva i dati sulle disponibilità di sassi, legna e carbone per poter trattare l’asfalto e gli comunicava però che durante le piene il fiume trasportava una considerevole quantità di ciottoli, che passavano forzatamente sopra la diga. Ciò significava che lo strato di asfalto non doveva essere sottile, per resistere all’attrito continuato. Non ci sono riscontri sull’effettivo utilizzo in seguito dell’asfalto.

1855: A seguito di una piena sopravvenuta nei giorni precedenti, il 26 settembre l’ingegnere d’ufficio informava la Congregazione che si erano formati due rami nel fiume Reno, uno che si dirigeva direttamente all’incile e un altro che urtava contro il ciglio di ponente della chiusa e contro il magazzino; in tal modo una parte dell’acqua scorreva sulla chiusa e c’era quindi scarsità d’acqua nel canale. L’ingegnere proponeva quindi di costruire un argine di sassi e ghiaia di 20 pertiche per convogliare la corrente verso il canale. La Congregazione decideva di aspettare le piene a venire per prendere provvedimenti.

1862: Dopo l’Unità d’Italia per la prima volta nel 1862 fu avanzata la proposta di rivestire di granito la chiusa, sostituendo il legname, che richiedeva una costante e costosa manutenzione, cioè la sostituzione annuale, durante il periodo di secca, delle tavole deteriorate. La diffusione delle ferrovie e la disponibilità a basso costo di materiali delle cave del nord Italia consigliavano di prendere in considerazione la possibilità di questa sostituzione. Nella seduta di Congregazione del 26 maggio il segretario Claudio Golfieri demandava all’ing. Ghedini di esaminare la proposta avanzata da Floriano e Carlo Vidoni.

1863: In quest’anno fu seriamente presa in considerazione la possibilità di ricoprire, in via di esperimento, una parte dello scivolo della chiusa con granito. Dapprima, il 14 aprile, l’ingegnere d’ufficio comunicò ai delegati consorziali che le piene avevano asportato “un tratto di metri 6,80 della grossa madiera che forma l’estremità, ossia gronda della chiusa, e con essa madiera si è divelta l’assata in una superficie di circa metri quadri ventisei. Un tale guasto, avvenuto nel mezzo circa della chiusa, merita un pronto riparo” e infatti il 29 aprile il guasto era riparato. L’11 luglio i delegati consorziali Luigi Orsoni e Fabio De Maria rivolgevano ai colleghi un promemoria sull’opportunità di sostituire una piccola parte – un metro – del tavolato con granito in modo da verificarne praticamente l’effetto. Il segretario trasmetteva la memoria all’ing. Ghedini insieme all’incarico di preparare il progetto. Il 29 luglio il Ghedini rispondeva proponendo di sostituire una parte maggiore del tavolato, cioè 3 o 4 metri di larghezza. Quanto alla proposta Vidoni del 1862, il Ghedini rilevava che l’intera sostituzione con granito dell’intera superficie (di 5.000 metri quadrati) sarebbe costata almeno 225.000 lire, cioè una cifra altissima, e quindi sottoscriveva la proposta di fare prima un esperimento che comportasse la spesa di 6.000 lire per 4 metri di larghezza della chiusa. Nella sua relazione il Ghedini forniva una sintetica ma efficace descrizione della struttura della chiusa a quei tempi: “Il grandioso manufatto della nostra chiusa in Reno detta di Casalecchio richiede per la sua conservazione di essere coperto di una qualche materia, che impedisca alle acque di fare dei guasti nel massicciato della chiusa stessa, e fin qui le più usate sono state le tavole di legno rovere assicurate con chiodi in sottoposte madiere, e tale sistema si è esperimentato con più maniere di tavole ed anche con differenti qualità di legname, ma è indubitato che ogni anno vi occorrono dei risarcimenti ed anche la rinnovazione di parziali tratti di tavolato”. La Congregazione nella seduta del 29 luglio demandò alla Commissione per la sorveglianza della chiusa di trovare il granito più adatto e conoscerne il costo, in modo da potere in futuro fare l’esperimento.

1864: Il 9 novembre l’ingegnere d’ufficio faceva rilevare alla Congregazione Consorziale che una straordinaria piena verificatasi il 6 precedente aveva divelto il ciglio della chiusa per circa 30 m in prossimità dell’incile del canale ed era anche stata asportata una parte della muratura sottostante. Recuperati poco a valle i tratti divelti del ciglio, il 14 l’ingegnere si era recato in visita alla chiusa per verificare lo stato delle costruzioni annesse e ne riferiva il 16 alla Congregazione. Nel magazzino si era aperta una grossa crepa; nel muro di prolungamento dell’ala sinistra della chiusa occorreva un rialzo, era crollato un gradino di macigno della scala che dal magazzino scendeva al tavolato della chiusa e infine lo scivolo stesso della chiusa per una lunghezza di 38 metri e larghezza di 7 metri era stato privato della copertura con asse. Il 9 dicembre l’ingegnere riferiva sulle riparazioni eseguite, che per la chiusa erano consistite nel rimettere il ciglio divelto; tuttavia solo una parte era stata recuperata e rimontata e restava aperto un lungo varco alle acque, che così sormontavano la chiusa e venivano sottratte al canale. Si era anche provveduto a porre gabbioni di ferro pieni di sassi ai piedi della chiusa per colmare il gorgo che si era formato. Il 14 dicembre l’ingegnere riferiva di aver provveduto ad una sistemazione provvisoria, con una “palafitta di agocchie fatta davanti al petto della chiusa a sostegno di un’assata per chiudere il varco alle acque, riempiendo le cavità anche con gabbioni pieni di sassi, ed in linea al ciglio della chiusa si era posto un lungo trave fermato dall’un capo nel muro di spalla destra della chiusa stessa”. Tuttavia era sopravvenuta una seconda piena, che aveva scompaginato il lavoro appena fatto, che si sarebbe tuttavia potuto rifare appena l’acqua fosse calata.

1865: I lavori per la riparazione della chiusa a seguito delle piene del novembre precedente proseguirono nel 1865: l’11 gennaio l’ingegnere riferiva i risultati di una visita eseguita con il dott. Fabio De Maria, membro della Congregazione. La “bocca”, cioè il varco nella chiusa era stata chiusa con gabbioni pieni di sassi coperti da un tavolato di asse di abete, meno costoso del rovere. Invece il ciglio della chiusa, mancante per circa m 27, non era ancora stato ripristinato. Il 12 gennaio seguente una nuova grande piena aveva in parte vanificato il lavoro fatto, sollevando le tavole per le riparazioni, come rilevava il 16 in una sua lettera l’ingegnere d’ufficio. Lo stesso ing. Ghedini il 9 marzo doveva informare di un’altra ingente piena avvenuta il 7 marzo, piena che aveva di nuovo rovinato i lavori provvisori, divelto e trasportato a valle i legnami e spostato anche i cassoni pieni di sassi. Il 29 aprile si era ribassato il livello del fiume e ciò aveva creato mancanza d’acqua nel canale, quindi l’ingegnere aveva fatto provvedere a ricondurre l’acqua nell’incile attraverso “un lavoro di tavole fermate ad agocchie di ferro piantate entro ai paracarri o fittoni murati nel massicciato della chiusa, in guisa tale che non si dispanda acqua per detta rotta”. A conclusione di questo annus horribilis per la chiusa, il 26 giugno l’ingegnere aveva verificato “esistere dei vani entro il corpo della chiusa coperti di piccoli voltini, pieni di melma e ghiaja, per cui la detta chiusa in tale località riesce di poca solidità, essendovi soltanto diverse agocchie e traverse di rovere, che ne formano l’orditura principale”. Fu quindi “riconosciuto necessario, di riempire i detti vani con muramento di mattoni e fassi in calce e puzzolana espurgandone prima la melma e ghiaja, che vi esiste”. Intanto si esaminavano i progetti per rivestire in granito lo scivolo della chiusa: il 12 luglio una commissione composta dall’ing. Ghedini, dal conte cav. Agostino Salina e dall’assuntore dei lavori si recò in visita alla chiusa. Le disposizioni tassative dettate dalla Congregazione per fare l’esperimento di sostituzione di una parte del tavolato erano: 1) di sostituire 140 metri di copertura e che fosse a carico dell’assuntore il disfacimento del tavolato vecchio, che restava di sua proprietà; 2) che le lastre di granito fossero di 15 cm di spessore, mentre quelle che dovevano collocarsi all’impiedi per bloccare le altre dovevano avere uno spessore di 30 cm per uno spessore di ulteriori 30 cm che andavano murati; 3) che il materiale come calce, pozzolana e altro fosse a carico dell’assuntore; 4) che le pietre, oltre che essere unite “a coda di rondine”, fossero fermate una per una da ganci di ferro, lunghi 60 cm e grossi cm 4; 5) che il lavoro fosse finito prima della fine di agosto. Siccome erano state stanziate solo 1.000 lire delle 4.900 occorrenti, l’assuntore avrebbe dovuto accettare di riceverle come acconto e di aspettare il saldo l’anno seguente, se il lavoro fosse riuscito bene. Tuttavia solo il 1° agosto seguente fu stipulato il contratto con Davide Ventura di San Giovanni in Persiceto, che vide le clausole elencate, la sorveglianza dei lavori assegnata all’ing. Ghedini e il termine per la consegna spostato alla fine di settembre. Il tratto da coprire andava “dalla linea dello sbocco della portina fino alla linea inferiore dello sdrucciolo della chiusa”; il granito da usare era quello di Montorfano. Il 26 seguente l’ingegnere confermava che i lavori erano cominciati l’11, che fino allora era stato fatto un tratto di mq 43,05 e che il lavoro era stato fatto bene. A suo parere l’assuntore avrebbe potuto terminare i mq 45,75 rimanenti entro i primi giorni del mese di ottobre. In una successiva relazione del 5 ottobre addirittura l’ingegnere d’ufficio riferiva che il lavoro era stato fatto a regola d’arte e finito il 29 settembre. In una relazione del 30 dicembre 1866 lo stesso ingegnere certificava che il lavoro non aveva subito alcun danno. Negli anni seguenti fu eseguita solo l’ordinaria manutenzione alle tavole rovinate. Un dipinto di Luigi Bertelli (Bologna 1832-1916) del 1867 circa mostra l’imbocco del canale, a riprova della particolarità del manufatto nel paesaggio anche per un pittore.

1868: Una piena straordinaria avvenuta il 22 settembre costrinse la Congregazione Consorziale a prendere immediati provvedimenti per riparare il ciglio della chiusa, divelto dalla forza delle acque per una lunghezza di circa 25 metri in prossimità dell’incile, e per riparare la muratura sottostante, anch’essa rovinata dalle acque. L’ingegnere d’ufficio Ghedini il 26, appena abbassatasi l’acqua, verificò che il tavolato era stato in gran parte divelto, mentre in una parte in cui si era usato un nuovo sistema con “quaderletti” non si erano avuti danni. Per condurre la corrente d’acqua comunque nel canale l’ingegnere proponeva di predisporre un argine con “burghe” piene di sassi, in modo da non lasciare a secco i numerosi utenti. L’argine, che chiudeva la “bocca” apertasi nel ciglio della chiusa, fu predisposto a partire dal 5 agosto, con la magra del fiume e la secca del canale. Ma il 9 novembre l’ingegnere lamentava che nuove piene del 7 e 8 precedenti avevano distrutto la riparazione provvisoria. Una nuova piena del 25 novembre aveva ulteriormente danneggiato la chiusa.

1869: Le grandi piene dell’inverno 1868-9 si ripeterono ancora nella primavera: il 30 giugno l’ing. Ghedini riferiva che il giorno precedente due piene a distanza di poche ore avevano di nuovo divelto le travi messe per rafforzare il ciglio rovinato. Il 14 luglio comunque i lavori di riparazione provvisoria erano terminati. Fra le minute dell’ingegnere d’ufficio si rintraccia poi altra documentazione che indica come per togliere le infiltrazioni d’acqua che si manifestavano “nel grande muramento della Chiusa di Casalecchio le quali fanno palese esistervi in quel manufatto qualche parte staccata dal masso principale” l’ingegnere d’ufficio del Consorzio nel preventivo dei lavori di manutenzione per il 1870 propose di “proseguire il getto fattosi in muramento essendo di cemento idraulico, e puzzolana, come con ottimo successo si è ottenuto nel lavoro di riparo eseguitosi nel corrente anno [1869], e cioè per la lunghezza di metri 60 e nell’altezza raguagliata di metri 2, e grossezza di centimetri 30, che sono metri cubi 40,80 L. 5.000”. A questa cifra nel preventivo per l’anno 1870 l’ingegnere aggiunse lo scavo della ghiaia, varie immorsature “da farsi colla massima precauzione”, valutate in L. 40 al metro cubo, per un totale di L. 1.632. La riunione della Congregazione deliberò di “Provvedere N° 16.000 di mattoni”.

1870: Ancora nel preventivo per il 1870 stilato dall’ingegnere d’ufficio veniamo a sapere che in occasione delle annuali riparazioni si continuò la sostituzione del tavolato o assito di legno, che ricopriva la chiusa, con “quaderletti” di rovere, sostituzione che era prevista da ultimarsi in tre anni. La superficie totale ancora da farsi era di metri quadrati 834,75; nel 1869 ne erano stati eseguiti mq 887,06. L’ingegnere previde che occorressero 3.300 quaderletti di rovere, considerando anche “che si trovino in quella località più soggetta al corso delle acque le madiere in condizione poco buona”, per una cifra di L. 2.000. Da una lettera del 27 aprile 1870 rivolta alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno l’ingegner Giovanni Pallotti afferma che da parte del fornitore Battaglia era già cominciata la consegna dei quaderletti “per la mantellatura della Chiusa di Casalecchio” e occorreva per prima cosa “predisporre le madiere sulle quali vengono assicurati li quaderletti”, cioè sistemare le tavole su cui andavano inchiodati i quaderletti. Siccome in quella stagione c’era poca acqua nel Reno “tutto il tavolato della Chiusa rimane asciutto” e quindi si poteva iniziare il lavoro il lunedì 2 maggio seguente.

1871: Dal preventivo per il 1871 veniamo a sapere che nel 1870 furono sostituiti mq 834,75 di tavolato, mentre per il 1871 se ne prevedevano mq 833. Il quantitativo di quaderletti occorrente era di 800 di misura di piedi 6 e mezzo e di 2.200 di piedi 6, della solita grossezza di once 3 per once 4; in totale piedi lineari 18.400. Considerando anche la sostituzione delle “madiere” mancanti o inservibili e l’opera muraria, più il lavoro dei falegnami, chiodi ecc., la spesa prevista era di L. 11.500. Fra le grandi riparazioni previste dall’ingegner Pallotti c’era la prosecuzione del “muro di rinfianco al petto della chiusa, e condurlo a compimento in tutta la sua lunghezza per evitare un qualche rilevante guasto nel ciglio della medesima, occorre un muro da costruirsi in calce e cemento idraulico, e questo risulterebbe lungo metri 80 alto raguagliatamente metri 2 e grosso in media centimentri 40 , quindi un solido di metri cubi 64 tutto di mattoni che valutatone il suo costo, e più l’escavo da farsi in ghiaja onde raccogliere le filtrazioni, le quali impedirebbero di eseguirne la costruzione, costa questo lavoro L. 3.000”. Per quell’anno 1871 l’ingegnere d’ufficio previde invece fra i lavori di ordinaria manutenzione “l’annuale riparazione da farsi al vecchio tavolato della Chiusa, venendo questa sensibilmente diminuita per l’effettuazione del nuovo metodo di quaderletti invece di tavole, si limita la spesa a L. 1.000”.

1872: Nel preventivo per il 1871 non fu indicato se il muro fosse stato approvato, mentre in quello per il 1872 fu approvata solo l’annuale manutenzione della chiusa con sostituzione dei quaderletti alle tavole per una spesa di L. 400.

1873: Anche nel preventivo per il 1873 non fu indicato il muro di rinfianco della chiusa, ma solo la sostituzione della copertura con i quaderletti. “Volendosi condurre a termine il tavolato della Chiusa col praticato nuovo sistema di quaderletti di Rovere, o Quercia, invece delle tavole… ne rimangono soltanto metri quadrati 743,12 per quali occorrerà la provvista di numero 2.800 quaderletti, e cioè n° 1868 di piedi 6 e n° 932 di piedi 6 e mezzo tutti di once 3 x once 4 che in complesso sono piedi lineari 17.266 per l’importo di L. 5.352,46. Ed avuto a calcolo la fattura da Falegname, e Muratore, chiodi ecc. si pone la spesa presuntiva di L. 9.500”.

1875: Il 6 novembre di quell’anno l’ingegnere d’ufficio Adelfo Pasi comunicava che a seguito di una piena erano stati asportati diversi quaderletti e le madiere sottostanti e comunicava che i lavori di riparazione erano già cominciati, essendo indilazionabili. Tuttavia dovette trattarsi di una semplice manutenzione.

1882: Benché non sembri esservi traccia amministrativa negli anni precedenti di questo lavoro, il 31 luglio l’ing. Adelfo Pasi comunicava alla Congregazione Consorziale che il “nuovo muramento” iniziato era circa a due terzi, ma si erano incontrate difficoltà e spese impreviste “sia per la profondità a cui trovasi il tufo sul quale va appoggiato il nuovo muramento… sia per la grande quantità di cemento che conviene impiegare per ottenere l’immediato assodamento di tutta la parte del manufatto in fondazione e dell’involucro esterno della sua parte in elevazione”. Lo “Specchio sinottico delle spese relative alla costruzione di un muro lungo la gronda della Chiusa” assomma un importo di 18.523 lire. Nella sua relazione l’ingegnere sottolineava che si era prima dovuto “vuotare il pelago sottoposto al grande manufatto mediante una centrifuga messa in moto da una locomobile della forza di 10 cavalli” per una durata di quasi sei giorni. “Il muro eseguito – continua il Pasi – è della lunghezza di m. 117 della media altezza di m. 6 e della ragguagliata grossezza di m. 0,45 in sommità e m. 1,40 in base, essendo costrutto a scarpa. Il suo rivestimento esterno è tutto in mattoni uniti in cemento per la grossezza di cent. 60 o 45 a seconda dei casi nella parte inferiore, di cent. 30 a cominciare da m. 1,50 sulla fondazione e per l’altezza di un metro e di m. 0,225 in media in tutto il resto, ed è la sommità del detto muro terminata da un rizzolo pure in cemento inclinato ed internato nel muro per guarentirlo dagli urti delle piene. L’interno del manufatto in parte è in cotto ed in parte in calcestruzzo, nell’impasto del quale si è fatto uso di calce e di cemento, come pure in cemento sono costrutte tutte le immorsature non che due mani spianate a maggiore collegamento e robustezza del manufatto. Il lavoro è durato 12 giorni e solo 10 le opere murarie, le quali sonosi intraprese il 3° giorno, appena cioè l’acqua è discesa di circa un metro e mezzo del suo livello ordinario”. Una relazione datata 28 agosto inviata alla Congregazione Consorziale dalla Commissione incaricata della sorveglianza dei lavori e formata da Giuseppe Mascherini e Giuseppe Balugani, anche per il collega Gaetano Besteghi, sottolineava la perfetta riuscita del “grandioso ristauro felicemente compiutosi in quest’anno al muro di gronda della chiusa” e la velocità dell’esecuzione, sorvegliata dall’ingegnere d’ufficio; anche i prezzi erano congrui. La commissione concludeva esprimendo la piena soddisfazione per l’opera.

1893: Nella notte del 1° ottobre 1893 una eccezionale piena del fiume Reno causò una rotta dell’argine sinistro e la creazione di un nuovo corso. In tal modo l’acqua non si dirigeva più né verso il canale né verso la chiusa, ma allagava i campi circostanti sulla riva destra e poi cambiava direzione ed erodeva la roccia dell’altra riva. La Congregazione Consorziale non poteva far fronte ad un intervento così complicato e costoso e chiese che se ne occupasse la Provincia di Bologna; la richiesta fu accettata, anche grazie alla sensibilità del suo presidente, avv. Giuseppe Bacchelli, e all’inizio dell’anno seguente iniziò la riparazione d’emergenza con argini formati da burghe di fil di ferro riempite di sassi forniti dalla ditta di Raffaele Maccaferri, che ne aveva la paternità e l’esclusiva. Il progetto fu degli ingegneri Ugo Brunelli e Filippo Canonici: fu presentato il 12 gennaio 1894. L’appalto dei lavori per la chiusura della rotta fu vinto dalla ditta Ferdinando Bonora; il 22 giugno 1894 veniva stilato lo stato finale dei lavori, che però si erano conclusi all’inizio del 1894. Altri lavori furono fatti in economia dal capomastro muratore Marino Quadri.

1894: Dopo gli interventi più urgenti per riportare il corso del Reno nell’alveo precedente, conclusi nel febbraio, iniziarono i lavori per rendere definitiva e sicura la nuova sistemazione del letto del Reno, con ampliamento della chiusa, tramite la costruzione di un partiacque e di un nuovo tratto di chiusa sul lato sinistro. Sia il partiacque che i muri di raccordo con la vecchia chiusa furono costruiti in arenaria di Grizzana o di Vergato dallo scalpellino Giuseppe Bernardi. In quella occasione si iniziò la copertura di parti dello scivolo con lastre di granito da parte della ditta Davide Venturi e figlio (Telesforo che subentrerà al padre alla sua morte). I lavori di chiusura della rotta e di costruzione del partiacque e della nuova chiusa furono documentati dal fotografo Alessandro Cassarini, dilettante ma insignito di numerosi premi internazionali. Alla conclusione dei lavori l’ing. Giuseppe Boriani fece una relazione al Commissario straordinario (che fu anche data alle stampe) corredata da una planimetria generale.

1915: Il 18 febbraio l’ingegnere d’ufficio del Consorzio presentò al presidente il progetto che gli era stato commissionato per ovviare il grave inconveniente che si verificava. Infatti la situazione del fiume era mutata a seguito della costruzione della grande chiusa nel 1894, affermava il presidente del Consorzio: “il filone principale del fiume stesso, diretto già costantemente all’incile del canale, è deviato lungo la sponda opposta cosicché al cessare delle grandi piene si forma facilmente un ghiarile contro la chiusa anzidetta, il quale ostacola il deflusso delle acque verso la bocca di presa, senza che valgano a rimuoverlo l’azione degli scaricatori di fondo del canale stesso”. Le soluzioni possibili erano due: o “la costruzione di opere lungo l’indicata sponda sinistra del fiume allo scopo di ricondurne il filone in direzione dell’incile, oppure la sopraelevazione del ciglio della chiusa per dare una maggiore efficacia di escavazione agli scaricatori anziaccennati. Siccome era allora necessario rifare la copertura della chiusa sostituendo ai “correntini di quercia” delle lastre di granito, il Consorzio – concludeva il Presidente – aveva deciso per la seconda soluzione. Il 5 marzo il presidente del Consorzio presentò quindi domanda alla Prefettura e al Corpo Reale del Genio Civile di potere sopraelevare la chiusa e di rivestirne la superficie con lastre di granito. Il 10 maggio la domanda fu ritenuta ammissibile e il 15 ottobre la Prefettura la ammise all’istruttoria; il 17 novembre l’ing. Torquato Palagi, rappresentante dell’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, si recò a fare la visita alla chiusa insieme al presidente del Consorzio avv. Enrico Masetti, al segretario ing. Enrico Rossi e all’ingegnere d’ufficio Francesco Bassi, e constatò che la situazione corrispondeva al disegno presentato e alla situazione descritta negli atti. Concluse in tal modo: “Resta quindi stabilito che il punto più depresso del ciglio della chiusa dovrà essere sopraelevato fino all’altezza di m 3,226 sotto l’incoltellato del parapetto all’uscire d’acqua nel Boccaccio di presa del Canale di Reno”. Alla domanda è allegato il progetto, completo di relazione ed elaborati grafici. La relazione che accompagna il progetto ci offre la descrizione precisa dello stato della chiusa in quel momento, prima dei lavori richiesti: “L’attuale chiusa – afferma l’ing. Bassi – risulta costituita di un enorme blocco di calcestruzzo gettato in mezzo ad una robusta e razionale intelaiatura di legna di quercia, e contenuto fra due muri paralleli al suo asse, l’uno a monte e l’altro a valle. La superficie superiore della chiusa, ad eccezione di una piccola parte che in via di esperimento fu coperta con lastre di granito, risulta tutt’ora coperta con legni di quercia. Detta copertura è formata con travicelli della lunghezza di circa m 2,20 e di sezione metri 0,10 per 0,12, disposti l’uno accanto all’altro nel senso della corrente del fiume in modo da formare una superficie continua; e fissati mediante robusti chiodi ad altri legni di 0,15 per 0,30 disposti in senso normale ai precedenti, ed annegati nella muratura del corpo della chiusa, a cui sono anche legati con lunghe e grosse caviglie murate. Tali legni, detti volgarmente madiere, distano fra di loro di m 1,10”. Anche la soglia superiore della chiusa larga m 0,90, detta comunemente pedana, è coperta con travicelli di quercia; e sopra di essa lungo il suo spigolo a monte, è applicato a guisa di petto, un repagolo alto circa m 0,35 sul piano della pedana costituito di grossi legni di sezione quasi triangolari e di travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati ai precedenti legni mediante robusti chiodi. Tutto il sistema è poi unito al blocco murale della chiusa mediante altri legni e robuste caviglie di ferro murate”. A dire dell’ingegnere d’ufficio il sistema si era rivelato conveniente ed efficace fino a non molti anni prima, quando il prezzo del legno di quercia era la metà; inoltre, considerando anche la sua breve durata, la notevole lavorazione per metterlo in opera, la necessità di frequente manutenzione, si rivelava allora più conveniente sostituire il legno con una copertura in lastre di granito, “il quale esige a un dipresso la medesima spesa d’impianto, e presenta sull’appoggio di esperimenti già eseguiti nella stessa chiusa, una durata enormemente superiore, ed una tenuissima spesa di manutenzione”. In occasione quindi della sostituzione della copertura in legno “si propone anche che venga modificato come ai disegni allegati il profilo longitudinale e trasversale della chiusa nell’intento di eliminare alcuni inconvenienti che si è potuto rilevare, mediante l’osservazione degli effetti prodotti dalle piene del fiume. Anzitutto si progetta di sopprimere il petto o repagolo in legno attualmente esistente, portando le lastre costituenti la soglia superiore o pedana all’altezza del ciglio della chiusa e raccordando il piano di essa con quello della falda inclinata mediante curva e controcurva com’è indicato nei disegni. Tale modificazione viene proposta allo scopo di sopprimere qualsiasi salto nel profilo trasversale che in tempo di piena provoca gorghi e vortici determinando un maggior consumo del materiale di copertura. L’ing. Francesco Bassi nella sua relazione mette poi in evidenza che con i lavori a monte della chiusa “il filone della corrente il quale in antico si manteneva costantemente dalla parte dell’incile del canale, ora invece si è portato dalla parte opposta. Tale variazione fa sì che al cessare delle grosse piene, le quali mettono in movimento il materiale che costituisce l’alveo del corso d’acqua, si formi un ghiarile davanti alla chiusa che tende a deviare la corrente verso la sponda sinistra e ad ostacolare il deflusso verso l’incile del canale”. A tale grave inconveniente l’ingegnere propose di dare rimedio mediante “la sopraelevazione del ciglio della chiusa di quel tanto che sia necessario per dare agli scaricatori di fondo del canale quella maggiore efficacia di escavazione che valga ad impedire la formazione del ghiarile… ed a mantenere costantemente espurgato l’incile della bocca di derivazione”. Tale variazione rendeva necessaria la richiesta di approvazione della modifica da parte degli organi superiori. Questa era comunque contenuta in una sopraelevazione di m 0,275 nel punto più basso della chiusa e di m 0,27 presso la spalla destra e di m 0,10 presso la spalla sinistra, con una sopraelevazione media di m 0,23. I lavori, benché approvati, vennero allora eseguiti solo in parte. Le foto di Giovanni Mengoli, non datate, ma comprese fra il 1900 e il 1915, documentano questa fase della chiusa.

1927: A quel momento la chiusa risultava ancora coperta di travicelli di quercia e dotata di un petto o repagolo sullo spigolo a monte alto m 0,35 sul piano della pedana, formato da legni triangolari e da travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati con chiodi e fissati al blocco murale della chiusa con altri legni e caviglie di ferro murate. “Un primo campione di lastricato di granito – afferma l’ing. Bassi nella sua relazione del 4 febbraio 1927 – di S. Fedelino fu costruito sulla chiusa nell’anno 1860. Questo lastricato dura ancora in ottimo stato, incorporato nella porzione di chiusa sul fianco destro, dell’ampiezza misurata lungo il ciglio di m 40,40, che fu coperta in granito bianco nell’anno 1894. In detto anno fu eseguita, pure in granito, l’intera soglia inferiore della chiusa e la porzione di pedana corrispondente alla parte di falda inclinata lastricata come sopra. Fu inoltre rinnovata la copertura con legni di quercia nella rimanente parte della falda inclinata e della soglia superiore, e fu pure rinnovato in legno di quercia l’intero ciglio o petto della chiusa. Ma in pochi anni la copertura si logorò a tal segno, specialmente nella parte centrale della chiusa, da richiedere una parziale rinnovazione. Così nell’estate del 1911 si eseguì un importante tratto di lastricato di granito rosso di Cuasso al Monte dell’ampiezza di m 50 in aderenza al lastricato”. Fu allora anche eliminato il repagolo secondo il progetto presentato nel 1915 e fu costruita l’intera soglia superiore della chiusa “con lastroni di granito di S. Fedelino, tranne in un tratto, già lastricato di granito bianco. Tuttavia – continua l’ing. Bassi – anche in questo tratto si è palesata ben presto la necessità della sostituzione, non potendo più la costruzione in legno essere utilmente riparata. Quindi nell’estate del 1925 si sono levate d’opera le lastre della soglia o pedana, per innalzarle sul muro frontale sopra elevato, sino all’altezza del vecchio ciglio di legno demolito… Ora rimane ancora coperta col vecchio sistema dei travicelli di quercia affidati alle madiere murate nel corpo della chiusa una parte considerevole della falda inclinata sul suo lato sinistro per la lunghezza di m 70,90, misurata sulla soglia superiore”. Era quindi più conveniente sostituire tutte le parti in legno con lastricato di granito, ma dividendo il lavoro in tre lotti, da iniziare quell’anno stesso. Con il primo lotto si sarebbero smontati i travicelli e le madiere deteriorati per un’area di mq 738,76; questi sarebbero stati messi in magazzino e utilizzati per sostituire quelli che in seguito si fossero deteriorati. Intanto si sarebbe dovuto raccordare il piano della soglia superiore della chiusa con il piano della falda inclinata con un riempimento di calcestruzzo di ghiaia e di cemento idraulico e pavimentare la falda inclinata con lastre di granito disposte in liste parallele al ciglio. Lo stesso si sarebbe dovuto fare in seguito con il secondo e terzo lotto, per un importo totale di 490.000 lire. Il 4 gennaio il consiglio approvò la proposta dell’ingegnere e la spesa per il primo lotto dei lavori; nella primavera fu espletata la gara fra le ditte Cave Porfido Flor Laives Alto Adige, Graniti e Porfidi Alta Italia e la ditta dell’arch. Enea Trenti. Vinse quest’ultimo, ma i campioni dal lui presentati di porfido dell’Alto Adige non furono di gradimento dell’ingegnere d’ufficio. Lo stesso architetto presentò poi campioni di granito dell’isola della Maddalena, che furono approvati dal presidente del Consorzio solo il 9 giugno 1928.

1937: Una fotografia pubblicata nella rivista “Il Comune di Bologna” del 1935 documenta lo stato della chiusa in quell’anno. La grande piena del 6 ottobre 1937 danneggiò la chiusa di Casalecchio nella sua parte centrale rivestita di granito rosso di Cuasso al Monte: l’ingegnere d’ufficio, Francesco Bassi, rilevò che l’acqua era penetrata sotto la copertura di granito lungo la linea di collegamento con i vecchi tavoloni di quercia. Con la forza della piena l’acqua rovesciò un tratto di circa 20 metri del muro di sostegno a valle, trascinando con sé una striscia di lastricato largo circa 2 metri per un’uguale lunghezza. Il 26 ottobre l’ingegnere faceva presente che aveva già provveduto a rafforzare la linea di unione del lastricato con il tavolato, sostituendo i legni logori con altri nuovi cementati con malta di cemento idraulico; aveva inoltre già recuperato una parte delle lastre di granito divelte, ma suggeriva di provvedere fin da quel momento a comprare granito rosso di Cuasso al Monte e granito bianco di S. Fedelino per la soglia di coronamento del muro a valle.

1938: Il 25 aprile del seguente 1938 l’ingegnere aveva già provveduto a chiedere un preventivo per mq 50 di granito rosso alla ditta Gervaso Oltolina di Cuasso al Monte (Varese) e per m 22 di granito bianco alla ditta Pirovano Romolo fu Andrea di Milano, specificando ad ognuno che la fornitura doveva giungere a Casalecchio entro il mese di luglio seguente. L’1 giugno poi l’ingegnere, a seguito della visita annuale alla chiusa, fece presente al presidente che sarebbe stato opportuno procedere alla sostituzione del tavolato di quercia con granito.

1939: Nella seduta del 7 marzo 1939 il consiglio, presieduto dall’avv. Giorgio Stagni, decise di procedere con la sostituzione della copertura in legno con una copertura in granito, come previsto dal secondo lotto del 1926, per una superficie di circa mq 813, attendendo di avere accantonato una cifra sufficiente per terminare l’opera con il terzo lotto. Fra il 3 aprile e il 15 luglio 1939 le lastre di granito di Cuasso al Monte furono consegnate alla stazione di Casalecchio di Reno, ma in ottobre la ditta consegnò per errore altri due vagoni non ordinati. Tuttavia il Consorzio li ritirò ugualmente, ritenendo che la ditta avesse dato fino ad allora buona prova della sua serietà, anche se l’errore non fu ritenuto verosimile; la ditta accettò però un pagamento dilazionato in tre anni senza interessi. I lavori furono svolti in economia e il 15 settembre 1939 la Cooperativa scalpellini posatori ed affini presentò e ottenne il pagamento di una fattura di 190 lire per lavorazione delle lastre. In seguito l’ingegnere fece un resoconto del ricavato della vendita sia del tavolato smontato sia dei chiodi e delle ferle recuperate.

1940-2: Il 28 dicembre 1940 l’ingegnere d’ufficio proponeva al presidente del Consorzio di acquistare a prezzo di favore una rimanenza di lastre di granito rosso di Cuasso al Monte che il fornitore Gervaso Oltolina offriva, avendo venduto la cava. La spesa fu di L. 4.040; le lastre servirono l’anno seguente quando lo stesso ingegnere propose, il 28 maggio 1941, di terminare la copertura con lastre di granito della chiusa, iniziata nel 1928, continuata con il secondo lotto nel 1939 e giunta fino al terzo lotto. Francesco Bassi faceva notare come nell’inverno passato le piene del fiume avevano causato notevoli danni nel tavolato, soprattutto nella parte di levante, asportando molte tavole e formando molti buchi nel blocco murario del corpo della chiusa. Se questi fori si fossero ingranditi ci sarebbe stato da temere il ripetersi del disastro avvenuto nel 1937 con la caduta del muro a valle della chiusa. L’area da ricoprire con il granito misurava mq 260 circa, ma il problema era procurarsi il cemento, che era contingentato per motivi di guerra. Infatti la domanda di avere il cemento necessario non dovette essere accolta perché il 27 maggio 1942 l’ingegnere d’ufficio lamentava la mancata consegna e chiedeva al presidente di ripetere la domanda. Così il giorno stesso 27 maggio 1942 il presidente del Consorzio, G. Manservisi, richiedeva al Ministero dei Lavori Pubblici il quantitativo di cemento occorrente per la muratura delle lastre. Il 10 agosto la Federazione Industriali del Cemento comunicava l’avvenuta assegnazione di 100 quintali di cemento 500, ma la richiesta era stata fatta per 120 quintali e il 12 agosto il Consorzio Italiano Leganti Idraulici – Ufficio Vendite di Bologna, comunicava la giusta assegnazione. I disegni di progetto di sostituzione del legno con il granito mostrano esaurientemente la situazione a quella data, con i vari lotti già eseguiti e il completamento progettato.

1945: Dopo la fine della seconda guerra mondiale i danni alla chiusa, al canale e alle altre opere collegate erano ingenti: il nuovo ingegnere d’ufficio, Giovanni Manaresi, il 23 giugno 1945 inviava al presidente un promemoria, in cui era descritta la situazione. “E’ noto che i bombardamenti dell’aprile scorso hanno causato gravi danni alle opere consorziali, all’origine della derivazione. Il Genio Civile attualmente sta lavorando per sistemare il Canale e le opere di presa, ma ancora nulla ha fatto per riparare la Chiusa propriamente detta… Una bomba caduta immediatamente a monte del ciglio superiore ha causato varie fessure nella sommità del muro, dalle quali l’acqua può infiltrarsi nel corpo della diga. Altre bombe ànno colpito la falda inclinata distruggendo alcuni metri quadrati di lastricato di granito. Dagli squarci prodotti dalle bombe si osserva che tale lastricato in molti punti è alquanto sollevato sopra il corpo murario sottostante, formando come una volta. In caso di piena l’acqua di tracimazione, oltre a scardinare il lastricato nei punti colpiti, potrà penetrare nell’accennato spazio vuoto sotto il lastricato con pericolo per la stabilità del lastricato stesso e della Chiusa. Anche la falda inclinata, ancora ricoperta da travicelli di quercia, è stata colpita in vari punti e particolarmente nel ciglio inferiore. Si potrà far presente al Genio civile che il consorzio ha disponibile il granito occorrente per le riparazioni e parte dei travicelli di quercia ricuperati nel 1943 in seguito alla loro parziale sostituzione con lastre di granito”. Il Genio Civile tuttavia rispondeva il 10 dicembre che si stava riparando “la lesione orizzontale nel paramento a monte della diga poco sotto al ciglio”, ma che la pioggia impediva l’avanzamento del lavoro. L’ingegnere capo Giacomo Castiglioni invitava tuttavia il Consorzio “a tenere in osservazione la diga perché è presumibile che la lesione interessi tutta la muratura di sommità e provochi infiltrazioni di acque fra la pavimentazione del paramento a valle ed il suo piano di posa. Tale lesione infatti può essersi propagata dall’interno all’esterno ed avere avuto origine dalle deflagrazioni delle bombe che produssero vari squarci nella pavimentazione del paramento e il suo distacco dal piano di posa per ampio raggio all’intorno degli squarci stessi.” Con l’occasione ricordava al Consorzio che non avrebbe più potuto fare conto sull’intervento diretto dell’Ufficio del Genio Civile “essendo cessate le ragioni che lo provocarono”, cioè i danni di guerra. “Lo scrivente Ufficio – terminava Castiglioni – porterà a termine soltanto la ricostruzione del casello di manovra e il ripristino del paramento a valle della diga danneggiato dai bombardamenti sempreché vengano resi esecutivi i due progetti presentati al Provveditorato alle Opere Pubbliche”. In precedenza il 24 settembre il segretario del Consorzio, Fernando Cremonini, comunicava al presidente che il magazzino consorziale a Casalecchio era stato totalmente demolito nelle incursioni del 15, 16 e 17 aprile 1945 e che i mattoni ricavati dalle macerie di quel magazzino erano stati utilizzati per i lavori di riparazione della chiusa. Una volta messi allo scoperto “i travi spezzati, le putrelle contorte e le inferriate sinistrate” erano entrati in azione dei ladri che avevano cominciato a saccheggiare questo materiale; il segretario quindi proponeva di vendere il materiale utilizzabile e con il ricavato comprare il combustibile per la sede del Consorzio e il regolamento acque e di fare altre spese per la sistemazione dei locali consorziali, rimasti anch’essi danneggiati dalla guerra.

