Bologna: l’Arte della Manifattura… (e delle acque)

bologna-04_save-industrial-heritage-italyDa Save Industrial Heritage.

Articolo di Jacopo Ibello.

A differenza delle altre grandi città italiane, Bologna nella sua storia non è mai stata capitale di uno Stato o sede di una signoria. Il massimo di importanza politica avuta è stato “seconda città dello Stato della Chiesa”, il che non gli ha certo impedito di essere teatro di avvenimenti cruciali come l’incoronazione imperiale di Carlo V. Certo è che nei libri di storia Bologna non ha la considerazione che altri centri, anche di dimensioni minori, invece hanno e ancora oggi per molti italiani e stranieri rimane un luogo poco conosciuto, dove studiare, lavorare, cambiare autostrada o treno ma raramente una città da scoprire. D’altronde il ruolo storico spesso di secondo piano fa sì che il suo patrimonio artistico (anche se in gran parte sconosciuto e sottovalutato), che spesso viene additato come principale motivo di scelta di una destinazione, non sia esattamente al livello di altre big italiane. Qual è allora l’origine della comunque incontestabile ricchezza di Bologna? Se siete su questo sito ovviamente conoscete già la risposta. Come poche altre città al mondo Bologna ha l’industria ben ancorata al suo DNA e alla sua cultura: questo è dovuto al fatto che l’identità manifatturiera locale si è forgiata ben prima delle rivoluzioni industriali tradizionali, durante il boom rinascimentale della seta di cui la città felsinea era la capitale europea. Questo slancio traeva origine dalla complessa rete di canali creata dai bolognesi a partire dal Medioevo per supplire all’assenza di un importante corso d’acqua naturale. Così furono captate e convogliate verso la città le acque dei fiumi Reno e Savena attraverso due imponenti chiuse a Casalecchio e San Ruffillo. La Chiusa di Casalecchio, in particolare, è un’opera di altissimo spessore tecnico ma purtroppo non da tutti conosciuta: è giusto partire da qui per il viaggio attraverso il patrimonio industriale bolognese, poiché da qui nasce il Canale di Reno, la spina dorsale della rete idraulica. Anche se l’aspetto attuale lo si deve a vari lavori di rafforzamento fatti tra il Trecento e Seicento, i primi sbarramenti risalgono attorno all’anno Mille e fanno della Chiusa la più antica opera idraulica del mondo ancora in funzione. Sì perché anche se i canali bolognesi sono pressoché spariti dalla vista dei cittadini, essi svolgono ancora un prezioso lavoro di governo delle acque per proteggere Bologna da piene e allagamenti. La Chiusa di Casalecchio si presenta oggi ancora imponente, coi suoi muraglioni che sembrano proteggere l’acqua come una delle ricchezze della città. […]. Da pochi anni si è deciso di ripristinare l’utilizzo produttivo del salto idraulico con l’apertura di una centrale idroelettrica, che tra l’altro al suo interno espone spaccati di alternatori, turbine e altri macchinari elettrotecnici. Gli antichi salti idraulici ritrovano dunque un utilizzo industriale col rilancio delle vie d’acqua come fonti di energia rinnovabile, una tendenza ormai ampiamente diffusa in presenza di questo tipo di infrastrutture. Grazie al suo fitto tessuto di canali Bologna potrebbe rappresentare un punto di riferimento tra le cosiddette “città d’acqua” per la produzione di energia idroelettrica. […]. A partire dal Settecento si registrò dunque un declino verticale del settore tessile bolognese che cento anni dopo sarebbe quasi del tutto sparito. La città si impoverì notevolmente tanto che l’economista inglese David Ricardo, di passaggio a Bologna a inizio ‘800, si meravigliò della quantità di senzatetto e mendicanti in giro per le strade. La fine dell’industria serica causò anche il lento oblio delle vie d’acqua, con la sparizione prima delle ruote idrauliche e poi il progressivo abbandono e degrado dei canali. L’area del porto divenne una delle più malfamate della città, una condizione che è rimasta fino agli anni recenti. Soltanto il Navile, esterno alla cinta muraria, rimase attivo come via di comunicazione e forza motrice di diverse attività che si insediarono lungo il suo corso fino alla prima metà del ‘900. Oggi non sono molte le tracce visibili di tutto questo sistema che resse Bologna per almeno quattro secoli. Nessun filatoio è sopravvissuto: è possibile vederne una riproduzione in scala 1:2 al Museo del Patrimonio Industriale, se invece se ne vuole vedere uno a grandezza naturale bisogna andare fino in Piemonte a visitare il bellissimo Setificio di Caraglio dove è conservato un meccanismo bolognese originale. Una targa in via Castellata ricorda l’installazione qui del primo filatoio da seta nel 1341. Nel centro città gran parte dei canali è stata tombata ed essi continuano a scorrere sotto le strade, visibili solo in alcuni punti: rinomati sono gli affacci di via Oberdan e via Piella sul Canale delle Moline, dove si trovavano una volta numerosi mulini da grano. È possibile percorrere un breve tratto durante la manutenzione annuale dei canali grazie alle visite guidate organizzate dall’Associazione Amici delle Acque / Bologna Sotterranea. Infine nel Museo della Storia di Bologna esiste una sala dedicata alla città delle acque con una suggestiva installazione che immerge letteralmente il visitatore negli antichi canali…