Monumenti nella sabbia (i rifugi antiaerei)

Fotografo Associazione Amici delle Vie d'Acqua e dei Sotterranei di BolognaMonumenti nella sabbia

di Vito Paticchia [IBC].

Si infittiscono, in Emilia-Romagna, le segnalazioni di reperti e tracce materiali che testimoniano il passaggio del fronte durante l’ultimo conflitto mondiale, mentre numerose amministrazioni locali, gruppi di cittadini e associazioni culturali intervengono per la loro tutela e valorizzazione. Un patrimonio considerato finora “minore” ma che diviene occasione e strumento per la narrazione della storia contemporanea e per mantenere viva la memoria di quella stagione storica. A differenza del monumento commemorativo che si propone di trasmettere un messaggio etico, fortemente intenzionale, il manufatto di natura civile o militare (rifugio, galleria, baracca, fortificazione, trincea, ecc.), che Régis Debray definisce “monumento-traccia”, è un documento senza alcuna motivazione etica o estetica, costruito non per dire qualcosa ma per essere utile: esso non rimanda a una istituzione ma è “mescolato al quotidiano, al terreno, alla vita” e conserva un forte valore di evocazione e di emozione.

Ed è alla luce di queste suggestioni che possiamo leggere recenti iniziative portate avanti in regione da soggetti diversi: a Casalecchio di Reno (Bologna), l’amministrazione comunale ha riaperto al pubblico, dopo averlo messo in sicurezza, il rifugio antiaereo “Ettore Muti”, costruito agli inizi degli anni Quaranta all’interno del Parco Talon (oggi Parco della Chiusa). Si tratta di un’ampia costruzione scavata nella roccia, dove parte della popolazione civile trovò riparo in occasione delle numerose incursioni aeree che l’abitato subì da parte delle formazioni anglo-americane. Importante snodo stradale e ferroviario attraverso cui passavano i rifornimenti alle truppe tedesche impegnate sul fronte sud, sede di officine meccaniche convertite nella produzione bellica, di depositi e magazzini militari, di acquartieramenti, comandi e postazioni tedesche, Casalecchio, alle porte di Bologna, a partire dal giugno 1944, e fino al 20 aprile 1945, fu oggetto di devastanti bombardamenti che causarono centinaia di morti e distrussero il 90% degli edifici e delle infrastrutture. Nell’estate del 2006 ha preso avvio una rassegna, “I rifugi della memoria”, con visite guidate sui luoghi simbolo di quella tragedia, documentari e testimonianze dirette dei protagonisti dell’epoca: civili, in maggioranza donne, e partigiani, che coi loro racconti permettono di ricostruire il clima di quegli anni e aiutano a tramandare una memoria non rituale, che diventa anche riscoperta di un territorio e di una comunità.

Nel capoluogo regionale, l’Associazione culturale “Amici delle acque e dei sotterranei di Bologna” – da anni impegnata a far conoscere quel ricco patrimonio di infrastrutture idrauliche che da secoli fornisce alla città l’acqua potabile e che a lungo ha fornito l’energia per muovere i telai meccanici per la lavorazione della seta, collegando direttamente la città con il porto di Venezia – ora si sta occupando anche di individuare e rendere accessibili al pubblico i numerosi rifugi utilizzati tra il 1943 e il 1945 per ospitare sinistrati, sfollati e civili durante le incursioni aeree. Mentre i rifugi privati erano ricavati negli scantinati delle abitazioni, adeguatamente rinforzati o costruiti secondo i criteri imposti da un Regio Decreto del 1936, i rifugi pubblici erano predisposti nei grandi edifici pubblici o costruiti in aree demaniali. Questi ultimi dimostrarono tutta la loro inadeguatezza dopo i primi violenti bombardamenti sulla città: il 25 settembre 1943, la galleria in cemento armato costruita sotto via Marconi per il passaggio del canale Cavaticcio crollò seppellendo centinaia di civili. Si provvide allora a costruirne di nuovi, soprattutto in galleria, preferibilmente sotto le colline, portando la capienza complessiva dalle iniziali 26.000 a circa 100.000 persone.

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