1946: Dopo i primi lavori di ripristino più urgenti si verificò una nuova piena che causò l’asportazione di circa 60 mq di rivestimento e di mc 50 di muratura del paramento verticale inferiore della diga e quindi furono impostati i lavori definitivi per rimettere la diga in grado di svolgere il proprio compito. Il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Emilia fece quindi fare all’Ufficio del Genio Civile di Bologna un progetto definito “Lavori di somma urgenza per a impermeabilizzazione della diga sul Reno a Casalecchio mediante iniezioni di cemento e per il completamento del rivestimento in pietra da taglio della scarpa (Comune di Casalecchio)” per un importo di L. 11.000.000. In seguito fu fatta anche una “Variante per l’esecuzione di sondaggi nel corpo della diga, in seguito ad ulteriori danni verificatisi, onde definire i lavori necessari al suo generale consolidamento” per un importo di L. 130.000. Il progetto fu steso dall’ing. Paolo Tosetti sotto la supervisione dell’ingegnere capo Giacomo Castiglioni. I sondaggi furono eseguiti dalla Società Edilizia Lavori Sottosuolo Estrazioni di Milano, mentre gli altri lavori furono assegnati alla ditta Sisti Pietro di Bologna, che vinse la gara con un ribasso dell’11,88%. La Società ELSE preparò dei progetti di sondaggio molto interessanti, da effettuarsi mediante fori in molte parti della muratura della chiusa, onde verificare dove vi fossero vuoti e dove quindi iniettare cemento liquido, in modo da consolidare la muratura. Disegni e minute sono allegati alla pratica e mostrano foro per foro il tipo di materiale sottostante alla diga stessa, se conglomerato o galestro naturale o mattoni o altri tipi di materiali, fornendo quindi una sorta di stratigrafia del manufatto nelle sue varie fasi costruttive, dal Trecento fino a quel momento. La stessa ditta ELSE, d’altronde, nel fornire il 19 luglio 1946 il preventivo per l’esecuzione dei saggi allora già in corso, rilevava che “ la diga ha un’altezza variabile da circa m 9 a monte a circa m 5,50 a valle, ed appoggia su un banco di marna; che il corpo della diga è costituito da calcestruzzo con grossi ciottoli, con strati di spessore variabile di muratura di mattoni. Il calcestruzzo e le murature di mattoni si presentano compatti, ma solcati da numerose fessure e con cavità riempite da materiale sciolto, specialmente in prossimità dell’appoggio sulla marna. Inoltre la zona immediatamente sottostante al manto di copertura, presenta quasi ovunque un distacco di alcuni centimetri fra il manto stesso ed il corpo della siga”. Il computo metrico estimativo datato 26 luglio 1946 prevedeva sia lavori di completamento del manto della scarpa in pietra da taglio (dal momento che una parte era ancora in legno) e del paramento a valle sia lavori di impermeabilizzazione. Fra i primi ricordiamo il “rivestimento della scarpa della diga con lastre di granito e di trachite, in conformità all’attuale”, la “rimozione di rivestimento di scarpa in travetti di rovere” con “scalpellinatura del piano per fare luogo alla costruzione del nuovo rivestimento” e il tombamento del cratere di una bomba che aveva colpito la diga con la preparazione del piano di posa a gradini. Sia questa riparazione che il ripristino del paramento a valle della diga furono previsti in conglomerato cementizio; il paramento fu previsto in muratura di mattoni e malta di cemento. L’impermeabilizzazione fu prevista con “perforazione in muratura o in roccia eseguita con sonda a rotazione od a percussione con diametro della corona perforante di mm 35” e iniezioni con latte di cemento e con malta di cemento sia nel velo che nel manto della diga. Il capitolato speciale d’appalto mostra nella loro consistenza e completezza i lavori da eseguirsi. Il capitolato è datato 29 maggio 1947 e firmato dall’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, ing. Pietro Brunelli, così come il contratto di cottimo, stipulato nella stessa data con la ditta ELSE. I lavori proseguirono anche nel 1947, furono sospesi il 6 dicembre di quell’anno e ripresi solo il 22 marzo 1949, fino alla loro ultimazione, datata 31 maggio 1949, come attestato dal processo verbale di ultimazione, datato 28 febbraio 1950 e firmato dall’ingegnere capo del Genio Civile Attilio Alquati.

1966: A seguito dei disastrosi eventi climatici del 3 e 4 novembre 1966, che interessarono molti fiumi dell’Italia settentrionale e centrale e causarono l’alluvione dell’Arno a Firenze, anche la diga di Casalecchio subì vari danni. Dalla relazione (datata 10 maggio 1967) allegata al progetto preparato dal Consorzio per l’opera idraulica di III categoria di sistemazione del Rano alla chiusa di Casalecchio si ricava che i danni interessarono parte del lastricato esistente ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore (di cui una parte era in granito e una in arenaria), parte del lastricato in granito della chiusa, un tratto del muro d’ala in sinistra dello sfioratore, un tratto della diga murata, alcuni tratti del repellente in burghe e alcuni tratti del muro contenitore delle acque di espansione. A parte i lavori riguardanti parti dell’opera che al momento non interessano, il ripristino del lastricato della chiusa previde il ripristino del cordolo inferiore per una lunghezza di m 12,45 “nella zona di confine fra le superfici lastricate in granito di S. Fedelino (bianco) ed in profido granitico di Cuasso al Monte (colore rosso)”, le lastre al di sopra del cordolo, anche queste fatte di questi due materiali. Il progetto dei guasti da riparare è molto preciso e dettagliato nell’individuare le lastre asportate e da sostituire per un totale di mq 73,08. Questa volta fu l’Ufficio Speciale per il Reno, creato appositamente all’interno del Provveditorato alle Opere Pubbliche per l’Emilia per la cura del principale fiume del territorio bolognese, a occuparsi di preparare un progetto per il ripristino del complesso delle opere idrauliche classificate di 3.a categoria costituite dalla chiusa e dal canale. In questo caso i lavori furono non solo progettati ma anche seguiti dal Consorzio di 3.a categoria per la sistemazione del Reno alla chiusa di Casalecchio come concessionario ma pagati dallo Stato, e ammontarono a L. 7.189.350, portati a 8.100.000. Lo stato finale dei lavori eseguiti a tutto il 18 settembre 1968 dalla Cooperativa Selciatori Posatori Scalpellini, a norma del contratto 13 maggio 1968, elenca il ripristino della platea ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore, sia per la parte in granito sia per la parte in arenaria (ricostruito in granito, cioè la parte di scivolo costruito nel 1894), e il ripristino del lastricato in granito della chiusa. La conclusione della pratica è datata 30 maggio 1977.

Si arriva così agli anni Duemila con nuove manutenzioni allo scivolo e alla chiusa stessa.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

CHIUSA DI SAN RUFFILLO

La chiusa sul torrente Savena a San Rufillo fu rifatta e modificata varie volte nel corso della sua esistenza: tralasciando le epoche più antiche, il cui interesse è puramente storico e non pratico, venendo al secolo XIX e al XX, possiamo rintracciare vari documenti sia scritti che grafici che attestano vari interventi. Scarsa invece la presenza di fotografie storiche della chiusa, se non posteriori al 1900, mentre qualche scatto in più interessò il ponte sul Savena, sia quello antico che quello rifatto all’inizio del Novecento.

Chiusa di San Ruffillo e Paraporto di Frino: Prendendo come punto di partenza un disegno di Pietro Fiorini della seconda metà del Cinquecento possiamo notare come la chiusa fosse costituita da un semplice muro di mattoni, privo di scivolo a valle, a cui si affiancava sul lato sinistro idrografico del torrente il canale, sorretto anch’esso da un muraglione con contrafforti. Un disegno di Andrea Maria Pedevilla del secolo XVII mostra invece dal lato della derivazione del canale uno stramazzo a scivolo simile a quello attuale. Il disegno del Fiorini mostra il corso del torrente perfettamente rettilineo e contenuto entro le rive, mentre quello posteriore di un secolo scarso del Pedevilla mostra un allargamento intervenuto nel letto fluviale. Sembra databile alla fine del Settecento o inizio dell’Ottocento una mappa molto rovinata e in attesa di restauro conservata nell’archivio del Consorzio della Chiusa del Canale di Savena, mostra in sezione il salto creato nel torrente Savena dalla chiusa, costituita allora da un semplice muro di mattoni.

Nel 1819 l’ing. Raffaello Stagni preparò un disegno per il Consorzio della Chiusa del Canale di Savena che mostrava come, a causa dell’ulteriore allargamento del letto, il corso principale del torrente si dirigesse non più al centro della chiusa, ma verso il lato sinistro del letto, sommergendo lo stramazzo a scivolo e dirigendosi solo in minima parte sul lato destro del letto, evitando da quella parte la chiusa.

Un estratto di mappa del Catasto Gregoriano, datato al 1845, conservato nel materiale grafico del Genio Civile in Archivio di Stato, mostra con precisione in planimetria la consistenza della chiusa, a quella data ancora costituita da un semplice muro, privo di manufatti particolari, dal cui lato sinistro si staccava il canale, anch’esso sostenuto da un semplice muro. Il ponte della Strada Nazionale era ancora quello medievale (con elementi romani nelle pile), con una strozzatura della strada dalla parte di Bologna. La stessa situazione ma con dettagli più precisi relativi ai gradini dalla parte del canale mostra una pianta della stessa epoca, conservata in una raccolta privata.

Fra la documentazione del Consorzio della Chiusa e del Canale di Reno si conserva anche una pratica del 1873 relativa alla copertura con lastre di granito dell’intero manufatto della chiusa: nel 1863, infatti, si era provato a coprire in granito una parte dei gradini, solo due, mentre l’anno precedente 1872 si era coperto in granito il ciglio della chiusa in corrispondenza della gradinata e l’esperimento aveva dato risultati positivi. Infatti si era notato che la copertura in legname di rovere era più deperibile e il costo crescente del legname la rendeva anche costosa. L’ingegnere capo fu quindi incaricato di preparare un piano d’esecuzione dei lavori per la totale copertura: l’ing. Gaetano Stagni presentava quindi il 30 marzo il “Piano d’esecuzione dei lavori occorrenti alla copritura con lastre di granito del manufatto della Chiusa di S. Ruffillo nella Savena, che serve alla presa d’acqua del Canale di Savena”. Si prevedeva quindi di coprire i rimanenti cinque gradini e l’intera lunghezza del ciglio della chiusa con lastre di spessore di 25 cm. Infatti si era notato che lo spessore di 10 cm delle lastre poste in opera precedentemente era insufficiente e quindi occorreva smontare le lastre più sottili e porle in opera in punti della chiusa meno sollecitati dall’acqua. Occorreva poi smontare la “tabbionata” esistente e i materiali sottostanti, sostituendoli con una muratura di mattoni cementati in calce, su cui sarebbero state murate le lastre di lunghezza di 60 cm. La stabilità del manufatto sarebbe stata garantita da tiranti di ferro. L’8 aprile seguente il medesimo ingegnere stilò la ”Analisi dell’importo di un metro cubo di lastre di granito parte dello spessore di cent. 25 e parte di cent. 15 colle quali coprire la Chiusa San Ruffillo nella Savena”. Il 5 luglio fu fatta una scrittura privata con gli appaltatori del lavoro, Davide Venturi e Pietro Brunetti, concordando l’importo dei lavori in 10.300 lire a tutto loro rischio. Il 12 dicembre tuttavia gli stessi fecero presente all’Assunteria della Chiusa e Canale di Savena che il 20 agosto precedente si era verificata una tale piena nel torrente Savena che aveva distrutto il lavoro fatto fino allora, rovinando la muratura appena costruita e travolgendo e portando a valle le lastre appena posate. L’ingegnere d’ufficio quantificò il danno in 700 lire, ma l’Assunteria non ritenne di pagare nulla di più di quanto previsto, dal momento che simili inconvenienti erano espressamente previsti dal contratto e rientravano fra i rischi degli appaltatori.

Nel novembre 1885 si verificò invece un guasto nella parte frontale della chiusa, con una incrinatura apertasi improvvisamente nel mezzo, per una larghezza di 2 cm e una lunghezza di 4 m, fino alla base del muro dentro al corso del torrente. Il sopralluogo dell’ingegnere d’ufficio verificò che una parte del muro si era già staccata dal rimanente, sporgendo di circa 2 cm: la riparazione fu da lui quantificata in almeno 1.000 lire, che furono approvate nella seguente seduta dell’Assunteria Consorziale della Chiusa di S. Ruffillo e del Canale di Savena del 5 dicembre. Quando fu demolito l’antico ponte sul Savena e costruito il nuovo, nei primi anni del XX secolo, mutarono le condizioni dei terreni vicini che servivano per l’accesso alla chiusa e al canale: il 7 ottobre 1903 fu steso dal Corpo Reale del Genio Civile, Provincia di Bologna, Ufficio di Bologna, un “Processo verbale di accertamento delle variate servitù di accesso dalla strada Nazionale suddetta [n. 41] agli edifizi della Ill.ma Congregazione Consorziale della Chiusa di San Ruffillo del Canale di Savena presso al ponte di S. Ruffillo”, a cui fu allegato un disegno esplicativo, dal quale si ricava la posizione dell’alloggio del custode della chiusa a valle della strada. Risalgono al 1907 una serie di mappe catastali acquerellate dall’ingegnere d’ufficio Gaetano Stagni del Consorzio della Chiusa di S. Rufillo e del Canale di Savena intitolate “1907. Canale di Savena. Stato d’utenza. Riparto superiore alla città. Mappa del territorio sul quale si estende l’utenza”, che mostrano tutti i territori nei quali corre il canale: la prima mappa, relativa alla presa di San Rufillo mostra ancora la chiusa come un semplice muro continuo, senza gradinata ma con le due casette di guardia del canale.

Ancora fra il materiale del Genio Civile si trova il progetto “di ponte viadotto sul Savena per la direttissima Bologna-Firenze” datato “1913, 1914”: il progetto era stato redatto dalle Ferrovie dello Stato e presentato l’8 giugno 1913 al Genio Civile per l’approvazione, ma a seguito di colloqui per adeguare il progetto alle norme, per cui l’approvazione non tardò. Nel disegno di progetto la chiusa sembra avere ancora l’aspetto di un semplice muro, ma un tratto molto sottile obliquo indica i gradini e del resto la planimetria presenta le due costruzioni di controllo del canale.

All’incirca lo stesso aspetto presenta la chiusa in un lucido disegnato a china, datato 1924 e anch’esso conservato fra la documentazione del Genio Civile, che mostra con precisione la nuova situazione del complesso dei manufatti relativi alla chiusa e al canale: la chiusa strutturalmente è molto vicina a quella odierna e sono presenti le due costruzioni che fiancheggiano il primo tratto del canale. Il ponte è quello ricostruito più ampio e adatto al traffico veicolare.

Nel 1939 la visita annuale eseguita il 18 aprile e ripetuta il 20 maggio, nel periodo di secca del torrente, evidenziò il deterioramento di uno sperone a protezione del muro frontale della chiusa verso monte. La relazione dell’ingegnere d’ufficio, Andrea Stagni, del 26 dicembre confermò l’esecuzione dei lavori di rafforzamento eseguiti dal 3 al 12 settembre, durante il periodo di secca, consistenti in un getto di calcestruzzo armato sia in senso verticale che in senso orizzontale, con cemento a forte presa. Dal momento che una parte della chiusa era comunque bagnata dall’acqua, il lavoro non poté essere eseguito nell’intera sua larghezza ma solo per m 13,10 “fra il casetto di derivazione del canale e la chiavica centrale di scarico della chiusa”, rimandando all’anno seguente la riparazione nella parte restante. I lavori costarono lire 2.235,45. Alla relazione fu allegato un disegno.

La Seconda Guerra Mondiale portò gravi distruzioni anche alla chiusa e al canale: così descriveva i danni una relazione il Presidente del Consorzio, Valeriani, all’Ingegnere capo del Genio Civile, chiedendo l’intervento del Genio Civile stesso per il ripristino del manufatto. L’8 aprile 1946 scriveva: “La chiusa di S. Ruffillo ed il canale di Savena hanno subito danni immensi in conseguenza delle azioni belliche sia alleate che tedesche. Particolarmente la diga di trattenuta sul fiume Savena a S. Ruffillo è stata demolita dalle fondamenta per il brillamento delle mine cosicché manca attualmente la possibilità di deviare la corrente e convogliarla nel canale. Questa opera idraulica, frutto lento e progressivo di sette secoli di comune lavoro, attende di essere riedificata a vantaggio dei molteplici servizi che si giovano dell’acqua derivata per il loro funzionamento. In primo luogo cinque opifici sono ora privi dell’energia idraulica e costretti a servirsi unicamente degli impianti ausiliari azionati dall’elettricità attingendo così alle scarse disponibilità elettriche della regione. Vaste zone di coltivazione prevalentemente orti in comune di Bologna si trovano private del beneficio dell’irrigazione. Circa 180 ettari di terreno nelle immediate vicinanze della città faranno sentire la mancanza dei loro prodotti sul mercato di Bologna…”. Oltre a ciò ne risentiva l’espurgo dei condotti e canalette della parte orientale della città, da due anni all’asciutto, con gravi difficoltà nella pulizia e nello scolo delle acque luride; anche lo smaltimento delle nevi avveniva tradizionalmente attraverso lo scarico nel canale di Savena. In pianura un centinaio di maceri da canapa erano all’asciutto per mancanza di acqua nelle canalette derivate dal Savena e dalla secca del Savena abbandonato; erano privi dell’acqua numerosi lavatoi, lavanderie, serbatoi, compreso il laghetto dei Giardini Margherita. Il Presidente continuava scrivendo che “lo scrivente Consorzio, privo di risorse economiche, con tutti i fabbricati distrutti ed i consorziati a loro volta sinistrati dai bombardamenti, non è in grado di affrontare i lavori indilazionabili necessari per riattivare la derivazione del Savena”. Chiedeva quindi al Genio Civile, in attesa di poter eseguire il progetto di ricostruzione già approntato, di provvedere almeno alla collocazione “subito a monte della diga [di] un argine formato da burghe e gabbioni di filo di ferro ripieni di ghiaia”, proposta già trasmessa anche dal Comune di Bologna il 15 dicembre 1945 precedente. Più o meno le stesse constatazioni e richieste, con l’aggiunta di una proposta di costruzione di un argine provvisorio a monte della chiusa, riportava la suddetta prima relazione stesa il 15 dicembre 1945, a pochissimi mesi dalla fine della guerra, dimostrando così che le criticità erano state individuate immediatamente ma ancora per un anno non giunse risposta dagli organi statali.

Nonostante il grave quadro prospettato dal Presidente del Consorzio, l’ingegnere capo del Genio Civile, Pietro Brunelli, rispondeva il 25 marzo 1947 che il Consorzio era privato e doveva procurare la ricostruzione della chiusa attraverso i suoi mezzi e non poteva ottenere l’intervento del Genio Civile. Per la precisione specificava che l’opera, “pur rivestendo una certa importanza… non ha i caratteri per essere considerata di pubblica utilità”.

La situazione attuale mostra con chiarezza che lo scivolo è stato realizzato nella ricostruzione postbellica, non trovandosi in alcun altro disegno o fotografia precedente, mentre i gradini, come si è visto, furono realizzati dopo la metà dell’Ottocento. Il nuovo canale con le due casette di guardia risalgono invece ad un momento precedente il 1913, essendo raffigurati nel progetto di quell’anno per il ponte della ferrovia.

La ricostruzione post-bellica: Nonostante inizialmente il Genio Civile avesse rifiutato di mettere mano alla ricostruzione della chiusa, il 19 dicembre 1947 di nuovo il Consorzio faceva rilevare al Sindaco l’estrema urgenza dell’opera di ricostruzione e il carattere di importanza della riattivazione della chiusa, anche perché il torrente nei due anni seguenti alla fine della guerra aveva abbassato il suo letto e – rilevava l’ingegnere Capo Divisione del Comune ing. Sabri Berberi in una relazione al vicesindaco prof. Nino Samaja – “le sponde vanno scomparendo e fra non molto si troverà minacciato anche il ponte su cui passa la Nazionale Toscana”, rilevando anche che si trattava di un’opera idraulica di terza categoria, per la quale lo Stato avrebbe dovuto intervenire con il 70% delle spese. Nel corso del 1948 e 1949 il Comune fece presente al Provveditorato Opere Pubbliche, sez. Genio Civile, il carattere di pubblicità dell’opera, che del resto contribuiva al mantenimento della rete fognaria cittadina, attraverso anche l’Ufficio d’Igiene e il Medico Provinciale.

Il 14 ottobre 1948 il Comune, Direzione Servizi Tecnici, Divisione IV, Reparto Fognature, preparava e il 20 seguente inviava al Genio Civile il progetto, consistente nello stato di fatto all’inizio dei lavori e nel vero e proprio progetto di ricostruzione. Lo stato di fatto, intitolato “Consistenza all’inizio dei lavori”, insieme ad una fotografia allegata, mostra con estrema precisione i ruderi della diga minata e bombardata e allora ulteriormente degradata a causa dello scorrere dell’acqua per i tre anni seguenti alla fine della guerra. Ulteriori appunti di lavoro stesi con matite di diversi colori precisano anche dove correva l’acqua del torrente rispetto alla diga semidistrutta. In seguito, a richiesta dello stesso Genio Civile, il Comune elaborava un’ipotesi di modifica della diga da ricostruirsi e una ulteriore modifica quanto alla posizione del nuovo manufatto e inoltrava la relazione il 5 febbraio 1949 al Genio Civile. Nella relazione venne confrontato il vecchio manufatto con un nuovo progetto provvisto di miglioramenti: venne modificato leggermente il progetto, arretrando la platea di partenza a monte, accentuando lo scivolo e dandogli una particolare curvatura. Il tutto avrebbe migliorato lo scorrimento delle acque, evitando pericolosi gorghi e ristagni a valle della diga. Il disegno allegato, intitolato “Profilo «Creager» della diga sul Savena a San Ruffillo”, elaborato dall’Ufficio Tecnico del Comune e firmato dall’ingegnere direttore dei lavori Sabri Berberi e dall’appaltatore Michele Li Causi, mostra il nuovo profilo da dare alla diga (se ne allega anche una versione di lavoro, con appunti del progettista). Un ulteriore disegno (Allegato B) mostra il profilo presunto della diga primitiva, il profilo della diga semplicemente ricostruita nella vecchia sede e il profilo secondo il progetto. Schizzi a matita mostrano vari profili più o meno favorevoli del nuovo scivolo. Un ulteriore progetto variato sulla base di questi studi fu presentato, ma privo della data; tuttavia il nuovo progetto non dovette essere molto successivo, dal momento che l’appalto fu fatto sulla base di quest’ultimo.

All’1 ottobre 1948, sulla base del progetto del Comune, il Ministero dei Lavori Pubblici, Provveditorato Regionale alle opere pubbliche per l’Emilia, Sezione Autonoma Genio Civile, Riparazione danni di guerra, Provincia di Bologna, era datato il capitolato speciale d’appalto per l’importo a base d’asta di L. 15.700.000, che si allega in fotocopia, insieme alla relazione e al preventivo di spesa di L. 17.000.000. Al preventivo si allegò in seguito un ulteriore preventivo della ditta Cuzzani Giosuè per tavoloni di quercia datato 21 settembre 1950.

Il Genio Civile stipulò poi un contratto di cottimo fiduciario (n. 4486) con la ditta Li Causi Michele il 7 aprile 1950, per l’importo di L. 13.233.520 al netto del ribasso d’asta del 21,58%. Nella pratica conservata nell’Archivio Storico del Comune di Bologna furono inserite anche le liste settimanali degli operai e delle provviste di materiali: dalle prime seguiamo settimana per settimana l’andamento dei lavori. Dal 27 marzo al 2 aprile 1950 fu scalpellata la muratura della chiusa e furono rifatti tratti della muratura esistente dal muro di sponda dell’incile a monte della prima casetta di manovra; furono inoltre rimosse le travi di quercia in opera all’imbocco dell’incile per essere sostituite con intelaiature in cemento armato. Dal 3 al 9 aprile fu scalpellata la muratura e fatte riprese d’intonaco nella parte inferiore interna della sponda del canale, dello sperone in muratura e dell’intradosso delle volte di sostegno del pavimento delle due casette di guardia dell’incile, mentre altri operai scalpellavano il vecchio muro di sponda e la gradinata della diga per restaurare le parti corrose. Il lavoro di scalpellatura del vecchio muro di sponda a valle della gradinata proseguì nella settimana seguente e venne iniziata anche la muratura di mattoni e malta di cemento. Dal 17 al 23 aprile fu iniziata la demolizione con mazza e scalpello del calcestruzzo in cemento armato di rivestimento del tratto della vecchia diga a monte della gradinata, mentre altri operai scalpellavano gli angoli di imbocco dell’incile e tagliavano il muro sopra l’estradosso dell’arco dell’incile per preparare il getto di calcestruzzo di cemento armato dell’architrave e dei pilastri laterali in sostituzione dei due travi di quercia vecchi rimossi. Dal 24 al 30 aprile fu tagliato e scalpellato il vecchio muro a monte delle scale di granito per fare le immorsature del calcestruzzo della nuova diga ai piedi della parte rivestita in calcestruzzo di sostegno del bordo in granito. Dal 2 al 7 maggio fu iniziata la muratura di rivestimento, di spessore 0,15 cm, per il restauro del muro di sponda a valle della gradinata, con mattoni nuovi e malta di cemento; il lavoro proseguì anche la settimana seguente. Dal 15 al 21 maggio fu restaurato l’ultimo tratto del vecchio muro di sponda del torrente a monte del ponte sulla Strada Nazionale Toscana, fu proseguito il taglio del muro per immorsare il nuovo getto e furono tagliate le travi di quercia della platea per raccordare il nuovo getto di calcestruzzo all’imbocco dell’incile. Dal 22 al 28 maggio fu proseguito il restauro del muro di sponda lato incile a valle della gradinata esistente e fu iniziato il rifacimento parziale del rizzo di sommità. Poiché era prevista la posa in opera di una palificazione di sostegno in cemento armato a valle della diga (come da preventivo di spesa, alla voce 3), dopo aver eseguito la trivellazione per il primo palo verso la sponda di levante, dal 12 al 18 giugno fu spostata la macchina ed eseguita la seconda trivellazione al centro della diga. L’appaltatore dichiarava al Genio Civile il 25 agosto 1950 che “verrà eseguito il getto della soletta in c.a. di collegamento dei pali trivellati nell’intesa che, ove la prova di carico da eseguirsi su un palo situato in un vano lasciato in detta soletta, non desse il risultato dovuto, saranno a carico di questa impresa le responsabilità inerenti al detto risultato scadente”. Nel “Sommario del registro di contabilità” furono indicati 4 m di “palo gettato in opera trivellato completo in opera”, quindi bisogna pensare che alla fine la palificata sia stata eseguita per un tratto di 4 metri.

Nella settimana dal 19 al 25 giugno fu scalpellato il muro per rimuovere i residui di marmo del vecchio idrometro e fu murato il nuovo fornito dall’impresa, in marmo bianco; furono anche rifatti tratti del vecchio muro nel passaggio a monte della casetta dell’incile e furono fatte riprese di intonaco nel vecchio muro, creando il raccordo con quello sovrastante di nuova costruzione; nella stessa settimana fu iniziato lo scivolo in calcestruzzo e malta di cemento per la copertura e fu sistemata una risega in muratura. Dal 3 al 9 luglio fu tagliato il muro della vecchia diga per formare una scanalatura per fare l’immorsatura in calcestruzzo della sponda di levante della vecchia diga. Mancano i dati di luglio, mentre dal 31 luglio al 6 agosto furono rimosse le lastre vecchie di granito della diga; lo stesso si fece la settimana seguente e le lastre furono trasportate a Monte Albano, presso Sasso Marconi, come disposto dall’ing. Giuseppe Rinaldi del Genio Civile. Dal 14 al 20 agosto fu eseguita la scalpellatura del muro di mattoni e malta di cemento e fu tagliato un piccolo tratto di galestro (così è definita la roccia del fondo del torrente) per formare l’incastro per l’appoggio del cordolo di calcestruzzo in cemento armato nelle testate sud-est di sostegno delle nuove spalle in muratura della diga in costruzione. Dal 21 al 27 agosto un solo manovale trasportò con la carriola pietre per alzare il piano di campagna e formare la rampa di raccordo con la quota del muro di sponda dell’incile. Infine dall’11 al 17 settembre 1950 fu scalpellato il muro del vecchio piedritto per favorire l’aderenza del nuovo in calcestruzzo di cemento e furono tagliati gli incastri di immorsatura di collegamento con la vecchia diga nella zona della gradinata; altri operai rimossero blocchi di calcestruzzo e altri materiali di rifiuto per liberare il tratto in cui si doveva costruire la tubazione in cemento di diametro 40 cm per lo scarico delle acque nere e chiare dei fabbricati vicini alla diga. Oltre alla diga fu riparata la casa del custode e la casetta di manovra all’inizio dell’incile: è conservata la pratica fra gli atti del Provveditorato Opere Pubbliche, in corso di inventariazione presso l’Archivio Storico della Regione Emilia-Romagna. Alla pratica fu allegata la fotografia della casa del custode e di uno sfioratore, che si allega: in questa foto insolita si vede quindi la casa del custode, più a valle della diga, e un fabbricato sulla sponda del torrente dal lato di Rastignano, che di solito nelle fotografie non è ripreso.

Il 30 aprile 1952 il Comune, Direzione Servizi Tecnici, Div. II, Reparto Fognature trasmetteva con prot. 5996 al Genio Civile la liquidazione finale dei lavori di ricostruzione della diga, di cui si allega il Sommario del registro di contabilità. Si allega inoltre lo stato finale dei lavori.

Nel 1954 furono compiuti lavori per ripristinare completamente il primo tratto del canale di Savena fino a via Parisio e la casa del custode (Archivio Storico del Comune di Bologna, Tit. XII, rubr. 1, prot. 306/1948 e 37646/1954); benché non strettamente riguardanti la diga, si ritiene utile allegare la prima parte della pianta generale dei lavori eseguiti e alcuni particolati, dal momento che attraverso questi lavori fu resa perfettamente funzionante un’opera importantissima per l’igiene della città e dal momento che la planimetria mostra con precisione lo stato della diga appena restaurata.

Fotografie: Nella vastissima produzione di libri fotografici su Bologna e i suoi principali edifici storici è stata rintracciata una sola fotografia che raffigura la chiusa prima dei lavori di ricostruzione eseguiti dopo la seconda guerra mondiale, ma è priva di datazione e di indicazione dell’autore. Bisogna però notare che la chiusa è simile a quella raffigurata nei disegni degli anni ‘20, con le due costruzioni fiancheggianti il corso iniziale del canale. Invece in una fotografia presa da valle del vecchio ponte sul Savena nell’inverno 1900, prima della sua ricostruzione nei primissimi anni del XX secolo, si intravede anche la chiusa, che sembra quella semplice e costituita dal solo muro delineata nei disegni ottocenteschi. Invece la raccolta di cartoline e fotografie di Giovanni Mengoli conservata presso le Collezioni d’Arte e di Storia della Cassa di Risparmio in Bologna offre alcune vedute interessanti della chiusa e della chiusa con il nuovo ponte: il Mengoli lavorò come editore di cartoline, tratte da fotografie altrui, fra il 1900 e il 1915. Nel 1900 aveva sede in via Rizzoli 11/E, mentre nel 1913 si trasferì in via Ugo Bassi 10; nel 1915 cessò l’attività, ma morì a Bologna (dove era nato il 30 agosto 1860) solo il 15 gennaio 1926. Una sua immagine intitolata “Cascata del Savena a S. Ruffillo” mostra la chiusa costituita dal semplice muro e dai gradini, con le due casette di guardia del canale; una del tutto simile mostra la stessa ripresa ma con il torrente in secca, con l’acqua che esce dallo sfioratore del canale. Due immagini raffigurano in primo piano il nuovo ponte e in secondo piano, ma ben visibile, la chiusa, identica alle immagini precedenti. In un album giunto in un secondo momento presso le Collezioni è conservata la fotografia da cui è tratta la cartolina con il torrente in secca. Una fotografia allegata al progetto di ricostruzione postbellico mostra lo stato della chiusa al 1945, dopo le distruzioni dovute a mine e a bombardamenti: in essa è anche delineata a penna rossa l’area soggetta a lavori più consistenti, mentre le parti laterali rimasero meno colpite e quindi furono meno bisognose di interventi. La foto fu eseguita dallo Studio fotografico A. Zagnoli, via Indipendenza 36. Una ulteriore fotografia, allegata al progetto di ricostruzione della casa del custode e della casetta di manovra, conservata nell’archivio dell’Ufficio Speciale del Genio Civile per il Reno (presso l’Archivio Storico della Regione Emilia-Romagna), nella pratica intitolata “Liquidazione finale dei lavori di costruzione dei locali per l’apparecchiatura di comando della chiusa del Canale di Savena e dell’abitazione del custode della chiusa stessa in località S.Ruffillo distrutta dai bombardamenti aerei”, mostra in una visuale insolita lo stato della diga nella zona della casa del custode, cioè sulla sponda est del torrente. Essa deve riferirsi agli ulteriori lavori, già ricordati, compiuti nel 1954 per ripristinare completamente il primo tratto del canale di Savena fino a via Parisio e la casa del custode.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

CISTERNE E IDRANTI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Durante il secondo conflitto mondiale, per avere a disposizione una certa riserva d’acqua da poter utilizzare per scopi di protezione antincendio, si costruirono una serie di vasche sotterranee (o cisterne) che furono poi in larga parte demolite subito dopo il termine della guerra. Queste grandi stanze ipogee erano indicate, all’esterno, da un’iscrizione, una lettera “C”, che rientrava in una serie cospicua di Segnalazioni Distintive dipinte in ogni dove (altre furono “Idrante”, “Uscita di Sicurezza”, “Ventilazione”, “Rifugio”, “Pozzo”) rivolte ai cittadini e alle squadre di pronto intervento. Vi sono anche pittogrammi indicanti “Opera dei liberatori”, commento sarcastico sui bombardamenti alleati. Oggi, le poche segnalazioni superstiti relative alle cisterne sono visibili in piazza Minghetti 4 (fronte palazzo delle Poste), in Strada Maggiore 48 (lato strada del colonnato del portico), in via Caprarie 5a (sul muro, tra le vetrine di alcune attività commerciali) e in via San Vitale 124 (lato strada della colonna quadrata). Delle Cisterne o Vasche Idriche (altro nome di questi manufatti), solo una è sopravvissuta, con funzionalità ben diversa da quella per cui era stata progettata: si tratta del bagno pubblico situato in piazza Calderini. Le segnalazioni superstiti e visibili relative agli idranti “I” le troviamo in via Santo Stefano 43 (lato esterno di un pilastro del portico), via San Vitale 23 (facciata palazzo Fantuzzi), via Castiglione 47/2 (angolo esterno del portico con via del Cestello), via de Gessi angolo via Parigi, via A. Testoni 9 (facciata, quasi in angolo con via Porta Nova), piazza Maggiore accanto alla tabaccheria civico 5/A, via IV novembre 26 (sul fronte di palazzo Caprara accanto al grande portone di destra). Altri segni analoghi sono ancora presenti, ma vi sono alcune tracce solo in parte riconoscibili, molte altre sono invece scomparse.

CONSERVE

Le conserve (o neviere, ma più comunemente conosciute come ghiacciaie) sono dei manufatti in cui veniva immagazzinata durante l’inverno la neve che era subito costipata in modo che si trasformasse in ghiaccio: uno dei più antichi metodi di conservazione degli alimenti. L’ingresso alla camera, spesso seminterrata, avviene in un passaggio laterale, mentre la neve veniva introdotta dall’alto attraverso una botola.

CONVENTO DELL'ANNUNZIATA

A cura di Valentina Oliverio, Architetto Beni Culturali.

