Mille anni di storia sotto ai nostri piedi: viaggio nella Bologna sotterranea

Bologna sotterranea-canale di Reno-Amici delle acque-Consorzio della Chiusa-Massimo Brunelli (5)Da Repubblica.it
Articolo di Giulia Echites.

BOLOGNA – Quante volte vi sarete affacciati dalla finestra in via Piella, quello scorcio romantico che proprio per la vista sul canale del Reno è stato rinominato la Venezia bolognese? Ogni giorno tantissimi turisti si fermano per fare foto, coppie di innamorati si scambiano promesse e anche i più distratti lanciano un’occhiata.

Ma avete mai provato ad invertire la prospettiva?

Boom di iscrizioni.
L’associazione Amici delle acque-Bologna sotterranea insieme con il Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del canale di Reno vi darà la possibilità, dal 21 ottobre al 1 novembre, di guardare la finestrella (ma non solo) dal canale. Esatto, vi troverete proprio dove normalmente scorre l’acqua. Si tratta di dieci escursioni organizzate nei sotterranei del Canale di Reno, alla scoperta della “città sotto la città”. Le adesioni sono state talmente tante che già una settimana fa tutti i gruppi erano al completo (per questioni di sicurezza i gruppi possono essere composti al massimo da 35 persone), ma c’è ancora qualche speranza: sono state aperte, infatti, liste di attesa per i turni già pieni e si sta valutando l’opportunità di aggiungere una escursione, probabilmente il sabato mattina. Per chi ha già prenotato il suo tour ci sono semplici regole da rispettare. È fondamentale, infatti, arrivare con la giusta attrezzatura: stivali in gomma o scarpe da trekking, torcia e guanti. I caschetti di sicurezza ve li distribuiranno gli organizzatori. Ad accompagnarvi, due guide narranti e due tecnici.

All’inizio bisogna turarsi il naso.
Quanto al percorso, si parte dalla centrale idroelettrica del Cavaticcio in Largo Caduti del Lavoro. Da lì, dopo una discesa di tre piani, si percorre il condotto fino a via Righi, risalendo il canale di Reno. “Vedremo l’interno della centrale idroelettrica, antichi ponti e il canale del Cavaticcio che fu utilizzato anche come rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale” racconta Massimo Brunelli di Bologna sotterranea. Ma lui è un’habitué…per i visitatori alla loro prima esperienza, percorrere la “Bologna underground” è alienante: immediatamente, quello che colpisce non è tanto il buio, ma l’odore, abbastanza sgradevole. Dopo un po’, però, ci si fa l’abitudine e l’attenzione si sposta al soffitto e alle pareti del canale. Percorrendo pochi metri si passa dall’avere sopra la testa mattoncini del 1400, pietre del 1700 o travi degli anni ’80 su cui i capomastri hanno inciso la durata dei lavori di intervento. Facendo attenzione a non calpestare un povero pesciolino agonizzante e senza spaventarsi al rumore di un’auto che passa sopra un chiusino, è poi divertente cercare di orientarsi nei tratti coperti. L’ubicazione di Palazzo Gnudi è facilmente individuabile: l’importanza politica della famiglia aveva fatto sì che solo a loro fosse data possibilità di costruire sul canale, così in corrispondenza del loro Palazzo, troviamo l’unico lavatoio del canale, utilizzato dalla servitù. E poi ci sono i meccanismi che consentono di chiudere parti del canale, a seconda che la centrale necessiti o meno di acqua.

“Bisogna capire quello che non si vede”. Quando, è proprio il caso di dirlo, si vede la luce in fondo al tunnel vuol dire che ci si sta avvicinando ai tratti a cielo aperto. Improvvisamente si è di nuovo immersi nei rumori della città, al punto che sono quei cunicoli bui e silenziosi a diventare il porto sicuro contro la frenesia della vita in superficie. Se ci si volta, nel primo tratto scoperto, si può ammirare il tetto della chiesa della Madonna della Pioggia, più avanti, se vedete gli obiettivi degli smartphone puntati verso di voi, vuol dire che siete arrivati alla Venezia bolognese. “Finora li abbiamo tirati fuori tutti vivi” scherza Fabio Marchi, segretario del Consorzio. Poi però torna subito serio: “Portiamo la gente nei sotterranei della città non come lo farebbe una guida turistica, dal punto di vista storico sicuramente più preparata di noi, ma perché capisca quello che non vede”.

Mille anni di storia.
Il canale di Reno fa parte di un sistema di canali lungo circa 66 km, in funzione da più di mille anni. Bologna non è stata mai attraversata da un fiume, eppure è stato il quinto porto europeo per movimento di materiali. “Siamo riusciti a vincere una battaglia contro Venezia e qui è nata la prima cattedra di idraulica al mondo ed è stato pubblicato il primo trattato di idraulica conosciuto”. Il canale di Reno è l’acquedotto che i bolognesi costruiscono nel 1200 circa, non per avere acqua potabile ma a fini industriali. Il periodo di massimo fulgore però è quello tra 1300 e 1600 con l’industria della seta, della canapa e la carta. In questi anni Bologna conta oltre quattrocento tra ruote e prototurbine, un numero inaspettato per una città senza un fiume. Ma con l’intensificarsi, a cavallo tra ‘700 e ‘800, del confluire nel canale delle acque reflue, il sistema di fognature esistente si rivela insufficiente. Il canale diventa, purtroppo, una fogna a cielo aperto. L’operazione di distacco tra canale e fognature, iniziata nel ‘900, è terminata negli anni ’80…in alcuni punti della città non è ancora stata realizzata ma “stiamo provvedendo. Si tratta di un intervento faraonico, un’opera costosissima e invasiva, oltre che poco gradita: per mesi occorre chiudere le strade col risultato che tutti si lamentano, residenti e commercianti”.

Ma è inutile cercare l’oro.
Oggi il canale ha mantenuto la sua funzione di alimentazione industriale, sul suo percorso ci sono due centrali idroelettriche che insieme producono più energia di tutti i mulini costruiti tra il ‘500 e il ‘700. Ma soprattutto serve per raccogliere l’acqua piovana del territorio urbano e collinare. “Contribuisce, in altre parole ad evitare che la città si allaghi”. Quando invece ci sono periodi di siccità, tramite il canale si porta acqua. Ed è in questo importantissimo ruolo svolto dal canale che “vogliamo che i cittadini mettano il naso”. “Durante due o tre settimane all’anno l’intero percorso, da Casalecchio, viene messo in secca e quindi in manutenzione”, spiega Massimo Brunelli. “E’ anche l’occasione per raccogliere i detriti che purtroppo l’uomo getta nel canale”. Ogni anno si spendono, infatti, dai trenta ai quarantamila euro per ripulirlo dai rifiuti. Ma fino a poco tempo fa, queste erano anche le settimane in cui, si racconta, un vecchietto si fermava sulla secca per cercare l’oro. “Lo faceva tutti gli anni, dal dopoguerra. Si dice che ne trovasse davvero”. Ma ora è inutile precipitarsi, “abbiamo rifatto il fondo”, trovare l’oro sarebbe impossibile.