BOLOGNA la «dotta» svela l’anima d’acqua

Gazzetta_di_Parma_5_giugno (1)Articolo di Luca Pelagatti.

Chiamatela pure “la Grassa”. Bologna non si offenderà. Anzi, con un sorriso bonario, vi offrirà pure un tortellino crudo da assaggiare. Proprio come per secoli hanno fatto le ardåure – le massaie – numi tutelari dell’autoctono culto per la gola. Perché “la Grassa” per antonomasia, non si diventa per caso. Soprattutto quando sei anche “la Dotta”, culla dell’Alma Mater Studiorum, la più antica università d’Europa. E anche se può parer blasfemo è proprio da qui che si deve partire: dallo strano binomio di palato e intelletto, dalla disfida tra pandette e ricettari. Altrove sarebbe paradosso. Qui è la chiave per aprire la porta della città. Una città che, sublime stravaganza è proprio dai contrasti inattesi che trae il suo fascino: mentre appare infatti terragna e testardamente coi piedi nelle zolle tanto, in realtà, è intrisa di umori. Costruita sull’acqua. Non ci credete? Eppure la prova è proprio li, nascosta ma non troppo sotto i portici di questa “ vecchia signora dai fianchi un po’ molli” che in realtà sotto sotto nasconde una anima di canali e di navigli. Per scoprirlo occorre affacciarsi in una minuscola finestrella in via Piella o ad un balconcino di via Capo di Lucca: e come per magia si scopre che sotto le pietre, con panorami quasi veneziani, gorgoglia l’acqua come accadeva nel Medioevo quando qui arrivavano sulle chiatte le merci dal contado e da ancora più in la, fino dal Po. Erano i tempi in cui “la dotta” e “la grassa” incominciava a diventare “la turrita“, irta dei coraggiosi grattacieli del tempo, blasone verticale delle famiglie nobili che commerciando la resero opulenta. E il tutto appunto su fondamenta liquide. D’altra parte pochi lo sanno ma fino al 1947 si poteva navigare da Bologna a Venezia. Seguendo le ultime vie d’acqua rimaste da trecento anni fa quando transitavano nel principale porto cittadino oltre 2500 imbarcazioni di vario tipo. I canali di Reno e del Savena si facevano largo tra i palazzi, i ponti, i lavatoi e le numerose ruote che azionavano i meccanismi di mulini, cartiere e seterie. E c’era pure una via navigabile, il canale Navile, che permetteva il trasporto di merci e persone fino alla Serenissima, e quindi all’Adriatico, passando per Ferrara. Quasi tutto è sepolto ma restano i nomi: come mai infatti si incrociano ancora via del Porto e via Riva di Reno? Per scoprirlo fino in fondo è possibile oggi seguire un trekking urbano (no, non temete; non occorre essere atleti o speleologi) che con una comoda passeggiata permette di capire –e vedere – come l’acqua abbia significato per secoli l’energia essenziale per alimentare le attività manifatturiere e commerciali e in particolare per i mulini da seta. Non è quindi un caso che simbolo  della Bologna moderna sia proprio la fontana del Nettuno. Già, ma seduti in piazza Maggiore, ascoltando il busker con la chitarra acustica che all’angolo strimpella “Piazza Grande” omaggiando il grande Lucio Dalla la domanda arriva per forza: ma l’acqua dov’è? E’ vero, i canali sono stati quasi tutti interrati. Ma qualcosa rimane. Per rendersene conto bisogna oltrepassare la volta con il mascherone che segna l’accesso al vecchio Ghetto ebraico sotto il quale scorre l’Aposa. E’ un torrente che scorre più in basso delle fondamenta delle case: e sotto la centralissima via Rizzoli ci sono i resti di un ponte romano in selenite, costruito fra il 187 e la seconda metà del I secolo a.C., proprio per scavalcarlo. Noi proseguiamo però lungo via Mentana per arrivare in via delle Moline, la zona dei canali dell’antica città. E si sente: all’incrocio con via Capo di Lucca si può udire ancora il rombo del Salto del Canale delle Moline, la cui energia veniva utilizzata per muovere le macine da grano. Da qui si torna in via delle Moline e all’imbocco con via Oberdan. Prendendo a destra via Bertiera, si volta a destra in via Piella e si giunge alla finestrella sul Canale delle Moline e al ponte sul canale, entrambi con affaccio più da campiello goldoniano che da vicolo padano. Ecco l’acqua, ecco la Bologna che non ti aspetti, quella che sembra lontana dal luogo comune di tagliatelle ben condite e vie porticate. Ma d’altra parte Guido Piovene, nel suo “viaggio in Italia, lo scrisse molto tempo fa “Le bellezze di Bologna sono non dirò segreti bensì avviluppati e nascosi nelle sue pieghe prosperose”. Anche sotto terra.

TREKKING DELL’ACQUA: L’ASSOCIAZIONE – per andare a scoprire l’altro volto di Bologna ci si può rivolgere all’Associazione Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei nata proprio per divulgare il patrimonio storico di tutto quanto ha legato e lega tutt’ora Bologna all’acqua. www.amicidelleacque.org. In alternativa anche il sito del Comune www.bolognawelcome.com offre spunti e itinerari.