I locali oggetto di progetto fanno parte del complesso conventuale dell’Annunziata, la cui costruzione ha inizio a partire dal XV secolo.
Alla fine del XVIII secolo, il complesso ha subito le sorti della maggior parte dei conventi, trasformati in caserma e, ad eccezione della parte adiacente alla Chiesa, questa funzione si è mantenuta fino al 2009.
Oggi il complesso è completamente di proprietà del Demanio, che ha lasciato la destinazione conventuale alla porzione sud e ha destinato il resto dei corpi di fabbrica a uffici di utilità pubblica.
L’ex-convento era ubicato fuori dalla cinta muraria del centro storico della città di Bologna, nella parte meridionale, presso la Porta di san Mamolo, dalla quale ha preso il nome la caserma, lungo
la strada che conduce al Monastero dell’Osservanza. L’area si trova situata lungo i viali di circonvallazione del centro della città, in una zona ove si stanno attuando importanti trasformazioni per consentire il riutilizzo di grandi complessi architettonici in disuso da molti anni (es. complesso ex Staveco).
Oggi il complesso è completamente di proprietà del Demanio, che ha lasciato in uso alla Provincia di Cristo Re dei Frati Minori dell’Emilia Romagna la porzione sud e ha destinato il resto dei corpi di fabbrica a uffici di utilità pubblica. Si distinguono due corpi di fabbrica, edificati in epoca diversa e con funzioni diverse. Il corpo di fabbrica più imponente e monumentale è costituito dai diversi bracci del convento, raccolti attorno ai tre chiostri. L’altra porzione del complesso, molto più ridotta nelle dimensioni, si estende lungo viale Panzacchi ed è costituita dall’edificio della macelleria e conserva di carne, esistente già a metà del XVII secolo e una serie di locali che hanno preso il posto dalla cosiddetta fabbrica da panno (come riportano i documenti storici).
La parte conventuale presenta una struttura in muratura ben conservata, costituita da un piano interrato, che si sviluppa solo nella parte orientale dell’edificio, dal piano terra e piano primo per tutto lo sviluppo dei chiostri, da un secondo piano limitato a una zona nella parte settentrionale dell’edificio, e dai sottotetti praticabili ma non utilizzabili.
Tutti gli ambienti della parte conventuale al piano interrato e al primo terra presentano volte in muratura. Al primo piano, invece, si trovano volte in muratura solo nel braccio settentrionale e in alcuni ambienti del braccio orientale. In tutti gli altri locali si trova un soffitto piano con travetti in legno e tavelle in laterizio, che probabilmente ha sostituito dei controsoffitti leggeri preesistenti.
Buona parte degli infissi esterni ed interni sono stati sostituiti nel tempo. Ancora si conservano, al piano terra, alcune porte di un certo valore estetico, seppur recenti, ma le finestre sono state interamente sostituite con infissi in metallo.
L’edificio che si estende lungo il viale è invece eterogeneo sia dal punto di vista della morfologia, sia per quanto riguarda le strutture: la ex macelleria, costituita da piano interrato, piano terra, primo piano e sottotetto, ha strutture in elevazione in mattoni e volte sempre in laterizio. Verosimilmente, in origine piano terra e primo piano costituivano un unico livello, poi suddiviso.
Il resto dell’edificio ha pareti verticali in muratura di mattoni e solai orizzontali e di copertura con struttura lignea o laterocementizia. I materiali sono piuttosto poveri e in cattivo stato di conservazione. E’ evidente che l’edificio non è il risultato di un preciso progetto, ma l’aggregazione di locali costruiti secondo le necessità che si venivano via via a creare nel tempo.
Negli ultimi anni di occupazione del complesso da parte dei militari sono stati effettuati lavori di adeguamento di impianti, rifacimento delle finiture e, nel corpo lungo il viale, di ammodernamento degli appartamenti. Di recente sono stati eseguiti imponenti lavori di sistemazione e riparazione delle coperture da parte della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna.

Fasi storiche e evolutive del complesso.
Sulla base delle informazioni emerse nella ricerca storica documentale condotta dall’arch. Licia Giannelli nel 2010 e dall’osservazione diretta dell’edificio durante le fasi del rilievo architettonico e
durante i lavori di sistemazione delle coperture, è possibile avanzare un’ipotesi sulle fasi costruttive che, però, non sempre coincidono con le ricostruzioni riportate nei documenti storici. Partendo dalla planimetria dell’edificio esistente, qui di seguito, si riporta la sequenza con cui le volumetrie dei corpi di fabbrica via via trasformano e ampliano il complesso a partire dalla fine del XV secolo, secolo di fondazione del convento per i Padri Minori Osservanti di S. Francesco, fino alle ultime trasformazioni alla Caserma San Mamolo avvenute negli anni ’70 del XX secolo.

  • Fine XV secolo: esiste già una chiesa nella posizione di quella attuale e il cosiddetto Palazzo Bardi.
  • Inizio XVI secolo: si annettono nuovi servizi al palazzo Bardi e viene aggiunto il braccio delle Foresterie.
  • Fine XVI secolo: si aggiungono i Dormitori, il Refettorio e il portico che conduce alla chiesa. Viene realizzato il portico a nord che collega l’ingresso sotto il portico con il corpo di fabbrica del Refettorio. Si realizza una loggia di collegamento.
  • 1631: sul lato nord del Convento esistono la nuova Cappella, il Noviziato e le nuove celle lungo il braccio dell’ingresso.
  • Fine XVII secolo: si realizzano la Loggia e l’ampliamento nei bracci nord e ovest del primo Chiostro, la Biblioteca sul lato nord e la Macelleria verso la città.
  • Inizio XVIII secolo: viene sopraelevato il portico del braccio est del primo Chiostro.
  • Inizio XIX secolo: si realizza il corpo di fabbrica nell’angolo nord-est e viene modificato il prospetto nord con stile neo-gotico.
  • Inizio XX secolo: l’uso a caserma del complesso porta alla costruzione di nuovi corpi di fabbrica di cui rimangono alcuni locali nel primo Chiostro e l’intero corpo di fabbrica lungo viale Panzacchi.
  • Anni settanta del XX secolo: in occasione di un restauro all’intero complesso si realizza il nuovo corpo di fabbrica per il Corpo di Guardia in sostituzione di quello che circondava il sagrato e occultava la vista del portico alla città. Tale ipotesi deve però trovare ulteriori conferme in occasioni di lavori e approfondite analisi sull’edificio.
  • Anni Duemila: l’Associazione Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna ritrova la posizione dell’antica conserva e del tunnel con direzione san Michele in Bosco. Quest’ultimo si trova nelle parti sotterranee.

CRIPTA DI SAN ZAMA

La cripta di S. Zama inglobata nella chiesa dei Ss. Nabore e Felice, in via dell’Abbadia all’interno dell’ex Comando Militare dell’Esercito, già Ospedale Militare, è un monumento di grande importanza non solo artistica, ma anche storica, perché secondo la tradizione risalirebbe a tempi antichissimi e ai primordi del Cristianesimo bolognese. Indipendentemente dalla leggenda, attualmente l’ambiente, che si apre al di sotto del presbiterio della chiesa, presenta forme romaniche (XI- XII secolo) e una tipologia detta “a oratorio” per l’aspetto di piccola chiesa divisa in navatelle. Ambienti come questi sono infatti frequenti nell’edilizia sacra dell’epoca e, solo per quanto riguarda Bologna, si ripropone in forme analoghe in altre chiese erette nello stesso arco temporale: la cripta sottostante la chiesa del Battista in S. Stefano, inaugurata –la notizia è certa– nell’anno 1019, e quella della chiesa dei Ss. Vitale e Agricola in Arena in via S. Vitale. Come anticipato, ha l’aspetto di una chiesetta con pareti di mattoni a vista e volte a crociera su cui si notano resti di decorazione pittorica tardorinascimentale o seicentesca. È divisa in tre navate con tre absidi semicircolari e due filari di colonne nella navata centrale, parte in marmo, parte in laterizio, che la suddividono in tre piccole navate uguali. Solo cinque di queste colonne presentano capitelli di marmo decorati di notevole qualità. I quattro sopra le colonne ai lati dell’altare, del tutto simili e pertanto di impiego contestuale, sono di tipo corinziesco, cioè un’imitazione di XI- XII secolo dei capitelli corinzi di età classica, ornati con due giri di foglie con nervature in evidenza, punte rivolte verso l’esterno e vistosi riccioli che si innalzano tra una foglia e l’altra. Sul fusto della colonna di sinistra davanti all’altare è graffita un’iscrizione preceduta da una crocetta che riporta il nome di un sacerdote, Pietro: + PETRVS P(res)B(yte)R. La colonna inoltre poggia su una base attica romanica, a sua volta impostata su una base di marmo romana più grande –lasciata a vista– sottostante di circa 30 cm il piano di calpestio della cripta. Nel corso di interventi di restauro eseguiti nel secolo scorso cui si farà cenno più avanti è emerso che al di sotto del piano di posa della base romana, relativa forse a un precedente livello pavimentale di età tardoromana, non vi è altro che terreno vergine. Tornando ai capitelli, il quinto ha il corpo liscio a struttura cubica decorato soltanto da semplici sgusciature angolari: alcuni studiosi lo considerano un riutilizzo di VIII- IX secolo da un precedente edificio, altri contemporanei ai quattro corinzieschi. L’altare al centro dell’absidiola maggiore è costituito da una pesante lastra rettangolare sorretta da quattro colonnine angolari cilindriche con basi diverse e da una centrale binata, sormontate a loro volta da capitelli, di dimensioni minori rispetto ai precedenti, che si ritiene fossero originariamente in opera, insieme alle colonnine, nel loggiato dello scomparso, piccolo chiostro romanico rintracciato nel secolo scorso. Sia il corpo, di forma cubica, sia i soprastanti pulvini sono interamente ricoperti da un’esuberante e raffinata decorazione geometrica e vegetale stilizzata che trova riscontri stilistici e tipologici nei capitelli all’incirca coevi della cripta (anch’essa “a oratorio”) della celebre abbazia di Nonantola (Modena). Uno in particolare reca in corrispondenza degli spigoli figure di aquile frontali ad ali aperte, un motivo che si ripresenta anche in capitelli all’incirca coevi nelle cripte “a oratorio” di altre abbazie benedettine del Bolognese, quella menzionata in S. Stefano e l’altra dell’abbazia di S. Lucia di Roffeno (Castel d’Aiano) sul nostro appennino, a testimoniare la vivacità degli scambi culturali tra analoghe istituzioni monastiche. Due capitellini e un pulvino decontestualizzati, rinvenuti posteriormente nelle adiacenze della chiesa, riprendono stile e decorazione dei cinque sotto l’altare. Ma parlare della cripta di S. Zama e delle origini del Cristianesimo cittadino implica necessariamente parlare anche della soprastante chiesa dei Ss. Nabore e Felice, sita in antico nel suburbio occidentale di Bononia tardoromana, fuori dalle mura di Selenite (la più antica delle tre cerchie urbane di Bologna), a lato del ramo occidentale della trafficatissima via Aemilia, oggi via S. Felice, perché una tradizione erudita locale (XVI secolo) non verificabile la indica come luogo di sepoltura dei primi vescovi bolognesi e sede della cattedrale paleocristiana prima del trasferimento in città, dove oggi sorge l’attuale S. Pietro. Tradizione che, mancando dati certi, ha sedimentato credenze che nel tempo sono diventare certezze, sebbene verosimilmente la sede della prima cattedrale cittadina sia da riconoscere nel settore urbano dove sorge l’attuale. In merito alle origini della Chiesa bolognese, una lista trecentesca dei presuli locali nota come “Elenco Renano” perché proveniente dal monastero di S. Salvatore di Reno, indica come primo vescovo Zama (venerato come santo solo dalla metà del XIV secolo). Questi, stando alle antiche tradizioni, nella seconda metà del III secolo a lato appunto della via Aemilia avrebbe secondo alcuni costruito, secondo altri ridotto a miglior forma una piccola chiesa dedicata a S. Pietro dove sarebbe poi stato sepolto insieme al successore, Faustiniano.
Faustiniano avrebbe restaurato la chiesetta di S. Pietro legata al nome di S. Zama, e costruito al di sopra un altro edificio sacro dedicato ai martiri Nabore e Felice particolarmente venerati dalla Chiesa di Milano da cui in quei tempi la Chiesa bolognese dipendeva. Più tardi, agli inizi del V secolo, il vescovo Felice, già diacono della Chiesa milanese, avrebbe ristrutturato i due edifici riducendoli a una sola costruzione intitolata ai Ss. Nabore e Felice, annettendovi anche il monastero. Il nome di questo presule fu poi dato alla chiesa e a quel tratto di via Emilia che le corre tuttora a lato. In realtà non è credibile che gli inizi dell’operato di S. Zama e dell’organizzazione ecclesiastica bolognese risalgano al III secolo, in quanto la critica identifica in Faustiniano quel vescovo Faustinus che partecipò al Concilio di Sardica (Sofia) nel 343. Pertanto la nascita della sede episcopale cittadina non può risalire a prima del regno dell’imperatore Costantino e dell’editto di tolleranza del 313, che concesse ai cristiani libertà di culto. La convinzione che la chiesa fosse stata la cattedrale paleocristiana di Bologna si basava principalmente sulla convinzione che qui fossero sepolti i primi vescovi e in specifico perché un sarcofago conservato nella chiesa fino al XVIII secolo e poi trasferito in S. Stefano, dove tuttora si trova, avrebbe accolto i primi due vescovi, Zama e Faustiniano, ricordati da un’epigrafe incisa su uno degli spioventi del coperchio: Qui riposano i corpi di Zama e di Faustiniano primo e secondo vescovo della città di Bologna. Tuttavia solo il coperchio in pietra d’Istria è antico, mentre la cassa è più tarda. Inoltre i caratteri epigrafici sono di età gotica. Il sarcofago è vuoto, perché nel 1586 le reliquie di Zama e Faustiniano insieme ad altre per volontà del Card. Gabriele Paleotti furono trasferite nella cattedrale di S. Pietro. Resta il fatto che per secoli il luogo fu legato alla memoria degli antichi vescovi bolognesi: esemplare una petizione al Comune nel 1304 degli abati e dei monaci di S. Felice, guardata però con molto sospetto dalla critica, che dichiara la presenza nella chiesa delle spoglie di altri santi vescovi locali: Felice, discepolo di S. Ambrogio di Milano di cui si è detto, Partenio, Tertulliano, Giocondo e Teodoro. È verosimile che la chiesa sia sorta in connessione con un’area funeraria, in uso già dall’età romana, che divenne uno dei principali poli cultuali del cristianesimo cittadino perché luogo di sepoltura dei primi vescovi, così come nell’opposto suburbio orientale un altro cimitero santificato dalle reliquie dei protomartiri Vitale e Agricola divenne centro di culto materiale ed embrione dell’odierno complesso di S. Stefano. Dopo un vuoto plurisecolare di notizie riguardanti il complesso, sempre una leggenda vorrebbe che nell’anno 906 sia stato incendiato dagli Ungari che allora imperversavano nella pianura padana, anche se pare non abbiano mai toccato Bologna.
In ogni caso seguirono secoli di incuria e decadenza che coinvolsero in vari modi anche il settore urbano se documenti di XI secolo definiscono la zona Civitas rupta antiqua (città antica in rovina). Tra XI- XII secolo qui si insediarono i monaci benedettini, attestati fin dal 983 in S. Stefano, i quali, in un momento di generale ripresa edilizia cittadina, riscattarono il centro dal degrado e costruirono, riutilizzando anche materiali più antichi, monastero, chiesa abbaziale con la cripta e a lato un piccolo chiostro i cui resti architettonici sono in parte conservati nella cripta, come premesso. La chiesa, in linea con l’architettura sacra del tempo, era liturgicamente orientata, aveva schema basilicale a tre navate divise da pilastri polilobati e terminanti con tre absidi, muri in mattoni a vista e monofore a feritoia. La cripta di S. Zama rispecchia l’articolazione dell’antica chiesa. Divenuto famoso il monastero grazie al monaco Graziano da Chiusi, autore del Decretum che conciliava diritto canonico con quello civile, sul finire del XIV secolo l’abate Bartolomeo Raimondi, poi vescovo di Bologna nel 1404, fece restaurare la chiesa e costruire sul lato meridionale un nuovo chiostro, superstite in pochi resti, la sagrestia e il campanile. Nel XV secolo, ormai in decadenza, fu abbandonato dai benedettini. La chiesa, ridotta in commenda, nel 1506 perse il titolo di abbaziale per volontà papale e in seguito divenne ospedale per i malati di peste finché non vi si stabilirono le Clarisse (1512) che, riacquistata la cura d’anime, promossero lavori di restauro e opere d’arte. Nel 1634 ricostruirono la chiesa soprelevandola nelle navate, conservando però i muri perimetrali romanici, sopraelevarono il campanile trecentesco e isolarono la cripta per trasformarla in loro cappella privata. Ma nel 1683 l’abbazia, privata del ruolo di parrocchiale, fu associata alla chiesa di S. Maria della Carità. La soppressione napoleonica (1798) delle istituzioni sacre costrinse le monache ad abbandonare il monastero che servì prima da caserma poi da Ospedale militare con trasformazioni e danni facilmente immaginabili: la cripta fu lasciata in totale abbandono, la chiesa ridotta a magazzino: solo il campanile ricordava l’insigne abbazia. Nel secolo scorso furono intrapresi due importanti lavori di restauro, curati uno nel 1910- 1911 dall’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti, l’altro tra il 1950- 1951 a seguito dei danni causati dagli eventi bellici promossi dal colonnello medico Mauro Corticelli, allora direttore dell’Ospedale Militare, e seguiti per conto dell’allora Soprintendenza ai Monumenti dell’Emilia- Romagna da Giuseppe Rivani che conferirono al complesso l’aspetto attuale. Nell’occasione la cripta fu riportata all’aspetto originario e rimessa in comunicazione con la chiesa tramite una scala, e vennero rintracciati i resti del chiostro e della fabbrica romanici sul fianco meridionale oltre alle aggiunte nei secoli successivi. È grazie a questi accurati interventi che oggi possiamo ammirare l’armoniosa articolazione e la raffinata decorazione architettonica della cripta di S. Zama che rappresenta l’unica testimonianza superstite di una pagina fondamentale del nostro glorioso passato (tratto dalla “Guida alla cripta di san Zama“).

FIUME RENO

I boschi di pianura tra passato e futuro. Fabrizio Govoni

Fino agli inizi del secolo scorso il territorio compreso tra la Bassa Pianura Modenese, Ferrarese e Bolognese è sempre stato caratterizzato da un paesaggio che vedeva l’alternarsi di ampie paludi e di estese aree boschive. Molti documenti d’archivio testimoniano che nel medioevo erano presenti nel Centopievese numerosi boschi: il Bosco di Ramedello (1263) situato tra Corporeno e Dosso, il Bosco di Boccacanale ( 1263 ) situato a nord di Penzale, il Bosco di Malaffitto (1279) dove si trovano ora i terreni delle Partecipanze di Cento e di Pieve, il Bosco di Casumaro (1334) e il Bosco del Monte tra Sant’Agostino e Buonacompra. Si trattava di vere e proprie selve costituite presumibilmente da querce (farnie), frassini, olmi, aceri, salici e carpini, collegate tra loro da piccoli corsi d’acqua sulle cui sponde dominavano ontani e pioppi. Luoghi, questi, dove cinghiali, daini, cervi e persino lupi (1387) non erano poi così tanto rari. Di queste aree boschive ormai non è rimasto più nulla, se non alcuni relitti di formazione più recente: il Boschetto della Bisana nei Comuni di Pieve di Cento e di Galliera, il Bosco della Panfilia nel Comune di sant’Agostino e il Boscone della Mesola hanno resistito, nel tempo, alle attività dell’uomo , tanto da essere ora soggetti a particolari norme di tutela e di salvaguardia. Capita spesso di incontrarvi Guardie Forestali, Guardie Provinciali e Guardie Ecologiche Volontarie impegnate ad assolvere al ruolo che anticamente era ricoperto dai silvani che, in maniera un po’ più specifica, avevano compiti di controllo sul legname, quello vivo dei boschi e quello tagliato sulle aree pubbliche del territorio. A questi relitti vegetali vengono ancor oggi attribuite funzioni paesaggistiche, ambientali e socio – culturali; su quest’ultimo tema, ritengo che sia da valorizzare maggiormente l’aspetto didattico, formativo ed educativo , vista la vicinanza dei boschi e l’ancor possibile collegamento tra passato e futuro: è la memoria storica di chi vi ha vissuto e di chi ancora li frequenta che deve essere trasmessa alle nuove generazioni. Possiamo infatti considerare i Boschi della Panfilia e della Bisana dei veri e propri laboratori didattici in cui è possibile conoscere i diversi aspetti di questi ecosistemi individuando le relazioni ecologiche tra l’ambiente e le specie che vi vivono. Nell’ambito delle attività di educazione ambientale i boschi di pianura svolgono un ruolo fondamentale di sensibilizzazione per garantire in modo corretto il rispetto dell’ ambiente e rafforzarne la tutela e la conservazione. Oltre alla ricreazione ed allo svago, essi sono importanti tessere di un mosaico ambientale che deve essere sempre più caratterizzato da multifunzionalità e biodiversità, condizioni indispensabili per rispondere coerentemente alle attese di sviluppo sostenibile del territorio in cui viviamo. (*) Articolo e foto di Fabrizio Govoni (già pubblicato su “Realtà  centese” di luglio/agosto 2006)

C’era una volta…” La navigazione sul Reno”. Franco Ardizzoni

Un diploma di Berengario I re d’Italia, databile fra l’anno 898 ed il 905 (IX-X secolo) concede al vescovo ed alla Chiesa di Bologna il porto delle navi sul Reno presso il mercato della Selva Piscariola. Dove si trovasse esattamente questo porto sul Reno – scrive Ivan Pini – e il mercato della selva Piscariola, non è possibile stabilirlo con esattezza così come non è neppure da escludere a priori che il porto ed il mercato fossero localizzati in sedi diverse. Comunque si può fare solo l’ipotesi che il porto in questione (ed eventualmente il mercato) si trovassero al limite della navigabilità del fiume Reno, cioè poco a nord del ponte della via Emilia. Ma questo “approdo di navi”, dice Alfeo Giacomelli, più che l’indice di navigabilità del fiume, probabilmente indicava semplicemente la presenza di barche passatorie. Ad ogni modo, qualunque fosse la realtà più vicina alle diverse ipotesi, il diploma di Berengario I indica abbastanza chiaramente che il Reno si poteva navigare dai pressi di Bologna verso la bassa pianura a nord e permetteva di raggiungere il mare Adriatico. Probabilmente, trattandosi di un fiume a carattere torrentizio, alimentato da piogge stagionali e non da nevi e ghiacciai come i fiumi alpini affluenti di sinistra del Po, la navigazione non era possibile per tutto il tempo dell’anno. Anche se in quei tempi (prima del Mille) il fiume aveva una portata d’acqua certamente superiore a quella dei secoli successivi, quando spesso le sue acque venivano deviate per azionare mulini e opifici o peggio, come nei tempi moderni, venivano imbrigliate con dighe e sbarramenti di ogni genere che le sottraevano al flusso normale del fiume, comunque nei mesi estivi e siccitosi, allora come oggi, il Reno andava in secca per cui la navigazione non era possibile, se non per brevi tratti. Notizie di utilizzo del fiume come mezzo di trasporto le abbiamo anche per il periodo etrusco, cioè circa 2500 anni fa. Sappiamo che gli Etruschi, provenienti dall’alto Lazio e dalla Toscana (chiamata Etruria dalla loro presenza) valicavano l’Appennino e giungevano a Misa (l’attuale Marzabotto), dove esisteva un consistente insediamento, proseguivano verso Felsina (Bologna) e, tramite il fiume Reno che nei pressi di Voghenza si immetteva in un ramo del Po (detto appunto Spinetico), raggiungevano la città adriatica di Spina da dove navigavano il mare Adriatico verso i mercati orientali. Il geografo e storico greco Scilace (VI-V secolo a.C.) riferisce come si potesse andare dal porto di Spina, sull’Adriatico, a quello di Pisa, sul Tirreno, con un viaggio di tre giornate. Anche se pare improbabile che si potessero coprire 80 chilometri al giorno, la notizia viene confermata da un articolo apparso nel mese di agosto 2004 sul “Venerdì” del quotidiano La Repubblica dal titolo: “Finalmente una strada che non porta a Roma”. Nell’articolo Alex Saragosa (questo il nome dell’autore) narra, con tanto di documentazione fotografica, come a Casa del Lupo, a sud.est di Lucca, sia stata scoperta, sotto reperti di epoca romana, una strada lastricata, larga ben sette metri, segnata in più punti da solchi lasciati dalle ruote dei carri, che gli archeologi hanno datato intorno al 550 a.C. in forza di frammenti di ceramiche etrusche trovati sotto le pietre superiori del lastricato. Dopo aver scoperto duecento metri di detta strada, che corre da ovest verso est, seguendo parallelamente la non distante autostrada Firenze mare, gli archeologi hanno stabilito trattarsi di un’arteria che gli Etruschi avevano costruito per collegare il porto di Pisa, attraverso Gonfienti, (una città etrusca vicino a Prato) Marzabotto e Bologna per raggiungere Spina allo scopo di commercializzare nelle zone adriatiche, il loro prodotto più prezioso, cioè il ferro estratto all’isola d’Elba. A Marzabotto sono stati rinvenuti residui di lavorazione ferrosa, ma anche a Maccaretolo, circa 24 chilometri a nord di Bologna, dove il fiume Reno transitava in epoca romana ed anche in qualche secolo precedente, in seguito a scavi condotti dall’autunno 2000 alla primavera 2001, finalizzati all’ esplorazione di un’area di oltre 5 ettari dove è stato localizzato un Pagus romano risalente al periodo compreso fra il II-I secolo a.C. ed il I-III d.C., sotto lo strato romano, posto a circa metri 1,80-2,00 dall’attuale piano di campagna, sono stati trovati (ad una profondità di oltre 2 m) consistenti residui della lavorazione del ferro, che gli studiosi attribuiscono di provenienza dai giacimenti dell’Elba. Quindi nel tratto di bassa pianura il Reno veniva abitualmente navigato per raggiungere l’Adriatico. Nel senso contrario, cioè verso la sorgente, il fiume veniva percorso dalla strada di fondovalle che da sempre percorreva la sua riva sinistra (ma che, giunta al Sasso, a causa dalla rupe che dà il nome alla località, il transito diventava difficoltoso per cui era necessario o il guado per portarsi sull’altra sponda, più alta e quindi maggiormente difficile, oppure la risalita verso le strade di cresta per Jano, Lagune, Medelana, Luminasio, Montasico. Aggiunge Giacomelli che gli Etruschi, per valicare l’Appennino e raggiungere l’Etruria, non sceglievano il passaggio più facile verso la sorgente del Reno (che nasce a Prunetta, in provincia di Pistoia, ad una altitudine di 1130 metri) in quanto la zona pistoiese era allora paludosa e poco praticabile, per cui da Marzabotto puntavano verso Baragazza (toccando probabilmente Montacuto Ragazza dove pure sono stati rinvenuti reperti etruschi) e si dirigevano verso Fiesole, Arezzo, Chiusi, Populonia e l’Elba. Dopo gli Etruschi anche i Romani hanno continuato a servirsi della via d’acqua offerta dal Reno. Infatti, tornando agli scavi effettuati a Maccaretolo nel 2000-2001 gli studiosi hanno stabilito che quì il Reno descriveva un’ansa verso est a cui era collegato un tratto di canale artificiale con tanto di argini che si suppone servisse per il carico e lo scarico delle “navi”. Le pietre di cui erano costituiti i monumenti funerari venuti alla luce dall’inizio del Cinquecento fino al 1988 (anno in cui è stato rinvenuto il  sarcofago di Titus Attius e di Rubria Semne, sua moglie) sono di provenienza dalle cave dell’Istria e dalle colline veronesi, e venivano trasportati per mare fino alla foce del Po, di quì i natanti risalivano il fiume fino a Vicus Habentia (Voghenza) che sembra prendesse il nome da Avenza (o Aventia) antica denominazione del Reno, quindi si dirigevano, sempre per via d’acqua, verso Bononia transitando per Maccaretolo, dove esisteva un vastissimo insediamento posto a diciotto miglia da Bonomia, la quale era collegata a Maccaretolo, oltre che dal fiume, anche da una strada posta sulla riva destra del Reno. Dopo il Diploma di re Berengario I, altri ne sono stati proclamati da papi ed imperatori. Con la bolla di papa Gregorio VII del 23 marzo 1074, giuntaci solo in copia quattrocentesca (se non proprio un falso è certamente largamente interpolata, scrive Ivan Pini), ma ciò non toglie che la sua descrizione rifletta una situazione sostanzialmente esatta, conferma al vescovo bolognese non uno ma ben tre porti: Il porto di Galliana, il porto situato in “fundo Petriculo” e il porto di Milione. Nella bolla di Pasquale II del 1144, in parte diversa dalla precedente, si nominano ancora i porti di Galliana e della corte di Milione, ma non quello del monastero di S. Anastasio “in fundo Petriculo” mentre tutti e tre i porti ricompaiono nelle successive bolle di Lucio II (il bolognese Gerarado Caccianemici) del 1144 e di Alessandro III del 1169. Nessuno dei tre porti appare invece presente nel diploma autentico concesso al vescovo di Bologna Enrico dall’Imperatore Federico II nel dicembre 1220. In questo diploma appare invece concesso al vescovo bolognese il porto di Siveratico. Fra i 5 porti menzionati tra X e XIII secolo come appartenenti al vescovo di Bologna da fonti ufficiali (le quattro tarde e interpolate bolle pontificie e i due autentici diplomi imperiali, l’unico facilmente individuabile è il porto di Siveratico. Questa località si trovava infatti nella pieve di S. Vincenzo e quindi nella zona di Galliera, nella stessa zona cioè dove si situava presumibilmente un porto già in età romana. E’ probabile dunque che il “portum qui fuit catabulum navium” di cui parla il diploma di Berengario del 905 sia da intendersi appunto come il vecchio porto romano di Galliera, già abbandonato e poi ripristinato dal vescovo di Bologna con un nuovo porto in seguito detto porto di Siveratico. Sempre a questo porto potrebbe poi anche riferirsi il “portum in fundo Petriculo” appartenente al monastero di S. Anastasio. Per la verità del tutto ignota è non solo la località corrispondente al “fundo Petriculo”, ma addirittura il luogo dove si situava il monastero vescovile di S. Anastasio, il quale, pur apparendo documentato nelle sopracitate bolle del 1074, 1144 e 1169 non risulta da alcun’altra fonte coeva e scompare poi del tutto dalla documentazione bolognese. Poichè la menzione di questo porto era del resto già assente nella bolla di Pasquale II del 1114 si è portati a pensare che esso sia scomparso molto per tempo, forse perchè situato in zona soggetta a rapide mutazioni idrogeologiche come lo fu appunto, nel corso del XII secolo, la bassa pianura bolognese. A collocare il monastero, poi scomparso, di S. Anastasio e quindi il suo porto situato “in fundo Petriculo” nella zona di Galliera – nella stessa zona cioè, se non proprio nella stessa località, dove un tempo c’era stato il porto fluviale d’età romana, poi il “catabulum navium” e ci sarà in seguito il porto di Siveratico – siamo indotti anche dal fatto che la parrocchia che sostituì l’antica pieve dedicata a S. Vincenzo risulta intitolata (ma non sapremmo dire da quando) ai SS. Vincenzo e Atanasio. Individuato così nella zona di Galliera il porto fluviale sul Reno definito dal diploma imperiale del 905 come “catabulum navium”, nel diploma federiciano del 1220 come “portum Siviratici” e, forse nelle bolle pontificie del 1074, 1144 e 1169 come situato “in fundo Petriculo”, ci resta ora da vedere dove potessero trovarsi i due porti di Galliana e “in curte Milionis”. Su questo secondo porto nessuno ha mai scritto nulla, mentre sul porto di Galliana le ipotesi di identificazione sinora formulate appaiono fra loro molto diverse. Fin qui il testo di Antonio Ivan Pini, che ho preferito riportare integralmente per non modificarne l’efficacia. Tornando al porto di Galliana il Pini dice che lo Schaube lo identificò con quello situato “in silva qui dicitur Piscariola” del diploma di Berengario I dell’anno 905. La maggior parte degli storici ha ritenuto e ritiene che il porto di Galliana dovesse invece trovarsi sul torrente Gaiana, ma considerando che la Gaiana è un torrente di modestissima portata che s’immette nel torrente Quaderna che a sua volta s’immette nel fiume Idice, è impensabile che detta Gaiana fosse un corso di gran portata d’acqua neppure in età medievale, tanto più che nasce da un colle non molto a sud della via Emilia ad una altezza di poco superiore ai 500 metri. Se non dunque sul torrente Gaiana, dove poteva trovarsi il “portus qui cognominatur Galliana”? In base a tre documenti reperiti nel fondo archivistico del monastero di S. Giovanni in Monte, dove si parla di alcune tornature di terra poste in Marano, nel fondo Maseretola, fra i cui confini è indicato che “a meridie est navigium”, Ivan Pini ritiene di individuare e di collocare questo porto “Galliana” in Marano di Gaggio Montano. Egli stesso però aggiunge: Ma ha senso, – c’è da chiedersi – pensare ad un canale navigabile (tale è il navigium) e ad un eventuale porto fluviale destinato a servire Bologna in piena zona di montagna? L’autore si risponde da solo considerando che Marano si trova in un fondovalle a 276 metri sul livello del mare. Casalecchio, che è il punto in cui il Reno sfocia in pianura, è a 60 metri. Dunque il dislivello fra le due località è di appena (?) 216 metri per un percorso di circa 40 km ed una pendenza media inferiore allo 0,6%, una pendenza che non escluderebbe affatto una navigazione fluviale (scrive sempre Pini) non solo in discesa, ma anche, eventualmente, in risalita soprattutto se aiutata, nei tratti di maggior pendenza, con dei tratti di canali navigabili. Sinceramente queste deduzioni e considerazioni mi hanno lasciato molto perplesso. Soprattutto considerando l’autorevolezza ed il valore dell’autore. Il prof. Antonio Ivan Pini (purtroppo scomparso nel febbraio 2003), pur originario di Sassuolo (Modena) era cittadino di Bologna dal 1956. Prima come studente universitario (fu allievo di Gina Fasoli) e poi come docente di storia medievale, di cui era appassionato studioso. Ha lasciato un patrimonio di scritti e di pubblicazioni. E’ stato degnissimamente commemorato da Mario Fanti in Strenna Storica 2003. Mi sono personalmente recato a Marano di Gaggio Montano ed in altre località comprese nei 40 km presi in considerazione dallo studioso, e ho scattato alcune fotografie, che quì propongo al lettore. La mia perplessità è rimasta. Nei punti cosiddetti pianeggianti del Reno quando la corrente è debole l’acqua è troppo bassa per poter navigare. Se l’acqua è più alta anche la corrente aumenta e a mio parere è difficile governare una barca con merci a bordo non solo in risalita, ma anche nella discesa (a meno che si tratti di una canoa, ma in quel caso non c’è posto a bordo per le merci, oltre al navigatore). Negli altri punti del fiume la presenza di rocce sporgenti dalle rive e di massi depositati sull’alveo rende la navigazione difficoltosa e pericolosa. Per quanto invece riguarda il porto romano di Galliera che il prof. Pini cita riferendosi a teorie ed ipotesi formulate nell’Ottocento da Francesco Rocchi (che furono a suo tempo contestate da Alfonso Rubbiani) e basate sul reimpiego di reperti romani nella chiesa di Galliera ed in quella di Massumatico, in seguito a ricerche da me personalmente condotte in proposito posso affermare che purtroppo non sono state rinvenute prove concrete che dimostrino l’esistenza di un porto romano nel territorio di Galliera. Infatti i reperti reimpiegati nelle suddette chiese non possono essere stati rinvenuti nella zona di Galliera in quanto il territorio romano di quella zona è coperto da uno strato alluvionale del Reno di almeno 7-8 metri per cui è praticamente impossibile rintracciare qualsiasi reperto o qualsiasi struttura. Durante i lavori di costruzione del canale Emiliano Romagnolo (anni 1950-60), nel punto in cui il canale sottopassa il Reno venne alla luce un filare di alberi alla profondità, appunto, di circa 8 metri. E’ invece provato (come detto in precedenza), dai recenti scavi, che un porto fluviale romano (o semplicemente un attracco) esisteva presso Maccaretolo (comune di S. Pietro in Casale), circa tre km a sud dell’antica località di Siveratico, ed i reperti trovati nelle chiese di cui sopra quasi sicuramente provenivano dallo stesso Maccaretolo dove il piano di calpestio romano si trova a circa 1,80-2,00 metri da quello attuale. L’antica località di Siveratico corrisponde all’incirca all’attuale S. Prospero (situato al confine con il comune di Poggio Renatico), in parrocchia di S. Vincenzo di Galliera, ed è citata dal diploma dell’imperatore Federico II del dicembre 1220, cioè più di mille anni dopo il periodo romano per cui è, in ogni caso, difficile da collegare al presunto porto romano di Galliera. Un diploma dell’anno 1116, dell’imperatore Enrico V, concedeva ai Bolognesi, oltre ad altri privilegi, quello di navigare e commerciare liberamente sul fiume Reno ordinando altresì che lungo il suo corso non venissero costruiti altri mulini per non ostacolare la navigazione. Sappiamo da diversi autori del trasporto di legnami dai boschi dell’alto Appennino alla chiusa di Casalecchio col sistema della fluitazione. Il legname da fuoco e da lavoro, scrive Paolo Guidotti, tagliato in tutto l’arco appenninico, ma specialmente in quello belvederiano, e ridotto con seghe ad acqua in tavole lunghe anche dieci metri e trasportato a strascico o su muli nelle acque del Reno e suoi affluenti, era una necessità vitale per la città che doveva costruire i suoi ponti, molte parti essenziali alle sue fortezze, case, chiese, conventi… Questo trasporto già pochi decenni dopo la costruzione della Chiusa di Casalecchio (stazione di arrivo di questo legname fluitato), è documentato da uno statuto del 1252 che ordina di tenere sgombero il corso superiore del Reno (tra Vergato e la pieve di Calvenzano) e che i macigni che sono nel Reno siano infranti e tolti. Il governo di Bologna, già dal Duecento, concede questo trasporto a società o compagnie bolognesi di conductores legnaminis (con presenze bresciane e venete) che favorisce con facilitazioni fiscali e particolari protezioni giudiziarie. Erano compagnie con grossi capitali, necessari per pagare il taglio degli alberi sulle cime dell’Appennino, per il trasporto a strascico o a soma di mulo alle sponde dei fiumi del legname ricavato, la sua immissione nelle acque quando non fossero troppo basse o troppo alte, per pagare i superstantes, i <zatterieri> che dovevano sorvegliarlo per tutto il suo tragitto, tenerlo sul filo della corrente con lunghe pertiche con ferro a punta o a roncola all’estremità, liberarlo dai vari incagliamenti, salvarlo dai ladri… Per questo trasporto erano state utilizzate, almeno nel Trecento, anche le acque di un bacino idrografico diverso da quello del Reno, quelle del Dardagna (che normalmente confluiscono nello Scoltenna-Panaro), fatte affluire lungo una galleria artificiale in quelle del Rio Sasso e da questo in quelle del Silla, il quale è un affluente di sinistra del Reno. Sembra che il villaggio di Poggiolforato, che si trova su di un terrazzo presso il fondovalle, a metri 863 di livello, abbia preso il nome dalla galleria o traforo con cui la montagna fu <forata> per far defluire le acque del Dardagna nel Rio Sasso. Nel 1208 il comune di Bologna finalmente riuscì a dare una svolta decisiva al problema della navigazione acquistando dal consorzio dei Ramisani il loro vecchio canale di Reno (che portava l’acqua in città azionando, lungo il suo percorso, mulini da grano, gualchiere, battiferro, tintorie, ecc.) ed impostando la realizzazione del Naviglio (o Navile) su un antico alveo del Savena, perfezionandolo poi con successive escavazioni per portarlo all’imbocco con il Po di Primaro e quindi con il mare Adriatico. La realizzazione del Naviglio è parallela allo sviluppo della rivoluzione artigiano-popolare, alla liberazione dei servi, alle leggi antimagnatizie, allargando gli orizzonti anche politici e militari della città, oltre a quelli commerciali. Da ricordare, per concludere, la vittoria dei “marinai” bolognesi sui veneziani in una battaglia navale avvenuta nel 1271 alle foci del Po di Primaro, per la libera navigazione sul fiume ed in Adriatico, poichè la Repubblica di Venezia voleva imporre il pagamento di un pedaggio alle “navi” bolognesi che, da quel momento, poterono invece navigare liberamente.

