Da LaStefani.it
Articolo di Carla Falzone e Riccardo Rimondi.
“Salviamo la centrale del Battiferro”. L’esortazione arriva da Facebook, precisamente da una pagina creata per sensibilizzare la città su uno dei suoi pezzi più pregiati e dimenticati. Nella periferia di Bologna, nel quartiere Navile e di fianco all’omonimo canale, c’è un rudere abbandonato, di fianco all’ex fornace Galotti che oggi ospita il museo del patrimonio industriale. In teoria non ci entra più nessuno da trent’anni, in pratica negli ultimi decenni ha fatto da rifugio per senzatetto e spacciatori. Una volta, questa era la centrale idrotermoelettrica del Battiferro, il gioiello costruito tra il 1898 e il 1901 dalla società ungherese Ganz, che diede a Bologna l’illuminazione elettrica e la salvò dopo che, nel 1945, tutte le altre centrali erano state rase al suolo. Prima fu pensata per l’utilizzo dei privati, poi sostituì l’illuminazione pubblica a gas. Chiusa nel 1961 e utilizzata come deposito e centro di addestramento del personale Enel fino al 1980, è completamente lasciata all’incuria da più di trent’anni. Nel 1989 il Comune la rilevò per permettere all’Università di costruire la facoltà di Biotecnologie al suo interno. Ma ormai l’edificio cadeva a pezzi, e non c’erano i soldi per metterlo a posto, quindi di quel progetto non se ne fece più nulla. Oggi, un comitato di giovani, esperti e appassionati chiede di salvare la centrale, per dare a questo gioiello di archeologia industriale una funzione degna del ruolo che ha ricoperto nella storia di questa città. L’idea è partita da Jacopo Ibello, giovane laureato in Geografia con un master in Archeologia industriale, presidente dell’associazione Save Industrial Heritage e membro dell’Aipai, l’associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale. «Siamo preoccupati perché si tratta di una struttura che ha avuto una rilevanza storica notevole per Bologna – dichiara Ibello – è il simbolo del passaggio dall’antichità alla modernità». Un simbolo, però, che oggi viene lasciato nell’abbandono completo. Chi l’ha visitata dipinge un quadro desolante. Quando piove, il tetto perde. Il pavimento è ricoperto da uno strato di guano sedimentato nel corso di trent’anni di abbandono, e sopra agli escrementi di piccione c’è un deposito di rifiuti, lasciati lì da chi vi ha dimorato nel corso degli ultimi decenni. La poca luce che illumina debolmente l’interno filtra da finestre coi vetri spaccati. Il silenzio sarebbe quasi assoluto, se non fosse per il rumore del canale Navile. All’esterno, una rete vieta l’ingresso ai visitatori, casomai qualcuno avesse voglia di entrare in un edificio pericolante, abbandonato e trasformato in una sorta di discarica. Alla centrale si è interessata anche l’associazione “Amici delle vie d’acqua- Bologna sotterranea”, che dal 1998 promuove la valorizzazione e la diffusione della conoscenza della rete idraulica di Bologna. “Quella centrale è uno dei pochi sopravvissuti tra gli edifici che erano presenti lungo il Navile e che ne hanno fatto la storia. Andrebbe salvata, è un pezzo di storia cittadina e nel dopoguerra ha salvato l’illuminazione di Bologna. Ha fornito corrente, ha dato lavoro a moltissime persone, ha svolto un buon lavoro nella storia di questa città – s’infervora Massimo Brunelli, che dell’associazione è vicepresidente e fotografo – si potrebbero fare musei, centri di formazione, centri di studio. La si potrebbe collegare all’industria, all’acqua, si potrebbero fare laboratori per gli studenti”.
Per saperne di più: LaStefani – un comitato per la “Battiferro”
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