Brevi note storico-geografiche sul Reno. Magda Barbieri
IL RENO OGGI

Il Reno è il fiume più importante dell’Emilia-Romagna, considerando a parte il Po, che è un corso d’acqua di vasta portata, attraversa più Regioni e lambisce solo il confine nord della nostra, raccogliendo acque degli altri fiumi-affluenti emiliani della parte ovest.
Il Reno nasce in Toscana, nell’Appennino pistoiese, presso la località Prunetta e la conca delle Piastre; entra, dopo breve tratto, nel versante bolognese dell’Appennino e scende verso la pianura scorrendo in direzione nord fino a S.Agostino; da qui svolta verso est per raggiungere il mare Adriatico presso le valli di Comacchio.
Il suo alveo, dalla sorgente alla foce, è lungo km 211 e attraversa le tre province emiliane di Bologna, Ferrara e Ravenna. I comuni toccati dal suo percorso sono numerosi; da quelli appenninici di Granaglione, Porretta Terme, Vergato, Marzabotto a quelli pedecollinari di Sasso Marconi e Casalecchio di Reno fino alla città di Bologna; prosegue in pianura presso Castel Maggiore, Calderara e Sala Bolognese, Argelato e Castello d’Argile; lambisce S.Giovanni in Persiceto, scorre tra Cento e Pieve di Cento, tra Galliera, S.Agostino e Poggio Renatico; tocca i territori di Malalbergo, Baricella, Molinella e Argenta, fungendo in molti tratti da confine naturale tra bolognese e ferrarese; per finire nel ravennate dopo S.Alberto (Alfonsine).
Il bacino di raccolta delle acque del Reno è ampio e articolato e si avvale dell’apporto di vari torrenti e affluenti: il Limentra, il Brasimone e il Setta, che arrivano da valli laterali; poi il Lavino e il Samoggia, che si uniscono in territorio persicetano e il Dosolo di Bagno (Sala Bolognese), che confluisce presso lo stabilimento idrovoro nell’area del Bagnetto di Castello d’Argile.
Successivamente, nel tratto di direzione est, riceve l’Idice e il Quaderna (uniti), il Sillaro, il Santerno e il Senio dal bacino romagnolo. A nord il Reno è collegato col Po “grande” attraverso il “cavo napoleonico”, da Dosso di S.Agostino a S.Biagio di Bondeno; comunica anche col Po di Volano, utilizzando un tratto detto del Po “morto” di Primaro (da Traghetto all’Idrovia di Ferrara).
Al Reno è inoltre connessa una fitta rete di canali, di prevalente direzione sud-nord, i cui “cardini” principali sono il Navile, il Savena, l’Idice e il Riolo, nel cui alveo a loro volta confluiscono altri fiumicelli e canaletti di irrigazione e scolo. Tutto questo sistema di regolamentazione delle acque è frutto di un immane lavoro degli uomini che, per poter coltivare le terre basse di pianura troppo spesso allagate, e sopravvivere, sono intervenuti ripetutamente nel corso dei secoli per arginare, scavare, deviare, tagliare e raddrizzare anse, aprire e chiudere imbocchi e chiaviche, modificando sostanzialmente i percorsi originari e bonificando il territorio, per colmata e per prosciugamento con idrovore.
Attualmente, la competenza per il controllo, la manutenzione e la sicurezza del fiume Reno è attribuita alla Regione che ha istituito una apposita “Autorità di bacino del Reno”.
Tutta la rete dei canali e fossati collegati direttamente o indirettamente alla riva destra del Reno, è gestita dal servizio del Consorzio della Bonifica Renana, istituito nel 1909, con l’unione di 7 Circondari idraulici, già esistenti da secoli, e che si occupavano dei problemi relativi separatamente, distinti in varie “Congregazioni Consorziali”, o “Assunterie” o Commissioni di “Interessati” alla “Riviera” di ogni corso d’acqua.
Della riva sinistra si occupa da decenni il Consorzio Reno Palata.
Il corso attuale del Reno, con immissione (o foce) autonoma nell’Adriatico, ha avuto la sua collocazione definitiva tra il 1767 e il 1795 con poderosi lavori di scavo e arginatura deliberati e attuati dalle Legazioni Pontificie di Bologna e Ferrara, in accordo con il Ducato di Venezia, dopo secoli di controversie e tentativi falliti, e sempre segnati dal dilemma sulla convenienza o meno della immissione del Reno in Po, “grande” o di “Primaro”.
La storia del Reno è dunque molto lunga e complessa, e si è svolta su un’area di pianura più vasta e anche diversa da quella toccata attualmente. Una storia ancora non del tutto conosciuta e certa, che merita quindi altri studi e approfondimenti che ci piacerebbe ospitare anche sulla nostra pubblicazione.
Del passato indicheremo qui solo alcune tappe, in estrema sintesi, come pro-memoria didascalico.

IL RENO ANTICO
Il Reno è un fiume antichissimo e alle sue acque è legata la storia dei primi insediamenti umani nel bolognese, dapprima nelle zone collinari e poi nel più grosso centro chiamato dagli Etruschi “Felsina” e dai Latini “Bononia” ed espandendosi via via anche nella pianura bolognese-ferrarese.
Insediamenti testimoniati da numerosi reperti archeologici risalenti all’età della pietra, del bronzo e del ferro (dal 1500 circa avanti Cristo) trovati a Marzabotto, Sasso Marconi, Casalecchio, a Bologna e a Villanova di Catenaso.
Nelle acque del Reno si sono bagnati gli Etruschi (VI-IV secolo a.C.) e i Galli (IV-II sec. a.C.); con le sue acque, l’argilla e le canne delle sue rive sono state costruite le prime capanne e sono state impastate le ciotole e i vasi di terracotta in cui si sono sfamati e dissetati. E si presume siano stati proprio i Galli, e in particolare, una loro tribù (i Boi) di discendenza celtica, a dare il nome a questo fiume, chiamandolo Reinos (o Rheinos), come il più grande fiume da essi conosciuto nell’area nordeuropea da cui provenivano, tra Francia e Germania. In lingua celtica “reinos” aveva il significato generico di “corso d’acqua”, o “corrente” (o, almeno così è scritto in alcuni testi).
Poi vennero i Romani (dal 189 a.C.) e gli storici del tempo gli dedicarono solo qualche rara e generica citazione scritta, indicandolo come il “Reno piccolo di Bologna”, ultimo affluente appenninico del Po, ricco di acque e di robuste canne (ne parlarono Plinio il Vecchio, e Silio Italico nel I secolo dopo Cristo). Ma intorno al Reno i Romani lavorarono e bonificarono il territorio, costruirono strade e ville rustiche, dentro la caratteristica rete di cardini e decumani detta “centuriazione”.
Se certo e quasi obbligato era fin dagli inizi il suo percorso tra le gole delle colline, incerto e variabile è stato per molti secoli il suo percorso in pianura.

1) Gli studiosi di storia e idrogeologia più accreditati ritengono che il Reno in origine, uscendo da Casalecchio e dopo aver costeggiato Bologna, scorresse più verso est, dalla zona di Pescarola-Corticella alle terre più basse di Minerbio e Baricella per innestarsi in un alveo antico del Po a sud di Ferrara (detto poi Primaro). 2) In una seconda fase, l’alveo di pianura si sarebbe spostato più ad occidente, e, quindi dalle anse del Trebbo, o da Corticella, doveva scorrere verso S.Maria in Duno, S.Giorgio di Piano, S.Pietro in Casale e Poggio Renatico, raggiungendo il Po a sud di Ferrara, se e quando riusciva ad arrivarci, poiché di frequente e a lungo nei secoli le sue acque hanno ristagnato in una vasta area valliva tra bolognese e ferrarese. 3) Successivamente, avrebbe trovato un altro percorso, dal Trebbo a Malacappa a ovest di Argelato e Funo, passando poi tra Argelato, Venezzano e S.Giorgio, e tra S.Pietro in Casale e Galliera per immettersi ancora nel Po di Primaro. Si presume che questo alveo sia stato attivo in epoca romana e che abbia lasciato tracce nei canaletti e fosse ancora presenti in territorio del comune di Argelato (Fossa Storta, Fossa Quadra) e in buona parte nell’attuale canale chiamato Riolo (sul confine tra Venezzano e S.Giorgio). Nel tratto più a nord, nell’area tra il Ravone di Bologna e Corticella le sue anse formavano un’isola che fu detta “del Triumvirato” poiché nell’anno 43 avanti Cristo vi si riunirono i 3 Triumviri di Roma (Ottaviano, Antonio e Lepido) per decidere il da farsi dopo la morte di Cesare. 4) Nel periodo altomedievale, probabilmente tra 900 e 1000, da alcuni riferimenti toponomastici rilevati nei più antichi documenti, si può dedurre che il Reno scorresse ancora da Malacappa verso i Ronchi di Venezzano e quindi tra Venezzano e Argile, per proseguire verso nord tra Pieve e Asia. Significative sono le antiche citazioni e la persistenza in Venezzano dei toponimi “gorgo”, superiore ed inferiore, e “lamari” (tramandato nelle due vie Allamari, Nord e Sud).  Le sue acque poi si spandevano ancora molto spesso nelle valli di Galliera, Altedo, Malalbergo, Baricella e Poggio Renatico, senza raggiungere stabilmente il Po. 5) Intorno al 1100 (anno più, anno meno), una probabile rottura di argini con una nuova inalveazione spontanea sostenuta poi dalle opere degli uomini, fecero deviare il Reno dalla sua originaria direzione, imponendo una ampia svolta verso ovest e l’area persicetana chiamata Morafosca, scorrendo tra Bagno e Argile. Il nuovo alveo riprendeva poi il cammino verso nord, passando a ovest di Cento e incanalandosi per vari rami, in tempi diversi, compresa una temporanea congiunzione col Panaro; paleoalvei testimoniati dalla persistenza di toponimi come Volta Reno, Reno Vecchio, Dosso, Corporeno, Renazzo e Reno Centese.
Le variazioni successive avvenute nel corso del II millennio sono abbastanza documentate e possono essere così sintetizzate:
* 1451-1460. Spostamento dell’alveo, che da tre quattro secoli costeggiava il territorio allora più vasto del comune di Castello d’Argile (alveo riconoscibile nella via di Cento ancora oggi detta “Reno vecchio”), su un corso scavato qualche chilometro più ad est,l nuovo alveo passava poi tra Pieve e Cento e proseguiva verso nord e il Po di Primaro. Questa nuova inalveazione determinò la riduzione del territorio del comune di Castello d’Argile con la separazione della comunità di Bagnetto, rimasta a ovest del Reno nuovo, raggiungibile solo con la barca ai “passi” dei Cappellani e in fondo alla via del “Postrino”. in seguito alle “rotte” di Bagnetto e Bisana. I
* 1604. Chiusura dell’imbocco di Reno nel Po e lungo periodo di spagliamento delle acque di Reno nelle Valli tra Galliera e Malalbergo.
* 1614. Taglio della ansa detta “botta di Cola” tra Cento e Pieve.
* 1630-1690. Vari tagli di anse e raddrizzamenti del fiume traMalacappa, Savignano e Volta Reno, fino all’altezza del Palazzo Sampieri. Modifica dell’immissione del Samoggia in Reno, con il taglio di una ansa del Reno presso il “Malcantone” di Argile, che isolò un altro frammento di territorio argilese (detto “le tre case di Bagnetto”).
* 1767-1795. Inalveazione definitiva del Reno tra S.Agostino (FE) al Mar Adriatico, utilizzando il “cavo benedettino” (fatto scavare da Papa Benedetto XIV e poi interrotto) e una parte del Po di Primaro.
* 1884-1887. Taglio della “Volta” del Reno tra Bagno, Volta Reno e Argile, con un nuovo “drizzagno” su cui fu costruito un ponte in muratura (da qualche anno in disuso e sostituito da uno nuovo).
Magda Barbierim Sintesi da “La terra e la gente di Castello d’Argile e di Venezzano ossiaMascarino”, di M. Barbieri, vol I 1994 e vol II 1997. Tip. Siaca Cento

“Reno”. Un nome che piace. Ricerca semiseria di tutte le intitolazioni che lo comprendono. Magda Barbieri

Trovandoci a portare nella denominazione della nostra Associazione culturale il nome del Reno, il fiume più importante della nostra Regione, che bagna le tre Province di Bologna, Ferrara e Ravenna, portando, nei suoi alvei antichi e recenti, secoli di storia delle nostre comunità, ci siamo voluti divertire un po’ a cercare tutte le intitolazioni o denominazioni di luoghi , Enti, Associazioni, gruppi, edifici o cose di ogni genere che comprendano o facciano riferimento al nome “Reno”. E ne abbiamo trovate tante.
Cominciamo ovviamente dalle denominazioni storiche, attribuite in secoli medievali ai paesi che si trovavano (e si trovano tuttora) presso il corso del fiume ( o ramo di esso poi abbandonato).
Casalecchio di Reno (Comune in provincia di Bologna).
Calderara di Reno (idem come sopra. Nel suo ambito c’è la parrocchia di S. Vitale di Reno, dal sec. XIII, con chiesa).
Trebbo di Reno (frazione di Castel Maggiore (Bo).
Volta Reno (frazione di Argelato (Bo), presso un’ansa tagliata nel 1884-87, più noto ,nella voce popolare, come “San Dunén”).
Reno Centese (in dialetto “Règn zintèis”, frazione di Cento (Ferrara), su un alveo antico e dismesso, diretto al Panaro).
Reno Finalese (in comune di Finale Emilia (Modena), su un alveo antico e dismesso collegato al Panaro, come sopra).
Renazzo (“Arnâzz”, altra frazione di Cento, su paleoalveo di secoli altomedievali).
Corporeno (“corp ed Regn”,idem come sopra).
Poggio Renatico (“al Pûz”, in prov. di Ferrara; anticamente Poggio Rognatico, dal nome di località vicina, adattato in secoli più recenti in “Renatico” perchè suonava meglio e si associava al nome del fiume…).
Lama di Reno (in Comune di Marzabotto, con via omonima, e altra via denominata Berleda).

Dal fiume, sempre molto anticamente, intorno al secolo XII, ha poi preso il nome il Canale di Reno, appositamente scavato e collegato con Aposa e Navile , per portare l’acqua a Bologna, un po’ troppo distante per le crescenti esigenze idriche di una città che diventava sempre più importante.
La strada ora detta “Porrettana”, tra Bologna e Pistoia, a lungo fu chiamata “Renana”, poichè in molti tratti costeggiava il fiume .
Ai nomi dei fiumi locali si ispirò Napoleone, quando nel 1796 piombò in Italia per conquistarla, cominciando, ovviamente, da nord; nella complicata e mutevole ripartizione territoriale da lui ideata per organizzare il governo delle terre conquistate, un posto di rilievo ebbe il “Dipartimento del Reno”, che comprendeva l’area tra la destra del Panaro e la sinistra del Senio, con capoluogo Bologna. Ma anche i patrioti risorgimentali pensarono al nostro fiume quando scelsero un nome per i battaglioni di volontari che combatterono contro gli Austriaci tra il marzo e il giugno del 1848, nella sfortunata 1° Guerra di Indipendenza; infatti, centinaia di bolognesi, centesi, pievesi e cittadini d’altri comuni, si arruolarono nei “Cacciatori dell’Alto Reno” e nei “Cacciatori del Basso Reno”; e tra questi ci fu anche Ugo Bassi.
Tornando ai tempi nostri, ci sono ora le nuove aggregazioni territoriali di Comuni, i Consorzi di Bonifica e di tutela del bacino idrografico, e qui troviamo:
l’Autorità di Bacino del Reno , Servizio istituito nell’ambito della Regione Emilia Romagna (con legge 183/1989) per sovrintendere alla pianificazione di tutti gli interventi ordinari e straordinari necessari alla tutela del fiume e del territorio; il Consorzio della Bonifica Renana, istituito tra il 1909 e il 1929 con l’unificazione, in due tempi, dei preesistenti 5 Circondari idraulici in destra Reno, per provvedere a tutti i lavori di manutenzione della rete di scoli e condotti collegati al fiume; il Consorzio Reno-Palata, istituito anch’esso a tappe successive, tra il 1929 e il 1963, unificando servizi separati preesistenti (Consorzio del Dosolo, Consorzio Reno-Samoggia, Consorzio Cavamento-Palata) per provvedere a tutti i lavori di manutenzione della rete di scoli e condotti in sinistra Reno (e destra Panaro). Dal 1987 ha incorporato anche il “Consorzio di bonifica montana dell’Alto bacino del Reno”.
A Bologna, dal 1851, opera il Consorzio Chiusa di Casalecchio e Canale di Reno, con sede in via della Grada, frutto, anche questo, dell’unificazione di antiche distinte “Assunterie”.
Ma c’è anche il più recente Consorzio di Bonifica Valli di Vecchio Reno, istituito con delibere regionali del 1987/88, che copre un’area tra le province di Bologna, Ferrara e Modena (Finale Emilia in particolare) e con sedi a Ferrara, Cento, Bondeno e Poggio Renatico, e con officine e diversi stabilimenti idrovori nel ferrarese.
Tra i Parchi naturalistici è annoverata una Riserva Statale Foce del fiume Reno, rifugio per numerose specie di ciconoformi, anseriformi e caradriformi.
C’è ora l’Associazione dei Comuni “Reno- Galliera”, costituita alcuni anni fa nell’ambito di una nuova pianificazione territoriale, prevista dalla legge, per favorire la gestione unificata intercomunale di alcuni servizi pubblici. Comprende i comuni di Argelato, Castel Maggiore, Castello d’Argile, Bentivoglio, S. Giorgio di Piano, S. Pietro in Casale, Pieve di Cento e Galliera.
Dal marzo 2008 l’Associazione si è trasformata in Unione Reno Galliera.
Nell’area collinare, dal 1990 (legge 142), opera la Comunità Montana Alta Valle e Media Valle del Reno, comprendente 10 comuni che gravitano intorno al fiume e nel suo bacino idrografico (sede centrale a Vergato). Per indicare aree geografico-culturali e linguistiche limitrofe ma distinte, si usano poi le espressioni “Alto Reno Toscano” e “Alto Reno Emiliano”.
Tra le Associazioni culturali, la prima a scegliere il fiume nella propria denominazione è stata quella del “Gruppo di Studi dell’Alte Valle del Reno”, nata 36 anni fa.
A seguire, molto tempo dopo, nel 2002, il nostro “Gruppo di Studi della pianura del Reno”, che redige la Rivista online su questo sito, intitolata “Reno , campi e uomini”. Nel frattempo, è stata attiva anche l’Associazione “Reno, fiume e Ambiente”, fondata nel 1995 da Giulio Bargellini a Pieve di Cento per cercare di realizzare un progetto di risanamento e riuso del fiume.
E’ tuttora in movimento l’associazione “La Via del Reno”, fondata nel 2003 da 15 Comuni (capofila Casalecchio di Reno) che si trovano lungo il corso del fiume e da 8 associazioni, per realizzare un ambizioso progetto di risanamento e valorizzazione ambientale dell’area intorno al fiume, con un percorso turistico-ecologico costituito da piste ciclabili e altro (vedi sito www.laviadelreno.it ) .
Da alcuni anni è attivo un “Comitato acqua Bacino del Reno”, costituito da cittadini che si interessano dei problemi idrogeologici del territorio intorno al fiume.
Se entriamo in Bologna, troviamo la storica via Riva di Reno, e, poco distante, la “Galleria del Reno”. Tra i suoi Quartieri, ce n’è uno denominato “Reno” (con sede in via Battindarno 123).
Anticamente c’era anche una chiesa dei Canonici di S. Maria di Reno (con vari possedimenti in pianura), poi sostituita, agli inizi del 1600, dalla Chiesa di S. Salvatore (in via C. Battisti).
A Ferrara troviamo la Stazione ferroviaria “Porta Reno” e il “Corso Porta Reno”. Una scuola del I° Circolo è stata intitolata “Fondo Reno”.
A Cento, c’è l’antica via “Reno vecchio” e la via “Ponte Reno”, toponimi chiari nel significato .
Tra gli anni 1925 -1940 sulle golene delle opposte sponde del fiume tra Cento e Pieve di Cento furono allestite le rispettive “Colonie elioterapiche sul Reno”, campi estivi ginnico-ideologici per ragazzi. Agli inizi del secolo, un intraprendente pievese inventò e produsse il “Liquore del Reno”, che vinse una medaglia d’oro alla Esposizione di Firenze del 1909; ma non ebbe poi molto successo sul mercato e la produzione cessò.
A Calderara di Reno il locale teatro è stato denominato “Spazio Reno”.
Per chi ama la satira, tre bolognesi hanno costituito un gruppo denominato “Trio Reno”, che si è visto anche in TV .
Per gli amanti del Teatro dialettale, a Pieve di Cento opera da anni la Compagnia “Teatro del Reno” Nel giugno di quest’anno (2006) il “Gruppo Libero Teatro di San Martino ” ha ideato e organizzato un interessante e spettacolo itinerante-visita guidata intitolato “Appunti sul Reno” centrato su episodi di vita e personaggi vissuti intorno al fiume; il tutto si svolgeva presso l’argine a Trebbo di Reno.
Ma anche tra i cultori della musica c’è chi ha pensato al nostro fiume. Infatti, a Casalecchio di Reno, è attiva da oltre un decennio, l’Accademia Corale Reno, coro regionale che si dedica in particolare al canto popolare e ai canti della Resistenza. La scorsa estate (e non è la prima volta), a Casalecchio, si è tenuto un “Reno folk Festival”, allietato da musiche folkloristiche.
Ricordiamo un “Dancing Vallereno” a Bologna, e un ritrovo con pista da ballo all’aperto a Cento, quasi sotto l’argine del fiume, denominato “Bar Reno” (ma da anni ha cambiato nome).
A Cento, fino a qualche anno fa, e per decenni, c’è stata la “Reno Gas” , che vendeva bombole (ora ha cambiato nome e diversificato l’attività). Resta, invece, una “Renogas ” a Marzabotto, una “Renoplast” a Cento e, a Casumaro, frazione di Cento, la “Reno Tech”. A Bologna abbiamo notato la ditta “Reno-disinfestazioni”, nemico giurato di zanzare e altri animaletti che prosperano nelle aree umide del territorio renano. E vi si trovano anche, sempre all’insegna del Reno, col nome in ditta, officine meccaniche, carrozzerie, gommisti e autosaloni, sistemi di computer, agenzie assicurative e un’industria grafica, infissi , ferramenta , supermercati e un Reno zoo che vende animali. Se poi ci spostiamo nel campo turistico e sportivo, possiamo fermarci al “Camping Reno” di Casal Borsetti (Ravenna) o all’Hotel ” Reno” a Ravenna. Magari arrivandoci con le mountain bike della Reno bike di Casalecchio di Reno.
Risalendo il fiume fino alla sorgente, troveremo l’hotel “CapoReno”, in località Prunetta (Pistoia).
Per gli sportivi c’è la squadra del “Reno Rugby” a Bologna. E ci sono pure, nientemeno, le “Olimpiadi del Reno”, manifestazione sportiva per ragazzi, nata nel 1986 e ripetuta ogni anno in un comune diverso, tra i 22 Comuni che hanno aderito all’iniziativa, bolognesi e ferraresi soprattutto, del territorio intorno al Reno; storia e programmi sul sito www.olimpiadidelreno.it.
Per chi ama le sfilate e le rappresentazioni in costume medievale, a Castello d’Argile c’è il “Gruppo storico del Reno”.
Per chi si fa una casa c’è la “Pietra del Reno”, varietà di marmo color sabbia.
Infine, non può mancare un brindisi con il “Vino del Reno doc”, prodotto nell’area tra Bologna e Modena, protetto dal “Consorzio tutela vini del Reno”, con sede a Castelfranco Emilia e una buona Cantina sociale ad Argelato.
Ma non è tutto; dulcis in fundo: da una costola del Lions club di S. Pietro in Casale, è nato nel 2007 un nuovo club che ha sede in Castello d’Argile e ha scelto di intitolarsi “Castello d’Argile – Pianura del Reno,” rendendo omaggio, oltre che al nome del Comune al centro del proprio territorio, anche al fiume che tanto ha influito sulla sua storia.

La pianura del Reno com’era, com’è, come potrebbe diventare. Walther Vignoli

Finchè la mano dell’uomo non è intervenuta, la pianura bolognese era un insieme a macchia di leopardo di foreste planiziali ed acquitrini alimentati dai corsi d’acqua appenninici. L’uomo sfruttava l’acqua per pescare ma anche per i suoi spostamenti, “navigando”. Ha poi gradualmente trasformato quell’ambiente per adattarlo alle proprie esigenze: prelevare legname da costruzione o da ardere, raccogliere erbe palustri ed altri vegetali, cacciare, pascolare, disboscare per ricavare spiazzi da coltivare, controllare le acque, sia per difendere i campi come per ricavarne dei nuovi col metodo delle casse di colmata, consistenti in ampie aree arginate dove far defluire le acque torbide durante le piene, avendo il duplice effetto di evitare esondazioni ed alzare i terreni per decantazione. Con la colonizzazione romana, a partire dal II° secolo a.C., gli interventi sono diventati sistematici e razionali, si sono scavati canali, arginati corsi d’acqua, creata una rete di strade. E’ nata così una delle più antiche ed illustri scuole di idraulica, capace di mantenere uno straordinario equilibrio delle acque, avendo disponibili pochi metri di dislivello sul mare per regolare il flusso discontinuo di arrivo delle acque ed ottimizzarne il loro utilizzo: per l’irrigazione, per la navigazione, per azionare ruote idrauliche ecc. A partire dal XII° secolo d.c. gli amministratori di Bologna, con lucida lungimiranza, seppero porre le basi per lo sviluppo della città nei sette secoli successivi.

– La città non era attraversata da fiumi ma solo da alcuni torrenti.

– Sbarrando il Reno ed il Savena, a Casalecchio e S. Ruffillo avrebbe potuto disporre di un salto idraulico di 30/40 m. rispetto alla pianura a nord di Bologna, utilizzabile come fonte di energia motrice.

– Conducendo tutta l’acqua in un unico canale navigabile,dopo averla utilizzata come energia motrice, si sarebbe potuto congiungere la città col fiume Po e col mare  Adriatico, cioè coi mercati del nord e di Venezia.

I bolognesi decisero allora di costruire le chiuse di Casalecchio e S.Ruffillo, ne portarono le acque dentro alla città, coi canali di Reno e Savena, realizzando una rete di canali minori in grado di servire ogni casa. Scavarono il canale Navile facendolo arrivare fino al Cavaticcio mediante una serie di “sostegni” che consentirono di superare il dislivello rispetto alla pianura. Le barche, trascinate da animali che percorrevano le “restare”, compivano migliaia di viaggi all’anno fra Bologna e Malalbergo e da là al mare facendo di Bologna uno dei più importanti porti europei. Bologna divenne leader nella produzione di manufatti (l’organzino di seta bolognese non aveva rivali e l’arsenale di Venezia usava solo “corde bolognesi”). L’avvento dei trasporti ferroviari, poi di quelli su gomma, tolse importanza al Navile che, pur rappresentando una parte straordinaria della nostra storia, oggi sta subendo un penoso degrado. Allo stesso modo, caduto l’interesse per l’energia idraulica,i canali di Bologna, che la poca acqua non puliva più, vennero coperti per occultarne la sporcizia ma anche per ricavarne superficie utile. L’acqua però ha continuato, per un certo periodo, a fornire energia per azionare le turbine elettriche (dall’inizio del ‘900, per molti decenni, l’ospedale Rizzoli, con le sue sale operatorie,  si alimentava da turbine mosse dall’acqua del canale di Reno alla Grada, nell’antico opificio dove oggi ha sede il Consorzio della Chiusa di Casalecchio e di S.Ruffillo. La rete dei canali che scorre sotto le strade e le case di Bologna, per la quale si sta risvegliando un encomiabile interesse culturale, svolge ancora importanti funzioni per la raccolta e smaltimento delle acque piovane e per la distribuzione di reti tecnologiche ( per es. i cavi a fibre ottiche sono stati posati senza aver bisogno di sconvolgere con scavi tutta la città). Altre ancora potrà svolgerne, per es.il Consorzio della Chiusa  ha proposto di utilizzare l’acqua dei canali per il lavaggio delle strade e dei marciapiedi della città. Ciò, se fatto di notte quando si deposita lo smog, permetterebbe di rimuovere delle polveri che altrimenti verrebbero risollevate il giorno dopo. I canali della pianura hanno assunto l’importante funzione di trasferire nei fiumi le acque depurate o meteoriche delle fognature, esplicando anche il ruolo di cassa di espansione quando questi ultimi, durante le piene, non potrebbero riceverle. Gioverà ricordare che la quantità di acqua meteorica convogliata nei fiumi e canali, oggi è molto più abbondante che in passato per effetto dell’impermeabilizzazione del territorio. Ciò crea grandi problemi perché le antiche dimensioni degli alvei non sono più adeguate. La rapidissima trasformazione della società da agricola ad industriale, avvenuta nella seconda metà del XX° secolo, ha inciso profondamente sulla nostra pianura alterando l’equilibrio di quella rete idraulica che l’uomo ha sapientemente costruito in 2000 anni di tenace attività. Con i contadini se n’è andato il più efficace presidio del sistema idraulico. Assieme ai filari delle viti, sono scomparse spesso anche le ”baulature” dei campi e molte “scoline”. Il Reno, finito l’interesse per la raccolta dei vimini e per lo sfalcio delle sue sponde si è ricoperto di vegetazione trasformandosi in un importante corridoio ecologico ma l’acqua fatica molto a scorrere durante le piene. I suoi argini, spesso infestati da arbusti ed alberi , offrono rifugio ad animali selvatici che vi scavano pericolose tane pregiudicandone la resistenza. Ma il fenomeno più inquietante, originato dalla facilità con la quale si può prelevare gratuitamente l’acqua dalle falde è la subsidenza che, variando da pochi centimetri ad alcuni metri, sta sconvolgendo le pendenze  di fiumi, canali e fognature, con ovvie conseguenze sul rischio idraulico della nostra pianura. Una situazione seria per i nuovi abitanti che, lasciate le città in cerca di un ambiente più tranquillo, non sempre si rendono conto del rischio che corrono. Quanti di loro sente più, per esempio, il bisogno di vigilare sugli argini durante le piene, eppure questa attività era la normalità per i vecchi contadini! Per pianificare la gestione delle acque, dall’inizio degli anni ’90 è divenuta operativa l’Autorità di Bacino del Reno che, soprattutto con casse di espansione, interverrà, nei prossimi anni, per ripristinare condizioni di sicurezza. Ma occorre innanzitutto fermare la subsidenza limitando rigorosamente il prelievo di acqua dalla falda, ricorrendo a quella di superficie e cambiando le abitudini per risparmiarla. Si possono creare degli accumuli nei quali raccogliere l’acqua quando è abbondante, per distribuirla, quando scarseggia, mediante acquedotti irrigui ed industriali  da affiancare agli attuali acquedotti che riforniscono di acqua potabile  anche industrie, campi, orti e giardini  (una delle tante diseconomie della nostra società!). Fatti gli accumuli, per distribuirne il contenuto si potrebbe anche riattivare l’antica rete dei canali, ivi compresa anche quella dei mulini che, con i loro storici manufatti, ci saprebbero regalare non poche suggestioni! E perché non produrre,con l’occasione, anche corrente elettrica mediante turbine? In via Marconi è stato fatto! Resta il problema degli accumuli: come e dove realizzarli? Oltre alla creazione di grandi laghi        (Castrola) che, con lunghe condotte, portino l’acqua ai punti di utilizzo, si può perseguire anche l’obiettivo di realizzare un sistema di piccoli acquedotti, non potabili, al servizio di comparti  di limitata estensione, cogliendo opportunità che non mancano. Sarebbe un bell’esempio di “sviluppo sostenibile”! Una di queste opportunità può nascere dalla disposizione della Provincia di Bologna che, opportunamente prescrive, per i nuovi insediamenti urbani, di intercettare le acque meteoriche trattenendole all’interno di appositi bacini dai quali potranno essere immesse nelle fogne soltanto quando le condizioni dei corsi d’acqua lo consentano; ma perché allora, anziché disperdere l’acqua nelle fogne, non dimensionare i bacini in modo da poterli utilizzare anche come accumuli di acqua per l’irrigazione dei giardini e per gli usi meno pregiati degli insediamenti serviti. Si potrebbero collegare eventualmente anche alla rete dei canali per essere certi che l’acqua non manchi mai. Un’altra opportunità potrebbe nascere dall’utilizzo degl’invasi delle cave esaurite, che per anni abbiamo visto abbandonate al degrado. Stiamo parlando, per la Provincia di Bologna, di 2/3.000.000 di mc., ogni anno, di scavi pianificati . In due decenni potremmo disporre di una capacità equivalente a quella del bacino di Suviana, col vantaggio di non dovere trasportare l’acqua per decine di Km. con “tuboni” ma di averla pronta sotto casa. L’ipotesi è certamente velleitaria ma è dotata di una sua concretezza e potrebbe offrire risposte semplici a dei problemi complessi che da troppi anni attendono di essere risolti. Queste righe, essendo stato proclamato dalle Nazioni Unite il “2003 anno dell’acqua dolce”, vogliono essere un modesto contributo per affrontare con la concretezza che guidò i vecchi bolognesi, un problema noto ma che da molti anni attende di essere risolto.

FONTANA DEL NETTUNO (e la sua piazza)

La fontana e il suo impianto di alimentazione furono progettate dall’artista palermitano Tommaso Laureti. Le sculture in bronzo del Nettuno, i putti con delfini, le sirene e gli stemmi furono ideati ed eseguiti dallo scultore fiammingo Giambologna che si avvalse della collaborazione dell’esperto fonditore Zanobi Portigiani, creando nel 1564 la glorificazione pagana dell’acqua con il dio dei mari (al Zigànt). Nel 1603 si pose attorno alla fontana una cancellata di ferro con quattro piccole vasche di marmo; il tutto fu rimosso nel 1888: l’unica fontanella superstite è stata qui ricollocata e restaurata nel 2001. La fontana è ora alimentata con le acque dell’acquedotto proveniente dal Setta; gli stemmi furono abrasi dalla furia napoleonica nel 1796 e rifatti nel 1934. L’ultimo restauro complessivo dell’opera d’arte risale al 2016-2018.

La piazza attuale fu creata nel 1563-1564 demolendo un intero isolato di vecchi fabbricati per formare uno spazio adeguato alla nuova monumentale fontana del Nettuno soprannominata popolarmente anche del Gigante, opera dello scultore fiammingo Jean de Boulogne, conosciuto in città come “Giambologna”, e di Tommaso Laureti. L’area è stata ripavimentata nel 1992, eliminando i marciapiedi del 1937-1939 e ricollocando di fronte alla Sala Borsa una lastra di granito più scuro (detta Pietra della Vergogna) che, per via di una curiosa illusione ottica, consente una particolare prospettiva, ben nota ai bolognesi, dal retro della statua cinquecentesca.

FONTE DELLA REMONDA (le alimentazioni delle fontane di piazza)

Nel 1433 la sorgente Remonda o Remondato, scaturente fuori porta San Mamolo poco sotto la sommità del colle di San Michele in Bosco, fu utilizzata per alimentare una fonte pubblica costruita davanti all’Ospedale della Morte, demolita poco tempo dopo per diverse ragioni. Trascorsi quarant’anni, le autorità cittadine deliberarono di realizzare una nuova fontana davanti al Palazzo del Podestà alimentata, ancora, dalle acque della Remonda. Ma a causa della sua estetica non gradita e le scarsezze idriche, anche questa venne smantellata dopo soli dieci anni. Nel 1497 dai condotti che partivano dalle sorgive di San Michele in Bosco, evidentemente ancora in grado di funzionare, venne derivata una conduttura per convogliare acqua alla zona ortiva del palazzo Bentivoglio, che occupava l’area racchiusa fra le attuali vie Zamboni, de’ Castagnoli, delle Belle Arti e del Guasto. Nel 1520 seguì la costruzione di un’ulteriore fonte in piazza realizzando, nell’occasione, un sistema idrico che, dalle sorgive scaturenti poco sotto la cima del colle, immetteva l’acqua in due conserve. Queste erano comunicanti con un ulteriore deposito ricavato, a un livello inferiore, nell’orto dei Monaci Olivetani, che avevano il diritto di usare parte delle risorse idriche. Da questo manufatto una tubazione adduceva l’acqua alla conserva del Vascello, edificata nel 1523 su probabile disegno di Baldassarre Peruzzi (1481-1536) lungo l’antica strada del Listone (attuale via della SS. Annunziata), che saliva a San Michele in Bosco. Sotto uno dei due archi che ornavano la fonte c’era una vasca con una cannella da cui i passanti potevano attingere acqua. Per iniziativa di Quirico Filopanti – pseudonimo di Giuseppe Barilli (1812-1894) – alla fine del 1885 nel piccolo piazzale antistante la Remonda venne collocato il cannone che, sparando a salve, indicava il mezzogiorno. Crollata nel 1932, la conserva, cui si accede scendendo la scala che inizia da via Codivilla, venne ricostruita nel 1960. Dal Vascello usciva una tubazione interrata che, per oltrepassare il torrente Aposa, si innestava in una tubazione di piombo corrente, scoperta, su un muraglione con 32 archi, il cui tratto verso via San Mamolo è ancora parzialmente visibile nell’attuale via della SS. Annunziata. Dopo il manufatto, il condotto, nuovamente interrato, giungeva fino alla chiesa dell’Annunziata officiata dai Padri Minori Osservanti, beneficiari di un quarto delle portate idrauliche della Remonda, in seguito a una concessione rilasciata nel 1520. Aggirata la recinzione del complesso religioso, la conduttura proseguiva lungo le attuali vie San Mamolo e D’Azeglio fino alla fontana in piazza Maggiore. Considerati gli scarsi quantitativi di acqua che arrivavano alla fonte, attorno al 1530 vennero intercettate e sfruttate altre vene, ma i lavori si rivelarono insufficienti in quanto le incrostazioni calcaree riducevano le sezioni delle condotte. Di conseguenza ben presto anche questa fonte cessò di funzionare. Con un breve indirizzato al vice legato Pier Donato Cesi (1522-1586), nel 1563 papa Pio iv (1499-1565) commissionava una nuova fonte, cioè l’elegante e raffinata fontana del Nettuno, definita da Giulio Carlo Argan (1909-1992) un «soprammobile da piazza», sotto cui venne murata una lapide celebrativa analoga a quella che campeggia sulla Fontana Vecchia in via Ugo Bassi. Poiché, come al solito, l’alimentazione costituiva uno dei maggiori problemi, l’anno successivo Tommaso Laureti (1530 ca.-1602), ideatore delle fontane del Nettuno e Vecchia, costruita l’anno successivo, venne incaricato di rintracciare nuove vene d’acqua, di progettare il sistema di captazione e di dirigere i lavori. Rintracciate nel Colle detto Valverde, presso il sito di S. Onofrio nella Valle di Pietra vale a dire la Valle d’Aposa, le acque sorgive, intercettate tramite un sistema di cunicoli a raggiera, venivano raccolte in una conserva ottagonale interrata – cui attualmente si accede fra i civici 8 e 10 di via Bagni di Mario. Tramite un condotto, dalla conserva le acque scendevano in un pozzo profondo 27 piedi, avanzo dell’acquedotto romano, raggiungendo la chiesa dell’ex convento camaldolese di Santa Maria degli Angeli  – eretto nel 1330 – e, da questa, la chiesa della SS. Annunziata. Agli inizi del secolo successivo in prossimità della SS. Annunziata venne edificato un deposito, detto Castello delle acque, in cui confluivano le acque provenienti dalla Remonda – attualmente affluenti nel torrente Aposa all’interno dell’area dell’ex Staveco – e dalle sorgive di Valverde. Dal deposito, non più esistente, iniziava una conduttura di orcioli di terracotta, in seguito sostituita con una conduttura di piombo, posata all’interno di un cunicolo percorribile e ispezionabile, che arrivava a un collettore sotto la fonte del Nettuno. Dal collettore si diramavano le tubazioni per la distribuzione di acqua alla stessa fontana del Nettuno – ornata con le celebri sculture in bronzo riproducenti il dio del mare, sirene e putti con delfini, opere di Jean de Boulogne (1529-1608) –, alla Fontana Vecchia – nell’attuale via Ugo Bassi – e a quella dei Cavalleggeri, all’interno del Palazzo Comunale (demolita), al Palazzo del Legato (attuale Palazzo Comunale), a una fontanella e alla cisterna nell’Orto dei Semplici (attualmente in parte occupato dalla Biblioteca Sala Borsa), eretta nel 1587 su progetto di Francesco Morandi detto il Terribilia. In occasione dell’inizio dei lavori per la costruzione della Sala Borsa, nel 1886 la cisterna venne trasportata nel cortile dell’Accademia di Belle Arti sostituendo l’originale con una copia installata al centro del cortile di Palazzo d’Accursio. L’anno stesso in cui venivano affidati i lavori per la realizzazione della fontana del Nettuno, cioè nel 1563, Ulisse Aldrovandi (1522-1605) ricordava al cardinale legato Carlo Borromeo (1538-1584) «l’esistenza di cunicoli portatori dell’acqua dell’antico Acquedotto Augustale», cui si poteva ricorrere per integrare le portate idrauliche. Ma a causa del tartaro e dei detriti depositati lungo il percorso, nel prosieguo degli anni pochi quantitativi idrici riuscivano a giungere fino alle fonti cittadine nonostante altra acqua colasse dalla volta del condotto augustale sottostante il torrente Ravone, ceduta in alcuni punti. Per ovviare a questi inconvenienti, nel tempo vennero attuati diversi lavori. In particolare, nel 1662 sotto la direzione dell’ingegnere Carlo Sega si procedette, in soli sei mesi, a espurgare il condotto augusteo fra i «tre pozzi […] fatti nel tempo che fu fatto il […] Chiavegotto» romano e il «Ponte della Preda» provvedendo, nel contempo, a immettervi direttamente alcuni rii che scendevano dalle pendici dei colli dell’Osservanza e di Ronzano. I lavori intrapresi ebbero breve durata in quanto, trascorso poco più di un anno, i quantitativi idrici scemarono nuovamente. Condotte alcune indagini per individuare le cause, l’architetto del Reggimento Bartolomeo Belli avanzava alcune proposte per aumentare le portate. In estrema sintesi occorreva cercare «qualche sorteria» nuova e su queste costruire un pozzo di intercettazione e di raccolta da cui, tramite un «traforo sotto terra», le acque potevano scendere direttamente nel manufatto romano. Considerato che l’acquedotto romano scorreva sotto il Ravone, nel 1676 Agostino Barelli proponeva di fare una «chiusa» attraverso il torrente «per alzare l’acqua» affinché potesse «andare nel condotto». Oltre a cercare nuove sorgenti, nel 1731 Bartolomeo Malchiavelli, detto Fagottini, fece pulire nuovamente l’acquedotto. Nel corso dei lavori, di fianco al rio Fontane venne scoperta una scala di accesso a un pozzo di scarico dell’antico manufatto, lunga un centinaio di metri, con 327 gradini di altezza non costante, che scende a una profondità di 65 metri. Deceduto improvvisamente Malchiavelli, i lavori vennero portati a termine da Pietro Pilati. Come vedremo, 160 anni dopo i lavori di Malchiavelli e di Pilati il condotto romano verrà utilizzato per alimentare il primo acquedotto moderno a servizio della città. Attualmente la scala dell’antico manufatto, al piede del declivio sottostante la casa dei Due Orologi (via di Gaibola 16), è protetta da una minuscola costruzione cui si accede tramite un ponticello di legno posato sul rio Fontane. Formato dai ruscellamenti dei terreni sottostanti via di Gaibola e di quelli provenienti dal rilievo a sud del parco, il rio sovrastante il condotto augusteo si sviluppa lungo il confine settentrionale del parco. Per quanto riguarda lo sbocco di questo piccolo corso d’acqua, nelle cartografie delle fognature non è indicato, di conseguenza non è chiaro se si immette direttamente nell’acquedotto romano all’interno del parco o se, proseguendo, confluisce nel torrente Aposa in prossimità del Ponte della Pietra.

LOCALITA' ARCO GUIDI

Fuori porta S. Isaia – Arco Guidi, così fino ai primi del Novecento veniva indirizzata la corrispondenza postale a chi abitava nei pressi del manufatto perduto.

Così pure si diceva: abita all’Arco Guidi.

Una località del suburbio di Bologna aveva preso il nome spontaneamente, per iniziativa popolare, dall’arco che, inserito nel portico del Meloncello porta alla Certosa, attraversava via S. Isaia (ora Andrea Costa). Senza netta delimitazione, la suddetta località si estendeva, verso la città fino a quella chiamata Crocetta e verso le colline giungeva a quella più nota del Meloncello. Verso la pianura al canale di Reno e alla Certosa.
Con la demolizione dell’arco, piano piano si perse anche la vecchia denominazione della zona (definitivamente dopo la II GM).
L’Arco Guidi fu condannato a morte dall’aumento del traffico stradale, soprattutto a seguito della costruzione del vicino Stadio (allora Littoriale), inaugurato nel 1927. Prima furono demoliti alcuni archi di portico dal lato della Certosa, per permettere il prolungamento della linea tramviaria a doppio binario; più avanti, nel 1934, ci fu l’atterramento totale, per favorire l’afflusso allo Stadio dei tifosi del “Grande Bologna”. Il manufatto non aveva un valore architettonico rilevante ma piaceva agli abitanti della zona che, con mesta tristezza, lo videro cadere sotto i colpi del piccone demolitore.

Sulla costruzione del portico dal Meloncello alla Certosa, che comprendeva anche l’Arco Guidi, una fonte importante è l’anonima Descrizione Storica del Braccio di Portico che dal Meloncello conduce al Cimitero Comunale, inserita nell’Almanacco statistico Bolognese per l’anno 1835.

Da questa descrizione si riporta la cronologia temporale:
· 1811. Progetto dell’Ing. Gasparini, pienamente approvato dal Governo superiore, e datovi cominciamento.
· 1818. Erezione dell’Arco (Guidi, dal nome del Notaio Antonio, fiduciario del facoltoso Sig. Andrea Pesci, deceduto nello stesso anno, che per sue disposizioni lasciò una cospicua somma appositamente destinata ai lavori. Oggi nessuno lo ricorda) sopra la strada di S. Isaia.
· 1828. Testamento del Valeriani per cui subitamente si ricomincia la fabbrica da qualche tempo fermata.
· 1831. Erezione del grand’arco d’ingresso allo stradone vicino all’arco del Meoloncello.
· 1833. Erezione dell’arco sopra il canale di Reno, ed aprimento dello stradone che ora unisce la via di Saragozza a quella detta della Certosa.
· 1834. 2 aprile. Innalzamento dell’intercolonnio coperto sopra il canale, ed unione immediata del Portico alle mura e quindi agli interni portici del Cimitero.

Già dal 1820 si possono trovare incisioni e disegni del manufatto perduto nelle varie “Guide del forestiere per la città di Bologna e suoi sobborghi”, così come medaglie di bronzo a ricordo dell’avvenimento (una fu sotterrata all’inizio della costruzione del portico come segno beneaugurale), poesie e altri scritti. Nel 1976 si dette il nome “Arco Guidi” alla scuola materna inaugurata in quell’anno ricavata dalla casa colonica del Podere Zangheri, già ristrutturata secondo un antico progetto di edificio agricolo di Carlo Francesco Dotti, nei primi del Settecento. La scuola esiste ancora in piazza della Pace. Vi è pure un’accurata descrizione dell’Arco, del portico e di tutta la zona circostante (caseggiati e altre costruzioni compresi, ma non più esistenti) dal 1334 sino al 1979 (dopo questa data non vi furono cambiamenti rilevanti).

La foto inserita nell’articolo situato nella pagina delle “News” è tratta dal volume “Località Arco Guidi”, a cura di Antonio Brighetti, Aulo Gaggi Editore, 1981.

MONTOVOLO

La chiesa di Montovolo reca la data Anno Domini 1211 “REGNANTE OTHONE IMPERATORE”, ma la sua storia è senza dubbio più antica. Come testImoniano i reperti etruschi ivi rinvenuti, si trattava probabilmente di un tempietto pagano, mentre le sue origini strettamente cristiane si fanno risalire al X – XI secolo, come testimoniano i resti proto-romanici della cripta andata distrutta. La Chiesa di Montovolo è appartenuta ai canonici della cattedrale bolognese a partire dal 1054, anno in cui fu ad essi assegnata, con atto di donazione, dal vescovo Adalfredo.

Ma perché la collina del Montovolo viene chiamata il Sinai bolognese?  Sul Montovolo si trova anche un’altra chiesa, più precisamente un Oratorio dedicato a Santa Caterina d’Alessandria ed edificato nello stesso periodo della ricostruzione di Santa Maria (1211 appunto). Questo oratorio fu eretto come ex voto da alcuni crociati bolognesi di ritorno da Damietta. Tale circostanza sta alla base dell’accreditamento di Montovolo come Sinai bolognese, secondo la teoria avanzata dal Rubbiani nel 1908: il complesso ecclesiale di Montovolo, cioè, dal secolo XIII comincia a richiamare il Monte Sinai allo stesso modo in cui la Sancta Jerusalem delle basiliche bolognesi stefaniane e di S. Giovanni in Monte richiama la città di Gerusalemme e il Santo Sepolcro.

L’edicola della croce

La presenza di una piccola costruzione in questo luogo risale probabilmente all’avvenimento dell’apparizione della croce che le cronache attribuiscono al 1399, in occasione di una processione del moto dei Bianchi. Nel 1841 l’antico eremitorio era quasi del tutto distrutto, cosicché si pensò di ricostruirlo più ampio, in forma di vera cappella. In quell’anno non se ne fece però nulla ed il progetto venne notevolmente ridimensionato; solamente negli anni 1856-57 venne innalzata una più semplice maestà, realizzata dall’abile scalpellino locale Amadio Chinni che riprese le linee del romanico che caratterizzano la vicina S.Caterina: ne ricalca infatti sia il portale, sia la croce greca della lunetta e ne imita perfettamente la muratura in opus quadratum. Venne eretta poco più indietro rispetto alla costruzione che il Calindri aveva definito eremitorio ed il Rubbiani più coerentemente maestà e vi trovò posto una croce in marmo oggi perduta. Un ultimo restauro venne eseguito nel 1975 ed al posto di quella croce, riposta in luogo sicuro, nel 1978 ne venne inserita una copia in pietra.

Questa maestà è il luogo in cui giungono e sostano le processioni delle due feste: del 3 maggio (invenzione, cioè ritrovamento della croce) e del 14 settembre (esaltazione della croce), oggi spostate alle domeniche successive a queste date; la reliquia della croce viene deposta sul piccolo altare addossato all’edicola, dal quale viene impartita la benedizione.

Il balzo di Santa Caterina

Poco oltre la chiesa di S.Caterina, si trova il profondo burrone definito popolarmente come la titolare della chiesetta e nel passato anche rupe dell’Alberone. Ad esso sono collegate leggende riguardanti la Santa oltre ad episodi recenti di suicidi; Giambattista Comelli descrive a questo proposito un avvenimento del 25 aprile 1893, il giorno in cui Sante Guadagnino, un cartolaio bolognese, con la ferrovia si recò a Riola per salire poi a piedi a Montovolo; giunto lassù dopo aver pregato, fatto le sue devozioni ed aver lasciato un biglietto si gettò nel precipizio. Su quel biglietto si trovava la sua ultima volontà: il cappello, il mantello ed una valigetta che aveva con sé dovevano venire donati al contadino del custode del santuario perché recitasse per lui il rosario.

Undici anni dopo simile sorte cercò una giovane sposa di Vimignano, Luisa Cattabriga, che a causa di un infelice matrimonio, probabilmente impostole dal padre, si gettò anch’ella nel baratro. Di questo episodio rimane un cippo che è quanto resta della croce fatta erigere dal padre della ragazza nel 1904; sulle facce della pietra pressoché cubica si trova una scritta oggi purtroppo quasi illeggibile, composta dall’amico del padre Monsignor Fidenzo Mellini arciprete di Salvaro. Quest’ultimo, in periodi in cui il suicida era considerato dalla chiesa un pubblico peccatore per il quale non venivano celebrate le esequie, ed il corpo veniva sepolto in una parte isolata dei cimiteri, riuscì a presentare il gesto come frutto di follia e compiuto in un momento di incoscienza.

La scritta recita:

MEMORIA DI LUISA CATTABRIGA / GIOVANE DICIOTTENNE E SPOSA PER POCHI MESI / DI ADDO VANNINI / CHE PRESA DA REPENTINO DELIRIO / ABBANDONO’ INCONSCIA LA VITA / SU QUESTE BALZE / IL 30 AGOSTO 1904 / O TU CHE PASSI / PREGA IDDIO PER L’ANIMA SUA / CHE PRESTO L’ACCOLGA NEL CIELO

Il parapetto verso il burrone venne collocato dalla Provincia di Bologna nel 1986.

Anche da questo balcone naturale come dagli altri due davanti e dietro a Santa Maria, si gode di un panorama veramente grandioso: ai nostri piedi la valle del Reno col fiume, la strada, la ferrovia ed i numerosi villaggi fra cui Vergato spicca per l’estensione. Sullo sfondo i monti Pero, Radicchio e di Salvaro, mentre più oltre si vedono le colline che preludono alla pianura.

Da questo luogo inizia un itinerario che ricorda i ragazzi morti nell’incidente aereo del Salvemini di Casalecchio; il tragico decesso di quegli innocenti è ricordata con belle immagini di fiori in maiolica accostate al nome di ciascuno di essi.

La foresteria

Il primo edificio che si incontra salendo a Montovolo,a sinistra poco prima della chiesa di Santa Maria, svolge oggi funzioni di locale per brevi soggiorni e per lo svago, avendo in parte perduto la sua funzione originaria di alloggio per i viaggiatori. La parte sinistra è la settecentesca osteria, utilizzata anche come sede della forza pubblica che si stabiliva lassù per alcuni giorni, in occasione delle grandi fiere settembrine di merci e bestiame. Nel 1847 a lato di questa primitiva struttura si costruì una nuova ala con portico in pietra al piano terreno, mentre al piano superiore venne realizzato un camerone come dimora per pellegrini. I lavori del 1975 eseguiti dalla Provincia di Bologna cambiarono notevolmente la struttura dell’edificio più antico.

Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria

Autentico piccolo gioiello del romanico montano, si trova a poca distanza e maggiore quota  rispetto al Santuario. Costruito interamente in perfetto opus quadratum , esempio della perizia di scalpellini di probabile provenienza toscana, mostra nella facciata d’ingresso un portale che fu evidentemente preso a modello per il rifacimento, nell’ottocento, di quello della chiesa maggiore; la strombatura è segnata da due colonnine delle quali quella di sinistra è cilindrica, mentre quella di destra, ottagonale, è stata recentemente ripristinata a seguito di un furto. La parete absidale mostra tre monofore perfettamente proporzionate e nella parete sud, in cui si apre la porta secondaria, sono ben visibili i segni lasciati dal passaggio degli ultimi eventi bellici. Ma è all’interno che questo gioiello rivela tutta la sua preziosità. Interamente ricoperto da un ciclo di affreschi che Rosalba D’Amico dopo attento studio ha definito attribuibili ad un personaggio dotato di buona scuola pittorica, verosimilmente di area toscana, e ben informato dei modelli iconografici di varie provenienze, l’interno è a pianta rettangolare diviso in due campate sormontate da volte a crociera; con la campata del presbiterio un poco rialzata rispetto al resto del pavimento. Il ciclo pittorico è diviso in due temi principali distribuiti nelle due campate, separati dall’arco che le divide su cui è effigiato il classico motivo medievale del memento mori: cioè il paggio elegantemente vestito da un lato e lo scheletro dal lato opposto.

Nella campata del presbiterio sono raffigurate scene della vita della santa, come tramandate dalla leggenda: dalla conversione al martirio; mentre nella campata verso la porta il tema è quello dei Novissimi  cioè gli eventi degli ultimi tempi: il giudizio universale con la resurrezione dei morti, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Il giudizio universale è effigiato sulla parete d’ingresso, con a sinistra della porta il grande leviatano che divora le anime e sulla destra una vivissima scena della resurrezione dei morti, dove un angelo in alto suona la tromba mentre  in basso i corpi sorgono dalla terra. Nell’effige in alto viene riconosciuto il profeta Elia.

Il Paradiso occupa l’intera parete sinistra, con ricchezza di temi iconografici: l’incoronazione della Vergine, i cori angelici, l’Arcangelo Michele con nella destra la lancia che trafigge il drago – demonio e nella sinistra la bilancia con cui pesa le anime; ai lati gli apostoli, i fondatori di ordini, papi e vescovi. In basso un gruppo di uomini e donne che rappresentano i fedeli laici, ma secondo Alfeo Giacomelli i membri di alcune famiglie nobili bolognesi più legate al Capitolo di San Pietro nella seconda metà del quattrocento. La parete destra è interamente occupata dalla raffigurazione dell’inferno, con al centro un demonio mostruoso circondato da dannati sottoposti a pene di chiara ispirazione dantesca.

Nei medaglioni della volta a crocera, infine, sono raffigurati i padri della Chiesa: Girolamo, Gregorio Magno, Ambrogio e Agostino; la presenza qui di tali figure può essere collegata al fatto che Caterina, per via della disputa coi filosofi e del successivo martirio, è considerata la protettrice della Teologia. I fatti della vita della Santa sono presentati nella campata absidale, partendo dalla parete sinistra che raffigura in alto la disputa vittoriosa coi cinquanta filosofi mandati dall’imperatore Massenzio e in basso il martirio della ruota, con l’anima che esce dal corpo per salire al cielo. Sulla parete di fondo si doveva trovare la raffigurazione delle nozze mistiche; o forse dell’incoronazione della Santa, probabilmente con una Madonna in trono col Bambino che offre l’anello alla Santa, come ricorre in altri cicli pittorici. La deduzione è d’obbligo in questo caso poiché la parete fu affrescata prima della riapertura della monofora centrale. In alto, sopra la trabeazione, una crocefissione tra due angeli con le Marie e San Giovanni.

Nella parete destra la conversione e il battesimo della Santa, il processo davanti all’imperatore Massimiano e la prigionia. Nella volta a crocera: angeli, il Padre Eterno e gli evangelisti Matteo, Marco e Giovanni. Nella chiave di volta il monogramma di San Bernardino IHS (Iesus hominum salvator).

Gli affreschi dei due lunettoni che costituiscono le pareti laterali destra e sinistra di questa campata, distaccati nel 1965, sono stati nuovamente restaurati da Camillo Tarozzi in occasione dell’ottavo centenerio. E’ intenzione comune della Soprintendenza e del Rettorato del Santuario, di ricollocarli definitivamente in loco, non appena siano garantite condizioni microclimatiche idonee a scongiurare il deperimento dei pigmenti utilizzati.

Nella zona presbiteriale è pure collocato un piccolo sarcofago in pietra, impreziosito da incisioni di croci, palmette e altri simboli, che la tradizione vuole sia quello in cui furono conservate le spoglie di Sant’Acazio. Nell’angolo di fondo è conservata la punta di lancia che la leggenda popolare vuole appartenuta a Sant’Acazio. Mentre addossata alla parete opposta al sarcofago si trova una bella statua policroma settecentesca della Santa che fino al 1965 era collocata nella accecata monofora centrale.

MULINO DEL GOMITO

“… pochi borghetti aveva allora San Niccolò (di Villola, ove il mulino era di giurisdizione della parrocchia di…) pure a Muro lungo dè Belvisi abitavano cinque famiglie; ai luoghi dei Ratta e dè Baldi famiglie quattro; e quattro al solo dè Marulli. Così la Sterlina o San Sisto, dov’era osteria, trovavasi popolata a sufficienza; e più poi il Molino del Gomito, dov’erano raccolte ai suddetti giorni sei famiglie numerose …”

Queste le poche notizie trovate inerenti la storia del Mulino del Gomito:

“… il Molino del Gomito sunnominato è di ragione dè Signori Amorini, a quanto ne vien detto; e lavora con acque provenienti da San Ruffillo, le quali ancora fanno agire il Molino della Misericordia, fuori appena Porta Castiglione …”1

“… ma il tempo vi potè addosso moltissimo, l’incuria umana assai più…”2

Arrivando a tempi più recenti:

…fu attivo fino alla seconda metà del 1970, ed era permesso al privato di andare a macinare la propria farina.

Nell’edificio risiedeva stabilmente una persona addetta al funzionamento dei meccanismi.

Poi fu abbandonato il tutto e divenne ricovero per povera gente.

Il degrado divenne sempre più evidente e cominciarono a cedere le strutture per mancanza di manutenzione; i crolli si fecero continuamente più estesi e non si salvarono neppure un paio di teste in bassorilievo collocate nell’ingresso principale.

Mutato in contenitore per rifiuti, all’interno si poteva trovare di tutto.

Una stanza al piano terra conteneva migliaia di bottiglie vuote diverse per forma, sul retro in quella che doveva essere una cantina, molti tini di varie dimensioni.

I locali interrati che ospitavano i congegni per la molitura furono depredati di ogni particolare, sparite pure le stesse macine.

Le condotte sotterranee che prelevavano l’acqua dal vicino Savena furono chiuse, tombate e distrutte.

In seguito si demolirono i muri scampati ai crolli per spianare tutta l’area e farne un complesso residenziale.

Furono risparmiati la piccola cappellina con deliziosi affreschi e i pilastri d’ingresso lavorati con motivi ornamentali.

Cominciate nel 2007, le opere vennero sospese poco dopo lasciando incustodita l’area; riprese successivamente per la realizzazione di un moderno complesso edilizio, ad oggi non sono ancora terminate.

1 – Le Chiese Parrocchiali della Diocesi di Bologna ritratte e descritte, Tomo I, 1844.

2 – Sonetto di Giulio Cesare Croce riferito alla Villa del Tuscolano, ma la citazione può essere usata in riferimento anche a questo edificio scomparso.

ORTO BOTANICO

Fondato nel 1568, l’Orto Botanico dell’Università di Bologna è uno dei più antichi al mondo e la sua storia è stata sin dall’inizio strettamente connessa al ruolo e all’evoluzione degli studi botanici in Italia. Fin dal Cinquecento lo Studio bolognese fu una delle principali sedi della cultura botanica italiana; nel 1568, su proposta di Ulisse Aldrovandi, il Senato bolognese istituì l’Orto Botanico, uno dei più antichi d’Italia dopo quelli di Pisa, Padova e Firenze, tutti fondati attorno alla metà del ‘500. La prima sede dell’Orto fu all’interno del Palazzo Pubblico in un cortile che oggi corrisponde approssimativamente alla Sala Borsa. L’Orto si sviluppò nel Seicento lungo la linea tracciata da Aldrovandi; intervennero però nel corso del secolo due mutamenti fondamentali legati l’uno all’altro: l’enorme aumento di conoscenze floristiche ed il progressivo affrancamento della botanica dalla scienza medica. Nel 1587 si provvide a trasferire la coltivazione in un sito più ampio presso l’attuale Porta S. Stefano, dove le piante coltivate salirono da 800 nel 1573 a circa 3000 nel 1595. All’interno del Palazzo Pubblico rimase solo la collezione dei «semplici», cioè delle piante medicinali, necessaria alle esercitazioni. Nel 1803, infine, l’Università acquistò, tra Porta San Donato, Porta Mascarella e via Irnerio, un’ampia area prevalentemente agricola, ma già provvista di giardini e viali alberati, dove venne definitivamente ubicato, nella sede attuale, il nuovo Orto Botanico, sorto dalla riunificazione delle collezioni di Palazzo Pubblico e di Porta Santo Stefano. L’Orto Botanico attuale segue due criteri espositivi diversi: da un lato, la presentazione di singole collezioni di particolare pregio, e dall’altro la ricostruzione di ambienti naturali, nei quali le specie vegetali siano inserite in modo simile a quanto avviene in natura. L’Orto moderno infatti deve assolvere a funzioni nuove, in particolare di divulgazione e didattica rivolte ad un pubblico ampio cui l’Orto storico non si rivolgeva. Per informazioni più approfondite sui vari periodi della storia dell’Orto Botanico potete seguire i collegamenti riportati qui sotto:

Alcune delle parti idrauliche dell’Orto Botanico, ovvero la rete di distribuzione idrica derivata dal Canale di Savena

Dal Canale di Savena si diramava in città una complessa rete, composta da una quarantina di rami e derivazioni secondarie, che si sviluppava nel settore Est compreso fra l’Aposa e la cinta muraria e, ad Ovest del torrente, giungeva ad alimentare i Conventi di S. Agnese, S. Domenico, S. Francesco e il Palazzo Comunale.

I condotti correvano lungo le strade, ma anche, denunciando una loro realizzazione precedente, sotto i fabbricati stessi, i loro portici o in corti private.

In una “Nota di tutt’i Luoghi, che si servono dell’Acqua cavata dalla Chiusa di S. Raffaello” (oggi S. Ruffillo), compilata fra il 1662 e il 1663, vengono meticolosamente descritti i percorsi seguiti dai vari rami, emissari ed immissari.

Le medesime descrizioni, riportate vent’anni dopo in un altro elenco, verranno poi riprese da Carlo Salaroli nella sua “Origine di tutte le strade di Bologna”, pubblicata a metà del secolo successivo sotto lo pseudonimo di Ciro Lasarolla dimostrando che, sostanzialmente, i percorsi dei condotti erano rimasti inalterati.

Ora prendiamo in esame e descriviamo solamente i rami di nostro interesse, ovvero quelli che alimentavano l’ampio spazio della palazzina della Viola, oggi in parte occupato dal nostro Orto Botanico; si potrebbero citare anche tutti le altre diramazioni ed i loro rispettivi percorsi, ma riteniamo che quattro pagine potrebbero non essere sufficienti.

“… attraversata questa strada, la canaletta giungeva alla parte posteriore del Borgo di San Giacomo. Dopo aver varcato il Borgo, proseguiva dietro le sue case fin davanti a Gattamarza. Qui svoltava a destra, sottopassava Strada San Donato, entrava nell’orto della Viola che attraversava fin quasi contro le mura. Seguendo un tragitto parallelo alla cinta muraria giungeva al Convento di San Guglielmo, vicino a Porta Mascarella, ed usciva dalla città…”

“… dal Fossato dei Pellacani si diramavano diversi rami; uno, derivato all’angolo fra la via Pellacani e via San Vitale, correva nel mezzo delle case di questa strada: davanti al Convento di San Leonardo voltava a sinistra per proseguire fra le case comprese tra la via Gattamarza e il Borgo San Leonardo. Alla fine del loro percorso le acque si immettevano in una chiavica che, sottopassato il Borgo San Giacomo, confluiva nel ramo della Viola…”

“… dal ramo di San Vitale si staccava un altro condotto che, tra le case di Gattamarza e Vinazzi, andava ad innestarsi in una chiavica a sua volta immissaria, dopo aver sottopassato il Borgo di San Giacomo, del condotto della Viola. Un ramo secondario partiva da una casa nella via Vinazzi e, attraversata la strada, correva dietro le case andando a immettersi in un chiavicotto a servizio della casa dei Malvezzi, sita all’angolo fra Strada San Donato e via Belmeloro…”

“… un ulteriore ramo giungeva “sopra terra” (scoperto: questo tratto è visibile nell’icnoscenografia di Filippo Dè Gnudi, risalente al 1702) in mezzo alla via Vinazzoli, erroneamente indicata nelle relazioni e in Lasarolla come via Vinazzi (le Vie Vinazzi, Vinazzetti e Vinazzoli venivano spesso scambiate fra di loro. Fin dal secolo XIII la toponomastica bolognese è piena di Vinazzi, Vignazzi, Vinnazzetti, che indicano ad un tempo i residui del mosto dopo la torchiatura e i luoghi campestri prossimi alla città in cui venivano smaltiti, luoghi che, con la crescita urbana, sono poi diventati vie e Borghi) via Belmeloro di fronte alla casa Malvezzi. Voltava quindi verso la casa dei “Sabadini per sino al Ponticello” che sottopassava; dopo aver girato a sinistra, attraversava alcuni orti dietro le case del Borgo di San Giacomo dalla parte di sopra e, successivamente, andava ad immettersi, in corrispondenza di Gattamarza, in una chiavica tributaria del condotto della Viola (nell’icnoscenografia di Filippo Dè Gnudi il condotto, scoperto, raggiunge direttamente via Gattamarza). Un ramo, probabilmente derivato dal precedente, correva fra la via Pellicani e l’altro Vinazzi (attuale via dei Bibiena) fin sotto il Guasto Bentivoglio, dove si univa ad altre acque (il Guasto così denominato è il punto oggi coperto dal Teatro Comunale, ove, in antico si mise a ferro e fuoco il magnifico Palazzo dei Bentivoglio, allora famiglia dominante a Bologna). Nel punto inferiore del Fosso dei Pellacani si staccava un condotto il cui percorso proseguiva parallelamente a Strada San Donato. Sottopassato il Monte della Canapa (ex Scuderie Bentivoglio-di fronte al Teatro Comunale-dove venivano messi a riposare i cavalli-circa 1000 si racconta-oggi occupate da saloni multiuso) e Palazzo Paleotti, attraversava il Borgo di San Giacomo raggiungendo la Chiesa della Maddalena. Da qui il ramo proseguiva dietro le case di San Donato fino a confluire in una chiavica immissaria del condotto della Viola…”

“… sotto la bottega del “Marescalco della Piazza de SS.ri Bentivoglj” (attuale Piazza Verdi) partiva un ulteriore ramo che, dopo essere passato sotto il Guasto, giungeva, seguendo un tracciato dietro le costruzioni di San Donato, fin davanti alla Chiesa della Maddalena. Davanti al “Pignattaro” di Strada San Donato riceveva le acque di un chiavicotto corrente in mezzo alla via del Guasto. Nel tratto compreso fra questa via ed il Borgo della Paglia (attuale via Belle Arti) il ramo di Strada San Donato alimentava un condotto che, attraversato l’orto di un certo Fasanino in Strada San Donato, proseguiva dietro le case del Borgo della Paglia fin davanti alla Chiesa della Maddalena. Qui i due rami, l’adduttore e il derivatore, confluivano in un’unica conduttura che oltrepassava il Borgo della Paglia ed entrava dietro la casa di detta via, all’angolo con Strada San Donato, dividendosi in due parti. Un braccio, corrente sempre dietro le case di Strada San Donato, superava la Braina di detta strada e andava ad immettersi nel condotto della Viola. L’altro passava dietro le case del Borgo Paglia, svoltava in via Centotrecento e tenendo il centro di questa strada giungeva in Borgo Marino, ove si congiungeva ad altre acque…”

“… nella Piazza dei Bentivoglio, dal fossato dei Pellicani derivava un condotto che sottopassava il Guasto e, dopo aver attraversato e seguito per un certo tratto il Borgo Paglia, proseguiva nel mezzo delle case di via Mascarella e Centotrecento. Poco prima di Borgo Marino voltava decisamente a destra , attraversava via Centotrecento per raggiungere, al termine di un percorso dietro le case di questo Borgo, il luogo in cui sorgevano le Case Nuove dei SS.ri Malvasia, dove svoltava a sinistra. Superato Borgo Marino le acque del condotto, unite ad altre ricevute sotto casa Salicini, attraversavano gli orti e andavano ad immettersi nel sistema idrico della Viola…”

“… anche il ramo di Strada Maggiore alimentava alcune condutture distribuite lungo il suo tragitto. Un ramo, derivato di fronte al “Fornaro dei Servi”, imboccava via del Begatto. Raggiunta Strada San Vitale, percorreva questa in direzione della Porta fin sotto la “Casa del Giroldo”, dove si innestava in una Chiavica immissaria della rete idrica diretta alla Viola. Un altro ramo, derivato nel Begatto, passava nell’androna di San Tommaso, compresa fra il Begatto e l’androna di San Leonardo, ed alimentava altri quattro condotti…”2

Le esplorazioni odierne

Oggi, di tutto quel reticolato enorme di canalette restano diverse tratte, modificate nei secoli ma distrutte, purtroppo, in buona parte durante la seconda Guerra Mondiale (Bologna fu assai martoriata dai bombardamenti3). Successivamente recuperate, ed ancora presenti e in uso, le condotte (alcune) più moderne si innestano in quelle più antiche. Il loro lavoro, benchè non più irriguo, ma di smaltimento acque (nere o bianche che siano) viene svolto pazientemente. Del secondo tipo fa parte il percorso perlustrato di recente, dove si sono rintracciate le fondazioni più vecchie (cinquecentesche), ma anche un’incisione del 1904, indicante una manutenzione effettuata al condotto; manutenzione che, purtroppo, non viene più eseguita da parecchi decenni visto l’enorme spessore dei sedimenti che arrivano oramai alla base della volta completamente rivestita di mattoni e di pregevole fattura.

Resta ancora da visionare un lungo passaggio. Non tutti i segreti dei sotterranei dell’Orto Botanico sono stati svelati; speriamo di riuscire a farlo.

1 Dal sito dell’Orto Botanico.

2 Il sistema delle acque a Bologna dal XIII al XIX secolo, a cura di Angelo Zanotti, Editrice Compositori, Bologna, 2000.

3 Sono numerosi i testi che trattano dell’argomento: per ulteriori approfondimenti e per la bibliografia cfr: Ricerche sulla Montagnola di Bologna, le fortezze papali, le ghiacciaie, i rifugi antiaerei, a cura di Giancarlo Benevolo-Massimo Brunelli, Maglio Editore, 2013; Aposa segreto, i rifugi antiaerei a cura di Massimo Brunelli-Francisco Giordano, Ass. Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna, 2012; Delenda Bononia, immagini dei bombardamenti 1943-1945, Bologna, Pàtron, 1995; Bologna gente e vita dal 1914 al 1945, a cura di Franco Cristofori, Bologna, Edizioni Alfa, 1980; cfr. inoltre i numerosi testi di Vito Paticchia.

OPIFICIO DELLA GRADA

Le prime notizie certe si hanno il 29 marzo del 1681, anno in cui venne concessa a Giovan Battista Mengarelli la possibilità di costruire sul canale di Reno un edificio da destinare ad uso di pellicaneria (conceria) con la prescrizione di contrassegnare le pelli in modo che fosse sempre riconoscibile la lavorazione bolognese delle stesse.… “si richiede di costruire un edificio che si farebbe nel pezzo di Ponente sopra il Canale di Reno, che rimane isolato di qua dal ponte della strada alla Grata di Reno”. Nel corso del XVIII secolo l’edificio diventò di proprietà del Cardinale Pompeo Aldrovandi. Oltre alla lavorazione delle pelli si hanno notizie di una ruota capace di produrre forza motrice e di alimentare un orto nella proprietà Aldrovandi posta a sud, in posizione dominante, quindi incapace di ricevere acqua naturalmente. Ancora più rilevante era la macina a Galla, sostanza ricavata dalla escrescenza della corteccia delle querce colpita da aggressioni di parassiti, le pelli venivano lasciate in maceratoi dove era stata messa calce viva, successivamente venivano sottoposte a numerosi lavaggi in acqua corrente e quindi unite alla galla utile al fissaggio dei colori. L’edificio conteneva “tutte le macchine” necessarie alla lavorazione della Galla, così che l’insieme poteva essere considerato una vera e propria industria dotata di piena autonomia funzionale.

Nel suo testamento il Cardinale destinò gli utili della conceria al Capitolo di S. Petronio, che ne divenne pieno proprietario nel 1775. Verso la fine del secolo (giugno 1791, con una spesa di 12.000 quattrini, moneta di Bologna), in seguito a diverse controversie sorte con il “Corpo degli Interessati del canale di Reno” l’edificio passò proprio a questo istituto ora Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno.

Numerosi i rifacimenti interni sia per motivi di lavorazioni che per allargamenti o ricostruzioni causa incendi. Verso la metà del XIX secolo la crisi del settore conciario determina l’abbandono di tale attività per lasciare il posto ad altre più redditizie; nel 1842 fu presentata una proposta di costruire due macine da grano, che però trovò l’opposizione della Università delle Moline. Nel 1854 si ha notizia di un mulino da grano, nel 1860 si propone uno stabilimento per bagni pubblici nei periodi estivi e lavanderia nei periodi invernali: particolare la notizia che nel 1895 ci furono disordini a causa dei numerosi bagnanti. Nel periodo 1867-1878 l’edificio prende forma nelle dimensioni attuali e nel 1870 viene introdotta l’illuminazione a gas. Risale al 1899 la richiesta dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di avere alcuni locali al piano terra e a quello interrato ove installare la propria centrale elettrica con tre turbine per alimentare le sale a raggi X; le turbine funzionarono fino al 1926 e quattro anni dopo furono smantellate. Merita una segnalazione la decorazione che campeggiava sulla parete Nord: “Angelo Maccaferri”, e si riferiva alla omonima officina che risiedeva agli inizi del 1900 in alcune sale e che cooperava attivamente con il Consorzio costruendo i suoi famosi “Gabbioni” detti anche “Purghe” che ebbero il primo massiccio impiego sul Fiume Reno a Casalecchio dopo la rotta avvenuta nell’Ottobre del 1893.

Nel dopoguerra cessato ogni uso industriale, l’intero corpo di fabbrica venne adattato ad uso abitativo, generalmente per casi sociali e per i bisognosi. Al piano terreno per qualche tempo alloggiarono anche i vigili urbani. Non è mai cessata invece la regolazione idraulica realizzata con le antiche paratoie capaci di regimare l’intero tratto di canale posto a monte.

Il Consorzio nel 1995 ha intrapreso un importante intervento volto al recupero del fabbricato. Al momento risulta completata la ristrutturazione statica mentre il recupero conservativo è limitato per ora ad una parte destinata agli uffici e alla casa di guardia del Regolatore del Canale.

PALAZZO MACCAFERRI ORA I PORTICI HOTEL

I Portici Hotel è ubicato nel pieno centro storico di Bologna, in un edificio di pregio di fine ‘800 (Palazzo Maccaferri) mirabilmente restaurato.
La posizione e la vicinanza con la stazione ferroviaria ne fanno una meta ideale sia per il turista sia per chi viaggia per lavoro.
La sapiente ristrutturazione ha riportato alla luce 1500 metri quadrati di pitture dimenticate che fanno sicuramente di questo Hotel a 4 stelle di lusso un luogo dove l’Ospite può trovare l’armonia di un’atmosfera di viaggio esclusiva e l’efficenza di una base ideale per scoprire Bologna, un ambiente in cui convivono le calde atmosfere liberty e la modernità dell’arredamento sia nelle 86 camere di varia tipologia, sia negli ampi spazi dedicati alla congressistica e allo spettacolo.

Chiude l’Eden Kursaal – Chiude i battenti l’Eden Kursaal, famoso locale di avanspettacolo posto in via Indipendenza 69, all’interno del palazzo Maccaferri. Inaugurato dal sindaco Dallolio nel 1899, era dotato di una grande sala al pianterreno per il caffè concerto e di un salone ristorante (più varie salette per il gioco) al piano nobile, affacciato sulla Montagnola. Era decorato all’interno con ferri battuti e ringhiere in stile liberty di Sante Mingazzi, mentre la ricca illuminazione era stata curata dalla ditta tedesca Ganz. Il riscaldamento a vapore era diffuso dai primi termosifoni apparsi a Bologna. Negli anni della Belle Epoque aveva ospitato tutti i grandi protagonisti dello spettacolo leggero, da Petrolini alla bella Otero. Il palazzo diverrà in seguito sede della Società Elettrica.

I Portici Hotel, l’albergo di riferimento di Bologna – Il 4 stelle di lusso che riporta agli antichi splendori Palazzo Maccaferri e che con le sue vetrate, il ristorante , il caffè e le sale congressi che si affacciano su via Indipendenza 69 fa rinascere e si apre su una delle vie più belle della città. Per diventare l’albergo di riferimento di Bologna. Nel pieno centro di Bologna, in un ambiente raffinato e allo stesso tempo discreto, nello storico Palazzo Maccaferri , che ricorda fasti e luoghi dello spettacolo del passato (qui sorgeva la migliore espressione della belle époque bolognese, il mitico caffè-concerto Eden Kursaal ), in una posizione strategica sia per il turista che per chi lavora, è stato inaugurato «I Portici Hotel Bologna», un’idea di hotel innovativa e foriera di novità per l’intera città. Le ampie vetrate si affacciano direttamente sull’angolo più bello di via Indipendenza dando così l’impressione all’ospite, prevalentemente corporate e congressuale, di essere parte della vita della città. Anche il ristorante e la caffetteria (supportata da un laboratorio interno di pasticceria), entrambe aperte al pubblico, sono al primo piano quasi fossero parte integrante della città e invitassero i bolognesi ad entrare. Non a caso la caffetteria avrà una forte vocazione culturale e mondana: degustazioni, concerti, sfilate di moda. Le camere sono 86, tra Standard ed Executive. In 60 di queste sono stati riportati agli antichi splendori gli affreschi in stile liberty, ciascuno diverso dall’altro. Ciò con un intervento durato 18 mesi per opera della società S0S Art. Progettate per essere simili ma non uguali, alcune camere si affacciano sulla centralissima via Indipendenza, cuore della città, altre sul bellissimo parco del Pincio. Adiacente al Bar Terrazza si trova il nostro Salone delle Feste da 200 mq e nella splendida cornice liberty dove sorgeva il café chantant Eden Kursaal ora si trova il nostro Teatro Eden; mentre al piano terra affacciata su Via Indipendenza la Sala Garden offre un piacevole spazio meeting da 40 posti. Tutte le sale sono funzionali e tecnologicamente attrezzate per ospitare riunioni di lavoro, convention, seminari, conferenze. In tutti gli spazi comuni dell’hotel è presente il sistema Hi-Port, che consente collegamenti wireless.

Il restauro – Riportati all’originale 1.500 metri quadrati di pitture in stile liberty realizzate a fine ‘800. I Portici Hotel Bologna riporta alla luce 1.500 metri quadri di pitture realizzate a fine ‘800 nei saloni e sui soffitti dei quattro piani dell’edificio. Obiettivo dell’intervento: mettere sempre in evidenza la decorazione originale. Una finalità dunque, oltre che estetica per i clienti dell’Hotel, anche culturale: sono state recuperate le pitture di un’intero edificio di epoca liberty, evidenziando l’amore per la decorazione di quell’epoca e la maestria degli artigiani e degli artisti che ci hanno lavorato. Grazie all’Hotel I Portici, Palazzo Maccaferri diventa testimonianza imponente di documenti pittorici. «I dipinti – spiega Monica Ori – sono stati eseguiti a fine 800, sembra nel 1898, a tempera a calce o a calce e caseina. Una tecnica definita genericamente tempera forte. La maggior parte delle decorazioni ha come soggetto varie tipologie di piante e fiori, tema caro allo stile Liberty. Altre hanno caratteristiche più classiche, di stampo ottocentesco. Solo nel teatro vi sono scene che raffigurano personaggi umani».  «Alcuni di questi dipinti – continua Monica Ori – erano coperti da vari strati di pittura che aderivano direttamente alla pellicola pittorica originale, altre volte invece erano nascosti da controsoffittature in laterizio (le più vecchie) o in cartongesso (le più recenti). I dipinti del terzo piano si sono rivelati quelli meglio conservati, mentre al secondo e al primo piano lo stato di conservazione era davvero pessimo. Alcuni soffitti erano stati addirittura martellinati per fare aderire un nuovo intonaco, in altri casi le rappezzature coprivano quasi la metà della superficie». «La prima operazione effettuata – conclude Monica Ori – è stata il descialbo, cioè l’asportazione delle pitture apposte sulla pellicola originale. Gran parte di questa operazione è stata effettuata a secco, battendo con piccoli martellini o staccando piccoli pezzetti col bisturi. Una volta liberato dagli strati soprammessi, il film pittorico è stato pulito con acqua demineralizzata e spugne naturali, per asportare le ultime tracce di scialbo e di sporco. Dopo la pulitura si è proceduto al consolidamento della pellicola pittorica per imbibizione e dell’intonaco attraverso iniezioni di malta apposita. La stuccatura è stata eseguita con malta a base di calce. Dove l’originale si presentava consunto e frammentario ma riconoscibile, la ricostruzione della decorazione è avvenuta attraverso la chiusura delle piccole lacune e delle abrasioni a tempera o all’acquarello. Dove invece le lacune di dimensioni maggiori rendevano illeggibile il disegno, è stato fatto un rilievo delle parti esistenti ed è stato riportato sulle lacune attraverso lo spolvero. Fortunatamente i disegni sono spesso ritmici, per questo è possibile capire cosa mancava in una determinata zona».

La Storia di Palazzo Maccaferri, dal progetto del 1896 di Attilio Muggia alla vendita negli anni ’50 alla Società Elettrica Bolognese all’inaugurazione de I Portici Hotel Bologna – L’hotel riporta agli antichi splendori palazzo Maccaferri, che è testimonianza preziosa della storia delle costruzione e dell’architettura del 900. Proprietario del Palazzo era l’Ingegner Giuseppe Maccaferri. Questi insieme all’Ingegner Attilio Muggia progettò la costruzione di un palazzo tra via dell’Indipendenza e i giardini della Montagnola. La posa della prima pietra avvenne il 6 aprile 1896. I lavori durarono appena un anno. Muggia rimane fedele allo spirito del luogo (nel 1892 il parco della Montagnola ospitò con gallerie e padiglioni la prima mostra provinciale di arte applicata all’industria). Il progetto dà risalto al collegamento tra via dell’Indipendenza e la Montagnola sia dal punto di vista morfologico (i livelli differenti delle quote di terra) sia funzionale: infatti all’interno del palazzo sono previste, oltre alle residenze private, anche delle funzioni pubbliche un ristorante e un café chantant. La descrizione dettagliata dell’impianto originale è dello stesso Muggia, che firma un articolo sulla rivista Edilizia moderna nel marzo del 1900: “a piano terra, lungo via dell’Indipendenza, si trova un porticato di nove arcate, che si raccorda con quello del Pincio. L’ingresso principale si apre sulla linea di simmetria, in corrispondenza del quale, al piano superiore, si trova una balconata facente motivo colle arcate, alle quali corrispondono tre finestre bifore, che trovano riscontro nelle loggette estreme; al secondo piano pure si hanno le finestre bifore di cui la centrale mette sul balcone. Tutte le finestre del terzo piano sono bifore e architravate. Oltre che all’ingresso principale al palazzo, dal portico si accede anche al cafè chantant, che si compone di un vestibolo, la sala del teatro, la quale è disimpegnata da una corsia laterale. Tutto intorno corre un ballatoio-galleria cui corrisponde pure una corsia di disimpegno sovrastante quella terrena. Una elegante scaletta in ferro con i gradini di marmo, a due branche, leggerissima e a giorno, è situata nella corsia rimpetto all’ingresso e porta alla galleria cui si accede anche da un’altra scaletta sul lato opposto. La galleria era sorretta da colonne di ghisa e il pavimento della sala era stato realizzato in marmette levigate, in modo che potesse essere utilizzato anche come pista per il pattinaggio a rotelle. Sul lato corto opposto all’ingresso, dunque dalla parte della Montagnola, c’erano il boccascena e il palco, immediatamente sotto questi c’era la platea che una foto d’epoca ci mostra essere composta da sei file di nove poltrone ciascuna. Il resto della sala era occupato da piccoli tavolini da caffè rotondi, a ciascuno dei quali erano assegnate quattro sedie. La sala era riscaldata da termosifoni (forse i primi a Bologna) che diffondevano il calore generato da un impianto a vapore. Gli apparati decorativi di Sante Minguzzi I motivi floreali dell’esterno, le rose applicate nei capitelli delle pilastrate, delle finestre e delle lesene, nelle specchiature dei parapetti sono ampiamente ripresi nell’interno, in particolare nei locali ad uso pubblico. In fondo all’ingresso principale si trovava un nicchione”.

Il caffè-concerto Eden Kursaal, situato al piano terra di Palazzo Maccaferri ossia l’edificio che ospita l’attuale «Hotel I Portici Bologna», fu inaugurato il primo gennaio 1899 alla presenza di tutte le autorità cittadine. Si trattava di una sala sfarzosa, la migliore espressione bolognese di quell’età spensierata poi definita belle époque. Si preferì tuttavia utilizzare l’appellativo francese café chantant piuttosto che il provinciale caffè-concerto. La vita del Caffè-concerto Eden Kursaal si svolse nell’arco di un quarto di secolo. Esso fu l’unico locale di Bologna in grado di offrire le esibizioni delle vedette internazionali più note e richieste. Si esibivano ragazze che avevano più decolleté che voce. La qualità degli spettacoli era all’altezza delle analoghe sale teatrali delle più importanti capitali d’Europa. Il locale era situato al piano terreno di Palazzo Maccaferri. Vi si accedeva da un ampio lato. Ai lati di questo, due scalinate conducevano alla galleria superiore, che allungava due stretti bracci lungo i lati della sala sino a raggiungere il vuoto del boccascena. La sala era rettangolare e lunga quanto era profondo l’edificio stesso che l’ospitava. La galleria era sostenuta da colonne di ghisa. Il pavimento della sala era costruito in modo da consentire e supportare il pattinaggio. Su uno dei lati corti del rettangolo era situato il palco. La sala proseguiva con una platea occupata da sei file di nove poltrone ciascuna, e infine cominciava la zona in cui erano dislocati numerosi tavolini rotondi. Il locale era inoltre dotato di un ampio ristorante il quale a sua volta era corredato da sale da biliardo e salette per il gioco delle carte, il tutto dislocato al primo piano in uno spazio analogo e corrispondente alla sottostante sala degli spettacoli. Il ristorante apriva due terrazze sul giardino della Montagnola retrostante al palazzo e vi si accedeva tramite quattro ingressi distinti: tre erano situati alla Montagnola, uno all’interno del caffè-concerto. La decorazione era una commistione di liberty ed eclettismo. Quasi completamente realizzata dal poliedrico artista-artigiano Sante Mingazzi, era molto ricca e affidata non solo a stucchi e ad affreschi ma anche a ringhiere, lampade e ferri batutti d’ogni genere. A un lato della Hall c’è il bel giardino, delimitato da vetrate a tutt’altezza. Sul giardino si affacciano, oltre alle cinque camere per disabili piano terra, tutte le camere interne dell’edificio. Dall’altro lato della Hall c’è l’ingresso al teatro, l’antico café chantant Eden Kursall (inaugurato nel 1899), anch’esso conservato, dove si terranno spettacoli ed eventi. Attiguo al teatro, il ristorante/sala colazione, che si affaccia con le sue vetrine su via Indipendenza. Il teatro e il ristorante sono divisi da una tecnologica parete mobile insonorizzata amovibile: all’occorrenza mossa, i due spazi possono arrivare a contenere una platea di 250 persone. Sullo stesso piano, affacciato sull’area esterna, dove la doppia scalinata di accesso del Pincio al parco scende sulla proprietà dell’Hotel, c’è il garage. Le camere si sviluppano su tutti i cinque piani dell’edificio. Nel piano ammezzato si trova l’accesso alle balconate del teatro dalle quali, oltre che vedere il palcoscenico, si può cenare durante lo spettacolo. Al primo piano, oltre al salone conferenze principale (250 posti), c’è la caffetteria , incastonata dalla modernissima struttura in vetro e acciaio, che si sviluppa sopra il portico e si affaccia su via Indipendenza. La caffetteria è raggiungibile sia dai clienti dell’Hotel dal piano stesso, sia dai bolognesi e dai turisti da via Indipendenza (‘ascensore) che dal parco: il primo piano dell’Hotel è, infatti, a livello del parco stesso.

Gli spazi oggi, tra conservazione, tecnologia e lusso – L’Hotel I Portici Hotel Bologna, un edificio a cinque piani, si presenta con l’imponente struttura liberty, realizzata completamente in cemento armato, cosa avveniristica per l’epoca, a fine Ottocento. Otto vetrine si affacciano sotto il portico della napoleonica via Indipendenza: tre per la sala ristorante (una delle tre sale ristorante per fumatori), una per la cucina, una per la sala riunioni, due per gli uffici. Sempre sotto il portico, da un portone di legno, si entra nell’ingresso principale dell’Hotel: la caratteristica pavimentazione lastricata, che è stata conservata, ricorda che da questo portone entravano le carrozze trainate dai cavalli. Al termine dell’ampio corridoio, con ai due lati le due trombe di scale (la prima d’epoca, la seconda costruita negli anni 50), si arriva nella Hall di 400 metri quadrati, illuminata dalla luce naturale che entra dal tecnologico tetto in vetro.

Notizie tratte dal sito de “I Portici Hotel

PALAZZO SCARSELLI

Il viandante o il passeggero che si trova a transitare sulla via Porrettana, nell’ubertoso territorio dislocato tra la frazione Pegola e il Comune di Malalbergo, in direzione Ferrara, non può davvero fare a meno di voltare il proprio sguardo e prestare attenzione alla sontuosa facciata dell’abbandonato palazzo Scarselli (conosciuto anche come palazzo Venturi). Situato a pochi metri dalla riva destra del canale Navile e voluto nel 1874 dal conte Cesare Scarselli come residenza di campagna e centro delle attività amministrative dei suoi possedimenti terrieri, riporta ben poche tracce dei fasti passati, come l’arma di famiglia ancora salda sulla facciata, in alto, al centro, quasi a ridosso del cornicione, composta da una testa di leone che sovrasta un elmo coronato piazzato a sua volta sopra ad una serie di tre gigli stilizzati e tre spade sovrapposte su tre file, alternate da una sequenza di piccoli rilievi per un totale di 12, come i soffitti affrescati semplicemente, i pavimenti mosaicati, la grande loggia passante con archi a crociera, un lungo e stretto corridoio dipinto da inquietanti strisce verticali. Per il resto il guano di piccione regna sovrano praticamente ovunque, raggiungendo in molti punti un notevole spessore e creando una quantità enorme di pulviscolo maleodorante. D’altronde la mancanza di finestre ai piani alti incoraggia assai la nidificazione di questi volatili. Poco o nulla è rimasto degli arredi. Sopravvivono in una stanza ammassi di cassette da frutta ricoperte da uno spesso strato di ragnatele sintomo di un uso agricolo ormai lasciato da tempo, pochi pezzi di una stufa in cotto, ma vi è ancora e quasi completo, un montacarichi con gabbia metallica che si elevava a tutta altezza, da terra sino al gigantesco sottotetto. Le asolature per il passaggio dei cavi d’acciaio e dei contrappesi situate a ogni piano fanno pensare a un progetto ben definito già in fase costruttiva dell’edificio. Da segnalare l’enorme scala di servizio che collega tutti i piani del palazzo, ben separata da quella signorile stretta e alta. Una citazione per la razionalità va allo spazio destinato a lavanderia, con bocca per il fuoco per riscaldare l’acqua che era prelevata a sua volta da un’attigua botola, sopraelevata da terra, attraverso un profondo pozzo dallo sviluppo curioso e molto interessante. Negli spazi antistanti la villa che formavano il giardino, oggi ridotti a masse informi di ortiche e rovi, quasi sepolta dalla vegetazione, persiste una bella fontana formata da una vasca sormontata da una sfera di pietra e decorata da sei teste di leone stilizzate, che richiamano quella più grande citata poco fa. L’alimentazione idrica proveniva anch’essa dal vicino canale e fatta zampillare da una serie di tubazioni e cannule. Nei pressi vi è il borgo di Bastìa ormai fatiscente ma con stanze e oggetti in parte ancora osservabili e l’Oratorio settecentesco, purtroppo chiuso al culto da molti anni e anch’esso bisognoso di restauri, di Santa Maria della Valle ora Madonna del Rosario. Scomparsi invece il palazzo e il molino Lambertini che nelle vicinanze si trovavano.

PARAPORTI SCALETTA, VERROCCHIO, SAN LUCA SUL CANALE DI RENO

Premessa: Il 29 agosto 1696 il Senato bolognese autorizzò i rappresentanti dei proprietari di immobili che traevano beneficio dai canali, o dall’acqua da essi trasportata, a far parte dell’amministrazione dell’Assunteria di Imposta. In base a questo diritto si costituì una congregazione composta da dodici membri avente il compito di partecipare al governo delle strutture ed alla gestione dei canali cittadini. Per la prima volta i diretti interessati, per la loro espressa volontà, riuscirono ad avere diretta ed attiva “voce” nella determinazione che fino allora avevano dovuto subire. Questa capacità di autogoverno venne successivamente difesa ed accentuata e portò alla costituzione, il 28 dicembre 1822, di autonomi consorzi secondo quanto deciso dal Cardinale Legato Spina e pattuito con le autorità cittadine il 28 dicembre 1840. Si può dire che tale sistema di diretta compartecipazione dei proprietari interessati nelle amministrazioni dei Consorzi della Chiusa di Casalecchio e della Chiusa di S. Ruffillo, sia l’eredità lasciata dall’iniziativa di alcuni alla fine del XVII secolo, quella che oggi 29 agosto vogliamo ricordare e ribadire.

Paraporto scaletta noto come “Casa dei ghiacci”: Il canale di Reno che da Casalecchio porta acqua alla città di Bologna testimonia la capacità dei bolognesi di integrare artificialmente la scarsa dotazione naturale d’acqua. Per secoli i canali hanno fornito energia che ha permesso a Bologna di essere fra il XIV e il XVII secolo fra le prime città europee per ricchezza e capacità produttiva. Poco a valle dell’antica Chiusa di Casalecchio dalla quale ha origine il canale di Reno si trovano i Paraporti Scaletta, Verocchio e San Luca cioè quell’insieme di opere idrauliche utilizzabili come vere e proprie macchine capaci di pulire il canale restituendo al fiume la ghiaia e la sabbia che depositandosi ridurrebbero la capacità dell’alveo. In un contesto che armonizza alle opere dell’uomo l’ambiente naturale si possono contemporaneamente individuare siti naturali e manufatti modernissimi come la passerella sul fiume, la Via Porrettana e la pista ciclopedonale che propone con un utilizzo diverso l’antica sede del trenino che collegava Bologna a Casalecchio. Quasi nascosto in posizione altimetrica intermedia fra la strada e il fiume è possibile scoprire sporgendosi un po’, la Scaletta. Essa appare immediatamente nella sua atipicità, non è una costruzione alla quale siamo abituati, collocata com’è, a cavallo di un sentiero posto fra il canale e il fiume. Colpisce in particolare l’opposta impressione che offre di sé a seconda della visione. Dall’alto sembra una modesta costruzione forse rurale, dal basso invece racconta di sé segreti inseriti in una struttura apparentemente fortificata. Come altri similari manufatti: Stanza, Prato Piccolo e Canonica, è costituito da una valvola di regolazione verticale, atta a creare nel canale una forte corrente profonda volta a trascinare con sé i sedimenti trasportati dall’acqua. Questa funzione di pulizia consente tutt’oggi di mantenere costante la capacità di vettoriamento del reticolo. Ma a differenza degli altri la Scaletta contiene inoltre uno scolmatore di superficie che, creando una corrente superficiale, permetteva agli uomini opportunamente armati di un’asta di legno rinforzata con una punta di metallo, posti su un ponte dotato di cancelli regolabili all’uso di filtro, di impedire, durante la stagione fredda che le lastre di ghiaccio, formatesi a monte della Chiusa ed entrate nel canale, andassero a “ruinare” le ruote di legno dei molini di Bologna. Questo meccanismo era anche dotato di un alloggio e di una cucinetta, per il riposo e per rifocillare gli addetti, che senza soluzione di continuità per circa tre mesi dovevano svolgere questo servizio. La paratoia di fondo è la più efficace fra quelle esistenti, essendo posta quasi ortogonalmente al flusso delle acque e il suo movimento, in metallo e legno, è regolato da un meccanismo ottocentesco, tutt’ora perfettamente funzionante. Lo scolmatore di superficie, il cui funzionamento caratterizza il paraporto non a caso più noto come “Casa dei ghiacci”, consentiva, durante i rigidi inverni, di impedire il transito verso la città delle lastre di ghiaccio galleggianti che avrebbero potuto danneggiare le ruote idrauliche dei molini e quindi l’industria urbana. La scaletta ha anche una storia recente che merita di essere raccontata, infatti, gli ultimi abitanti de la “Cà dla scalàtta”risultano essere, secondo i documenti del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, Ultimo Andreoli, con la moglie Bianca e i figli Renata e Franco, seguito da Ettore Lipparini, e dalla famiglia Elvira Mazzetti. I primi abitarono nella casa sul canale fino al 31 luglio 1936, data in cui subentrarono i Lipparini, mentre la Luisa, figlia di Elvira Mazzetti, fu l’ultima a lasciare quella casa nel 2002 proprio a causa dei programmati lavori di ristrutturazione del corpo di fabbrica. Gli attuali frequentatori non possono immaginare nulla della storia e dell’utilità dell’ambiente che li circonda . Anche per molti di noi ciò che oggi risulta poco conosciuto è stato un tempo utilizzato oltre che dai tecnici che svolgevano le operazioni idrauliche di regolazione e manutenzione anche, da illustri personalità. Fra queste il più assiduo ed entusiasta fu senz’altro Stendhal che percorreva giornalmente il sentiero fra gli imponenti bastioni per andare a Casalecchio sulla Chiusa dove amava sostare per leggere godendo della straordinaria visione da Lui definita le cascate del Reno.

Il 21 maggio 2009 è stato riaperto l’antico Paraporto Scaletta in una versione “rinnovata”. Infatti, il Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, nel corso del 2009 si è impegnato nell’importante recupero funzionale e nel restauro conservativo di questa fabbrica operando con tecniche e materiali consoni all’età e alla tipologia dell’oggetto, scelta che ha permesso di restituirla all’antica originalità. L’impegno finanziario è stato quasi integralmente sostenuto dal Consorzio che vi ha investito 1.050.000,00 euro mentre 20.000,00 euro sono stati devoluti dalla Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna. Non si tratta di un restauro a fini museali, il Paraporto Scaletta è tutt’oggi uno strumento attivo, utilizzato giornalmente per l’attività di alimentazione idrica del territorio bolognese e quindi per la sua salvaguardia idrologica. Un’altra iniziativa capace di mantenere in efficienza “strumenti” senza stravolgerne l’architettura e la cultura.

Paraporto Verocchio: Oltrepassato il primo paraporto, seguendo l’acqua, il sentiero conduce al secondo scaricatore denominato Verocchio, attraverso le spaccature, le ricostruzioni e le diverse tessiture i muri ci raccontano la sua lunga storia certamente coeva alla realizzazione del canale secondo il progetto realizzato da Jacopo Barozzi detto il Vignola. All’interno appare il meccanismo di manovra il cui funzionamento a cavatappi consente di contenere all’interno della piccolissima costruzione l’intero sistema di manovra. Guardando bene sulla parete affianco alla paratoia, si possono scorgere segni di vita inaspettati, graffiti fatti dai prigionieri di guerra austriaci nel secondo decennio del secolo scorso, e dei loro guardiani, che furono utilizzati come manodopera per la pulizia e il restauro del canale.

Paraporto San Luca: Proseguendo si raggiunge il paraporto San Luca che come gli altri contiene un meccanismo di manovra utile per restituire al fiume la sabbia e la ghiaia trasportata dall’acqua. In un ambito conservato com’era nei secoli passati si è indotti in breve spazio a ritornare a quei tempi, gli strumenti idraulici svolgono anche l’inaspettata funzione di macchine del tempo. Le caratteristiche architettoniche del sito e l’apparente isolamento che produce, rende distante la percezione della recente urbanizzazione suscitando nel visitatore suggestioni accompagnate dal solo rumore dell’acqua con un tempo segnato esclusivamente dal flusso idrico. La visita consente di svelare i segreti contenuti dalle antiche costruzioni esaltandone l’efficienza e la qualità costruttiva in un insieme che raggiunge inaspettati livelli di efficienza operativa ed architettonica. E’ possibile affermare ciò già facendo riferimento a due semplici parametri l’efficacia che porta alla pulizia dell’alveo del canale in tutto il tratto di monte e all’assoluta assenza di umidità in una costruzione integralmente immersa nell’acqua.

Dal sito del Consorzio dei Canali di Reno e Savena.

PONTE DEI SUICIDI (il ponte sull'Aposa in via Codivilla)

Il territorio pedecollinare posto a ridosso dei viali di circonvallazione fra porta Castiglione e porta San Mamolo è caratterizzato dal colle di San Michele in Bosco, dal complesso conventuale dei frati minori osservanti della Santissima Annunziata, dalle aree militari, fra cui il lotto dismesso della ex-Staveco e quello delle ex-officine Rizzoli. Questo luogo è diviso longitudinalmente in due parti dalla via Alessandro Codivilla (Bologna, 1861-1912) che prende il suo attuale nome dal chirurgo, direttore dell’Istituto ortopedico Rizzoli dal 1889 e titolare dal 1907 della cattedra annessa all’istituto stesso.
Mentre l’area a sud di quest’ultima strada fa parte del parco recentemente recuperato, la zona compresa fra i viali e la via Codivilla è poco conosciuta, una sorta di territorio interdetto ed allo stesso tempo protetto da forti manomissioni per più di un secolo a causa della sua quasi totale destinazione militare, ma anche poco studiato dal punto di vista storico-architettonico.
La via Codivilla, in origine denominata via Panoramica, fu creata fra il 1854 ed il 1857 sul lungo declivio che dalla sommità del colle di San Michele in Bosco degrada fino alla via di San Mamolo realizzando un nuovo, suggestivo ed agevole accesso al soprastante convento, divenuto in quegli anni villa legatizia. Qui soggiornò Papa Pio IX nel 1857 durante la sua visita a Bologna e il pontefice percorse questa strada più volte, come raccontano le cronache coeve.
Oggi lungo la via, in prossimità del giardino Remo Scoto, un breve tratto di pavimentazione realizzata con masselli di granito interrompe la lunga striscia in asfalto. Questa impronta ricorda l’antica identità del luogo: il passaggio trasversale del torrente Àposa. È un puntuale segno di memoria storica, ma anche e soprattutto morfologica. Il tratto di territorio è infatti corrispondente al bacino del corso d’acqua che ha origine a Paderno, scende lungo la valle di Roncrio e separa il colle di San Michele da quello più occidentale dell’Osservanza. Se si rivolge lo sguardo verso le colline si vede come in questo punto vi sia una depressione del terreno che corrisponde al passaggio del torrente che ora risulta però sotterraneo e pertanto non visibile.
I blocchi di granito a terra, grigi nel tratto viario e rosa nelle parti più esterne, mostrano ed identificano anche il manufatto che consente alla via Codivilla di superare il torrente: un possente ponte ad arcata unica, tamponato a valle con un muro di notevoli proporzioni che riveste il dislivello fra il sottostante piazzale (già delle Officine Rizzoli) e la quota stradale. E proprio nel lato nord della strada possiamo ancora vedere i resti dell’unico superstite parapetto modanato in muratura, coronato da lastre di arenaria e comprendente una sorta di panca con cui terminava il ponte. Da questo punto ci si poteva affacciare sul panorama urbano e sul paesaggio, il quale comprendeva anche il corso dell’Àposa che era ad una ventina di metri più in basso (dall’allora piano di campagna al letto del torrente ed evidenziato recentemente anche nella pavimentazione del giardinetto sottostante). Per questo suo connotato, all’inizio del secolo scorso, il nostro ponte divenisse tristemente famoso come “Ponte dei Suicidi” e il Pascoli si riferisce allo stesso ponte ed alla sua triste denominazione nella poesia del 20 novembre 1907 intitolata “Aposa trista” (Canti di Castelvecchio, Appendice, Diario autunnale).

Aposa trista! Il povero al tuo ponte sosta, e non altri. Siede sul sedile, né guarda: non a valle non a monte: non alle torri lunghe e sdutte, che oggi sfumano in grigio, non a quelle file d’alti cipressi tra i castagni roggi: ascolta, a capo chino, ad occhi bassi, te che laggiù brontoli cupa, e passi. A te vengono gli uomini infelici, Aposa trista! E nella solitaria notte a qualcuno tristi cose dici. T’ascolta a lungo. E poi, quando una foglia secca di platano, a un brivido d’aria, sembra un fruscìo di gonna su la soglia: ecco, quell’uomo non è più: dirupa… tu passi, e dopo un po’ brontoli cupa. Aposa trista! E l’Aposa risponde: – Vien l’usignolo, a marzo, tra le acace! Al gorgoglìo delle mie picciole onde sta prima attento, a lungo impara, e tace. Ma poi di canto m’empie le due sponde; e il canto suo già mio singulto fu. Canta al suo nido, al nido suo di fronde, di quelle fronde che cadono giù“.

Tratto da Francisco Giordano, Percorsi Storici.

PONTE NUOVO SUL CANALE NAVILE

Il ponte a schiena d’asino sorge sul punto in cui si ricongiungono i due rami paralleli in cui fu diviso il Navile alla fine del Quattrocento, poco oltre il sostegno Grassi.
La struttura consentiva il passaggio agli animali che trainavano in risalita le imbarcazioni lungo il sentiero (detto “restara”) parallelo al Navile in direzione di Bologna con una robusta fune (detta “alzaia”).
Il progressivo abbandono ed il conseguente deperimento del ponte andarono di pari passo col generale decadimento di tutto il sistema delle vie d’acqua bolognesi.
Col passare del tempo la carreggiata è stata invasa da piante ed una spalletta è crollata, i processi di deterioramento avevano inciso non solo l’esterno, ma anche le sue strutture portanti, con un arco di sostegno che aveva ceduto.
Dopo un lungo ed intricato iter burocratico, è stato possibile compiere il completo restauro e consolidamento del ponte, tra novembre 2003 e maggio 2004.
Il ponte restaurato ha riconquistato la sua integrità e buona parte della sua identità: può essere ammirato nel paesaggio formato dalla suggestiva biforcazione del Navile.
La delicata ed accurata opera ha interessato tutto il manufatto, con la pulizia ed il restauro di tutte le murature superstiti, il consolidamento e ripristino statico, la reintegrazione dei parapetti secondo le indicazioni della ricerca storica, il ripristino delle pavimentazioni.
Grazie a questa riscoperta il ponte è entrato a far parte del grande libro dell’archeologia industriale, testimone del grande sistema delle acque, un importante e bel reperto di un’epoca definitivamente chiusa.
Ma il restauro ha anche consentito la scoperta del ponte da parte di numerosi cittadini che possono godere qui di un breve tratto di territorio che ricorda molto da vicino l’antico sistema di navigazione.
Contestualmente al procedere dei lavori una approfondita ricerca storica ha consentito di scoprire che il ponte fu costruito alla fine del 1686 su progetto di Giovanni Battista Torri.

PONTE ROMANO SUL TORRENTE APOSA

In breve…
Nel 1918 gli edifici della zona dell’antico Mercato di Mezzo furono demoliti per lasciare posto alla più ampia e moderna Via Rizzoli, nuovo asse viario principale cittadino.
Tra il 1914 e il 1921 a seguito di scavi eseguiti nella zona di Porta Ravegnana dovuti allo sventramento e demolizione di un antico quartiere e connesso all’allargamento della Via Rizzoli, furono rinvenuti i resti di un antico ponte che scavalcava (e scavalca tutt’oggi l’Aposa) il Torrente seguendo la direttrice Est-Ovest, ovvero l’asse del decumanus maximus di Bononia, ovvero la Via Emilia.
La posizione disassata del manufatto è indice dell’insolita posizione delle due strade, oggi divergenti.
Nei primi rilievi operati all’epoca, risultò un’arcata di 4,35 metri di lunghezza con una luce di circa 5,50 metri e sostegni laterali formati da conglomerato e volta a botte in muratura mista di laterizi, blocchi di arenaria e selenite (o gesso crudo).
La base è sicuramente di fase romana, ma successivi interventi vennero eseguiti in epoca Petroniana e Medioevale.
Oggi dell’intera arcata appare visibile solamente la parte inferiore, ovvero l’intradosso; il resto della costruzione risulta completamente iglobata nella muratura del condotto.
Per giungere ad una ipotesi di datazione attendibile, bisogna precisare alcuni punti :
1) nel 189 a.C, anno di fondazione della colonia romana di Bononia, ci si trovava all’interno di un territorio non ancora completamente pacificato; risultò quindi necessario erigere una cinta muraria, difesa ulteriormente dai corsi d’acqua esistenti e da deviazioni artificiali.
2) l’edificazione della Via Aemilia voluta dal console Marco Emilio Lepido nel 187 a.C.; la ravvicinata quantità di tempo tra l’erezione di Bononia e la tracciatura della Via Emilia lascia supporre che strade e centri urbani proseguivano all’unisono. Probabilmente ebbe un primo impianto ligneo, per poi giungere a noi nella forma conosciuta.
Da questi resti non è possibile trarre ipotesi precise sull’esatta forma della parte inferiore della sovrastruttura.
Rammentiamo che Cassio Dione scriveva che i ponti di età repubblicana venivano eretti in muratura e legno, le quali potevano essere bruciate o addirittura tolte per impedire ai barbari di entrare nell’abitato.

PORTO NAVIGLIO

Con questo breve scritto si vogliono raccontare le vicende principali del Porto cittadino, che, comunque è sempre stato legato in maniera indissolubile al Canale Navile, tantochè qualsiasi effetto venisse provocato all’uno, si rispecchiava inevitabilmente nell’altro.

Nel 1550 fu solennemente inaugurato il nuovo Porto di Bologna, il quale consentiva alle barche da trasporto di arrivare dentro le mura presso Porta Lame, evitando così il viaggio via terra fino a Corticella. Come spesso accade per le grandi opere, il giorno dell’inaugurazione anche questa non era ultimata, ma funzionò comunque egregiamente per decenni con sostegni provvisori in legno. Fu Papa Paolo III ad autorizzare la realizzazione dell’opera che avrebbe dato certamente nuova vitalità all’economia cittadina; era il 1548. Il progetto fu affidato a Jacopo Barozzi detto il Vignola: dopo aver lavorato in Francia a seguito del Primaticcio e aver frequentato Sebastiano Serlio, si trasferì a Bologna dove dimorò proprio negli anni di progettazione e di costruzione del Porto e del Canale Navile. Il suo incarico prevedeva la sistemazione degli stessi, oltre al tratto che andava sino a Corticella, dato che quello costruito da Giovanni Bentivoglio era degenerato in pochi anni. Alla fine delle realizzazioni, fra il 1783 e il 1785/88 sul prato di Magone iniziò la costruzione di un altro deposito per il sale, chiamato Salara Nuova, progettato da Giuseppe Lanfranchini, capomastro della Gabella Grossa. Tutta la zona portuale e le infrastrutture erano dunque pubbliche; l’osteria di proprietà privata, costituiva un’eccezione. Una “pedagna” lignea permetteva il passaggio fra questa ed il piazzale. Per tutto l’Ottocento il Porto e il Navile continuarono a rimanere in attività, costituendo una valida alternativa ai trasporti via terra. Con la comparsa delle strade ferrate, gradualmente i trasporti via acqua, economici, ma molto più lenti, vennero man mano abbandonati privilegiando quelli via terra. Così giunse poi il piano regolatore del 1889 che contemplava anche la chiusura del Porto. Nonostante questa intenzione, l’attività del Navile continuò, se pure in forma ridotta, fin verso gli anni Trenta del XX secolo, tantochè poi, ancora nel 1954 era possibile raggiungere in barca Venezia. Fra il 1934 e il 1935 il complesso portuale di Porta Lame, ormai completamente in disuso dopo un onorevole servizio proseguito per diversi secoli, venne definitivamente disattivato. Alla demolizione delle infrastrutture si accompagnò la copertura della Darsena con una struttura a volta, a seguito della costruzione di Via Don Minzoni. Fortunatamente l’altorilievo di Camillo Mazza, raffigurante la Madonna con Bambino ed Angeli (frutto di un ex voto) scampò alle opere demolitrici. Tolto dalla facciata della Dogana, su cui campeggiava fin dal 1667, venne murato in cima allo scalone del secondo piano del Palazzo Comunale. tutto ciò che restava venne poi pian piano dimenticato e sepolto. La seconda guerra mondiale fece il resto, quando si utilizzò l’enorme buca del Cavaticcio per depositarvi le tonnellate di macerie risultate dalla demolizione degli edifici pericolanti causa bombardamenti. In tempi relativamente recenti venne disseppellita la Salara e successivamente restaurata. Oggi è l’unico corpo di fabbrica superstite dell’ultimo porto di Bologna. La sistemazione poi della via omonima (del Porto), terminata nel 2011, ha consentito la riapertura dell’ultimo tratto del canale Cavaticcio, derivato da quello del Reno, e della darsena. Nello specchio d’acqua c’è una fontana dell’artista Mimmo Paladino, mentre nel giardino, sede di eventi e manifestazioni, vi sono altre sculture di Arnaldo Pomodoro e Giuseppe Maraniello e un’opera di Gilberto Zorio. C’è da dire che l’acqua visibile è contenuta in una vasca di cemento e non è il vero Cavaticcio, che scorre due metri e mezzo più in basso.

RIFUGI ANTIAEREI

Argomento complesso, lungo e articolato; potrà essere utile consultare la pagina apposita, i volumi “Aposa segreto”, “Il torrente sconosciuto”, “Ricerche sulla Montagnola di Bologna”, dei quali si può trovare notizia alla pagina BIBLIOTECA. Per altro rivolgersi esclusivamente alla segreteria.

SALA BORSA

Fulcro vitale della città tantochè ne fu importante centro economico.
Oggi questo spazio occupa quello che fu il Giardino dei Semplici, ovvero il primo Orto Botanico dell’Università che veniva usato per la coltivazione delle piante acquatiche (i Semplici), attraverso un sistema di 4 vasche alimentate da una grande cisterna.
Tale circuito idrico fu inserito successivamente in un sistema di tubature già esistente in terracotta (detti orcioli).
Pregevole il suo sottosuolo con rovine romane composte da strade, pozzi, basi di edifici.
Da qui diparte il Condotto del Nettuno, che sottopassando l’omonima fontana di Piazza, si collegava con la cisterna dei Bagni di Mario. Sotto la piazza coperta della Sala Borsa, grazie agli scavi effettuati nel 1989-1994, è possibile vedere da vicino, fra l’altro, i resti delle parti esterne della cisterna cinquecentesca che era situata al centro dell’Orto Botanico dello Studio bolognese, creato dal naturalista Ulisse Aldrovandi, e i resti della vasca cruciforme, dedicata alla coltura delle piante acquatiche, che era raccordata alla cisterna da una serie di canalizzazioni in mattoni. Vi sono anche i resti del ii secolo a.C. di una fognatura in laterizi e di due pozzi per il prelievo di acqua di falda realizzati con tecnica piuttosto arcaica, privi di rivestimento, sicuramente destinati a servire una popolazione numerosa, e un profondo pozzo in mattoni del xiv secolo d.C. La parte interna della stessa cisterna fu trasformata in caveau per gli uffici della Cassa di Risparmio di Bologna inaugurati nel 1926.

SOSTEGNO LA BOVA

Antico Porto del Maccagnano. Luogo di confluenza di tutte le acque cittadine, ovvero del Canale Cavaticcio (derivato da quello di Reno), del Canale di Reno (tratto denominato delle Moline), del Torrente Aposa e di un ramo del canale di Savena proveniente dai Giardini Margherita che si getta in Aposa nei pressi della chiesa del Cestello.  Qui nasce il Canale Navile che, attraversando i territori di Bologna, Castel Maggiore, Bentivoglio e Malalbergo arriva sino al Canal Volta e da lì al fiume Reno. Fu l’ultimo porto fuori le mura prima che lo stesso venisse trasferito nel 1550 per volere di Papa Paolo III su progetto di Jacopo Barozzi detto il Vignola dentro la città in fondo all’attuale Via Don Minzoni.

SOTTERRANEO DEL NETTUNO

Il condotto, che oggi viene usato essenzialmente per usi di manutenzione della fontana omonima, altro non è che il punto terminale del cunicolo che partiva dalla Conserva di Valverde. Il complicato sistema di tubazioni che circolavano nel sottosuolo alimentavano, oltre al Nettuno, la Fontana Vecchia, le vasche del Giardino dei Semplici e la Fonte dei Cavalleggeri. Il tragitto, da noi percorso, da valle a monte, si interrompe all’altezza di Piazza dei Celestini. Facendo il percorso inverso, da monte a valle, lo stesso tunnel è ostruito da un cumulo di mattoni, terra e pietre nel punto segnato nella Pianta del 1763 di Marc’Antonio Chiarini, come…”piccola porticella per cui si esce dalli condotti inferiori”…
Crolli di muretti, grossi tubi che tagliano trasversalmente il pertugio e voragini che si aprono in più punti sono stati presi in considerazione; il camminamento non risulta affatto agevole e per ovvi motivi di sicurezza non si può aprire il percorso al pubblico.

SOTTOPASSAGGI PEDONALI

Alla fine degli anni Cinquanta, in piena crescita e boom economico, la città di Bologna si trovò a fronteggiare uno dei problemi che tuttora sono al centro degli interventi della pubblica amministrazione: il traffico. I sottopassaggi furono l’espediente trovato per separare e convogliare il traffico pedonale e separarlo da quello veicolare; un prolungamento sotterraneo dei portici molto apprezzato dalla popolazione bolognese.
«La costruzione dei grandi sottopassaggi nel cuore del centro storico di Bologna ha influito in misura notevole sulla circolazione pedonale e veicolare. Il nodo viario all’incrocio degli assi Rizzoli-Indipendenza è stato decongestionato: le correnti di traffico scorrono ora in modo più fluido: la circolazione generale è bene ordinata anche nelle ore di punta. Si può dire che le abitudini dei pedoni si siano ormai sostanzialmente modificate, nel senso che la curiosità, prima, e la costatata comodità e sicurezza, poi, hanno fatto apprezzare i vantaggi dei nuovi percorsi. I sottopassaggi si presentano come un’opera che va oltre la semplice risoluzione di un problema locale di traffico. Essi costituiscono un vero e proprio sistema di strade sotterranee, con molti e comodi accessi, negozi, bar, servizi igienici, vetrine di esposizione, mostre di reperti archeologici: un complesso capace di favorire nel proprio interno attività permanenti e non solo di accogliere un transito frettoloso

I sottopassaggi pedonali nel centro di Bologna, “Bologna. Rivista del Comune” (supplemento: bollettino d’informazione dell’attività municipale), n. 15, dicembre 1960.

Il Piano Regolatore Generale cittadino adottato nel 1955, approvato nel 1958, ma successivamente modificato fino al settembre 1960, aveva tra le motivazioni principali “la salvaguardia dell’inconfondibile ambiente cittadino”. All’interno di questa priorità, la costruzione dei sottopassaggi pedonali rientrava nella necessità di migliorare la circolazione negli incroci del centro storico, dove traffico veicolare e pedonale sovente si sovrapponevano. In particolare la zona interessata riguardava l’incrocio tra via Rizzoli e via Ugo Bassi, fulcro e cuore della città.
Nel 1958 venne inaugurato il primo sottopassaggio costruito all’incrocio tra piazza Re Enzo e via Rizzoli. Il secondo sottopassaggio, invece, inglobante il primo e di dimensioni decisamente maggiori, venne inaugurato il 21 aprile 1960 all’incrocio delle vie Indipendenza, Ugo Bassi, Rizzoli e piazza Re Enzo. Nella costruzione del primo sottopassaggio si operò per la realizzazione di una L aperta che collegava tra loro le rampe di accesso ubicate all’angolo del Palazzo “Modernissimo”, in piazza Re Enzo e all’imbocco di via Rizzoli e via Caduti di Cefalonia. Per quanto riguarda la costruzione del secondo sottopassaggio, invece, il progetto previde la costruzione di un ampio salone a forma di losanga allungata di m 30×26 circa, nel quale s’intersecarono le rampe d’accesso provenienti dai quattro angoli dell’incrocio: due sui due lati del Palazzo Comunale, due sui lati del Palazzo ex Vignoli, due verso via Indipendenza e verso via Rizzoli, sui due lati del Palazzo Stagni, mentre l’ultima rampa era quella ubicata sul lato di Palazzo Renzo. L’edificazione del secondo sottopassaggio comportò il sorgere di alcune complicazioni, come lo spostamento di alcune tubature principali di acqua e gas nonché lo spostamento di alcuni cavi ed elettrodotti di vari enti e società fornitrici. Anche la presenza delle fondamenta probabilmente di una torre antica, impegnarono gli operai nella rimozione per diversi giorni. Notevole fu anche l’impegno per la realizzazione di opere di consolidamento delle fondamenta di cui necessitavano tutti gli edifici confinanti con il sottopassaggio, da Palazzo Stagni (al confine tra via Rizzoli e via Indipendenza), a Palazzo Comunale, a Palazzo Re Enzo.
Durante l’edificazione di entrambi i sottopassaggi vennero alla luce importanti reperti archeologici come un selciato di decumano massimo nei pressi di via Caduti di Cefalonia e sotto via Ugo Bassi o il selciato del cardo completo di marciapiedi sotto piazza Nettuno. Il Comune, in accordo con la Soprintendenza delle Antichità di Emilia Romagna, decise di conservare, per quanto possibile, i siti creando alcuni locali dove rendere tali reperti visibili dalla galleria. L’innovazione dell’opera e delle tecniche costruttive utilizzate non furono l’unica priorità del progetto che, primariamente, si prefiggeva la creazione di un ambiente esteticamente decoroso e piacevole per invogliare i cittadini bolognesi all’utilizzo. Per questo, grande importanza venne data alla scelta dei materiali di rifinitura, dal piano di calpestio in gomma di tipo pesante a scanalature strette in modo che risultasse “gradito al pedone”, al marmo botticino proveniente dalla Sicilia ed impiegato per il rivestimento delle pareti verticali e delle alzate dei gradini. Il soffitto, poi, rivestito con tessere di grès ceramico con fondo di colore avorio chiaro venne scelto poiché s’intonava perfettamente con i colori di pavimento e pareti. Nella volontà dell’Amministrazione, i Bolognesi dovevano vivere il sottopassaggio come un prolungamento dei portici cittadini, attraverso le vetrine da esposizione illuminate e gli esercizi commerciali. I sottopassaggi dovevano dare al cittadino la possibilità di riscoprire la città dal suo interno, attraverso la mostra permanente dei reperti archeologici ritrovati durante l’edificazione, ma fornendo anche un rafforzamento dei servizi già presenti al di fuori, come, ad esempio, quelli igienici. In effetti, il successo dei sottopassaggi fu immediato: turisti e Bolognesi vi si recavano non solo per attraversare l’incrocio cittadino, ma vi trascorrevano anche parte del tempo libero. Presto si sparse la voce che gettare una moneta attraverso le fessure delle teche che conservavano i resti del selciato di età romana di via Rizzoli, portasse fortuna. Già nel 1959 il Comitato per Bologna storica e artistica, incaricato di mantenerle pulite, interrogò il Gabinetto de Sindaco sull’utilizzo da farsi della somma raccolta in quella che era stata rinominata “la succursale della Fontana di Trevi”. La scelta immediata dell’Amministrazione comunale fu di destinare il denaro offerto dai cittadini ad un altro ufficio sul quale stava investendo notevoli risorse, ovvero quello dell’Assistenza scolastica.

Questa storia attraversa i seguenti mandati elettorali
• 1951 (9.4.1956)
• 1956 (21.7.1958)
• 1960 (1.7.1964)

Documenti
• Monete gettate dai visitatori nelle teche che racchiudono i resti archeologici nel sottopassaggio di via Rizzoli

Fatti/Avvenimenti
– Sottopassaggio pedonale – Approvazione progetto
9.4.1956
Il Consiglio comunale approva il progetto per la realizzazione di un sottopassaggio pedonale, con annesso diurno, all’incrocio di piazza Re Enzo con via Rizzoli, all’angolo col palazzo del Modernissimo.
– Sottopassaggio pedonale – Approvazione prolungamento
21.7.1958
Il consiglio comunale approva all’unanimità il progetto per la realizzazione dei sottopassaggi pedonali all’incrocio tra via Ugo Bassi – via Rizzoli con via Indipendenza ed il collegamento con il sottopassaggio.
– Sottopassaggio pedonale – Apertura secondo tratto
21.4.1960
Il 21 aprile 1960 viene inaugurato nel centro storico di Bologna il secondo passaggio pedonale all’incrocio delle vie Indipendenza – Ugo Bassi – Rizzoli – Piazza Re Enzo dopo circa due anni dalla costruzione.
– Sottopassaggio pedonale – approvazione progetto
1.7.1964
La Giunta approva il progetto di costruzione del sottopassaggio pedonale con annesso diurno all’incrocio delle vie Marconi, Ugo Bassi, San Felice e con Piazza Malpighi.

STAVECO

La storia della zona collinare posta subito fuori il centro storico di Bologna tra via San Mamolo e via Castiglione come luogo dedicato a funzioni militari ha inizio nel 1796, quando i Francesi comandati da Napoleone instaurano un ospedale e una caserma in alcuni edifici dell’adiacente Convento dell’Annunziata. Passata la città sotto il controllo austriaco, l’area si espande con la creazione dell’Arsenale, luogo di collegamento tra le diverse caserme cittadine. L’uso militare è mantenuto e ampliato con la nascita del Regno d’Italia: nel 1866 il Convento viene chiuso (e riaprirà soltanto nel 1945) e a partire dal 1880, nella porzione orientale verso Porta Castiglione, viene formato un deposito di materiale bellico, con la creazione del Laboratorio Pirotecnico. Nel primo Novecento, il Laboratorio Pirotecnico diviene uno dei maggiori stabilimenti di Bologna. A ridosso della Grande Guerra l’incremento della forza lavoro è esponenziale: nel 1918 il Laboratorio Pirotecnico raggiunge i 12000 addetti, mentre il limitrofo Arsenale assume 6000 nuove unità. La fine del conflitto porta con sé la prima proposta di cambiamento d’uso dell’area, con il progetto per la sede delle Facoltà di Ingegneria e di Chimica Industriale.  Nel secondo Dopoguerra lo stabilimento si converte a luogo per la riparazione dei mezzi militari. Nel 1947 viene costituita la ORMEC, Officina per la Riparazione dei Mezzi Corazzati, che nel 1978 assume il nome di STAVECO, Stabilimento Veicoli da Combattimento: con questo termine l’area resta nota in città, nonostante la fusione con STAVETRA e nonostante nel 1990 cambi nuovamente il nome in STAMOTO. Con questa ultima designazione si conclude la storia militare dell’area: nel 1991 la produzione si sposta definitivamente in un’altra area della città, sancendo la chiusura dello stabilimento di Viale Panzacchi. Nel 2003 verrà chiusa anche la STAMOTO. Dalla chiusura l’area è oggetto di speculazioni e controversie sul suo futuro. Nel 2004 si tiene un laboratorio partecipato organizzato dalla “Compagnia dei Celestini”, mentre l’anno successivo il Quartiere S.Stefano dà vita ad Osservatorio Staveco, esperienza in cui professionisti e cittadini si confrontano sulle problematiche e le potenzialità dell’area. Le nebbie sembrano diradarsi nel 2015 quando viene presentato il progetto “Campus 1088”, un nuovo polo accademico dove decentrare i dipartimenti di Informatica, Belle Arti, Economia, Statistica e Management, oltre a 15 mila mq di aule e laboratori didattici, mensa, palestra e studentato. Il 15 novembre 2016 l’Università di Bologna sceglie però di abbandonare definitivamente il progetto, mentre è del 21 marzo 2017 l’annuncio della giunta comunale di una prossima costituzione di un tavolo tecnico congiunto con Agenzia del Demanio e Invimit SGR, società di gestione del risparmio appartenente al Ministero del Tesoro, dichiaratasi interessata allo sviluppo dell’area. Rimangono valide le funzioni previste inizialmente per l’area: didattica, residenze universitarie, funzioni commerciali complementari, parco pubblico e parcheggio pubblico. Da quest’area nel 2019, grazie ad un accordo con Demanio e Soprintendenza, è stata recuperata l’ultima sirena antiaerea di Bologna. Portata all’interno del rifugio antiaereo in galleria “Vittorio Putti” è stata restaurata ed è visibile al pubblico attraverso le visite guidate organizzate dall’Associazione Amici delle vie d’acqua.

TAVOLETTE IDRANTI

L’argomento è di quelli sconosciuti e magari, per qualcuno, anche di poco conto, ma rientra comunque nella storia idrica della nostra città. Si tratta di piccole lapidi in marmo rettangolari di fine ’800 – inizi ’900 inseriti nelle colonne o sui muri più prossimi al luogo dov’erano collocati gli attacchi degli idranti per lo spegnimento degli incendi. Riportano indicazioni sulla posizione del manufatto. Voluti dal Comune di Bologna vennero realizzati dalla Richard Ginori di Firenze ad un costo di Lire 5 cadauna. Al momento ne sono state catalogate poco più di cento. La numerazione più alta ritrovata sino ad ora è la 571. Alcune hanno numerazione doppia o addirittura tripla.

TOMBINI DELLA NEVE

Nel contesto della fittissima rete di canali, canalette, derivazioni, scoli, chiaviche e chiavicotti cittadini, restano moltissimi punti di collegamento con la superficie, attraverso botole che vengono chiamate “Tombini della neve”. Questi possono essere di ghisa (i più recenti) oppure completamente di marmo scalpellato a mano (quelli più antichi di epoca sette/ottocentesca), ma capita di vedere perfino degli “innesti” ghisa-marmo dovuti a riparazioni o modifiche. Sino a qualche decennio fa tali connessioni con il sottosuolo erano utilizzate in caso di nevicate, permettendo il rapido smaltimento degli accumuli che venivano accatastati ai lati delle strade. Così facendo, le vie e le piazze si liberavano presto dell’ingombrante fardello, mantenendo pulita e percorribile ogni strada. La differenza di temperatura permetteva lo scioglimento veloce della neve che si scaricava all’interno del pozzetto.

TORRE DI GALLIERA

Che cosa c’entra questa antichissima torre con le acque di Bologna? Sembra strano ma qui vi fu uno scalo mercantile….

La torre di Galliera venne costruita dal Comune di Bologna, secondo lo storico Ghirardacci, sul finire del XII secolo, nel 1194, più esattamente, assieme ad un fortilizio quale baluardo verso il Ducato Estense, con il quale dissapori e scontri erano assai soventi. Il sistema difensivo divenne sempre più importante tantoché il borgo stesso diede il nome alla strada che conduceva fino alle mura della città. Galliera inoltre era collegata con Bologna attraverso il canale Riolo che passava a ovest della torre, il quale si univa al canale Palustre che giungeva a sua volta da Ferrara, dalla località Porotto. La fortezza fu rasa al suolo dallo stesso Comune di Bologna nel 1336 quando al suo interno vi si rifugiarono alcuni fuoriusciti di fazione ghibellina. La torre, con i suoi muri di oltre due metri di spessore, venne risparmiata ed è oggi l’unica superstite di quel periodo.
Alta 21,75 metri ha una base di metri 9,40 x 7,70.
Possiede tutte quelle caratteristiche che la rendono assai simile alle torri bolognesi, in particolare alla Galluzzi ed alla Garisenda. La porta di accesso, facilmente raggiungibile, doveva trovarsi un tempo ad una altezza ben maggiore in quanto le frequenti alluvioni causate dalle acque torbide del Reno, trattenute a volte a stento dall’argine chiamato Coronella (un nome un programma) innalzarono nei secoli il terreno circostante, per cui 4-5 metri del corpo della torre si trovano nel sottosuolo.
Nelle due pareti rivolte ad est ed a sud si intravedono gli innesti di una costruzione, l’antica Podesteria, visibile in molti disegni del XVI secolo. Nella parete ovest tre lapidi erano contenute in altrettante nicchie. Lapidi poi andate perdute. Fregi, feritoie, finestrelle sono ancora presenti. Scomparso invece lo stemma in macigno del comune di Galliera, scalpellato via durante la Repubblica Cisalpina.
Nelle vicinanze restano altre due torri, Cocenno e dell’Uccellino.

TORRE PIEZOMETRICA DEL TEATRO COMUNALE

Molto brevemente….

– 1931: devastante incendio che distrusse completamente il palcoscenico.
Immediatamente venne ricostruito.
– Nello stesso periodo fu costruita la torre piezometrica esclusivamente per scopi antincendio. Doveva garantire una cospicua riserva d’acqua e soprattutto avere la pressione sufficiente onde poter arrivare sino alla cima della torre scenica (caso unico nel panorama dei teatri mondiali, la torre scenica ha un terrazzamento esterno per giungere agevolmente in ogni punto dei complicati meccanismi che sorreggono e movimentano le quinte).
– La torre alimentava le manichette antincendio e la rete Grinnel (o Sprinkler).
– Il grande serbatoio pensile era formato, al suo interno, da due cisterne separate e concentriche: una per le manichette, l’altra per la rete Sprinkler.
– A quell’epoca la pressione dell’acquedotto comunale non garantiva adeguata pressione, pertanto si pensò alla soluzione piezometrica.
– Sotto il teatro vi è ancora, e funzionante, una cisterna di 160mc costruita nel 1935. Serve come riserva e vi si attinge tramite motopompe.
– Oggi la torre piezometrica è in completo disuso e gli esperti stanno discutendo se abbatterla oppure no, in quanto ha bisogno di manutenzioni esterne (SIC!).

Si ringrazia per le notizie il Dott. Marco Stanghellini, Direttore Affari Generali Teatro Comunale di Bologna – Fondazione e l’ufficio tecnico del teatro comunale.

TORRENTE APOSA

Da Roncrio a viale Panzacchi
Il torrente Aposa – in passato conosciuto con diversi idronimi fra cui Apoxa, Apposa, Appesa, Ausa, Avesa, Veza – è originato dai rigagnoli e dai ruscellamenti che scendono lungo il versante nord del Monte Paderno. In prossimità della casa colonica Il Monte, nel parco del Monte Paderno, alcuni rivoli alimentavano una fontanella pressoché perenne sotto cui era stata ricavata una conserva sotterranea in cui cadevano le acque. Tempo addietro l’edificio, parzialmente crollato a causa dell’abbandono, venne abbattuto demolendo, purtroppo, anche la fontanella. Da questo punto il torrente scende a valle seguendo un ripido tracciato in mezzo a un boschetto sovrastante via Golfreda. Attraversata questa strada in prossimità della casa La Rinascita, più a valle il corso d’acqua scorre nella conca del Bersaglio in cui, come denuncia il toponimo, fino agli anni Trenta del secolo scorso era attivo un poligono di tiro usato dai militari. In questo bacino, compreso fra il Monte Paderno, i rilievi collinari di Roncrio, dove sorgeva un castello, e il crinale spartiacque fra i torrente Aposa e Ravone su cui corre la via dei Colli, il torrente riceve diversi rii e rigagnoli. Fra questi, a destra si immette il rio della Fontana che, fluente lungo la pendice nord del rilievo collinare a est del Monte Paderno, deriva il nome da una fontana. Forse a causa della scarsezza dei flussi idrici, attorno agli anni Trenta del secolo scorso al posto della fontana venne realizzato un deposito sotterraneo da cui, tramite una pompa idraulica costituita da una colonnina di ghisa con leva manuale, veniva attinta l’acqua. Non più funzionante, il manufatto è tuttora visibile a pochissima distanza dal ciglio di monte di via Golfreda. A sua volta il rio della Fontana riceve, dietro l’edificio colonico al civico 47 – chiamato Miramonte o Bersaglio –, un piccolo tributario aperto artificialmente una trentina di anni fa lungo il campo al di là della strada per smaltire le acque sgorganti. Seguendo un percorso semicircolare al piede della pendice sottostante via dei Colli, il torrente si avvicina a via di Roncrio sottopassando un ponticello di mattoni su cui passava la strada prima della sistemazione del 1850, attuata secondo il progetto redatto dall’ingegner Giovanni Brunetti «d’ordine» dell’ingegner Luigi Pancaldi, «Direttore di Pubblici Lavori di Beneficenza». Fiancheggiando la strada, il torrente raggiunge la località Segolo, chiamata nel xix secolo “La Sega”, toponimo dovuto alla presenza, in passato, di una sega ad acqua per il taglio del legname, probabilmente identificabile con quella che, come riferiva Ghirardacci, nel 1463 venne danneggiata, come la località di Roncrio, da una piena eccezionale del torrente. Davanti all’ingresso del podere Segolo – ai civici 43 e 45 – il torrente attraversa la via di Roncrio sottopassando un ponticello di mattoni, costruito nel corso della citata sistemazione del 1850. Distrutto dai Tedeschi in ritirata nel corso del secondo conflitto mondiale, venne ricostruito nel dopoguerra. Proseguendo il suo percorso lateralmente alla strada, a destra riceve, poco prima del civico 40 di via Roncrio, il rio della Costarella, in cui confluiscono, a monte, i rii dei Gobbi e del Prato di Monte, che si formano nell’avvallamento sottostante le vie Roncrio, della Trappola e Gaibara. Successivamente, in corrispondenza del civico 34, l’Aposa attraversa nuovamente la strada passando sotto un ponticello di mattoni – detto Scarpetto –, ricostruito, come il precedente, nel dopoguerra. Alla Grotta – località poco prima della Casa di Cura Villalba, a circa 2500 metri dalle scaturigini dell’Aposa –, in corrispondenza del civico 33 inizia il percorso sotterraneo del torrente, coperto in diverse fasi nel corso degli anni fino a viale Enrico Panzacchi. A poca distanza dall’imbocco il torrente attraversa nuovamente la via Roncrio seguendo, al di là della strada, l’andamento curvilineo della scoscesa pendice ovest del Monte San Vittore. Immediatamente dopo la Casa Villalba a sinistra c’era la vecchia polveriera Val d’Aposa, attualmente trasformata in complesso abitativo. Dopo la località Fontanina, dove verosimilmente c’era una fontanella, il corso d’acqua si sposta nuovamente a sinistra e, poco oltre il punto in cui inizia via dei Colli, attraversava via San Mamolo tramite il ponte degli Stecchi, nome che, come abbiamo visto, era attribuito anche al ponte canale su cui il torrente Ravone scavalcava il Canale di Reno. Proseguendo riceve, in corrispondenza del civico 169 di via San Mamolo, le acque del rio di Montescalvato, scorrente nel compluvio fra Ronzano e il Monte Aperto, ai nostri giorni coperto nella parte finale. A pochissima distanza dall’immissione, nella mappa del Catasto Pontificio sono riportati i toponimi La Chiusa, quasi certamente riferibile a uno sbarramento per ridurre la velocità della corrente, e Bella Fonte che, ovviamente, indica una fonte. Attualmente questa fontana corrisponde quasi certamente alla vasca facente parte della struttura in cemento armato del complesso edilizio esistente nella parte iniziale del parco di Villa Ghigi (via San Mamolo 99/2°). Proseguendo lungo il ciglio sinistro di via San Mamolo, in maggior parte all’interno delle proprietà prospicienti la strada, l’Aposa, il cui alveo è stato rettificato nel corso degli anni specie negli anni Trenta del secolo scorso, perviene al giardinetto dedicato a Norma Mascellani, davanti all’ingresso del parco di Villa Ghigi, sotto cui scorre longitudinalmente, e allo storico ponte della Pietra. In un periodo imprecisato i Romani disattivarono parzialmente il corso originario dell’Aposa per convogliare maggiori quantitativi di acqua nel ramo artificiale che, adibito allo smaltimento delle acque reflue, in città scorreva lungo le attuali vie Galliera – dove secondo alcuni storici nell’alto Medioevo azionava un mulino presso casa Gualandi – e Avesella. Nel 1070 – pur continuando a utilizzare il ramo occidentale, ancora funzionante nel XIX secolo – a partire dal Ponte della Pietra venne riattivato l’originario corso orientale, rimasto pressoché invariato fino ai nostri giorni. Secondo le cronache, probabilmente le sue portate furono incrementate avvalendosi delle acque dell’antico acquedotto romano, costruito sotto l’imperatore Augusto. Nel contempo, come scrive Leandro Alberti, lungo le sue rive fuori città vennero costruiti ventisei mulini per macinare il grano. La notizia viene ripresa da Serafino Calindri (1733-1811) che, senza specificarne il numero, riporta prudentemente «alcuni» mulini in quanto riteneva impossibile che «un volume scarso e precario di acqua» come quello dell’Aposa potesse azionare «tante mole». Riprendendo il discorso concernente il percorso, sottopassato lo storico ponte della Pietra, l’Aposa attraversa per la quinta volta la sede stradale per proseguire sotto i giardini e gli edifici lungo il lato opposto. Dallo spiazzo privato contrassegnato con i numeri civici 54 e 56 di via San Mamolo il torrente scende in via Bellombra e, sempre sotto terra, prosegue fra le proprietà private lungo il lato occidentale di questa strada, dove si immetteva, nel tratto iniziale, il Rio dell’Osservanza e Valverde. In corrispondenza del civico 4/2, sito poco dopo il punto di avvallamento di via Bellombra, l’Aposa attraversa la strada per raggiungere, superati alcuni giardini e fabbricati privati, il giardino pubblico Remo Scoto, in via Codivilla. Dopo il giardino Remo Scoto e le vie Alessandro Codivilla e della SS. Annunziata, il torrente si snoda nell’area già di pertinenza dell’omonimo convento, fondato nel 1304 insieme alla chiesa dai monaci armeni di San Basilio cui subentrarono, nel 1475, i Frati Minori Osservanti, che rimaneggiarono l’edificio sacro. In seguito alle soppressioni, nel xix secolo l’area conventuale divenne Arsenale Militare adibendo la chiesa a fabbrica di cartucce metalliche. Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale due tratti dell’alveo del torrente corrente, coperto, lungo quest’area vennero adibiti all’uso di rifugi antiaerei. Come si evince dalle mappe ottocentesche, fra il podere Segolo – in via di Roncrio – e l’ex area conventuale della SS. Annunziata il corso del torrente, lungo cui il mineralogista e museologo Luigi Bombicci (1833-1903) segnalava la presenza di fornaci per la produzione di calce, era molto più tortuoso. Sottopassato viale Enrico Panzacchi, dopo aver percorso circa 5000 metri dalle sue origini, l’Aposa entra in città attraverso l’antico complesso della Grada, scampato alle demolizioni della terza cerchia muraria attuate fra il 1901 e il 1902. All’interno della città l’Aposa era destinato alle attività dei conciatori, dei cartolari e dei tintori, ma in seguito allo spostamento di queste in via Cartoleria – aperta, come riportato nella premessa, nel 1252 –, servita da una ramificazione del canale di Savena, venne utilizzato per l’alimentazione dei battocchi, per le irrigazioni degli orti, per alcune modeste attività lavorative, e per lo smaltimento delle acque reflue, dei cascami e delle putredini. Così, per esempio, nel 1255 i tintori e i conciatori le cui attività erano sprovviste in città delle fosse per le conce e le tinture dovevano gettarle nell’alveo dell’Aposa all’esterno delle mura. Nel XVII secolo anche i pescatori, i macellai e «simili artefici», abituati a gettare, specialmente nelle «Caprarie, e Mercato di Mezzo», il «Pesce marzo et altre Robbe putride» nelle «bocche sopra l’Avesa», dovevano smaltirle, dal tramonto del sole, all’esterno «di sotto dalla Sega». In compenso gli editti, validi nel corso della Settimana Santa e per tutta l’Ottava di Pasqua, sembrano contraddire i divieti di gettare nell’alveo all’interno del perimetro murario scarti che potevano «putreffare, guastare, […] torbidare, & lordare le acque» causando «contaggione, & morbo». Infatti tutti quelli che scorticavano agnelli nella città secondo le prescrizioni erano obbligati a «raccogliere il sangue […] & altri cascami, ò interiori» gettandoli poi «il tutto in Avesa, senza intervallo di tempo». Per quanto riguarda le acque reflue, ancora agli inizi del XX secolo il torrente era uno dei principali collettori della fognatura di Bologna in cui si immettevano 36 condotti tributari che, a loro volta, raccoglievano altri rami immissari minori.

Da viale Panzacchi a via dell’Inferno
Seguendo un percorso parallelo a via Alfredo Rubbiani, dalla grada di viale Panzacchi il corso d’acqua raggiunge viale xii Giugno, aperto nel 1909, il cui odonimo ricorda il 12 giugno 1859, giorno del ritiro delle truppe austriache da Bologna. Dopo aver ricevuto, al di là del viale, il condotto di via Arienti, che scarica parte delle acque del canale di Savena derivate in via Castiglione, l’Aposa, sottopassa longitudinalmente la chiesa del Crocefisso del Cestello, eretta nel 1516 e sottoposta nel tempo a diversi interventi fino al 1554. Per ottenere un collegamento diretto fra le strade di San Mamolo (attuale via D’Azeglio) e di Castiglione, fra il 1638 e il 1639 venne costruito il «Ponte sopra l’Avesa da S. Bernardo». Dalla chiesa del Cestello il corso prosegue lungo la mezzeria di via San Domenico, tratto fornito, prima della sua copertura, di un guazzatoio per l’abbeveraggio e il lavaggio di animali di grossa taglia, attivo nella seconda metà del XIIII secolo. Oltrepassate alcune proprietà private – fra cui quella dell’Associazione degli Industriali, la cui sede fu edificata nel 1964 su progetto dell’architetto Enzo Zacchiroli (1919-2010) – e via de’ Poeti, il torrente scorre sotto il palazzo Zambeccari, all’angolo fra vicolo San Damiano e via Farini, i cui servizi anticamente scaricavano direttamente nell’Aposa. In prossimità dell’ingresso del vicolo cieco San Damiano, l’Aposa passava sotto il cosiddetto Ponte di Ferro, denominazione risalente al XIII secolo, verosimilmente riferita a un nome o a un soprannome di una persona abitante nella zona, che identificava anche la strada prima dell’apertura di via Farini, decretata nel 1860. Al di là di via Farini il torrente scorre sotto piazza Marco Minghetti (1818-1886), ricordato dal monumento di Giulio Monteverde (1837-1917), che fu anche un politico, messo in opera nel 1896. Realizzata nel 1893, la piazza – su cui si affaccia la residenza della Cassa di Risparmio, edificata fra il 1868 e il 1876 su progetto dell’architetto Giuseppe Mengoni (1829-1877) – è dotata di una delle due scale con chiusura basculante – l’altra è in piazza San Martino – per l’accesso all’alveo sotterraneo del torrente che, proseguendo, sottopassa il Palazzo delle Poste. La costruzione di questo edificio, iniziato nel 1909 su progetto dell’ingegner Giovanni Emilio Saffi (1861-1930), figlio di Aurelio, e inaugurato nel 1911, comportò la demolizione di diverse costruzioni fra cui quella natale di Santa Caterina de’ Vigri (1413-1463), ricordata da una targa murata in corrispondenza del civico 11 di via de’ Toschi. Oltre il Palazzo, l’alveo passa sotto la propaggine di palazzo Pepoli Campogrande, prospiciente il lato orientale della strada. Prima della costruzione di questo palazzo – progettato da Giuseppe Antonio Torri (1655- 1713 ca.) e Giovan Battista Albertoni (attivo nella seconda metà del XVIII secolo) – e di quello delle Poste, l’Aposa seguiva un percorso in gran parte scoperto, dietro le case che si affacciavano su questo lato. Dopo via de’ Toschi il torrente oltrepassa le vie Clavature, Caprarie e Rizzoli, strada sotto cui è tuttora visibile l’intradosso del ponte romano in selenite. Costruito fra il 187 e la seconda metà del i secolo a.C., il manufatto venne rinvenuto nel 1918 nel corso dei lavori per l’allargamento dell’asse viario Mercato di Mezzo, attuale via Rizzoli. Seguendo il passaggio della galleria Acquaderni con accesso da via Rizzoli, il torrente prosegue, oltre vicolo San Giobbe, parallelamente a via dell’Inferno. Aperta nel 1932 all’interno del Palazzo del Credito Romagnolo (attuale Unicredit), la galleria fu decorata dal pittore Giannino Lambertini (1891-1928). Progettato da Edoardo Collamarini, il palazzo era stato eretto nel 1928 inglobando la chiesa di San Giobbe e l’Ospedale degli infermi affetti dal “morbo gallico” (sifilide) – attivo fra il XVI e il XVII secolo.

Da via dell’Inferno al piazzale interno dell’Autostazione
Fino ai primi anni del Settecento l’Aposa, interposto fra le case prospicienti il lato occidentale di via dell’Inferno (così chiamata fin dal 1487), compresa nel ghetto ebraico istituito con bolla emessa nel novembre del 1555 da papa Pio IV, era ancora in gran parte scoperto. Con probabilità il nome Mozza, attribuito fra il primo e il secondo decennio del xviii secolo alla casa all’angolo fra vicolo San Giobbe e via dell’Inferno, testimoniava l’inizio del tragitto a cielo aperto, gradualmente coperto dalle proprietà con volte in laterizi. In corrispondenza della piazzetta Marco Biagi il torrente svolta a sinistra portandosi sotto il seminterrato dell’edificio di via Valdonica 20, in passato utilizzato come carbonaia, che percorre longitudinalmente; dopo aver girato a destra, l’Aposa raggiunge, parallelamente al lato occidentale di piazza San Martino, via Marsala. La botola basculante nella piazza copre una delle due scale (l’altra come abbiamo visto è in piazza Minghetti) per l’accesso all’alveo sotterraneo del torrente. Oltre via Marsala l’Aposa scorre davanti alla facciata della chiesa di San Martino, fondata nel 1217 su una preesistente chiesa risalente al 1121 e riedificata dai Carmelitani in più riprese a partire dal XIV secolo. Prima del suo prolungamento, facente parte di alcuni lavori attuati fra il 1491 e il 1496, si accedeva alla chiesa tramite un ponticello di legno, uno dei luoghi deputati, nel 1289, per la lettura dei bandi. Dotato dalla metà del XIII secolo di un guazzatoio per l’abbeveraggio e il lavaggio degli equini e dei bovini, nella zona il torrente azionava anche una sega per legnami. Attraversata l’area già facente parte del complesso conventuale di San Martino, occupata in passato da orti e giardini, il torrente prosegue, oltre via delle Moline, dietro le caratteristiche case di via Capo di Lucca, un tempo appartenenti all’Università delle Moline e Moliture. Infine, superata via Irnerio, aperta tra il 1907 e il 1912, l’Aposa segue in percorso parallelo a via del Pallone affluendo nel canale delle Moline sotto il piazzale interno dell’Autostazione (lungo viale Masini) dopo un tragitto di circa 7200 metri dalle sorgive. Prima della costruzione dell’Autostazione, l’Aposa e il canale delle Moline si congiungevano più avanti, cioè in prossimità di Porta Galliera, dove era attivo l’antico Mulino del Maglio, edificato dalla famiglia Poeti su terreno donato loro dal Comune nel 1460. Questi tratti a nord della Montagnola rimasero scoperti fino alla delibera consiliare del 1946 che stabiliva la loro copertura, ma i lavori si protrassero per diversi anni.

TORRENTE RAVONE (e Canaletta della Ghisiliera)

Alimentato dalle acque d’infiltrazione e dai ruscellamenti della pendice nord del rilievo del Monte Belvedere, tagliato a oriente e a settentrione dalle vie di Sabbiuno e Cavaioni, il corso del torrente Ravone inizia di fianco al laghetto artificiale realizzato per scopi idrogeologici a valle di via Cavaioni. Da questo punto il torrente si incunea in un boschetto sviluppatosi attorno al suo alveo, che riceve in questo tratto alcuni tributari scorrenti lungo il versante occidentale del Monte Paderno, fra cui i rii Giovanni e di Marola, e le acque dei colli di Gaibola che, per lo più, provengono dal sistema carsico degli affioramenti gessosi messiniani comprendente doline e inghiottitoi. Di particolare interesse è la grotta vicino alla chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, profonda 37 metri e lunga più di un chilometro in cui scorre un rio sotterraneo che, riaffiorando, genera la risorgiva di acqua acidula del Fontanino, nota in passato. I colli attorno a Gaibola, località già nominata in un documento notarile del 1159, erano noti anche per la produzione di una qualità di uva da tavola detta, nel XVIII secolo, di “Venezia” per il «largo commercio che se ne faceva con quella piazza», come sottolineava Alfonso Rubbiani nella pubblicazione L’Appennino Bolognese, edita nel 1881. Nella parte opposta, la riva sinistra del Ravone segue il piede della pendice sottostante la strada di Casaglia, località in cui in passato erano attive alcune fornaci per la cottura del gesso. Poco oltre la chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia di Gaibola (nome completo usato anticamente), scende il rio dei Vecchi Settuagenari, idronimo riferito ad alcuni beni rustici che l’Ospizio dei Vecchi Settuagenari di San Giuseppe, istituito nel 1642, possedeva nella zona. Nominata a partire dal 1378, fra il 1749 e il 1751 la chiesa di Casaglia venne sottoposta ad alcuni lavori di ampliamento della cappella maggiore utilizzando, secondo Serafino Calindri (Dizionario corografico […] della Italia), «grandi pietroni di cotto» «cavati da un tratto dell’acquedotto augustale» che, proveniente dalla vallata del Reno, perviene all’alveo del Ravone sotto cui si snoda. Lungo il tracciato del torrente sono visibili alcuni pozzi di servizio del condotto romano, usati per l’aerazione o per la rimozione dei materiali di risulta e l’approvvigionamento di quelli da costruzione. Poco sotto la chiesa di Casaglia è presente la torretta circolare del pozzo Viola – che con i suoi 92 metri di dislivello è il più profondo di tutto l’acquedotto – e, verso la parte finale del citato boschetto, la torretta quadrata del pozzo Aratta, al piede di Gaibola. Più avanti, uscendo dal boschetto, il corso del torrente, interposto fra le due strade che, da via di Ravone, accedono alle proprietà private dei civici 27, 40 e 42, rasenta la torretta quadrata del pozzo Bandiera. A sinistra del torrente, fra le torrette Aratta e Bandiera il condotto augusteo è fornito di ulteriori quattro pozzi, cioè il Capriolo, il Martella, il Gessi 2 e il Gessi 1, questi ultimi visibili solo fino ad alcuni anni fa. Dopo aver girato a destra sotto un ponticello arcuato di mattoni davanti all’ingresso dei civici 40 e 42, il Ravone prosegue lungo il ciglio della strada. Dopo un centinaio di metri, lungo cui riceve, a destra e a sinistra, alcuni modesti tributari e le acque dei ruscellamenti, attraversa nuovamente la strada sotto un altro ponticello. Vicino a questo manufatto, all’interno della proprietà privata del civico 25 è visibile il pozzo a torretta quadrata Zacconi del condotto romano. Allontanandosi progressivamente dalla via di Ravone – in passato chiamata, a partire dalla via di Casaglia, via di Ravone Superiore –, l’alveo si snoda più in basso rispetto alla sede stradale il cui tracciato a saliscendi asseconda, nel contempo, l’andamento planimetrico delle curve di livello della pendice collinare. Occultato a partire dal civico 23 da una rigogliosa vegetazione spontanea, in corrispondenza dei civici 36 e 38 e circa una ventina di metri prima del civico 23/2 riceve, a destra, due piccoli immissari. In prossimità dell’alveo, sono visibili altri due pozzi circolari del manufatto romano: uno distante una quarantina di metri dai civici 36 e 38 (Cicognani 2) e l’altro limitrofo ai terreni e agli edifici delle proprietà ai civici 21/5,6,7,8 (Cicognani 1). A circa cinquanta metri dagli ingressi dei civici 21 e 21/2,3,4 il torrente si riavvicina alla sede stradale che, corrente a un livello più alto, in questo punto è sostenuta da un muraglione. Proseguendo, vicino a una cabina elettrica di trasformazione è presente, nella scarpata inerbita stradale, la torretta del pozzo Mazzoli dell’acquedotto romano. Dopo un percorso corrente dietro le proprietà ai civici 19, 17, 15 e 13, il Ravone, descrivendo una curva a destra, oltrepassa la strada sotto un ponticello in laterizi. Il complesso fra i civici 17 e 13 comprende un oratorio, dedicato a Sant’Anna, e un edificio con torretta. L’oratorio, la cui prima notizia risale al 1664, era già chiamato San Michele al Zagone, toponimo della località derivato dal cognome di Giovanni Francesco Zagoni cui appartenevano diversi terreni nella zona e il complesso in seguito acquistato da Gioanetti. Come attesta la piccola lapide murata sulla torretta, la sua edificazione venne affidata da Girolamo Gioanetti, proprietario della villa seicentesca San Guido sita al di là della strada (civico 30), al capo mastro Stefano Badiali nel 1882. Il salto d’acqua dietro l’edificio al civico 13 indurrebbe a pensare che in passato venisse utilizzato per una captazione a servizio di un ordegno idraulico, ma a tal proposito non è rimasta alcuna testimonianza nei toponimi, né tantomeno finora sono stati rintracciati documenti che possano suffragare questa ipotesi. Lungo il tratto fiancheggiante la strada, prima del civico 26 il Ravone riceve un tributario proveniente dalle pendici della via Casaglia. In corrispondenza del citato civico l’alveo svolta decisamente verso destra allontanandosi dalla sede stradale. Poco dopo aver ricevuto, a destra, il rio Paradisi, detto anche Cantatrice, – insoliti idronimi che potrebbero essere riferiti ai nomi di fondi agricoli –, dietro il civico 20 di via Ravone il torrente prosegue il suo corso all’interno di uno scatolare. Riguardo al nome Paradisi è ipotizzabile che nel fondo, destinato prevalentemente a vigneto, venisse coltivata la pregiata uva da tavola Paradisa, da cui derivava il nome, che si conservava fino a primavera inoltrata. Piantata prevalentemente sulle «marne biancastre» dei colli bolognesi composte da argilla e carbonato di calcio, celebrata da Giovanni Pascoli nei Nuovi poemetti – «La paradisa ha pigne lunghe e chiare, / e tutti d’oro sono i chicchi, e hanno / il sole dentro, il sole che traspare» –, nel XIX secolo veniva esportata anche oltralpe e fin dal Cinquecento faceva parte degli omaggi inviati dal Senato bolognese al papa e ai monarchi. Per quanto concerne la presunta relazione fra l’idronimo Paradisi e l’uva Paradisa si potrebbe trattare di una semplice illazione; si lascia dunque al lettore il compito di formulare ulteriori ipotesi. Come vedremo nel capitolo riguardante l’acquedotto romano, in corrispondenza del rio Paradisi il condotto romano devia decisamente a destra per raggiungere, al di là dei rilievi collinari, la Valle dell’Aposa, detta anche Valle di Pietra. Proseguendo, il torrente giunge all’attuale civico 3 dove, alla fine del XIX secolo, venne realizzata una sorta di stabilimento per lo sfruttamento delle fonti di acqua salino-iodata, di cui tratto nel capitolo dedicato alle acque sorgive. Oltre le fonti di Casaglia il torrente passava in prossimità del forte Ravone e di una polveriera, non più esistenti, che non facevano parte del cosiddetto Campo Trincerato, realizzato fra il 1860 e il 1866. Dalla località in cui erano attive le fonti, il Ravone raggiunge il giardino Dotti, che attraversa, e via Battaglia che segue. Arrivato in via Saragozza, sottopassa il portico di San Luca fra gli archi 191 e 192, restaurato nel 1676 come riporta la coeva lapide in arenaria che ricorda anche il passaggio del torrente. Al di là del portico inizia il tratto, in passato a cielo aperto, che raggiunta via Zoccoli, la percorre per un certo tratto; attraversata quindi via XXI Aprile 1945, arriva nel giardino Vittorio Melloni, tra le vie Turati e XXI Aprile, in cui un sentiero sopraelevato ricalca il tracciato sotterraneo del torrente. Serpeggiando all’interno di proprietà private prospettanti il lato orientale di via Brizio, dal giardino Melloni il torrente raggiunge via Andrea Costa, che attraversa fra il civico 68 e 85, nella parte opposta di questa strada. Quindi il torrente prosegue, coperto in questo tratto alcuni anni fa, dietro gli edifici prospicienti il lato est di via Luigi Busi. Verso il fondo di questa strada il Ravone si allontana dalle proprietà lungo via Busi girando a destra. Sottopassa quindi le vie dell’Isonzo e Sabotino dove, al civico 27 sovrappassa il canale di Reno con uno scatolare, realizzato, come abbiamo visto, in sostituzione del ponte canale degli Stecchi. Uscendo dal manufatto, che prosegue per alcuni metri fuori terra oltre il ciglio della pista ciclo-pedonale, il torrente segue, a cielo aperto, il confine della caserma Goffredo Mameli, dietro le proprietà prospettanti via Montenero. Dal punto in cui via Montenero svolta a sinistra, il Ravone prosegue all’interno di uno scatolare realizzato, fuori terra, lungo il confine fra le proprietà di via Montello 6 e di via Saffi 22, punto in cui nella mappa del Catasto Pontificio è indicato il mulino del Chiù, stranamente non riportato in altre piante, né documentato. Sottopassata via Saffi, il corso d’acqua torna a scorrere, a cielo aperto, rasentando le case affacciate lungo il lato occidentale di via del Chiù – nome onomatopeico derivato dal verso dell’assiolo, un piccolo rapace notturno cui Giovanni Pascoli dedicò una poesia facente parte della raccolta Myricae –, in passato chiamata via Inferiore di Ravone per distinguerla dalla Superiore che, come abbiamo visto, si sviluppa, a monte, a partire da via di Casaglia. Oltre via Innocenzo Malvasia, il torrente prosegue, rasentando via del Chiù, fra «sponde in muramento», ovverossia muri in laterizi in alcuni tratti rifatti o sostituiti, in tempi recenti, da muri in cemento armato. A intervalli pressoché costanti il fondo dell’alveo è attraversato da soglie trasversali di pietre in taglio per smorzare la velocità della corrente. Sottopassate via Burgatti e via Prati di Caprara, prosegue rasentando via del Chiù fino alla strada di accesso alla zona artigianale Pontelungo 1-2. Da questo punto inizia il tratto che, immesso in uno scatolare sotterraneo, dopo aver attraversato via Agucchi corre sotto la strada delle ferrovie fino a raggiungere il fiume Reno, dove affluisce. La canaletta della Ghisiliera – che deve il nome alla famiglia Ghisilieri cui appartenevano i terreni in cui si snoda e l’omonima villa, non più esistente, ricordata dall’odonimo Ghisiliera attribuito alla via che si immette in via del Chiù – deriva acqua dal canale di Reno in via Sabotino. Dalla paratoia di derivazione, allogata all’interno di una piccola costruzione a una quota più bassa di quella stradale sita, un centinaio di metri prima dal passaggio del Ravone, fra l’edificio al civico 27 e il prospetto sud di via Montenero 30, la canaletta segue un percorso pressoché parallelo al Ravone. Dopo un tratto a cielo aperto retrostante gli edifici prospettanti via Montenero, la canaletta prosegue il suo corso sotto terra. Spostandosi verso sinistra, dopo un tratto dietro gli edifici ai civici 6 e 2 di via Montello, già a cielo aperto e coperto circa un lustro addietro, raggiunge via Saffi, che sottopassa dal civico 24 all’edificio nella parte opposta, sito all’angolo con via del Chiù. Dopo alcune centinaia di metri prosegue, a cielo aperto, dietro gli edifici lungo la riva sinistra del Ravone al di là di via Malvasia seguendo pressoché parallelamente l’andamento del torrente. Questa zona faceva parte delle vaste proprietà dei marchesi Ghisilieri, proprietari fra le altre cose di casamenti, botteghe, una pilla, un forno e l’osteria del Chiù, lungo l’omonima via, e, a settentrione lungo la via Emilia, una macina da olio e una pilla da miglio, alimentate dalla Ghisiliera, edificate fra il 1713 e il 1722. Contenuta, come il Ravone, fra muretti laterali in laterizi, la Ghisiliera – che azionava il mulino Vancini, così chiamato dalla fine degli ani Settanta del secolo scorso, rimasto in attività fino al 1987 – raggiunge quindi le vie Burgatti e Prati di Caprara, toponimo riferito all’omonima famiglia. Prima di inabissarsi nello scatolare che sottopassa via Prati di Caprara, la canaletta è fornita di uno sgrigliatore. Nelle loro proprietà comprese fra la via Emilia e il Ravone – che inglobavano anche la cosiddetta Chiesazza, un edificio sacro risalente al XII secolo, officiato fino alla fine del Settecento e demolito nel 1930 –, la famiglia Caprara aveva edificato, fra le altre cose, un mulino per la produzione di polvere per archibugi con annesso deposito e una fornace per mattoni, in disuso dal 1707. Da via Prati di Caprara – dove alimentava il Mulino di Ravone, in seguito chiamato Lazzari, funzionante fino al 1990 – la Ghisiliera prosegue, sempre coperta, fino a due vecchie paratoie visibili nella sponda sinistra del Ravone, in passato usate per scaricare le acque del torrente nella canaletta durante la stagione estiva. In questo punto, di fronte al civico 19 di via del Chiù, la Ghisiliera sottopassa il corso del torrente per proseguire, oltre la ferrovia, fino a via Volta, dove al civico 29 riceve le acque della canaletta delle Lame. Più avanti, da via Lazzaretto si dirige verso Bertalia, dove passa dietro la chiesa di San Martino. Dopo un tratto a cielo nel Parco di villa Salina, sottopassata via Zanardi, raggiunge via del Molino di Pescarola, odonimo che ricorda la macina fatta realizzare da Giovanni Bentivoglio nel 1500, azionata dopo il 1525 dalla Ghisiliera. Prosegue quindi in direzione di Palazzo Malvasia, attraversa via di Corticella per raggiungere Trebbo di Reno dove, unitamente alle acque del rio Riolo, faceva funzionare il mulino per grano del Borgognino, già documentato nella prima metà del Cinquecento. Infine nei pressi di Torre Verde la canaletta Ghisiliera sfocia nel Reno. La citata canaletta delle Lame, che si immette nella Ghisiliera, preleva acqua del canale di Reno in corrispondenza del civico 52 di via Riva di Reno. Da questo punto percorre piazza Azzarita fino a via Calori che segue fino al civico 11 indirizzandosi poi verso porta Lame sottopassando gli edifici delle vie Graziano e Dolfi. Successivamente taglia via Ercolani all’altezza del civico 20 e attraversa perpendicolarmente via delle Lame tra i civici 160 e 113. Da questo punto la canaletta svolta decisamente verso sinistra e, attraversata piazza IV Novembre (a Porta Lame), prosegue sotto il marciapiede lungo i numeri dispari di via Zanardi. All’incrocio con via Bovi Campeggi sottopassa diagonalmente la strada verso sinistra per proseguire parallelamente a via Zanardi fino all’incrocio con via Manzi, dove svolta a sinistra descrivendo un arco di cerchio di circa 45°. Attraversata questa via, la segue fino alla Rotonda Guidi, che attraversa, quindi prosegue per confluire nella canaletta della Ghisiliera all’altezza del civico 29 di via Volta.

TRIDENTE MASERATI (statua del Nettuno)

Il simbolo della Maserati, il Tridente, fu disegnato dall’artista Mario Maserati, fratello dei fondatori della casa automobilistica. Dalla prima “Tipo 26” del 1926 alla moderna gamma, Maserati ha da sempre contraddistinto tutte le realizzazioni con il marchio che trae la sua origine dalla statua del Nettuno di Bologna, città dove erano sorte e si erano sviluppate (1914-1939) le Officine Maserati. Si sottolineava l’appartenenza bolognese con i colori rosso e blu, che rispettivamente distinguevano, e distinguono tuttora, il Tridente e la scritta Maserati. La prima Officina fu aperta in via de’ Pepoli, dove una targa apposta nel 2014 ricorda il centenario della fondazione (la targa è a qualche decina di metri dalla primitiva sede).

VILLA BENNI

Brevissimi cenni storici:

XVI secolo:
Casino Landini (ubicato più a monte del fabbricato attuale).

fine XVII secolo:
possesso dei Gandolfi; cappellina con pitture di G.B.Bertusio.

1774:
risulta proprietario Angelo Gandolfi e viene ubicata tra lo Stradello S.Donino e il Torrente Ravone.

1850:
nominato Casino Zamboni (della precedente costruzione restano i sotterranei ubicati dove ora vi è la peschiera; dell’epoca il magnifico cancello con i 4 pilastri d’ingresso.

1928:
il Casino è abbattuto e viene costruita l’attuale Villa Benni; gli Architetti sono Silvio Gordini e Bruno Orsoni.
Fu voluta da Alfredo Benni (1869 – 1945).

Di notevole pregio e bellezza architettonica, la villa è situata al centro di un grande parco ricco di piante secolari.

L’edificio fu anche sede, durante la seconda guerra mondiale, di uno dei tanti comandi tedeschi presenti in città. Nel suo sottosuolo, ad oltre 20 metri di profondità si cela un grande rifugio antiaereo costruito per gli ufficiali germanici occupanti il palazzo.

Notevole per sviluppo e capacità costruttiva il lunghissimo camino di aerazione.

Pur lontana dal traffico cittadino è vicina al centro di Bologna. E’ raggiungibile in breve tempo dalla stazione ferroviaria e dall’aeroporto.

La bellezza ed eleganza degli ambienti, i molti angoli suggestivi offrono il meglio per ricevimenti di ogni tipo; è dotata inoltre di servizio B&B di alta qualità.

VILLA DOLFI-RATTA

Per visitare la villa il primo passo non va compiuto uscendo dalla via Emilia, ma varcando la soglia della chiesa della Misericordia a Bologna, dove in un dipinto attribuito al pittore Bartolomeo Ramenghi si possono individuare le fattezze originali dell’edificio così come lo volle il pavese Parati dopo il 1520. Le origini del complesso risalgono al Quattrocento, quando la villa era un lazzaretto che si presentava come struttura fortificata chiusa a serraglio: le due torrette laterali che racchiudono la facciata tardosettecentesca erano infatti unite da un tratto di mura merlate, atterrate alla fine del XVIII secolo. All’epoca il serraglio era una struttura diffusa, innalzata sia per motivi sanitari che per difesa dalle scorribande dei briganti che infestavano il territorio. Le città stesse erano protette dalle mura. E’ possibile che il complesso, alla cui struttura originaria appartiene la cappella situata nella torre di levante, passasse poi ai Bentivoglio che avevano moltissime “delizie” nella campagna bolognese: dalla Palazzina della Viola alla Villa di Belpoggio al castello dei Rossi a Pontecchio e a molte altre. Proprietà vendute in seguito alla cacciata da Bologna nel 1507 e alla conseguente perdita di prestigio e di potere economico.

Dalla metà del Cinquecento gran parte delle dimore bentivolesche furono rilevate da un ricco cavaliere di Pavia, tale Parati, il quale possedeva una cappella di famiglia nella chiesa della Misericordia a Bologna. La cappella era decorata da una pala del Bagnacavallo, tuttora in loco, sullo sfondo della quale è possibile intravvedere un edificio con mura merlate, corrispondente al complesso.

Passato ai Grassi e quindi ai marchesi Ratta, nel 1730 diventò centro di investimento fondiario e sede di un’accademia d’arcadia, condotta dalla colta contessa Elisabetta Hercolani. Moglie bellissima del marchese Ratta, la contessa amava dare vita ad un salotto all’aperto, frequentato dai più begli ingegni della città: Eustachio Manfredi, lo Zanotti, il contino Algarotti. I rappresentanti della cultura della Bologna di metà Settecento. La mondanità proseguì poi a Villa Ratta negli anni ’70 del XVIII secolo, con il passaggio per via ereditaria ai Dolfi, i quali diedero un nuovo assetto alla villa facendo abbattere le mura e decorare la villa.

Animatrice del salotto Dolfi, tra le avanguardie culturali della città, fu un’altra bella ed intellettuale nobildonna bolognese, la contessa Maria Diamante, maritata al conte Isolani. A quell’epoca, siamo nel 1777, la cultura dell’arcadia, al suo ultimo approdo, era rappresentata dalla poesia di Ludovico Savioli, amico dei Gandolfi e autore di una raccolta di canzonette, gli Amori, indizio di una nuova sensibilità. Del resto, anche nella decorazione degli interni si esprime la cultura avanzata di quel milieu intellettuale; cultura avanzata che a quelle date significa gusto archeologico e riscoperta dell’antichità.

Bologna, prima legazione pontificia e dipendente da Roma, risente molto presto dell’incipiente neoclassicismo inaugurato nella capitale da Piranesi. Inoltre, alla metà del Settecento, nella città delle due torri soggiorna il grande archeologo Giovanni Gioachino Winckelmann, ospite di Carlo Bianconi, il teorico bolognese dell’arte classica al quale si devono gli stucchi “all’antica” di palazzo Zambeccari (1772).

Un ciclo ornamentale che si può considerare un precedente della decorazione in stucco di una saletta aperta sulla loggia di villa Dolfi: cammei, medaglioni, candelabri, urne, vasi nello stile archeologico, su fondo rosa, ad imitazione dei fregi dell’età tardo romana, forse ricollegabili all’attività dello scultore Acquisti. Motivi che allora, quando il termine “neoclassico” non esisteva ancora, venivano chiamati in due modi tra di loro in apparenza discordanti: “all’antica”, in base ai contenuti, propri dell’antichità, o “alla moderna”, per contrapporli al vecchio, che era poi il barocco. Moderna, anzi modernissima, era la prassi esecutiva per realizzarli, direttamente sul posto, con stampi rifiniti a mano. Un procedimento assolutamente innovativo, in uso dalla metà del Settecento, che può essere considerato tra i primi esempi di lavorazione seriale.

Un’altra curiosità di villa Dolfi Ratta è rappresentata dalla conserva del parco, che risale probabilmente ai primi anni del Seicento. Tutte le ville erano dotate di conserve o neviere, strutture semi interrate che servivano a tenere in fresco le provviste. Queste costruzioni, ancora presenti in molte residenze bolognesi del contado con forme diverse, sono oggi molto apprezzate dai cultori dell’architettura moderna, che le considerano singolari primizie di progettazione funzionale. Nonostante la presenza, ridotta, di colonne ed elementi decorativi tradizionali, le conserve sono infatti veri e propri attrezzi: forme strutturali dovute al funzionamento e quasi “elettrodomestici in pietra”, in anticipo sui tempi. Il loro uso veniva preparato nei mesi freddi, con la raccolta della neve, riposta per strati alternati a paglia, così da creare una sorta di coibentazione resistente da un inverno all’altro. Questo accorgimento favorì tra l’altro l’arte del gelato, tra le delizie della vita in villa.

Oltre alla conserva, il parco della villa conserva importanti essenze e specie arboree secolari, tra le quali un monumentale esemplare di liriodendrum tulipifera.

Nel Novecento la villa passò ai marchesi Bosdari ed in seguito alla famiglia Marzaduri, che ne ha curato il restauro.

VILLA GUASTAVILLANI

Nel 1575 il cardinale Filippo Guastavillani, nipote del papa Gregorio XIII, fece costruire sul monte di Barbiano, a Bologna, un palazzo di dimensioni grandiose, tanto che fu spianata la sommità di un colle per fare posto al grande edificio. “Una parte del monte venne sistemata a pianoro, per accogliere il sole dalla parte di mezzogiorno, mentre una loggia a tre fornici era costruita dalla parte di tramontana, cosicché se da un lato si aveva il caldo all’inverno, dall’altro si poteva godere il fresco all’estate“. Il progetto fu affidato all’architetto Ottaviano Mascarino, mentre la realizzazione fu curata da Tommaso Martelli che probabilmente semplificò il progetto originario rendendolo meno importante. La villa appartenne alla famiglia Guastavillani per poco più di un secolo fino a quando fu venduta nel 1695, assieme alle terre adiacenti, ai Padri Gesuiti per la “miserabile somma” (Guidicini, 1873) di lire 22.750. Abolito l’ordine dei Gesuiti per volontà di Clemente XIV, i Guastavillani ricorsero a Roma per l’annullamento del contratto e nel 1781 rientrarono in possesso della villa e dei terreni circostanti. L’ultima discendente dei Guastavillani fu Virginia che aveva sposato un nobile di Reggio Emilia, il conte dott. Francesco Cassoli, discendente di una famiglia che risaliva al secolo XII. Dal matrimonio nacquero due figli, Rinaldo e Giulia. Rinaldo morì nel 1918 nel palazzo seicentesco di Reggio Emilia e nel testamento dispose che gli immobili di Reggio Emilia e di Bologna servissero per una fondazione da intitolarsi alla madre ed alla sorella, che già erano mancate, in favore di bambini poveri e bisognosi di cure. Nel 1920 venne costituita l’Opera Pia Cassoli Guastavillani. Passato successivamente al Comune di Bologna, nel 1998 il palazzo è stato acquisito dall’Università di Bologna. La villa, conosciuta come Palazzo di Barbiano, ha una pianta rettangolare con loggia passante come in uso nel bolognese; ai lati si aprono le sale e le stanze che celebri artisti dell’epoca abbellirono con le loro opere. Nella villa la facciata è animata dalla loggia ad archi e dalle ali che si innescano ad essa in posizione arretrata. Nel progetto originale del Mascarino la villa era cinta da mura con quattro torrioni, due dei quali rimangono tutt’oggi davanti all’entrata principale. Particolarmente interessante e rara, fra gli interni del palazzo, è la stanza ipogea naturale, una curiosità storica architettonica ancora quasi intatta. “Nella gran sala sotterranea erano un tempo giochi d’acqua deliziosi, alimentati dagli acquedotti che portavano l’acqua raccolta con gallerie sotto il colle attiguo. Il pavimento era a disegno grottesco a vari vivi colori, le pareti incrostate di pietruzzole colorate framezzate da conchiglie con pregevole disegno dovuto al talento dell’architetto Francesco Guerra. Particolari e rare da vedere le parti ipogee della conserva ottagonale. Da segnalare inoltre il grande rifugio antiaereo ricavato all’interno della conserva circolare.

VILLA IL TUSCOLANO

La villa Ramondini chiamata, in seguito, il Tuscolano, sorgeva nella campagna bolognese tra il Canale Navile e la Via di Saliceto (da cui distava circa 40 metri) lontana 4 chilometri circa da Porta Galliera, tra Corticella e Castagnolo Maggiore (ora Castel Maggiore); fu costruita tra il 1561 e il 1571 nel Comune di Saliceto sotto la Parrocchia di S. Maria di Sabbiuno dalla borghese e ricca famiglia Ramondini, appunto, per trascorrervi gli ozi estivi lontano dall’infuocata città e per ospitare illustri amici, artisti e letterati di passaggio. Era una villa ben costruita e arredata, un vanto per la casata, tra l’ammirazione delle altre famiglie nobili e serviva nella scalata a quel successo della società di allora, che consentiva l’assunzione di titoli nobiliari e cariche pubbliche fino a quella senatoria, elargite dal Papa verso la fine del 1500 alle diverse casate emergenti. La zona formata da poderi già di loro proprietà era indicatissima per la villeggiatura, con un clima mite e il paesaggio reso vario e ondulato dalla vicina presenza del Canale Navile, che risultava anche facile via di comunicazione con la città. Il fabbricato fu eretto con grandi mezzi economici e gli abbellimenti continui e sfarzosi delle sale tramite la collaborazione di valenti artisti, deve aver creato quell’atmosfera tipica di allegri convegni, battute di caccia e svaghi agresti, come appariva da una pittura murale ivi esistente, raffigurante l’intera famiglia Ramondini intenta a intrattenere gli ospiti. Per motivi economici il palazzo, assieme al podere di 50 tornature compreso, per 15.000 ducati, passò nel 1566 alla nobile famiglia di Giovanni Battista Campeggi Vescovo di Maiorca, uomo eruditissimo ed abile scrittore in lingua latina, che in memoria della splendida villa posseduta al Tuscolo da Cicerone, volle chiamare “Tuscolano” questa dimora; e tanta fu la cura ed il denaro che impegnò nell’ornamento imponente, negli arredi e nell’abbellimento di preziose e abbondantissime suppellettili, da lasciare strabiliati i vari forestieri e visitatori, che la ritenevano degna di un Re. Con la morte del Campeggi nel 1583 iniziò per il Tuscolano la parabola discendente, passando nel 1592 al conte Rodolfo Campeggi e successivamente nel 1601 ai fratelli del Cardinale Bonifacio e Conte Luigi Bevilacqua di Ferrara per £ 65.000, con rogito di vendita che specificava l’esistenza del “vividario” cioè il bellissimo giardino creato dal Campeggi che aveva anche allargato la tenuta a 138 tornature dalle 50 iniziali. I nobili Bevilacqua originari di Ferrara, ma con cittadinanza bolognese conferita da Clemente VIII nel 1602, ricevettero facoltà, onori e prerogative riservate alle nobili e senatorie famiglie di Bologna, pertanto il Tuscolano secondo quanto il Masini (il celebre cronista di allora) ci fa pervenire, risultava nella seconda metà del ‘600 ancora “grande, nobilissimo e deliciosissimo” e conteneva ancora molte “statue e antiche memorie di marmo”. Il decadimento però non tardò ad arrivare, presentandosi con la trascuratezza dei proprietari, che in tempi brevi smisero di abitarlo ed anche di villeggiarvi spogliandolo dei bellissimi arredi e suppellettili e trasportando le statue e le lapidi antiche per adornare la loro dimora di Ferrara. Così in completo abbandono le splendide sale dipinte, da luogo di convegno di dotti e letterati, furono alla mercè dei poveri coloni che lo abitavano e che coltivavano il terreno circostante. Da quel momento il magnifico Tuscolano fu declassato ad abitazione rurale. Dal catasto Boncompagni risulta nel 1783 che rimanendo inalterata la proprietà, questi terreni erano lavorati da certo A.Parenti per la parte verso il palazzo e da certo A.Aldrovandi per la parte verso il Canale. E’ da ricordare che nelle piante catastali del Comune di Saliceto, l’edificio appare circondato da un’area verde da cui si dipartono due vialoni (uno verso nord ed uno verso Bologna), a significare che il bellissimo parco non era ancora distrutto e nell’edificio dovevano ancora essere presenti tracce dell’antica grandezza se il Calindri (altro cronista) ricorda alcune memorie e lapidi antiche di epoca romana, oltre ad un porticato di ordine corinzio in grande decadenza. Una splendida occasione per il ripristino del Tuscolano si presentò nel 1758 quando il nobile bolognese G. Ludovico Bianconi, volendo rimpatriare dalla Sassonia aveva cercato di acquistare questo edificio: …”amerei, diceva in una lettera il Bianconi, di comperare il Tuscolano perché è un luogo sì celebre e sì magnifico…ma l’unica cosa che me lo fa amare è la bellezza della casa…di una bellissima architettura che può chiamarsi museo…Dopo aver richiesto i disegni dell’interno e dell’esterno ed un elenco delle “anticaglie” che vi si conservavano (facendo pensare che nell’edificio esistessero ancora molti quadri e affreschi) la trattativa si bloccò per il prezzo oneroso richiesto dalla proprietà, che successivamente nel 1820 riuscì a venderlo a certo Luigi Naldi, ricco, rozzo ed ignorante speculatore (di una speciale razza umana non ancora estinta oggigiorno), che non volendo spendere soldi nel restauro, pensò di demolirlo ricavando da uno dei luoghi più celebrati dai nostri storici, un buon guadagno sugli ottimi materiali da costruzione. E a nulla valsero gli sforzi e le pressioni dell’Accademia di Belle Arti che ne richiedeva la conservazione ed il ripristino sia per il bellissimo esterno oggetto sovente di studi, e sia per i mirabili e grandiosi cieli di affreschi delle sale interne, opere di valenti artisti. Fu solo concesso di eseguire rilievi e disegni, impronte sezioni e prospetti, oltre a dettagli di ornamenti, da usare come materiale di studio, in parte poi perduto e recuperato parzialmente da un grande amatore e raccoglitore di cose patrie, Raimondo Ambrosini.

Altre notizie si troveranno nel volume “Il canale Navile da Bologna a Malalbergo

  • Esiste un servizio fotografico completo dell’area ove sorgeva la villa e, unica superstite, la conserva, realizzato da Massimo Brunelli, Copyright 2008.

Bibliografia presente negli archivi dell’Associazione dalla quale si è preso spunto per il parziale articolo:

  • L.Cremonini, 1988 – Castel Maggiore com’era…e com’è.
  • G.Roversi, 1964 – Il Tuscolano, in Strenna Storica bolognese anno XIV.
  • M.Fanti, 1996 – Ville Castelli e Chiese bolognesi da un libro di disegni del cinquecento.
  • G.Cuppini – A.M.Matteucci, 1969 – Ville del bolognese.
  • G.C.Croce, 1582 – Poemetto sul Tuscolano.

VILLA MALVASIA O VILLA CLARA

Beh, di storie tetre su questa villa se ne sono sentite parecchie… C’è che dice di avere percepito qualche sembianza, chi racconta di avere veduto nelle notti di luna piena strani riflessi provenire dalle lugubri aperture d’ingresso, chi giura che dai condotti inferiori che portavano in aperta campagna uscissero rivoli di sangue causati da chissà quale aberrazione. Pure chi scrive, da piccolo, passando in bicicletta da quelle parti una sera d’estate di tanti anni fa quando il traffico era ancora molto ridotto, è sicuro di avere colto qualcosa; una presenza, un rumore mai udito prima, una sensazione sgradevole, un riflesso… non saprei dirlo con esattezza.

Questi tanti dettagli li accomuno con un’altra grande costruzione, oramai fatiscente e quasi cancellata dalla storia e dalla memoria, Villa Spaggiari.Però i fantasmi e la Villa situata nei pressi della chiesina sussidiale di Armarolo sono un’altra storia e quindi adesso non divaghiamo.

Di sicuro la nostra bella (un tempo) Villa Malvasia ne ha viste davvero tante di malefatte, ma soprattutto una in particolare non è riuscita proprio a sopportare… l’incuria dell’uomo. Le antiche cronache citano l’Ungarelli e il Beseghi che la vogliono costruita dal canonico Carlo Cesare Malvasia (1616-1693), notissimo e famoso storiografo della pittura bolognese; ma se è vero che lui possedette questa villa non è altrettanto vero che operò nelle decorazioni. Come ricorda lo stesso Malvasia, i notevoli dipinti (che si trovano ancora oggi purtroppo in pessime condizioni) vennero eseguiti quando lo stesso non era ancora nato o era molto piccolo. Sicuramente qui operò il Dentone (Girolamo Curti) che lavorò sul soffitto della doppia loggia a forma di “T” assieme agli allora giovanissimi decoratori Brizio, Tognino, Franceschino Carracci, Valesio, mai retribuiti con denaro per le loro opere ma solo con vitto e sana conversazione del Malvasia (ndr.“Le Ville del Bolognese, a cura di AA.VV, Zanichelli Editore Bologna, 1967).

Passano gli anni e della villa se ne perdono i dettagli tantochè per tutto il Settecento e l’Ottocento non se ne conosce nessuna vicenda. Nei primi anni del Novecento appartenne al Cavalier Ferdinando Bonora il quale apportò significativi miglioramenti. Alla sua morte, avvenuta nel 1917, il palazzo venne ereditato dalla figlia, tale Zaida Bonora in Francia. Successivamente venne venduta ad alcuni sfruttatori che ne misero seriamente a repentaglio la sua salvaguardia adibendo la loggia d’ingresso a deposito e rimessa di carri da trasporto che venivano fatti entrare con una rampa fittizia. Nel 1928 fu acquistata dalla Sig.ra Clara Mazzetti vedova Barzaghi, la quale, oltre a rivitalizzare l’intero edificio, riarredò e sistemò i saloni al piano terra. Oggi, dopo un lunghissimo periodo di abbandono e di spoliazioni la costruzione è in restauro e speriamo che possa nuovamente rivivere i fasti passati. Il progetto dell’edificio era notevolmente avanzato per l’epoca; si pensi che nel salone principale, da sotto il pavimento ligneo di quercia, dipartivano, provenienti dal camino centrale, una serie di condotte per l’aria calda a favore delle stanze situate allo stesso livello. Orbene i soliti vandali, intuendo un doppiofondo, squarciarono e ridussero a pezzi parte del tavolato credendo che lì sotto ci fosse chissà quale tesoro. Chi ha avuto la fortuna di addentrarsi nei vari locali e girovagare fra i piani, non può non essere rimasto meravigliato dalla grandezza degli ambienti e dalla qualità degli affreschi. Scale nascoste permettevano alla servitù di muoversi liberamente tra le cucine, sistemate nei sotterranei, i piani nobili e il sottotetto; montacarichi dotati di un ingegnoso meccanismo portavano cibarie e piatti prelibati ai lieti commensali. Un condotto arrivava alla conserva (ora perduta) per poter prelevare le varie derrate, mentre altri portavano fuori, all’aperto, in mezzo ai campi. Oggi siamo tutti in attesa di poter ammirare nuovamente Villa Clara recuperata dopo anni di oblìo e auguriamo sinceramente agli attuali proprietari di riuscire a portare a termine il difficoltoso recupero.

Massimo Brunelli